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Donne e Scrittura: specifico femminile nella shoah

_CONTRIBUTEDBY ninive il Monday, 10 March @ 16:37:27 CET

di donne nella scrittura e altrove...invitata a parlare di un campo di concentramento di donne a Casacalenda nel Molise mi è stato chiesto  anche di parlare dei lager e se c'è uno specifico femminile in questi....

nascere per caso

nascere donna

nascere povera

nascere ebrea

è troppo

in una sola vita.

(edith bruch” Lettera da Francoforte”)



nascere per caso

nascere donna

nascere povera

nascere ebrea

è troppo

in una sola vita.

(edith bruch” Lettera da Francoforte”)

 

 

E’ possibile uno specifico femminile nella shoah?

 

 

 

Perché farlo, perché unire le due prospettive, potremmo domandarci? Quali

possibili rischi comporta tale impostazione, quali eccezioni è possibile sollevare?

Quali profitti, infine, ne possono derivare?Il mio desiderio, strutturato attorno a testi

di scrittrici ebree contemporanee di lingua italiana, è nato in parte dal bisogno

di trovare una risposta a queste domande.Nella prospettiva di cui sopra, le testimonianze

(di carattere fittizio) che donne ebree hanno rilasciato della loro vita di perseguitate

e deportate hanno goduto di un’attenzione notevolmente minore rispetto a quella

accordata ai testi tramandati dai loro compagni maschi.

Critici e studiosi, come afferma la studiosa I. Freme, hanno avuto fino a poco fa

una visione unificata dei testi in oggetto che faceva di quella maschile un’esperienza universale.

Similmente, solo di recente si è cominciato a pensare che l’Olocausto

rappresenti una sfida ancora più grande per la riflessione sulla storia della

letteratura, che ci inviti a ripensare alcune delle premesse fondanti la storia letteraria del Novecento.

Infine, vorrei affrontare le eventuali debolezze e insieme anticipare le.

accuse degli oppositori dell’approccio di genere, limitandomi alle perplessità

maggiori.

Gli studi legati alla letteratura femminile sull’Olocausto, sviluppatisi

soltanto all’inizio degli anni novanta del novecento,

sono subito stati tacciati di banalizzazione e volgarizzazione di un’esperienza unica come la Shoah, di

proiezione sul passato delle preoccupazioni di oggi, consentendo ad un’interpretazione femminista di appropriarsi dell’Olocausto.

Ricorrendo alla categoria di genere come ad una categoria che coniuga in qualche.modo le narrazioni sulla Shoah,

non mi pongo l’obiettivo di compiere una righetizzazionedi rimando di chi ha già sofferto le conseguenze dell’emarginazione,

bensì quello di aggiungere qualcosa alla nostra conoscenza e comprensione.

Possiamo occuparci quindi degli scritti di donne ebree come della produzione.di una minoranza

i cui diritti vanno tutelati, chiedendo agli oppositori dell’approccio di genere

alla letteratura dell’Olocausto, d’essere consapevoli del rischio che la loro

avversione possa essere percepita come volta a monopolizzare, a totalizzare

Quest’area di studi. E’ da considerare, invece, il pensiero espresso da

Theodor Adorno ne La Dialettica negativa, che la letteratura dopo la Shoah

necessariamente pensi contro se stessa, ammetta e pratichi la molteplicità e la

contraddittorietà, sperimenti diversi e irriducibili modi e forme del raccontare, cambi

di prospettiva, di ricerche di lingua. Non esiste, credo si possa essere d’accordo, un

modo unico, assoluto, di rappresentare, di raccontare, di scrivere la storia soprattutto

perchè questo tipo di racconto, nel più dei casi, si basa sull’esperienza. Un racconto

legato alla Shoah è destinato a rimanere ellittico, nebuloso, transgenerico, ibrido,.

anche perché la Shoah non ha un’unica verità da comunicare. Vi sono molte e diverse

esperienze, difficilmente esprimibili, e non è ”mai legittimo limitare a una sola le

possibili interpretazioni di un evento o di un racconto”

Alla persecuzione dell’ebreo si è aggiunta la persecuzione della donna ebrea,

dell’ebrea in quanto donna ovvero, in quanto potenziale madre, genitrice di altri ebrei eccetera.

