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pagine viste dal March 2008

  

Jonathan Safran Foer:Ogni Cosa è illuminata

“OGNI COSA È ILLUMINATA” “Il romanzo è quell’arte che più facilmente si brucia” (dal “Libro degli antecedenti”). Non sembra che questa sorta di ammonimento abbia inquietato o messo più di tanto in apprensione l’assai giovane e non meno talentuoso Jonathan Safran Foer mentre scriveva il fortunatissimo romanzo d’esordio, quell’ “Ogni cosa è illuminata”, che, dopo aver infiammato la critica americana e appassionato numerosi lettori d’oltreoceano, è sbarcato in Italia entusiasticamente accolto da un recensione di Piero Citati su Repubblica (con apertura in prima pagina). Con slancio giovanile il poco più che ventenne ebreo-americano non si è limitato a lavorarci sodo, ma è arrivato a offrire quasi tutto quel che poteva, non risparmiando neanche i suoi due nomi (Jonathan Safran) e il suo cognome (Foer): su quelle fiamme ha gettato un personaggio suo omonimo che non si sa quanto dissimulato. E perché quel fuoco non si estinguesse ha svuotato con amore ed euforia infantile cassetti, librerie e armadi di famiglia, rispolverato registri e cataloghi custoditi nell’archivio di un mondo scomparso, quello degli shetl, i villaggi ebraici dell’Europa orientale, nel nostro caso dell’Ucraina. Non ha lesinato nulla per quella che è spesso una festa del romanzo, che a qualcuno – non sempre a torto - sarà dispiaciuta per eccesso di baldanza. La faccia di Foer ritratta in terza di copertina è quella di un ragazzino: un sorriso, quasi una smorfia adolescenziale, sotto un paio di occhialini tondi che lo fanno assomigliare ad un Harry Potter un po’ più cresciuto. Eppure, se un tratto giovanile è dato cogliere nella sua opera questo - insieme a certe scelte linguistiche in alcuni casi fiduciose fino all’azzardo – è da ritrovarsi in una sfrenatezza narrativa di tipo rabelaisiana, un’incontinenza immaginativa che tinteggia per molte pagine l’iride dell’interesse. Per l’intemperanza creativa, per la sua frenesia di deviare le linee rette del racconto e nel suo indulgere all’intreccio di diversi stili narrativi l’opera potrebbe tranquillamente essere collocata – e qui lo si dice senza spregio alcuno – nel solco della tradizione barocca. Il romanzo ha una struttura particolare e ardimentosa. Lo scrittore ci propone uno schema giocoso dove si alternano ciclicamente i brani di tre diversi racconti. E non solo. Foer affida i racconti a due distinti narratori, che adottano registri linguistici del tutto diversi. Nel primo di questi racconti un giovane ebreo-americano (l’omonimo dell’autore di cui si è detto) decide di recarsi in Ucraina alla ricerca di una donna (Augustine) che ha salvato suo nonno durante le persecuzioni naziste. Per questo si rivolge al titolare di un’agenzia specializzata di Odessa (Viaggi Tradizione, per l’appunto) che lo affida ad un gruppo di ricerca composta dal giovane figlio (Alex o Sasha), dal vecchio e scorbutico padre nonché da un cane (Sammy Davis Junior Junior) con qualche problema intestinale e un’irresistibile attrazione fisica per l’americano. I quattro attraversano con un vecchio catorcio un’Ucraina dissestata e inaffidabile alla ricerca della donna e in direzione di Trachimbrod, lo shetl ebraico nel quale aveva vissuto il nonno fino alla guerra. La narrazione è affidata al giovane ucraino che parla un inglese sgangherato e quasi maccheronico che provoca immaginabili effetti comici. Non sappiamo quanta della comicità dell’originale sia andata perduta con la traduzione, anche se ampie sembrano essere le tracce lasciate. La decisione di avvalersi di questo canone linguistico non è sicuramente originale, la parlata dello straniero è un’inventio comica antichissima per lo più usata a scopi caricaturali. J.S. Foer non si limita però ad inserire un elemento decorativo, a creare una semplice macchietta teatrale. Certo che la sua intenzione di suscitare il sorriso o di rendere “a pelle” lo sconquasso ucraino – quasi che le sgrammaticature corrispondessero al disfacimento di una nazione - è fin troppo evidente, tuttavia l’autore si spinge fino ad affidare al narratore il compito di descrivere mano a mano situazioni di particolare complessità emotiva e sentimentale: quella lingua abbandona l’iniziale canovaccio del comico e si appesantisce con il dramma. A giudizio di chi scrive il risultato non è pienamente convincente e questo perché la scelta di usare un