 “Ci sedemmo dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti erano occupati”.
(B. Brecht)
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“Un uomo puo’ costruirsi un trono di baionette,
ma non ci si puo’ sedere sopra.”
(W.R. Inge)
(citati da Giovanna)
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Per i 60 anni di Israele sono previsti in tutto il mondo festeggiamenti. Israele e’ ospite d’onore alla Fiera del libro di Torino. 10.000 persone la contestano pacificamente tra file di negozi sbarrati.
Il Corriere: “Centinaia tra poliziotti, carabinieri e guardia di finanza in assetto di massima vigilanza hanno impedito che il corteo sfondasse la cosiddetta «zona rossa». I manifestanti si sono limitati a gridare «assassini» alle forze dell’ordine. Gli slogan inneggiavano all’Intifada, alla Palestina libera e rimproveravano a Bertinotti di essere «peggio dell’antrace». La dimostrazione contro Israele e’ stata preceduta da proteste di ogni tipo. Primo fra tutti nella difesa di tutto l’operato di Israele Gianfranco Fini. Il serpentone era aperto da una bandiera palestinese lunga dieci metri e larga quattro, sostenuta da una quindicina di persone. Subito dopo il vessillo palestinese, uno striscione mostrava le immagini del conflitto israelo-palestinese, con scritto «Boicotta Israele, sostieni la Palestina». C’era anche una gigantografia con il rogo delle bandiere di Israele e degli Stati Uniti in piazza a Torino il 1° maggio e la frase «Israele non e’ un ospite d’onore». Nel corteo c’era anche Marco Ferrando, leader nazionale del Partito comunista dei lavoratori, che ha definito scandalosa l’assenza «degli stati maggiori della sinistra», sottolineando che «non e’ una manifestazione antisemita». Dal canto suo Fausto Bertinotti, atteso in Fiera per un incontro dal titolo «Dopo la sconfitta. Le prospettive della sinistra in Italia», ha deciso di annullare l’impegno dato che il corteo e’ stato promosso anche dai gruppi che lo avevano contestato il 1° maggio. Giorgio Forti, docente all’Universita’ di Milano. Ha detto:”. Invitare Israele per i 60 anni della sua fondazione e’ un’operazione politica e non culturale perche’ festeggiare questa nascita equivale a festeggiare la cacciata di 750mila persone cacciate dai loro territori». Al corteo ha partecipato anche un gruppo di No-Tav, tra loro l’ex senatore Franco Turigliatto.
Berlusconi ha detto: “Sono solo frange assurde e irrilevanti che fanno trambusto ma rappresentano lo 0,00% del popolo italiano».
Bertinotti ha disertato il corteo per tema di contestazioni, ma sara’ presente dentro la Fiera. La sua vicinanza con la gente e il suo attaccamento alla casta diventano sempre piu’ evidenti.
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Il salone contestato
Valerio Evangelisti
…Credo che sia la prima volta che viene indetto un corteo contro una fiera letteraria. Eppure, prima di chiedersi se cio’ abbia un senso, ci si dovrebbe domandare quanto di effettivamente letterario ci sia nel Salone del Libro, e quanto invece vi sia di politico.
La scelta del Salone del Libro di Torino di celebrare la nascita dello Stato di Israele, alla base della protesta, ha origini sospette e contenuti ambigui.
Non e’ normale che a proporre (imporre?) l’evento alla Fiera del Libro di Torino e al Salone del Libro di Parigi sia stato lo stesso governo israeliano. Di solito, eventi del genere sono proposti dal Ministero della Cultura di un paese, dall’associazione degli editori o da organi simili.
Non e’ normale che gli autori invitati, per partecipare al Salone di Parigi, abbiano dovuto sottoscrivere una dichiarazione con la quale si impegnavano a non criticare il loro governo.
Non e’ normale fingere di ignorare che la data del 1948 celebra sia la nascita di Israele che la cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi, con il terrore, dai luoghi in cui vivevano da secoli. Cio’ e’ stato ampiamente documentato, tra gli altri, dallo storico Benny Morris (per inciso, israeliano e nazionalista) nel suo libro The Birth of the Palestinian Refugee Problem, Cambridge University Press, 2004, sulla base di una massa di documenti (si veda anche E.L. Rogan, A. Shlahim ed., The War for Palestine. Rewriting the History of 1948, Cambridge University Press, 2001). Celebrare un evento significa celebrare anche l’altro, concomitante.
Non e’ normale che la celebrazione della nascita di uno Stato - cosa abbastanza incongrua in una manifestazione letteraria - avvenga proprio mentre quello Stato, reduce dai bombardamenti sul Libano che nessuno ha dimenticato, attua su Gaza la piu’ feroce delle sue azioni di strangolamento, tagliando l’elettricita’, i rifornimenti alimentari, i medicinali e impedendo persino il transito delle ambulanze (gia’ 130 palestinesi di ogni eta’, ammalati gravi, sono morti per questo).
