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Psicologia: LEZIONE JUNGHIANA: L'ARCHETIPO DEL SE' _CONTRIBUTEDBY vivianavivarelli il Friday, 08 April @ 19:19:48 CEST
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Giunto nella seconda parte della vita, Jung sentì che il suo anelito si rivolgeva al grande ignoto, ai contenuti più lontani che circondano la psiche. Gli archetipi, in quanto forze e forme della vita, sono inconsci. Non possiamo definirli e, anche quando li incarniamo nel nome o nel simbolo, restano al di là del nome e del simbolo. Possiamo dire Padre, Madre, Bambino divino, Eroe, Anima, Cristo, Angelo... ma la loro essenza ci resta in qualche modo ignota. Sono figure psichiche che ci smuovono nel profondo e ci spingono a vivere in un certo modo; l’archetipo della Madre ci renderà compassionevoli, quello del Cristo ci porterà al sacrificio dell’ego, quello dell’Angelo avvierà un discorso con l’infinito spirituale sopra di noi.
Tra tutte queste forze, ce n’è una che attira e modella la nostra vita e rappresenta l’irrealizzata utopia verso cui tutte le nostre energie si volgono, ed è il SE’. Se l’anima è una intelligenza, il Sé è la sua direzione, la meta che attrae il nostro cammino.
Ognuno si percepisce parziale, contraddittorio o mancante e tende a una espressione completa, armonica e totale. Questa possibilità, remota ma sempre presente, guida tutto il nostro sviluppo e il nostro destino. Le religioni orientali ne parlano diffusamente, la religione cristiana accenna, forse in maniera impropria, alla santità. Il Sé sta all’Io come il traguardo sta al cammino. Se pure ogni tappa imperfetta del viaggio ha di per sé valore e significato, tuttavia sentiamo di essere nati in una tensione ideale verso la nostra completezza e pienezza. L’anima è il viaggiatore spirituale che mira a un arrivo, rappresentato dal Sé, che, tra tutti gli archetipi, è il più indefinibile ma anche il più universale.
Ciò che la ragione non può individuare, in quanto sta al di là della ragione, può essere evocato dalla poesia o dall’afflato mistico.
L'io l’Io è la parte del cammino e il Sé è l’intero ritrovato. In India direbbero che l’atman, o anima individuale, procede verso il Brahman, o anima infinita, o possiamo dire più semplicemente che il Sé è l’esplicazione dell’Io, quando: ha espresso tutte le sue potenzialità, ha composto le sue contraddizioni, ha integrato le sue parti, ha realizzato il suo destino.
L’Io è conflittuale, sta tra in una soglia tra conscio e inconscio, tra esigenze del mondo interiore e richiami di quello esteriore. E’ sconvolto dalle proprie ambivalenze e vive i doppi sensi dell’archetipo, per esempio deve conciliare le energie maschili con quelle femminili, il Re con la Regina. Il Sé è la realizzazione pacificata, la composizione dei conflitti, l’integrazione delle dualità, la realizzazione suprema. Quindi il Sé è rappresentato dal cuore.
C’è un’opera di Magritte, ‘L’impero delle luci ’, in cui si vede un piccolo lampione che brilla in un paesaggio nero contro un cielo crepuscolare, con una casa con alcune finestre debolmente illuminate. Non è notte e non è giorno. La casa (la coscienza) è buia ma dietro si intravede una luce immensa. Così possiamo immaginare il Sé: noi siamo la casa ancora nell’ombra, Il Sé è la luce che intravediamo o sogniamo, l’essere assoluto fuori della nostra portata che rischiara l’ombra della psiche. L’Io cosciente è debolmente illuminato; il lampione si riflette in basso, come il Sé si riflette nell’ inconscio.
Il centro è il cuore verde della casa, come dice la 18° Sura del Corano
“il verdeggiante-equilibrato-centrato”, come verde è il quarto chakra induista o verdi sono le dolci figure di Chagall. Dal cuore dipartono i livelli che solo il cuore, non la mente, può contenere.
L’io non esaurisce la totalità psichica, è solo la parte illuminata, visibile alla coscienza, l’ombra è l’inconscio inferiore. Il primo lavoro di individuazione può avvenire sull’inconscio personale per portare alla luce i suoi contenuti rimossi, alimentando l’Io di nuove energie. Tuttavia, più grande è la luce, più cresce l’ombra. Superata l’ombra personale, ne sorge una più grande, l’inconscio collettivo, propria di tutta la specie umana. La psiche tocca questo immenso mare di energia e di significati, immergendosi nel patrimonio simbolico della specie. Al di là, c’è un oceano ancora più grande, un altro ignoto: l’inconscio divino. Da ignoto a ignoto il cammino non finisce mai; l’ultimo traguardo è il Sé, o totalità assoluta.
