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pagine viste dal March 2008

  

P.K. Dick: Confessioni di un artista di merda

Con le “Confessioni di un artista di merda” Philip K. Dick, che si sentiva limitato dalla notorietà legata esclusivamente ai suoi romanzi di fantascienza, cercò l’affermazione letteraria provando a scollarsi l’etichetta di autore di genere. Chi legga questo romanzo rimarrà sbalordito dalle sue eccelse qualità artistiche che si riscontrano nella limpidezza delle caratterizzazioni dei protagonisti, nella fluidità, nell’intensità e nel ritmo dei dialoghi e in un raro talento descrittivo. Il romanzo ha una struttura polimorfica. Contrariamente a quanto suggerito dal titolo la narrazione non procede da un solo io narrante. A raccontare in prima persona non è infatti sempre e solamente “l’artista di merda” del titolo, quel Jack Isidore cultore di scienza d’appendice e di fantascienza, che sceglie per sé questa definizione ingiuriosa assegnatagli dal cognato: “Mi ricordo che un giorno...me ne uscii con qualche affermazione sui viaggi nello spazio, e Charley mi disse: - Isidore, sei proprio un artista di merda” (pagg. 36-37). Ad alternarsi nella narrazione è infatti in prima persona anche la sorella di Jack, Fay. Lo scrittore-narratore si riserva invece la possibilità di far emergere in proprio le considerazioni e i pensieri degli altri due principali personaggi del romanzo, il già citato Charley Hume, marito di Fay, e Nathan, il colto, il fascinoso studente-lavoratore che entrerà in scena a metà del romanzo, accelerando suo malgrado un mutamento già in atto nei rapporti dei coniugi Hume. Così nessuno dei personaggi è centrale, nessuno dei punti di vista sui fatti e sulle persone è prevalente, ma ognuno riflette una differente gradazione di luce e getta una diversa quantità di ombra. Il giudizio e la simpatia del lettore nei confronti ora dell’uno ora dell’altro protagonista, paradigmatici tutti di diverse categorie morali e caratteriali, è alternativamente acceso e deluso dal rincorrersi delle singole rivelazioni, dei diversissimi modi di vedere. Si diceva di paradigmi morali, e sembra che Dick abbia ricercato tale emblematicità già nell’attribuzione dei nomi. Così Jack ISIDORE, raccoglitore e collezionista di articoli, commenti e notizie di argomentazione scientifica e parascientifica tratti da riviste e giornali, ricorda inevitabilmente nel nome il celebre Isidoro di Siviglia, personaggio certo di diversa statura intellettuale, ma pur sempre raccoglitore enciclopedico di erudizioni del sapere antico destinato a essere spazzato via dal pensiero moderno; FAY, che tradotto in italiano significa “affatata”, è la sorella di Jack, donna ammaliante e dominatrice, una specie di Circe che riduce gli uomini in sua schiavitù e quasi come una mantide religiosa divora i propri amanti dopo averne tratto ogni profitto erotico, morale ed economico. Di Charley HUME, infine, si potrebbe ipotizzare una sua parentela con il filosofo scettico David Hume, nemico di ogni dogmatismo, e non a caso è proprio Charley a dare la prima severa bastonata alla Weltanschauung di Jack definendolo artista di merda, irridendo successivamente la sua stupidità proprio quando questi credeva di rendergli un grande e accurato servigio ed infine consigliandogli più pragmaticamente, addirittura nel proprio testamento, di sottoporsi a cure psichiatriche. Come giustamente sottolineato da Carlo Pagetti nella sua splendida introduzione all’edizione della Fanucci alla quale qui si fa riferimento, i personaggi del romanzo potrebbero essere i protagonisti di una tragedia greca se non si muovessero con passo farsesco. Ed è vero, anche le considerazioni e le azioni più drammatiche non commuovono. La parodia della tragedia diventa così una riflessione amara sull’inadeguatezza dell’uomo americano, fresco vincitore di guerra e signore della storia, a volare nei cieli che si appresta a conquistare. L’epoca del romanzo è infatti quella degli anni ’50 e l’ambiente un’inaspettata e sconfinata California rurale