Si dira’ che a Gaza predomina Hamas. E’ vero, ma proprio Israele ha incoraggiato la crescita di Hamas, quando le serviva per logorare le altre forze palestinesi. Si veda J. Dray, D. Sieffert, La guerre israe’lienne de l’information. Desinformation et fausses symetries dans le conflit israelo-palestinien, La De’couverte, Paris, 2002, pp. 53 ss. La stessa azione ha svolto l’assieme dell’Occidente. Lo ha documentato, tra molti altri, Alain Gresh, in una serie di articoli su Le Monde Diplomatique - per esempio questo. Gresh, sia detto per inciso, e’ di origine ebraica.
Non e’ normale, anche se rientra nel novero della mera goffaggine, tirare uno schiaffo all’Egitto, ritirando all’ultimo momento l’invito che gli era stato rivolto, sia pure informalmente.
La storia dei governi di Israele successiva al 1948 non e’ tanto piu’ gloriosa, malgrado l’epica che le e’ stata costruita sopra.
Da ragazzino fui ingannato anch’io, e credetti che la “guerra dei sei giorni” fosse stata combattuta dal Davide Israele contro un Golia rappresentato dai paesi arabi aggressori. Persino questa realta’ un tempo certa appare dubbia, dopo il libro di Benny Morris Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001. Ed. Rizzoli, 2001. Cio’ che segui’ e’ noto e non sto a riassumerlo. Una serie ininterrotta di espansioni territoriali giustificate con l’invocazione di un perenne “diritto all’autodifesa”.
Mi preme solo sottolineare, perche’ poco nota, l’azione internazionale svolta dallo Stato di Israele in quadranti del mondo estranei ai conflitti in cui era coinvolto.
Israele ha sempre sostenuto i Duvalier di Haiti, padre e figlio. Ha inviato armi e consulenti in Guatemala, in Honduras e tra i contras che attaccavano il Nicaragua sandinista. Ha tuttora forze consistenti impiegate nella sanguinosa antiguerriglia del presidente colombiano Uribe. Per non parlare del costante sostegno israeliano al Sudafrica pre-Mandela e ad altri regimi reazionari africani.
Del resto il regime interno israeliano, malgrado le apparenti forme democratiche, somiglia tantissimo all’apartheid del vecchio Sudafrica. Nessun arabo palestinese inglobato fin dal 1948, pur avendo cittadinanza israeliana da decenni, e’ ammesso nell’esercito, per dirne una. Il resto lo lascio alla testimonianza di un israeliano coraggioso, Yoram Binur, che si finse palestinese e in un libro, Il mio nemico, ed. Leonardo, 1981, narro’ la sua esperienza terrificante. Binur non e’ affatto un filo-palestinese, tutt’altro. Si limito’ a raccontare la verita’.
Una verita’ che non ha fatto che peggiorare. E’ sotto gli occhi di tutti lo scandalo degli insediamenti di coloni ebraici in Gaza e Cisgiordania. Quanto piu’ Israele si impegnava ufficialmente ad abbatterne, tanto piu’ se ne costruivano. Cio’ in nome del sempiterno richiamo al “diritto di Israele alla sopravvivenza”, alibi per commettere crimini d’ogni tipo chiamati “autodifesa”.
E’ vero che frazioni di palestinesi, nella loro storia, si sono macchiate e si macchiano di eccessi sanguinosi, pero’ non e’ superflua la domanda: chi ha cominciato? La Seconda Intifada inizio’ con ragazzini che tiravano sassi. Solo dopo che quasi cento palestinesi erano morti, inclusi molti bambini, cadde il primo israeliano.
Analogamente, il “terrorismo palestinese” su larga scala nacque verso il 1968, venti anni dopo il terrorismo israeliano sui palestinesi e lo svuotamento della Palestina dalla sua popolazione originaria.
Attualmente, oltre a strangolare Gaza e Cisgiordania, il governo di Israele ha cominciato a infierire anche sui palestinesi che hanno la sua cittadinanza.
Creato il nemico, spintolo all’integralismo islamico, riaffiorano i propositi di cancellarlo per sempre, proprio come etnia. Persino alcuni ministri israeliani ne parlano senza riserve.
E questo lo Stato cui il Salone del Libro di Torino intende rendere onore, celebrandone la nascita: una specie di apologia del colonialismo moderno.
E ora veniamo al tema degli scrittori. La protesta contro il Salone del Libro di Torino equivale a una condanna al rogo di autori e opere?
Gia’ una selezione di scrittori imposta dal governo Olmert, dalle sue ambasciate e dai suoi uffici di propaganda, dietro sottoscrizione (almeno a Parigi) di un impegno a non criticare le proprie autorita’ nazionali, risulta sospetta.