La biologia, infatti, risulta di principale importanza nell’ideologia nazista del genocidio,

in quanto la società nell’universo nazista era strutturata proprio attorno ai poli

biologici, e da questo fatto scaturisce tutta una serie di differenze e complessità. La

razza e il sesso costituivano gli elementi predominanti nella demarcazione sociale del

totalitarismo nazista che, come dice Anna Bravo, era “esasperatamente virilista”,

per cui nelle donne ebree si vedeva, oltre al pericolo della purezza razziale,

l’elemento dell’inferiorità e della contaminazione dovuto al loro genere. Come la

maternità delle donne ariane era idoleggiata e favorita mediante una legislazione tesa

ad incentivare l’incremento del tasso delle nascite, l’ipotesi della maternità delle

donne appartenenti a ’razze inferiori’ veniva percepita come pericolo per la purezza

della razza ariana, e la razza inferiore era quindi destinata allo sterminio. Se è giusto

pensare che le donne ebree erano perseguitate per un motivo in più (contro la loro

identità biologica e contro i ruoli sociali determinati dal loro sesso, quello di madri

principalmente), non dovrebbe stupire che le donne abbiano dato vita a storie

dell’Olocausto diverse, legate e condizionate dal loro genere, che raccontino un tipo

di violenza maggiore (o solo diversa?) che includa anche la persecuzione sessuale, il

razzismo sessista manifestantesi in stupro, aborto, infanticidio, prostituzione

ecc.

Lo stupro, che è al centro della vicenda di In contumacia, da evento personale

assurge a metafora di violenza e prevaricazione eterne. Lo stupro, il trauma

dell’umiliazione subita, si replica quando alla liberazione un soldato americano

ferma la protagonista e le strappa un bacio con la bocca impastata di vino. “Ho

terrore perché capisco di essere segnata: i violenti mi vedono e mi riconoscono”

(Limentani 1967, 77). E “Non c’è scampo nella liberazione” (139).

In una delle biografie romanzate di Edith Bruck, Chi ti ama così, vediamo scene

di umiliazione e di molestie sessuali, tra cui quella dei tedeschi che

[…] si divertivano a punzecchiarci il sedere con le canne dei fucili, oppure sputavano sui

nostri capezzoli e chi riusciva a colpire il bersaglio da tre o quattro metri diventava un

campione. (1994, 30)

Nello stesso racconto troviamo molti riferimenti alla perdita di

doti estetiche causata dal deterioramento fisico, da bassissimi standard d’igiene e al

deterioramento corporeo riducibile all’insegna della defemminizzazione: seni

inariditi, perdita delle mestruazioni (amenorrea), paura della sterilizzazione, i

‘crimini’ legati alla gravidanza, al parto, agli aborti forzati.

Lo sfruttamento sessuale continua non solo per opera dei tedeschi, ma anche da parte

degli americani che offrono alle donne cioccolata e pane bianco in cambio di una

‘passeggiata. Promenade, chocolate – erano le parole più popolari a Bergen Belsen, e

molte accettavano e rimanevano incinte in una promenade.

Nelle biografie romanzate di Bruck la giustizia non c’è, e questa sola

constatazione dovrebbe bastare per abbattere l’irritante religiosità della madre della

protagonista, forse rimasta ferma fino alla fine. Soltanto una volta, la protagonista

della Bruck cerca e spera ostinatamente, ma invano, la giustizia: è Linda di Transit,

vittima di un pestaggio subito senza un motivo apparente, questa volta non perché

ebrea ma perché ungherese

. In Clara Sereni si esalta invece la compassione, l’essere solidali con gli ‘ultimi’, per cui la

narratrice si definisce ‘ultimista’:

[...] unico dato certo è che gli ‘ultimi’ restano fuori dalla Storia più che mai, benché –

probabilmente – più che mai numerosi. Il prezzo più alto lo pagano loro, e in cambio di niente.

Dicendomi ultimista provo a confrontarmi con la loro espulsione, ad assumere come punto di

vista il loro. Stare dalla parte degli ultimi, provare a ragionare con la loro testa la loro pancia e

la loro pelle inizialmente mi è capitato per ventura, per un pezzo di me che era

ineluttabilmente in gioco più che per cultura o scelta: dichiararmi ultimista significa alla fin

fine dirmi che tanto dolore non è inutile, e che a questo mondo finalmente – se non giustizia –

può esserci, almeno, una scelta di campo non ambigua. (1998, 14)

Le donne ebree che si raccontano nei libri di finzione da me esaminati

percepiscono il loro ebraismo, l’essere ebree, sostanzialmente come qualcosa loro

imposto, può essere questione di destino condiviso, si scoprono perseguitate,

sessualmente umiliate senza poter godere della ricompensa o della giustificazione

che un maschio trovava nel suo essere attivista antifascista o – tutt’al più – come nel

caso della Sereni, ciò è frutto della loro decisione spontanea presa a un certo punto

della vita quando si solidarizzava con gli esclusi, gli ‘ultimi’. Dei valori che Amelia

Rosselli indica come supremi nella tradizione e cultura ebraica (giustizia, libertà,

compassione) le donne dimostrano di sviluppare e coltivare solo la compassione. Per

Marina Jarre, ci si riconosce (donne) ebree quando il riconoscimento viene dagli altri,

da fuori, o è in ogni modo fatto dipendere da fatti esterni.

Quando la narratrice si domanda se si sente ebrea,  lo è quando si riconosce orfana (di suo padre)

“di quel numero mostruoso che non appartiene al mondo degli umani

ovvero, quando si identifica con i milioni degli scomparsi.

 

 

 

 

 

 

 


 
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