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Ambiente e Guerra: Ambiente e Guerra I - India

_CONTRIBUTEDBY amidala il Monday, 05 January @ 23:44:44 CET

Comunicati e iniziative di lotta
“Ciò che un paese chiama interesse economico vitale
non è ciò che permette ai suoi cittadini di vivere,
è ciò che gli permette di fare la guerra”.
(Simone Weil, Potere delle parole in ‘Sulla guerra’, ed. Pratiche, Milano, 1998)


E’ stato pubblicato da poco il volume “Ambiente e guerra”, curato da Federico della Valle, edizioni Odradek, Roma. Esso raccoglie gli atti della Giornata di Studi “Ambiente e guerra. Contributi scientifici, riflessioni, testimonianze” organizzata il 22 maggio 2001 dal “Centro Studi e Ricerche per la Pace dell’Università di Trieste” - cusrp@units.it. Il Centro Studi, attivo da tre anni presso l’ateneo triestino, intende contribuire a rafforzare l’informazione sulle cause e le conseguenze dei conflitti bellici. Nella prima parte del libro ci sono articoli di Angelo Baracca (Dip.Fisica Univ. Firenze), che descrive i rischi delle armi di distruzione di massa, Alberto Demagistris (Emergency), sulle mine antiuomo, Roberto Fieschi (Univ. Parma), sulla storia delle armi nucleari, e Giorgio Nebbia (Univ. Di Bari) sulle violenza nelle merci. Nella seconda parte ci sono invece contributi in inglese e italiano sui conflitti in India e in Pakistan, sul genocidio dei kurdi in Iraq, la situazione palestinese e le conseguenze ecologiche dei bombardamenti in Serbia e Kosovo.
Nella riflessione di Serena Lazzarin (ricercatrice Univ. Pisa) “Natura e conflitti in tempo di pace in India” si evidenzia la secondarietà del problema ambiente nelle politiche governative. L’antica tradizione indiana aveva una cultura di equilibrio tra uomo e natura che era fondamentale; oggi questa cultura si è rotta, il paese ha accettato la bomba atomica. Come è possibile? Le masse non sono consapevoli, se non in minima misura, di tutti i rischi connessi, anche perché attratte da politiche di potenza internazionale. Come è possibile che proprio l’India, in particolare quella hindu che amava la Natura, sia giunta ad amare la bomba? La studiosa analizza i termini della questione, e ci spiega i perché. Il termine forse più importante è “Natura”, che è sinonimo di “Foresta” (Aranya che significa etimologicamente “altro villaggio”). La Foresta è perciò il non-umano, ciò che è temibile per l’uomo, ciò che non è controllabile. I Veda (letteralmente “conoscenza”), testi sacri della Rivelazione hindu, raccontano infatti che da essa emergono le energie non umane dei quattro elementi, aria, fuoco, acqua e terra, che gradualmente assumeranno poi fattezze di divinità. La Foresta è dunque vitalità del pensiero primigenio, ma è anche parte del Dharma (Legge).
Oggi la Foresta non riceve più un’attenta tutela e una religiosa protezione come un tempo, viene anzi reificata. L’inizio della colonizzazione britannica, a partire dal 1800, segna l’inizio del declino delle foreste, cioè dell’ambiente indiano. Le tradizioni e i culti che portavano rispetto a questi luoghi, tramandati nelle diverse parti del territorio, vennero così corrosi in modo profondo ed irreversibile. La Foresta fu ridotta a mera risorsa, per il legno di qualità teak che produceva in abbondanza, inoltre il governo britannico edificò un sistema di norme per affermarne i diritti proprietari statali contro quelli dei privati.
Tra i seguaci di Gandhi quelli del movimento Chipko Andolan, nato negli anni ’70 in difesa degli alberi, dell’ambiente, della sopravvivenza delle tradizioni delle comunità montane himalayane del Kumaon e del Garhwal, fu probabilmente il più conosciuto. Esso fu il primo movimento ecologico indiano e non ambientalista, perché affrontò problemi globali che riguardavano l’uomo e la natura, ricercando una soluzione armoniosa tra le due parti. Gli attivisti del Chipko diffusero l’impegno a salvare le foreste di villaggio in villaggio. Il gruppo fu un fenomeno straordinario per durata ed elevata partecipazione, ma fu anche un fenomeno geograficamente limitato, con scarsa notorietà a livello nazionale, anche se fu lodevole per il tentativo di risemantizzare il linguaggio ecologico moderno, utilizzando quello dell’antica tradizione, sempre nell’ottica gandhiana della non-violenza