Si obiettera’ che gli scrittori israeliani popolari in Europa sono notoriamente “dissidenti”. Grande abbaglio. I nomi piu’ illustri circondati da tale fama, Grossman, Oz, Yehoshua, si sono pronunciati a favore dei bombardamenti sul Libano (Grossman con tardivi ripensamenti) e, nel caso di Yehoshua, a favore del “muro della vergogna”. Quest’ultimo ha anzi dichiarato a un quotidiano italiano che non vorrebbe mai avere un arabo per vicino di casa. La loro indipendenza dal potere e’ una leggenda che circola solo dalle nostre parti. Non e’ un caso se altri importanti scrittori israeliani, come Benny Ziffer, responsabile del supplemento culturale del quotidiano Haaretz, non solo hanno denunciato l’atteggiamento di Grossman e compari, ma, per primi, hanno incitato a boicottare i Saloni di Parigi e Torino. Lo scrittore Jamil Hilal, di cui Ernesto Ferrero aveva preannunciato la presenza a Torino, ha replicato molto seccamente: “Non parteciperei in alcun modo a un evento che legittima l’occupazione coloniale di Israele e lo strangolamento dei palestinesi della Striscia di Gaza, e in un’occasione che segna la sottrazione della terra e la pulizia etnica del popolo palestinese.”
La cultura ebraica in tutto cio’ non c’entra nulla. L’ebraismo non e’ una razza, bensi’ una religione con la serie di tradizioni che l’accompagnano. Se vogliamo “un popolo”, pero’ alla luce di quelle tradizioni, non di connotazioni etniche. Gli ebrei, nel mondo, hanno posizioni molto diverse. Tanti israeliani spesso non hanno religione alcuna, e sono classificati come tali per via delle credenze dei genitori. Tel Aviv e’ una delle citta’ piu’ laiche al mondo.
Qui non si parla di ebraismo, bensi’ di geopolitica. Certo, contro chi critichi la politica del governo israeliano scatta regolarmente l’accusa di antisemitismo. Accusa che ha smontato con molta efficacia l’ebreo americano Norman G. Finkelstein in uno studio molto accurato: Beyond Chutzpah. On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History, University of California Press, 2005.
Al di la’ delle singole personalita’ partecipanti, la protesta che investe il Salone del Libro di Torino non e’ contro autori e opere, ne’ tantomeno contro “gli ebrei”, ma contro un’operazione propagandistica concordata tra governi.
Aggiungo alcuni elementi.
Di recente, lo storico e scrittore israeliano Ilan Pappe’ (di lui si veda, tra l’altro, A History of Modern Palestine, Cambridge University Press, 2004) e’ stato costretto, per le minacce che riceveva in Israele, a lasciare la cattedra che occupava presso l’universita’ di Haifa e a trasferirsi in Inghilterra.
Propugnava la convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi.
Potremmo dirlo fortunato. Se non altro si e’ salvato la vita. I vari governi israeliani hanno assassinato moltissimi scrittori, poeti, intellettuali palestinesi, da Ghassan Kanafani, a Wael Zwaiter, traduttore in italiano de Le mille e una notte (Alberto Moravia, che gli era amico, dedico’ alla sua scomparsa uno dei suoi articoli migliori), a Naïm Khader, che era solo un uomo di pace. Piu’ decine di altri, uniti dal torto di dare alla causa palestinese un’intelligenza.
Domanda: e’ giusto glorificare in un Salone del Libro uno Stato (non una “cultura”, ma una successione di governi ispirati alle stesse linee) che esilia scrittori propri ed elimina, tramite sicari, scrittori appartenenti a una diversa etnia che si intende cancellare?
Io lo trovo disgustoso.
PS. Tutti gli autori citati nel mio pezzo, nessuno escluso, sono israeliani oppure ebrei, a volte di nascita e a volte di religione.
www.informationguerrilla.org/rd.php/www.carmillaonline.com/archives/2008/05/002629.html#002629
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Mandato da Doriana Goracci
Stamattina mi sono svegliato pieno di speranza
Sayed Kashua giornalista e scrittore arabo israeliano
QUOTIDIEN 7 maggio 2008
Benche’ io sia arabo, amo i libri. E da quando lavoro alla televisione, la mia passione non ha fatto che crescere. Dopo aver compreso che i nomi e le copertine artistiche non valgono necessariamente il loro prezzo, ho concluso che era meglio non rischiare e tornare ai classici. Solo che e’ piu’ facile trovare questi libri presso i venditori di vecchi libri. E’ cosi’ che sono atterrato in alcune di queste botteghe incantate dove ho ritrovato il meglio della letteratura russa, inglese, francese ed anche ebraica. Perche’ complicarmi la vita? Ho trovato su Internet la lista dei premi Nobel della letteratura ed ho deciso di seguirla.