In questo cammino la coscienza umana procede con una crescita orizzontale ed una verticale, in un modo sempre più totalizzante. Con la sua parte luminosa e la sua parte oscura, l’uomo cammina, nutrendosi d’ombra e d’inconscio. Ad ogni consapevolezza si dilata la visione. Inizialmente il cammino è scoprire ciò che si è e realizzarlo, rinvenendo il proprio compito, cioè rispondere al principio di individuazione, come desiderio di conoscenza personale. Poi si apre il grande svolgimento dell’umanità e il desiderio di conoscenza diventa universale, passando dal relativo all’assoluto, dal limitato all’illimitato, dall’uno a tutti “... quanto più numerosi e significativi sono i contenuti dell’inconscio assimilati dall’Io, tanto più quest’ultimo si avvicina al Sé” .
Si va dal mondo degli istinti all’inconscio collettivo e infine all’oceano divino, in un completo percorso di consapevolezza. Se lo specchio vuol farsi sempre più chiaro, finirà per rispecchiare l’Eterno.
Di fronte all’ignoto dentro di sé come all’ignoto universale attorno a sé, l’uomo può reagire con paura e sconcerto, e, quando si ha paura di qualcosa, occorre elaborarla per non esserne divorati. Se non mangi l’Ombra, l’Ombra mangerà te o si proietterà fuori in immagini attivanti, per essere riconosciuta. L’ignoto può essere dentro o fuori indifferentemente, perché ci sono aspetti dell’Essere che non possiamo sottoporre a ragione o volontà, sfuggono lo sguardo della coscienza e insieme lo attirano. In ogni caso, che siamo cercatori o cercati, arriva sempre il momento di farsi delle domande fondamentali: che senso ha la vita, qual’è il suo progetto, che legami abbiamo con l’universo, quali sono le forze trascendenti e trascendentali, come agisce l’anima, se c’è un mondo invisibile, che senso ha la morte, cos’è l’al di là, cos’è Dio. Nella prima parte della vita l’uomo affronta quesiti concreti: la sopravvivenza materiale, l’identità, l’amore, la coppia, la casa, la famiglia, il lavoro, il successo; nella seconda parte della vita l’uomo affronta quesiti metafisici: l’anima, il destino, Dio. L’uomo fa questo se può e quando può, ma farlo è un suo diritto e forse un dovere, sicuramente un modo di essere e una possibilità. L’Ecclesiaste dice che c’è un tempo per seminare e uno per raccogliere, uno per ridere e uno per piangere… così c’è un tempo per la materia e uno per lo spirito, un tempo per l’ego e uno per Dio.
L’energia sceglie i suoi obiettivi secondo i momenti e le qualità del vivere, prima per la sopravvivenza materiale, il senso e l’immaginazione, poi per la sopravvivenza spirituale, l’anima e la visione. Oltre il corpo fisico si apre il corpo sottile.
Nel tempio di Luxor, il tabernacolo che rappresenta la testa del faraone ha solo mezza calotta, a indicare l’oltre dell’uomo, l’apertura della mente ai significati superiori, l’ottavo chakra, che non fa più parte dell’essere terreno ma è porta per l’altrove. Si scoperchia il tetto della casa e l’anima fa il suo ingresso nel mondo dei puri significati, diventando tutt’uno con essi, nel mondo assoluto, come in una trasmutazione, là dove gli archetipi non sono più icone ma parti di un Universo essenziale.
Nel mondo di Chagall il violinista, che rappresenta il legame dell’arte con Dio, suona sul tetto della casa. La mente superiore, tramite l’arte o il senso religioso, comunica con l’Alto. La meta è il Significato, il numen, ciò che guida da sempre il cammino, anche se l’uomo ne è inconsapevole. Ogni nostro passo fisico ci porta a un luogo metafisico.
Mentre l’Io riguarda la coscienza, il Sé abbraccia tutto ciò che è, partendo dalla psiche come totalità comprensiva di conscio e inconscio, e arrivando all’universo, Tonal e Nagual insieme, noto e ignoto. Possiamo intendere il cammino in due tappe. La prima è la ghianda che diventa quercia , il cammino personale per realizzare le potenzialità individuali, modo fisiologico di intendere l’evoluzione; la seconda parte è teleologica, il cammino universale, che si origina dall’Io ma lo trascende. Dunque il SE’ è la totalità in divenire, che parte da noi ma supera ciò che siamo.
Noi procediamo con l’integrazione progressiva dell’Ombra. Dapprima abbiamo istinti da controllare, poi un inconscio individuale da liberare, infine l’inconscio collettivo della specie, che sperimentiamo nelle forme dell’archetipo, via che procede la nostra individuazione e scopriamo il nostro compito insieme individuale e collettivo, di uomini tra uomini. Fin qui possiamo parlare di cammino verso il Sé che si confronta col Piccolo Inconscio. Ma prima o poi giungiamo a confrontarci col Grande Inconscio, il mondo di Dio, l’ultima Ombra, l’ignoto più grande, per cui la nostra vita non si individua rispetto a noi stessi o agli altri, ma rispetto a Dio.
