Non e' la solita storia dell'emigrato calabrese che va in America e riesce a farsi il miracolo di diventare ricco. Il libro di Luigi Michele Perri e di Bruno Castagna, Il calabrese che fece grande Bob Dylan” (edizioni Klipper) entra si’ all’interno di una storia d’emigrazione vincente, ma accompagna il lettore all'interno della storia della musica folk americana e planetaria, in una fase di snodo della modernizzazione culturale. E lo fa, richiamando e spiegando gli esordi di una delle icone, non solo musicali, della societa’ contemporanea. Un’icona focalizzata da una delle immagini piu’ care al Novecento: quella del giovane che, chitarra in spalla, percorre in autostop le strade d’America, quelle strade lunghe e larghe che si perdono, dritte, nell’orizzonte dei sogni d’una generazione.
Due emigrazioni s'incontrano alla confluenza di altrettanti itinerari di riscatto sociale, entrambe per fare fortuna: la prima, rappresentata dalla vicenda di Mike Porco, che parte dalla Calabria per mantenere la propria famiglia; la seconda, incentrata sull'”andare on the road” di Bob Dylan, che vaga per le strade d’America, come se fossero le vie del mondo, alla ricerca di quella del successo.
I due incrociano i loro destini nel posto piu' congeniale alle loro aspirazioni: in quel Greenwich Village di New York, dove, da una parte, giungono gli emigrati italiani e, dall'altra, intellettuali, come Jack Kerouac e Allen Ginsberg, e artisti, come appunto Bob Dylan, decisi a vivere la vita controcorrente del piu’ irregolare quartiere della City.
Mike gestisce il Gerde's Folk City. Bob vuole esibirsi. Mike lo accoglie nel suo locale, frequentato dal primo critico musicale del New York Times, Robert Shelton.
Per poter lavorare il folksinger ha bisogno della tessera sindacale. Ma e’ minorenne, non puo’ averla senza l’autorizzazione paterna. All’impiegato della Musicians Union dice d’essere orfano dei genitori e di non avere nessuno al mondo. Mike firma come tutore. E, cosi’, puo’ offrirgli l’occasione del primo contratto della sua carriera, novanta dollari a settimana, pranzo, cena e consumazioni gratis.
Robert Shelton assiste alle esibizioni del menestrello. Ne resta impressionato. Gli scrive una recensione. John Hammond, il guru della discografia americana, riesce ad accaparrarselo per la Columbia Records. E’ il battesimo dell’artista. Il nome di Bob Dylan, da quel momento in poi, campeggera' su tutti i giornali americani e su quelli di tutto il pianeta.
La storia e' finemente romanzata. E copre una lacuna delle biografie dedicate al grande folksinger. La trama si snoda attraverso aneddoti e accadimenti sin qui inediti che rendono il libro di agevolissima e accattivante lettura. Un’autentica calamita per gli appassionati, per i fans di Bob Dylan. Una vera e propria attrazione per chi voglia leggere semplicemente una storia, una storia non ordinaria destinata a suscitare sensazioni ed emozioni sempre piu’ rare nella letteratura contemporanea.
Nella sua autobiografia (Chronicles, primo volume, pubblicata in Italia da Feltrinelli), Dylan parla di Mike Porco come “il padre siciliano che non ho mai avuto”. Egli confonde la Calabria con la Sicilia, come qualche volta avviene nell’immaginario degli americani. Tuttavia, non ne evoca il rapporto, forse per quel pudore intimistico che ogni artista vorrebbe riservare per se’.
La penna di Perri e di Castagna, con l’ausilio di documenti e di testimonianze di prima mano, invece, la portano alla luce per farne una storia on the road, destinata a percorrere la sensibilita’ del lettore per farlo migrare lungo i tragitti di un grande sogno generazionale, quello appunto della beat generation, tracciata da Jack Kerouac e Allen Ginsberg, due abitatori del Village newyorkese. Come Mike e Bob. Un padre e un figlio del loro tempo.
Ferdinando Perri