«Ehi! Ha esclamato vedendomi la commessa. Perche’ non hai detto che eri tu? Io adoro le tue trasmissioni». Ho sorriso timidamente e ho ripiegato sulla letteratura contemporanea: «Avete forse l’ultimo Eshkol Nevo?». Me l’ha teso con gioia. «Un libro meraviglioso», ha detto. Che fare, non riesco a entrare in una libreria dove mi conoscono e comprare Delitto e castigo. Io, il celebre scrittore, che non ha ancora letto questo capolavoro. Sono ritornato in quella bottega per comprare l’Amore al tempo del colera, con un biglietto dei auguri e un pacchetto dono per ingannare la diffidenza della commessa. Un’altra volta, cedendo alle mie insistenze, mia moglie mi ha comprato due Balzac, un Hermann Hesse e le opere di Shmuel Yossef Agnon.
Mi sono servito anche della bambina, in cambio di tre tavolette di cioccolato che lei non potrebbe mangiare. Ho condotto come un ostaggio la poveretta nella libreria e ho potuto colmare delle lacune, come Jim e il macchinista, Emile e i detective, altrimenti non avrei potuto sentirmi perfetto.
L’impresa piu’ ardua fu l’acquisto della Divina Commedia. La settimana scorsa, non sono riuscito a comprarla: gli sguardi inquisitori delle commesse non mi hanno lasciato scampo. Ho preso due libri a caso e mi sono diretto verso la cassa. «C’e’ una promozione per i 60 anni del paese, ha detto la cassiera. Il terzo e’ gratis». Allora ne ho aggiunto un altro. Arrivato a casa, ho visto che avevo comprato Blooms of Darkness di Appelfeld, Essere senza destino di Kertesz e Shosha di Bashevis Singer.
Ho passato il mio week-end nelle vie di Budapest e Varsavia, sono sfuggito a Hitler e Stalin, sono andato a Buchenwald e Auschwitz, campi di lavoro, treni e odore di morte mi hanno avvolto senza riposo. Un acquisto fortuito mi ha procurato un’esperienza di
lettura che non avevo provato da tempo. Quella dell’Europa degli anni ‘30 e ‘40 del XX° secolo, vista da grandi scrittori. Libri che mi hanno fatto riflettere sulla nostra realta’ di oggi, che mi hanno fatto comprendere l’importanza del sionismo di quell’epoca. Ogni Arabo dovrebbe leggere questi libri. Come me, comprenderebbe che non c’e’ Bene
e Male, ne’ cospirazione diabolica. Bisogna leggere Kertesz, Primo Levi, Appelfeld e Bashevis Singer, perche’ la loro lettura e’ cento volte piu’ efficace di tutte le visite a Yad Vashem, o dello studio dei manuali di storia nelle scuole. Era un popolo che cercava un rifugio. Noi siamo stati molto semplicisti e ottusi a non aver saputo accoglierli. Di quanto tempo avremo bisogno per riconoscere il diritto degli ebrei a ritornare nella loro patria? Di quanto tempo avranno bisogno loro per riconoscere il nostro diritto ad esistere qui?
Non so perche’, ma malgrado questi tre libri difficili sulla Shoah che ho divorato in un week-end, il lunedi’ mattina mi sono svegliato pieno di speranza. Sapevo tutto da tempo, ma piu’ che una comprensione intellettuale, questi libri mi hanno fatto capire dall’interno che il nostro futuro e’ comune.
Erano quasi le 8 del mattino, degli operai aspettavano all’uscita del villaggio, A quell’ora ci sono solo gli operai piu’ anziani. I giovani, quelli che hanno l’aria un po’ piu’ robusta, sono reclutati alle prime ore del giorno.
«Papa’, guarda», ha detto mio figlio e ha battuto le mani pieno d’ammirazione davanti ad un operaio di Gerusalemme Est, seduto in un cesto di plastica, sollevato da una gru fino in cima ad un lampione a cui egli ha appeso la bandiera nazionale.
Un ragazzino si e’ avvicinato all’auto, teneva in mano delle bandiere da fissare al vetro dell’auto. Ho fatto no con la testa, il ragazzino si e’ rivolto verso l’auto seguente.
«Perche’ no?» ha chiesto il mio figlio piu’ piccolo dal sedile posteriore. Sua sorella l’ha fatto tacere: «Non e’ la nostra bandiera». «Se papa’ la comprava, sarebbe diventata la nostra bandiera», ha detto mio figlio, innervosito.
«Sai, ho detto a mia figlia girando verso la sua scuola intercomunitaria. Sono molto contento della tua scuola». «Allora, tu non sei piu’ arrabbiato perche’ non ci danno abbastanza compiti?» ha detto, sorpresa. «No, ho risposto, sereno, infilando una cassetta della cantante Fairuz per cominciare la mattinata con un sovrappiu’ di animo. E’ una scuola eccellente».