“Non sarà la spaventosità stessa della bomba atomica ad imporre la non-violenza al mondo? (…) Quello che vorrei che captaste è il messaggio dell’Asia. Non è un messaggio che si apprenda attraverso i paraocchi occidentali o rincorrendo alla bomba atomica. Se vorreste lanciare un messaggio all’Occidente, dovrà trattarsi di un messaggio d’amore e di verità (…) Sta a voi far capire al mondo la sua malvagità e il suo peccato: questa è l’eredità che i vostri ed i miei maestri hanno consegnato all’Asia”.
(M.K. Gandhi, Il mio credo, il mio pensiero, ed. Newton, Roma 1992).

Nell’India moderna molte sono le Organizzazioni Non Governative (ONG) che operano importando modelli occidentali sulla conservazione ambientale, ma purtroppo non conoscono l’antica tradizione della Foresta hindu. Sia sul piano antropologico, filosofico che religioso la scelta del nucleare è una vera e propria negazione dei valori caratterizzanti il rapporto uomo-natura dell’India hindu.
Sulla proliferazione nucleare in India e Pakistan si è espresso in questo libro anche Faheem Hussain (prof. del Centro Internazionale di Fisica Teorica di Miramare). A Delhi sono stati costruiti dei rifugi sotterranei antinucleari per la somma di duecentocinquanta milioni di dollari, ma ciò non contribuisce a rendere i suoi abitanti più sicuri

“New Delhi has moved toward ‘strategic partnership’ with Washington and increasingly accepted America’s agenda in security, economy, trade, environment, etc…
New Delhi’s uncritical endorsement of Bush’s missile defence plan marks a new low in India’s international vision and diplomacy. It means accepting the fraudulent argument about ‘rogue states’ such as Iran, Iraq and North Korea, ‘threatening’ the US”.

