BROKEN BARBIE
di Alessandra Amitrano
"Una piccola stella senza cielo" come la potrebbe definire Ligabue. Una specie di Christiane F. nostrana come si autodefinisce lei. Un personaggio distrutto, solo, smarrito, senza amore, senza ideali, senza gioia, senza forza. Non si potrebbe descrivere meglio di così la giovane Stella protagonista del libro “Broken Barbie”, una bella bambolina, come barbie, a servizio, uso e consumo degli altri, ma rotta, spezzata, infranta dentro. Un personaggio molto attuale, di una ragazzina che non riesce ad amarsi, che si fa del male usando gli altri e se stessa per compiacere e soddisfare la parte oscura e masochista che c’è in lei, rifiutando la gioia, la semplicità, scappando e richiudendosi nella sua camera, l’unico baluardo del mondo dove Napoli, la sua odiata città, cessa di esistere e dove prende piede la sua già distrutta e sconfitta personalità da “outsider” , autoemarginata dalla sua borghese e ridicola famiglia: dalla madre ridente e sorridente, competitiva e insoddisfatta, dal padre, l’uomo proibito dall’incomprensibile fascino oscuro, da cui cerca di fuggire ma che ricerca inconsciamente e invano in tutti gli uomini con cui va, dal rassicurante e docile compagno di scuola, allo sconosciuto esotico ed egoista, dal drogato distrutto e vagabondo al bravo ragazzo caduto dal cielo. Stella e i suoi amori senza speranza. Stella e lo specchio. Stella e le lotte con i suoi mostri potenti, che la obbligano a mangiare fino a stare male o digiunare fino ad annullarsi. Stella e le sue droghe, vere o fittizie. Stella e la sua storia. E’ così che “Broken Barbie” va a riempire le file di quello che sta diventando un nuovo genere letterario: “il tragi-masochistico romanzo di formazione”, in compagnia di Melissa P., J.T. Leroy ( autore di “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa”), Yoko Ogawa (autrice di “Hotel Iris”) e tanti altri (italiani e non). Che si leggono tutti in un giorno intero, tutti simili a un doccia gelata. Bisogna provarli, ma solo una volta. Il giovane che, affacciandosi al mondo, ne scopre prima le brutture e gli orrori, poi ne esce rinato e in pace (più o meno) con se stesso. A quanto sembra oggi crescere e diventare adulti è e deve essere sinonimo di dolori, tragedie, sesso perverso, sbando di ogni tipo, sofferenza (poco importa se esterna o autoimposta). La generazione X ha superato l’adolescenza e ora si sfoga raccontandoci tutto o è la nostra società che crea mostri? Non sei un adolescente vero e autentico se non soffri, non piangi, non gridi il dolore, non ti autocommiseri fino all’estremo, questo sembra il messaggio che tutti questi nuovi romanzi dei giovani esordienti sembrano volerci dire. Le prime esperienze vanno fatte il prima possibile e nel peggior modo possibile. L’amicizia è una corda flebile, che si spezza subito e serve a ben poco. La famiglia (quando esiste) una triste bottega degli orrori. Il sesso va fatto con le persone sbagliate, più è crudo e squallido meglio è. La droga se c’è va bene. Il resto del mondo non esiste, tanto si vive e si muori da soli. Questo mi sembra il quadro descritto. Sono finiti i tempi del “Giovane Holden”, che ieri era l’emblema e il manifesto letterario della ribellione giovanile ma oggi appare come un ridicolo damerino innocente e superato di fronte a questi eroi melodrammatici, sopravvissuti ad esperienze devastanti di ogni tipo, che ora sembrano cercare quello che hanno sempre snobbato: la normalità. Tutte figure sole e spaesate, che non vogliono la felicità, perché non sanno e fanno nulla per ottenerla, che si credono sì troppo inferiori agli altri per fare qualcosa di utile, costruttivo e positivo, per “riuscire” nella vita, ma anche, al tempo stesso, troppo superiori agli altri per “mischiarsi”, per stare con loro. Insicuri sì, ma anche codardi. Miseria, traumi reali, povertà, problemi seri? No, è dalla grigia borghesia, dalla noia che traspare della stabilità familiare che questi personaggi fuggono, da loro stessi, da quello che potrebbero diventare se si omologano alla massa. Ma siamo sicuri che l’unica alternativa è questo vagabondare da una tragedia all’altra, scappare dalla propria miseria per cadere in quella altrui? Che le vere guide, i veri guru siano quelli peggiori di loro? Non c’è traccia del senso della misura, dell’ironia leggera e rassicurante, neanche di qualche vago progetto per il futuro. Certo, questo assolutamente non deve togliere nulla a un romanzo ben scritto e ben impostato: il dolore della protagonista si sente fino alla fine, l’io narrante distaccato circondato da orrori e deliri colpisce come un pungo nello stomaco, come pure è efficacissima la struttura del libro (brevi capitoli simili a pagine di un diario) che alleggerisce e velocizza la storia. Ma è davvero difficile non esprimere un parere personale di fronte a questi romanzi che raccontano una generazione così spiazzante, che odia e rinnega tutto e tutti a prescindere, per poi (a quanto sembra) passare gli anni successivi a riappacificarsi con il mondo, cercando il proprio posto e facendosi messaggero e martire della propria vita. In mezzo a tutto questo lirismo, questa drammaticità viene quasi spontaneo pensare a quel mite, sfigato ometto senza pretese che era il Ragionier Fantozzi, e al suo “modesto” parere sul “capolavoro” de “La corazzata Poteinkin” che tutti fingevano di apprezzare, solo per darsi arie da intellettuali. Un romanzo per chi pensa che gli adolescenti siano solo quelli di “Dawson’s Creek”. E per chi vuole ricredersi.
FRANNY