«Papa’, ha detto mia figlia, il signore ti fa segno». Mi ha mostrato una piccola Peugeot bianca ferma al semaforo rosso, con due bandiere sui vetri. Erano tre giovani che si erano persi, ho abbassato il vetro e ho indicato a quello che era seduto a fianco dell’autista la strada verso il monte Scopus. «Grazie», ha detto. Poi: «Cosa sta ascoltando?» ha chiesto, interessato dalla musica. «Fairuz», gli ho risposto. Non ho avuto il tempo di chiedergli se gli piaceva che il suo sputo mi avesse raggiunto.
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Doriana Goracci manda:
Donne di pace in Israele
Non disposte a stare la’ a guardare senza far niente
Tzafi Saar
“Peccato che Hitler non abbia finito il lavoro” gridava un passante alle donne che prendevano parte alla protesta delle WIB ad Haifa. Tra loro anche una donna di 80 anni, una sopravvissuta dell’Olocausto con un numero tatuato sul braccio. “Tu non mi fai paura” rispose. “ ‘Gli specialisti’ mi facevano paura”
Lungo gli anni, commenti come “Tua madre era una kapo’” oppure “Ritornatene in Polonia” sono stati scagliati contro molte delle donne di questo movimento che si oppone all’occupazione israeliana di Gaza e Cisgiordania, un’esperienza condivisa con altri movimenti pacifisti di donne – dice la sociologa Dr. Tova Benski, capo del Dipartimento delle Scienze Comportamentali al College of Management. Questo fenomeno e’ stato una delle ragioni per le quali la Benski ha deciso di condurre uno studio sul ruolo delle figlie di sopravvissuti dell’Olocausto e delle stesse sopravvissute dell’Olocausto di sesso femminile nei movimenti per la pace israeliani.
Quando Benski ha iniziato a intervistare varie attiviste per la pace riguardo alle loro motivazioni ed emozioni, la prima risposta che veniva fuori,-dice- era “Dobbiamo agire e partecipare perche’ un altro popolo e’ oppresso qui e io sto qui a guardare come facevano i Nazisti” Un’altra spiegava “Almeno nessuno potra’ chiedermi:E tu cosa hai fatto?“ Le
attiviste contro l’occupazione non credono che la situazione dei Palestinesi nei territori per quanto brutta possa essere sia comparabile all’Olocausto per gli Ebrei ma il loro trauma familiare ancora le spinge ad agire contro il fatto che si calpestino i diritti umani , qualunque siano le circostanze.
Lo studio di Benski che contiene numerose interviste e’ stato preceduto da 20 anni di ricerca fra le attiviste della pace che ha avuto inizio, dice Benski, “nel 1985 con la costituzione di ‘Genitori contro il silenzio ‘,piu’ comunemente detto ‘Madri contro il Silenzio’, e poi di ‘Peace Now’, ‘Yesh Gvul’ e della ‘Coalizione di Donne per la Pace’. Per tutto il tempo si sono evidenziate connessioni con la questione dell’Olocausto..
Dato che anch’io sono figlia di due sopravvissuti dell’Olocausto mi sembrava del tutto naturale. Non ci trovavo niente di unico. Forse non volevo affrontare la cosa.”
Dopo lo scoppio della intifada di Al-Aqsa, Benski ha cominciato una ricerca sulle reazioni del pubblico alle proteste delle donne in Nero. Secondo la sua analisi queste vertevano attorno al genere, la nazionalita’ e la sessualita’ (uno degli insulti piu’ comuni diretti alle
donne era “Puttane di Arafat”) I commenti che esprimono il proprio rincrescimento a Hitler per non aver potuto “finire il lavoro” sono quello che “mi ci ha fatto arrivare” dice Benski “E’ ovvio che la gran parte di noi era Ashkenazi. Tutto questo mi spingeva a riesaminare tutto
il materiale che avevo raccolto negli anni.”
E allora si chiese come potesse non aver notato prima che molte attiviste per la pace erano figlie di sopravvissuti dell’Olocausto. Molte di loro nelle interviste con Benski ma anche in interviste che lei aveva trovato nella stampa e in libri come Ahayot le-Shalom) (“Sorelle nella pace: voci femministe della sinistra”) edito da Hedva Isachar attestano che
questo aspetto biografico costituisce un fattore significativo rispetto al fatto di diventare attiviste per i diritti Palestinesi e contro l’occupazione dei territori.