Nel marzo 2001 il neo-eletto presidente degli Stati Uniti, George Bush, ha rigettato il Protocollo della Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici tenuta a Kyoto nel 1997 con le seguenti parole: “Non accetterò un piano che danneggi la nostra economia e colpisca i nostri lavoratori”. L’importanza dell’ambiente viene sistematicamente sopraffatta nei paesi industrializzati, e mai come in questi anni si è registrata ai vertici delle istituzioni una profonda e diffusa indifferenza nei confronti della pace. Federico Della Valle (Centro Studi e Ricerche per la Pace e Dipartimento di Fisica dell’Università di Trieste) propone un atteggiamento di “studio partecipato” agli intellettuali e a tutte le persone sensibili che vogliano svolgere un ruolo attivo nella società, per contribuire alla presa di coscienza e creare le condizioni migliori affinché si possa costruire un mondo fondato su giustizia, solidarietà, eguaglianza e libertà”.
Il rischio nucleare si estende oggi a tutte le armi di distruzione di massa come quelle batteriologiche, e gli scienziati hanno la grossa responsabilità di informare la popolazione sui principali problemi connessi a scienza e tecnologia, con discussioni e dibattiti pubblici. Dopo l’attacco NATO in Jugoslavia, dal 24 marzo al 10 giugno del 1999, ci sono state innumerevoli conseguenze economiche e ambientali, oltre che a numerose vittime tra la popolazione civile. Si è registrato un enorme inquinamento di aria, suolo e acqua, si è stilata una lunga lista di agenti tossici, quali cloruro di vinile, mercurio e composti di mercurio, ritrovati in alte concentrazioni nelle aree urbane, e a livelli ben sopra quelli ammessi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO).
L’opposizione degli scienziati alla corsa agli armamenti si è fatta sentire spesso nei momenti più critici. La prima grande presa di posizione si ebbe nel 1955 con il Manifesto Russell-Einstein che influì sull’opinione pubblica. Si temeva lo scoppio della guerra nucleare, e Bertrand Russell maturò l’idea che la comunità scientifica dovesse impegnarsi pubblicamente per evitare la catastrofe. Si rivolse allora ad Alfred Einstein, e con lui collaborò all’impostazione della dichiarazione e alla selezione degli undici eminenti scienziati (dieci erano già premi Nobel) che l’avrebbero sottoscritta. Nel Manifesto si legge: “Abbiamo di fronte a noi, se lo vogliamo, la prospettiva di un mondo felice, colto e saggio. Sceglieremo invece la morte perché non sappiamo dimenticare le nostre esigenze? Ci rivolgiamo da esseri umani ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se riuscirete a farlo è aperta la strada verso un nuovo paradiso; se non ci riuscirete avete davanti a voi il rischio di morte universale”.
Cosa ha fatto di sbagliato l’essere umano? Potremmo pensare alla guerra come ad una malattia, che deve essere diagnosticata per eliminarne la causa. Secondo la filosofia buddista esiste un’alternativa alla sofferenza. Ecco perché è tanto importante comprendere la natura del dolore, poiché più è forte e profonda la percezione della sua natura, e tanto più forte sarà il desiderio di liberarsene. Vista in questa prospettiva la guerra viene intesa, come spinta verso l’evoluzione spirituale dell’essere umano. E’ impossibile avere la pace e la serenità mentale in un mondo esclusivamente egoico, individuale o collettivo, cioè concepito come tante entità separate in competizione. Ricordiamo che sono esistite circa cento culture umane che non hanno mai fatto guerre, né concepito alcuna forma di lotta e di guerra. Anche se cento sono poche, rispetto alle cinquemila culture esistite sulla Terra fino a pochi secoli fa, sono più che sufficienti per dedurre che la violenza e la guerra non sono inesorabilmente proprie della natura umana: sono una conseguenza delle premesse culturali in cui nascono. La scala di valori dominante nella civiltà industriale pone al primo posto l’incremento indefinito dei beni materiali, chiamato “sviluppo economico”, che corrisponderebbe al vantaggio complessivo dell’umanità. Nella migliore delle ipotesi viene messo al secondo posto il “benessere dell’uomo”, anche in contrasto con qualunque considerazione che riguardi gli altri esseri viventi o i complessi naturali di viventi e non-viventi. Tutto questo è partito dalla concezione aprioristica che il fenomeno sviluppo sia possibile a tempo indefinito e che l’uomo sia un essere del tutto particolare e staccato dalla natura.
Tuiavii di Tiavea, un saggio capo delle isole Samoa, compì un viaggio in Europa all’inizio del XX° secolo. Durante il suo soggiorno rimase talmente impressionato dall’assurdo modo di vivere degli europei che al suo ritorno volle raccontare ai conterranei quella singolare esperienza. L’uomo bianco (papalagi), secondo Tuiavii, è schiavo del suo stesso modo di concepire la vita e il rapporto con la natura. Per la sua simpatia e drammaticità il trattato “Papalagi” è stato definito “un trattato etnologico sui bianchi, esilarante ed atroce”

“Papalagi è impazzito e si è messo a fare il Grande Spirito: per dimenticare quel che non ha. Afferra e raccoglie cose, come il folle raccoglie foglie appassite, e ci riempie la sua capanna, perché è tanto povero e la sua terra così triste. E per questo ci invidia e desidera che anche noi diventiamo poveri quanto lui. È segno di grande miseria, che l'uomo abbia bisogno di tante cose: dimostra così di essere povero delle cose del Grande Spirito. Il Papalagi è povero perché brama tanto le cose. Senza le cose non riuscirebbe a vivere (…) Dove sono le capanne del Papalagi, in quei luoghi che chiamano città, la terra è deserta proprio come una mano stesa, e anche per questo il Papalagi è impazzito e si è messo a fare il Grande Spirito: per dimenticare quel che non ha”.
(da una raccolta che Erich Scheurmann, artista tedesco amico di Hermann Hesse, che raccolse e pubblicò in un libro dal titolo “Papalagi” i discorsi di Tuiavii di Tiavea; la raccolta completa è pubblicata dall’editrice “Stampa Alternativa” www.stampalternativa.it)

 
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