a ridosso della Baia di San Francisco. La scrittura di Dick, anche nella sua esemplare limpidità, è ricca di evocazioni e rimandi letterari. Quasi esplicito, a tal proposito, appare il richiamo operato al principe Myskin, l’Idiota di Dostoevskij, attraverso il suo Jack Isidore. “Stammi a sentire” disse Charley. “...,giudichiamo in faccia la realtà. Lo capisci? Non ha mai preso in considerazione l’idea di essere un povero idiota balzano e ritardato?” (pag. 165) “E se lo stesso Schneider fosse giunto dalla Svizzera, in quel momento, a visitare l’antico allievo e paziente, anch’egli, ricordandosi dello stato in cui a volte si trovava il principe nel primo anno della sua cura in Svizzera, avrebbe fatto un gesto di scoraggiamento e avrebbe detto come allora: Idiota!” (L’Idiota; da Tutti i romanzi, v. I°, pag. 979 ed. Sansoni) Dick, come Dostoevskij, scandaglia l’animo umano con un’attenzione ai riflessi psicologici delle parole, dei pensieri e dei gesti dei personaggi, che pur in una rappresentazione paradigmatica, restano in possesso di una motilità volontaria e non predeterminata che li preserva da effetti naturalistici e li sottrae a noiosi e accademici psicologismi. Dick, come qualcuno ha scritto, ama i suoi personaggi, e nemmeno Fay, nella quale i suoi amici hanno intravisto una delle sue mogli protagonista di un matrimonio per niente tranquillo, alla fine risulta così odiosa come i fatti pretenderebbero che si avvertisse. Per questo motivo l’ironia di Dick, anche se penetrante, è compassionevole, non calca la mano, non forza la scrittura alla ricerca esasperata della derisione e dell’effetto comico. E anche ove questo debba accadere per le inderogabilità poste dalla trama narrativa, Dick riesce ogni volta a recuperare il personaggio e fare emergere qualche suo lato veramente umano. Se non che, tornando al parallelismo con l’Idiota di Dostoevskij, se il russo cerca di rappresentare con il principe Myskin “l’uomo positivamente buono”, l’uomo-Cristo che incarna l’idea del bene e conquista gli uomini con la sua bontà e le sua umiltà empatica, con Jack Isidore lo scrittore californiano costruisce un personaggio che incarna piuttosto un ideale spirito americano delle origini, sempre alla ricerca di un Nuovo Mondo da edificare e nel quale sentirsi edificato, forte della fiducia nella lealtà dei rapporti umani. Così mentre il principe capisce gli uomini perché profondamente ne avverte le intime sofferenze secondo una formula del cristianesimo più coinvolgente e drammatica, Jack li capisce a modo suo, li scruta dall’alto come manifestazioni fenomeniche, trova che le relazioni umane siano e debbano essere improntate alla semplicità e alla lealtà e si stupisce della generale incomprensione nonché della necessità di arricchire, di abbellire e di accrescere il portato significativo di ogni comunicazione. La semplice informazione, nuda e cruda, non basta - così gli pare – allora Jack si ingegna di raccontare secondo un linguaggio in voga in una certa letteratura sentimentalistica la relazione extraconiugale della sorella al cognato malato perché questo possa finalmente averne consapevolezza. In questo caso come in tanti altri Jack genera involontari effetti comici che portano inevitabilmente alla sua derisione e alla generale disapprovazione. Un Jack Isidore, che diventa dunque un eroe comico, ma non per questo meno amaro, più simile al Don Chisciotte; se per l’eroe della Mancia si traduce amaramente la sua fede cieca nella mitologia del romanzo cavalleresco, per Jack si rivela altrettanto ingloriosa la sua credenza in esistenze extraterrestri, al punto da fargli arrivare a perdere ogni fiducia nella propria intelligenza “Sulla base delle scelte passate, mi sembra piuttosto evidente che non posso fidarmi del tutto della mia capacità di giudizio”. (pag. 275) (Confessioni di un artista di merda; Fanucci Editore – Collezione: pagg. 282 - € 14,40)

Courtial

Aggiunto: October 9th 2002
Recensore: Courtial
Voto:
Hits: 644
Lingua: italian

  

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