Ma perche’ in particolare le donne? E gli uomini che erano nati ed erano stati allevati da sopravvissuti dell’Olocausto? E’ qui che entra in campo una delle differenze di genere nella seconda generazione, dice Benski. Mentre le donne figlie di sopravvissuti rispondono in modo depresso, covano sensi di colpa e si identificano fortemente con le loro madri, per esempio, gli uomini generalmente reagiscono in modo piu’ aggressivo,
sulla scia di “Abbiamo bisogno di un forte esercito” dice. Quello che fanno queste donne, aggiunge e’ essenzialmente rovesciare il solito discorso sull’Olocausto.” Queste donne sono cresciute in Israele in un momento in cui si stava formando la percezione dell’Olocausto come ‘vergogna nazionale’ “ dice:”Mi ricordo di essermi vergognata dei miei genitori perche’ ‘erano andati al massacro come pecore’. Il discorso dominante era che Israele doveva essere forte e il suo esercito doveva essere forte in modo tale che l’Olocausto non potesse piu’ avere luogo. L’affermazione di Begin secondo cui ‘l’alternativa e’ Treblinka’ e’ solo una di tutta una serie di affermazioni del genere da parte dei leader israeliani. Il tema dell’Olocausto serrve a giustificare una visione incentrata sulla sicurezza.
“Ma al contrario di quelli che dicono loro ‘Cosa volete- che ci sia un nuovo Olocausto? Che loro ci gettino in mare?’ queste donne trasformano la loro traumatica esperienza personale/familiare in un messaggio universale finalizzato a preservare i diritti umani, anche i diritti umani degli altri” continua Benski “Sono divise in due categorie: quelle i cui genitori sono stati salvati da non ebrei, tedeschi o altri, operano in base al senso di… Proprio come gli altri hanno aiutato i loro genitori a sopravvivere , loro devono aiutare i palestinesi che stanno soffrendo. E ci sono quelli che rifiutano di essere occupanti e
rifiutano che siano fatte in loro nome cose che considerano inaccettabili. “ Cosi’ la memoria dell’Olocausto non diviene meramente il fondamento dell’inclinazione Israeliana alla sicurezza ma costituisce uno dei fattori motivanti alla base del movimento per la pace.”
Come sappiamo la stessa Benski e’ la figlia di sopravvissuti dell’Olocausto: sua madre proveniente dalla Transilvania, sopravvisse ad Auschwitz mentre tutto il resto della famiglia peri’ in quel luogo. Suo padre fu internato in un campo di lavoro forzato, fuggi’ e si diede alla macchia. La sua famiglia immigro’ in Israele nel 1951 (immigrazione detta aliyah mentre l’emigrazione da Israele e’ detta Yerida) e si stabili’ a Yokneam. Benski parla di una casa che conteneva un grande segreto cui a nessuno era permesso di parlare e dove erano accumulate “tonnellate di riserve di cibo”. “Mio padre mori’ prima di averne mai parlato” dice “Mia madre comincio’ a parlarne dopo la sua morte.” In merito alla connessione fra la storia della sua famiglia e la sua ricerca, dice “Devo portare a termine le mie personali considerazioni in merito.” Nel corso del lavoro, dice “Ogni volta che mi accorgo che sto perdendo la mia qualita’ di ricercatrice, faccio un piccolo passo indietro.”
E’ intenzionata a continuare con uno studio piu’ approfondito sul tema e a scrivere un libro sulle dinamiche dello schieramento pacifista “femminista” o “femminile” in Israele. “non ho ancora deciso che termine usare” spiega” perche’ non tutte le donne sono femministe e non tutte lo erano sin dall’inizio” lei ,dice, e’ stata una femminista sin da bambina. “ In un tema scrissi che volevo essere la prima donna sulla luna”.
A casa di Daphna Banai parlavano dell’Olocausto, molto. La famiglia della madre di Banai scappo’ per un pelo da Berlino nel 1939. Molti parenti perirono durante la guerra. Banai, una delle attiviste di Machsome Watch (Donne contro l’occupazione e per i diritti umani) Re’ut-Sadaka (l’Organizzazione arabo-palestinese per la pace e la democrazia) e altre
organizzazioni, dice “Ero completamente assorbita dal processo ad Eichmann. Avevo solo 11 anni e per due anni non ho ne’ studiato ne’ giocato. Stavo attaccata alla radio transistor. Ero rapita dalle testimonianze.”
Come Banai, Edna Toledano-Zaretski, una delle veterane fra le attiviste della pace e attualmente membro della municipalita’ di Haifa per il partito Hadash, dice che il processo ad Eichmann e ancor prima quello a Kastner, ebbero un profondo effetto su di lei. “Mi sono chiesta come la gente potesse dire che non sapeva. La gente scompariva e gli altri non
lo sapevano, non vedevano, non facevano niente riguardo a questo.
L’atteggiamento in Israele era quello di dare la colpa alle vittime e io pensavo invece che si dovesse esaminare l’aggressore. Non ho mai pensato che noi fossimo immuni. L’indifferenza e’ il nemico in agguato. Devi assumere responsabilita’ per sapere quello che sta accadendo” Dice Toledano-Zaretski.
