In modo del tutto inaspettato, subito dopo un normalissimo pranzo familiare, mentre la moglie si appresta a sparecchiare la tavola e i due bambini litigano come sempre, il marito le comunica con calma la sua decisione di lasciarla, di andarsene via. E sparisce. Senza motivare questa sua risoluzione con nient’altro che un generico suo “vuoto di senso”.
La donna aveva rinunciato alle sue vocazioni letterarie e alle sue ambizioni lavorative per contribuire al successo professionale del marito e dedicarsi alla famiglia. Ora resta sola con i figli, un cane lupo (legatissimo al padrone) e gli interrogativi sul fallimento del suo rapporto sentimentale. Le domande e i dubbi, il sospetto e poi la conferma, come doveva essere ovvio, dell’esistenza di un’altra donna, assai più giovane, da lei già conosciuta e temuta, ma da anni amante del marito, costituiscono solo una prima fase, tormentata, ma ancora dinamica e viva dell’abbandono, quella ancora nutrita dalla speranza della ricomposizione. Mano a mano, infatti, l’angoscia trascina la donna in un territorio instabile, precario e continuamente attraversato dai fantasmi della sua infanzia napoletana. Vive con il terrore di diventare quel tipo di donna che nella sua arroganza e presunzione giovanile aveva sempre creduto detestabile per sé e per tutte le donne: una donna spezzata dall’amore, una moglie abbandonata proprio come la sua antica vicina di casa, morta suicida.
La perfetta costruzione familiare si dissolve. La casa e lei stessa sembrano cedere, sgretolarsi. Le domande di Anna Karenina lungo il binario della morte: Dove sono? Cosa faccio? Perché? diventano sue e segnano il vertice dell’abbandono. Lo smottamento interiore non trova alcuna solidarietà nel mondo circostante, che le è quasi ostile.
Così per Olga, la protagonista, che nel romanzo parla in prima persona, in una desolata giornata di agosto, mentre il suo condominio torinese (è a Torino che si svolge l’azione del romanzo) è abitato solo da lei, i suoi figli e Carrano - un vicino di casa musicista e solitario che avrà un ruolo importante – giunge il momento di affrontare la battaglia campale contro le forze regressive dell’abbandono che riescono quasi a risucchiarla e a perderla per sempre. Le banalità delle azioni quotidiane, come aprire una porta blindata o telefonare per chiedere soccorso, diventano proprio in quel giorno di emergenze, affare complesso, ostacolo insormontabile, espressione di forze ostili liberatesi, forse, dalla frantumazione del suo Logos. La scrittrice è straordinaria in queste pagine. Tanti piccoli accadimenti e incidenti domestici sono mirabilmente collocati in una successione che fa il lettore partecipe dell’ansia e dell’inquietudine della protagonista. Da quella prova Olga esce cambiata, ne esce salva.
L’Olga del romanzo è una donna mediterranea, intensa e quasi tragica, una Medea che riesce a salvarsi in tempo dall’annientamento perché ha la fortuna di riuscire a capire la vacuità del suo Giasone e a spogliarsi per sempre della sua pelle.
La Ferrante, già autrice del romanzo “L’amore molesto”, diventato un film di Mario Martone, domina e indaga la materia del romanzo con una scrittura limpida che si fa plastica, senza avere bisogno inutili orpelli. Scava nella roccia del dolore e della rabbia, insinuandosi attraverso vari strati e sedimenti, e arriva con costanza e intelligenza a far risplendere una vena d’oro.
Elena Ferrante: “I giorni dell’abbandono” – Edizioni e/o; pagine 211 - € 14,00
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