parlare zoppicante per così lungo tempo porta inevitabilmente al ripetersi di stilemi e arabeschi linguistici. Ciò avviene soprattutto nella parte centrale di tale racconto. All’inizio, invece, questa lingua veramente diverte mentre nel finale la drammaticità degli eventi la sovrasta e l’intensità del narrato elide ogni velleità di giudizio critico sulla lingua. Foer offre invece una prova sicuramente convincente, una primizia pirotecnica e appassionante nel racconto (il secondo dei tre) della storia di Trachimbrod, il villaggio ebraico le cui vicende iniziano nel 1791 e si concludono con la sua distruzione nel 1941. Qui è Jonathan Safran Foer (il personaggio omonimo e omologo dell’autore) a prendere in mano le redini della narrazione, a districarsi con disinvoltura nel patrimonio religioso e culturale del popolo ebraico, tirando fuori da quel vaso di Pandora ogni bene, ogni gioiello in tutte le sue sfaccettature. Adopera una lingua sostanzialmente semplice e immediata e non ha alcuna ritrosia a rimbalzare come una pallina magica dai toni aulici a quelli farseschi, ad innalzarsi dal comico al poetico. Scrive, si diverte e si commuove. Chiede al suo editore titoli sinuosi e piccole icone descrittive, lettere a caratteri cubitali e altri giochi grafici: vuole creare un’atmosfera fiabesca, o tracciare il minuzioso reticolo dai mille colori che riveste il mito: ora il noir, ora il rosa, or anche il giallo fino a quel tragico epilogo dove il dolore non concede né tempo né modo di indugiare sui colori. L’idea di raccontare la storia di una comunità peculiare lungo il significativo segmento della sua esistenza ci ricorda da vicino “Cent’anni di solitudine” e la Macondo di Marquez. Come nel romanzo del colombiano leggiamo la storia di un microcosmo dalla sua origine alla sua dissoluzione. Foer, del resto, riesce a temperare la sua immaginazione facendone uno strumento per elaborare la realtà o meglio la memoria. Compito dello scrittore è forse quello di pensare allo spazio del romanzo come laboratorio della realtà nel quale rileggere da altri punti di vista le leggi fisiche e temporali e invertire i termini delle alchimie emotive e sentimentali. Così pur sottoposto alle continue scosse di una fervida immaginazione la struttura del racconto di Foer non cede, non si sgretola. Il giovane scrittore crea attorno alle vicende raccontate e ai suoi personaggi un afflato mitologico, ma lo arricchisce con un’infiorescenza di umori, di sentimenti e di riflessioni. La natura di questo racconto è ubertosa, un campionario di specie la cui varietà e il cui assortimento farà la felicità di tutti i vivaisti dei generi letterari: la fiaba e il mito, i cataloghi morali e sentimentali, il dramma e la commedia, il teatro nel teatro, il folclore e il genio popolare, il sacro e il profano, l’amore la poesia e la Storia, quella Storia (che a volte purtroppo) siamo noi. Ma la Memoria prima di tutto. Quella Memoria che per un ebreo – ci ricorda l’autore- è un sesto senso, che porta la comunità ad almanaccare ogni minimo evento del presente nel “Libro degli antecedenti”, archivio interminabile annotato quasi tutti i giorni della centocinquantenaria storia di Trachimbrod. E insieme alla memoria la Morale e la riflessione. Ecco quindi il “Libro delle Rivelazioni” con le sue 613 Tristezze di Brod: le tristezze del corpo come la tristezza della palpebra tremante o quelle del patto come quella di un Dio che avrebbe bisogno di uomini che pregano per lui o anche quelle del sesso come la tristezza dell’ano o del contatto visivo durante la fellatio e il cunnilungus. Se Trachimbrod è un nuovo mondo ha tutto il diritto di ripensare la vita e Dio, di riscrivere la sua Bibbia. Il terzo racconto, infine, è costituito dalla sola corrispondenza di Alex con Jonathan Safran Foer. Con il suo inglese improbabile il giovane ucraino ci offre uno spaccato sullo squallore della propria vita familiare non priva di situazioni divertenti e inoltre svolge una funzione critica, commentando di volta in volta i brani del racconto di Trachimbrod inviatigli dall’americano e giustificando il proprio racconto del viaggio; ma essenzialmente prepara l’epilogo dell’intero romanzo. Quello di Foer è senza dubbio un romanzo in gran parte illuminato. (“Ogni cosa è illuminata” – Jonathan Safran Foer; Guanda - € 14,50)



Aggiunto: November 9th 2002
Recensore: Courtial
Voto:
Hits: 828
Lingua: italian

  

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