Banai sottolinea che “e’ impossibile comparare l’esito dell’Olocausto con quello che sta accadendo nei territori. Quello che sta accadendo la’ e’ terribile, ma non ha niente in comune con l’Olocausto. Denigriamo comunque la memoria dell’Olocausto se non mettiamo a confronto i processi che vi hanno condotto. Sento che devo agire in modo tale da evitare che tali cose accadano di nuovo. Semplicemente ricordare e’ peccare contro la memoria dell’Olocausto. Da questo dobbiamo imparare, prima di tutto su noi stessi. La scorsa settimana, per esempio, un soldato minacciava di sparare a una donna di Machsome Watch. Poi lei gli ha chiesto “Ma dimmi, l’avresti fatto davvero?” e lui ha risposto “Se avessi ricevuto l’ordine, certamente. Sono deciso ad obbedire a
qualunque ordine io riceva.”
“Un’altra attivista di Machsome Watch racconto’ di come sua zia che era finita ad Auschwitz da adolescente e lavorava in un laboratorio di cucito, diceva che c’era un soldato tedesco che di quando in quando sussurrava agli ebrei ‘Presto finira’ tutto. I russi si stanno avvicinando’. E’ impossibile descrivere quanto questo li abbia incoraggiati. Gli Ebrei non conoscevano il nome del soldato e tra di loro lo chiamavano Moishele. ‘Voi donne” diceva la zia alla nipote di Machsome Watch ”voi siete Moishele.”
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Europa 7, prima dell’estate la pronuncia del Consiglio di Stato
Si e’ svolta oggi l’udienza conclusiva presso il Consiglio di Stato sul caso di Europa 7, l’emittente che pur essendo dotata di una concessione analogica dal 1999 non pote’ mai trasmettere per mancanza di frequenze. Per la pronuncia dei giudici di Palazzo Spada bisognera’ attendere ancora, anche se con tutta probabilita’ la sentenza arrivera’ prima dell’estate.
La posizione delle parti, secondo quanto si e’ appreso, e’ rimasta immutata: da una parte gli avvocati di Europa 7 hanno ribadito oggi sia la richiesta di assegnazione delle frequenze sia quella di risarcimento del danno. In pratica il rimborso da parte dello Stato si dovrebbe aggirare sugli 800 mila euro piu’ gli interessi, se a Europa 7 fossero attribuite le frequenze tv, e ammontare a oltre 3 miliardi di euro, se la magistratura amministrativa riconoscera’ solo l’indennizzo del danno subito.
Immutata anche la posizione dell’Avvocatura dello Stato, rappresentata oggi dall’avvocato Maurizio Di Carlo, secondo cui Europa 7 non puo’ ”vantare alcuna richiesta”, poiche’ in sostanza non sarebbe imputabile all’amministrazione il tipo di evoluzione normativa che ha impedito di fatto all’emittente che fa capo a Francesco Di Stefano di trasmettere.
Tocchera’ quindi ai giudici di Palazzo Spada il compito di dire l’ultima parola sul destino dell’emittente, dopo il pronunciamento in suo favore da parte della Corte di Giustizia Ue il 31 gennaio scorso.
Erano stati gli stessi giudici del Consiglio di Stato a rivolgersi nel luglio del 2005 alla Corte di Giustizia Europea sul caso Europa 7. Lo scorso 30 novembre, nella prima udienza della Corte Ue, l’Avvocatura dello Stato difese l’operato del ministero delle Comunicazioni come fece gia’ durante il precedente governo difendendo i contenuti della legge
Gasparri.
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La fame all’orizzonte
Paolo De Gregorio
Nella questione della necessita’ di controllare le nascite bisogna stabilire un principio che e’ questo: chi vuole limitarle, drasticamente, con gli strumenti della scienza, che sono pillole anticoncezionali, preservativi, da’ un contributo alla vita sulla terra infinitamente superiore ai difensori d’ufficio della vita, che sono i preti e la destra industriale, che vogliono che le cose continuino cosi’.
Tutte le previsioni dei massimi esperti di alimentazione, la FAO in testa, parecchi anni fa avevano previsto che gli affamati nel mondo si sarebbero dimezzati: 6 anni fa invece erano arrivati a 800 milioni, oggi si parla di due miliardi.
La scienza, quella vera, la sola che e’ in grado di valutare la sostenibilita’ di 6 miliardi di persone sul pianeta, ha gia’ detto che questo impatto e’ distruttivo, e osserviamo gia’ alcuni effetti del riscaldamento globale, a cominciare dalla maggiore potenza degli uragani che sono generati dal maggior calore dei mari, dal precoce scongelamento di ghiacciai artici e antartici, la desertificazione e la diminuzione dei rendimenti agricoli, e l’abbassamento delle falde acquifere.
A fronte di questi disastri, presenti e futuri, gli industriali, quelli che comandano veramente insieme alle multinazionali, ci dicono che l’economia deve crescere, si prevede di raddoppiare in pochi anni i consumi di petrolio, e qui da noi il grande umanista Giuliano Ferrara si duole che negli ultimi 30 anni la terra abbia perduto un miliardo di persone per effettuati aborti.
Siamo in balia di autentici pazzi, destra economica e religioni in aperto comparaggio, che impediscono qualsiasi decisione politica di decrescita umana e produttiva.
Scriveva Sartori in un editoriale del Corriere della Sera del 9 giugno 2002, “la soluzione non e’ di aumentare il cibo, ma di diminuire le nascite, e cioe’ le bocche da sfamare. La FAO, la Chiesa, si ostinano a credere che 6-8 miliardi di persone consentano uno sviluppo ancora sostenibile. No. Piu’ mangianti si traducono oggi in piu’ affamati. I 30.000 bambini che muoiono di fame ogni giorno li ha sulla coscienza chi li fa nascere”.
Non e’ piu’ consentito giocare con le parole e con gli equivoci. Dobbiamo mettere un punto fermo, dimostrato dai fatti che, non mettere mano ad una drastica diminuzione demografica significa condannare tutto il genere umano alla scomparsa in tempi brevi.
E l’unico paese al mondo che e’ riuscito a contenere (parzialmente) l’aumento della popolazione e’ stata la Cina, e cio’ e’ stato possibile perche’ in Cina la religione non conta niente e invece conta molto lo Stato.
L’Islam e i cristiani, che controllano il cervello di 3 miliardi di persone, sono la palla al piede del mondo, sono i piu’ prolifici e oggi non e’ possibile nemmeno parlare del problema.
Tra l’altro sono due religioni aggressive che vogliono espandersi, sono chiese universali, e la crescita dei loro seguaci e’ una precisa strategia espansionistica, come quella islamica in Europa e quella delle “missioni” in Africa.
Dobbiamo amaramente dedurre che i dogmi religiosi pesano enormemente sul futuro del nostro ecosistema, vanno contro ogni ragionevolezza e aprono la strada a carestie e sofferenze.
Perfino la grande America ha costruito una cortina di ferro con il confinante Messico, perche’ l’emigrazione massiccia e’ insostenibile, e proprio la matrice religiosa di entrambi i popoli ha impedito di usare i miliardi di dollari (spesi per fare il muro di acciaio e la sorveglianza) per finanziare profumatamente le coppie messicane che si fossero impegnate a fare un solo figlio.
Acciaio, filo spinato, e dogmi, al posto di una ragionevole e possibile decrescita.
Ricordiamoci sempre di quanto siano pesanti i condizionamenti religiosi e quanti problemi ci creano, quante inutili guerre abbiano generato, e quanto impegno abbiano usato contro la scienza, la conoscenza e la razionalita’.
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Dal blog di Di Pietro
da “Se li conosci li eviti”, libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Peter Gomez e Marco Travaglio, dell’attuale Presidente del Senato.
Schifani Renato Giuseppe (FI)
Anagrafe: Nato a Palermo l’11 maggio 1950.
Curriculum: Laurea in Giurisprudenza; avvocato; dal 2001 capogruppo di FI al senato; 3 legislature (1996, 2001, 2006).
Segni particolari: Porta il suo nome, e quello del senatore dell’Ulivo Antonio Maccanico, la legge approvata nel giugno del 2003 per bloccare i processi in corso contro Silvio Berlusconi: il lodo Maccanico-Schifani con la scusa di rendere immuni le “cinque alte cariche dello Stato” (anche se le altre quattro non avevano processi in corso). La norma e’ stata pero’ dichiarata incostituzionale dalla consulta il 13 gennaio 2004. L’ex ministro della Giustizia, il palermitano Filippo Mancuso, ha definito Schifani “il principe del Foro del recupero crediti”, anche se Schifani risulta piu’ che altro essere stato in passato un avvocato esperto di questioni urbanistiche. Negli anni Ottanta e’ stato socio con Enrico La Loggia della societa’ di Villabate, Nino Mandala’, poi condannato in primo grado a 8 anni per mafia e 4 per intestazione fittizia di beni, e dell’imprenditore Benny D’Agostino, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo il pentito Francesco Campanella, negli anni Novanta:
il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonio Mandala’ con La Loggia. L’operazione avrebbe previsto l’assegnazione dell’incarico ad un loro progettista di fiducia, l’ingegner Guzzardo, e l’incarico di esperto del sindaco in materia urbanistica. In cambio, La Loggia, Schifani e Guzzardo avrebbero diviso gli importi relativi alle parcelle di progettazione Prg e consulenza. Il piano regolatore di Villabate si formo’ sulle indicazioni che vennero costruite dagli stessi Antonino e Nicola Mandala’ [il figlio di Antonino che per un paio d'anni ha curato gli spostamenti e la latitanza di Bernardo Provenzano, nda], in funzione alle indicazioni dei componenti della famiglia mafiosa e alle tangenti concordate.
Schifani, che effettivamente e’ stato consulente urbanistico del comune di Villabate, e La Loggia hanno annunciato una querela contro Campanella.
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