Il processo di integrazione a quel punto comprende l’uomo ma si amplifica oltre l’uomo, è “scintilla del divino in noi, connessa alla totalità”, l’Anthropos che apre la calotta della mente al sacro.
Il Sé è tutto, contiene la conoscenza individuale e quella della specie, ma si affaccia all’universo. Quanto può essere conosciuto attraverso me supera ogni cosa che posso conoscere da me. Io sono il postulante, l’oracolo e il dio.
Da ogni livello dell’inconscio collettivo vengono all’uomo suggerimenti, informazioni, stimoli e scopi. Il Sé non ha tempo, perché in lui scorre tutto il tempo, non ha luogo perché si proietta in tutti i luoghi, non è mio piuttosto che tuo, perché è il contenuto e il contenitore. Lungo è il cammino per arrivare al Sé, ma esso è sempre stato presente ai passi che oscuramente lo cercavano.
Affrontare il Sé non è solo un problema psicologico, sciamanico o mistico per pochi eletti, l’incontro è un problema morale, in quanto, lungo le nostre esistenze, ad esso tutti dobbiamo arrivare.
“La via è ineffabile. Non possiamo, non dobbiamo tradirla. E’ come la via dello Zen: affilata come un coltello, ma anche tortuosa come un serpente. Occorrono fede, coraggio, sincerità e pazienza infinita” .
Il Super Io freudiano nasce dalla legge sociale come limitazione al principio del piacere. Diversamente, nel Sé junghiano, la pulsione non è costrizione ma liberazione, non parte dagli istinti ma dall’anima, è soffio che spinge il soggetto, anche attraverso la sofferenza, ad uscire dall’ego ampliando la personalità, per una crescita orizzontale e verticale insieme. Guarire è come crescere, un problema naturale ma insieme una consapevolezza morale, che valica la coscienza. Non siamo guidati solo dal limite o dal soffrire ma dall’espansione che cresce dall’anima. Conoscere in sé equivale a cum-esse, essere di più, e l’unico modo è dilatarsi nell’universo.
L’analisi junghiana qui supera il tentativo terapeutico di sanare il disagio, tende in realtà ad ampliare l’uomo, e farlo evolvere, emancipando l’Io ristretto nell’ambito più vasto dello Spirito.
L’INDIVIDUALISMO riduce tutto il mondo all’Ego, l’INDIVIDUAZIONE apre la personalità all’universale, vuol dire leggere il nostro destino o il nostro senso mirando alla totalità. Per questo l’assimilazione progressiva dell’inconscio non solo guarisce ma fa passare l’Ego all’infinità dello spirito.
Questa via parte dal cuore. Jung dice: “L’uomo moderno è indifeso perché è povero nel cuore” .
Quando l’ignoto si affaccia alla mente, essa cerca di com-prenderlo, cioè di integrarlo, per non restarne annichilita. L’ignoto si fa conoscere proiettandosi nelle sue immagini; non abbiamo altro modo di vederlo se non attraverso le icone, i simboli, le proiezioni e le assimilazioni. Le immagini non spiegano l’ignoto, non lo riducono a scienza né potrebbero farlo, ma facilitano la conoscenza, avvicinano l’ignoto all’uomo, rendendolo amico.
In questo lavoro progressivo verso l’essenza della vita, l’IMMAGINAZIONE ATTIVA è il canale che si nutre delle immagini essenziali, in un incontro dialettico tra mente e ignoto. L’angelo aiuta l’uomo purché l’uomo insegni all’angelo a leggere nel libro umano. I due linguaggi devono incontrarsi; il Nagual e il Tonal devono comunicare anche se, idealmente, sono incommensurabili.
L’ignoto in realtà non è riducibile all’umano, perché diventerebbe altro da sé, ma l’uomo deve tradurlo nelle proprie coordinate, creando immagini percepibili per lenire la paura ed alleviare la solitudine. In questo è la crescita, e in questo modo l’energia ignota ci nutre. Noi non siamo attrezzati per metabolizzare l’ignoto tuttavia abbiamo la capacità di intuirlo per visioni. Il canale di contatto con questa sorgente di energia è l’IMMAGINAZIONE ATTIVA, che può narrare il Nagual ignoto attraverso forme visibili. In questa traduzione imperfetta la nostra umanità si dilata e diventa più consapevole in senso universale.
Noi intuiamo i segni dell’ignoto come in un sogno, attraverso folgorazioni. Ma anche leggere un sogno ha il suo limite perché significa trasporre una forma ontologica in un’altra non analoga. A rigori la versione perfetta è impossibile, nei fatti la forziamo ugualmente per una esigenza irriducibile, perché la crescita del nostro essere può avvenire solo trasformando l’ignoto in umano.
L’uomo realmente saggio è quello che sa che la sua sapienza vale poco di fronte al Tutto. Confrontarsi col mistero vuol dire confrontarsi col sacro, esso riempie di stupore e di terrore e richiede una dimensione spirituale. Chi ha un’anima bambina è superficiale, sprovveduto, come appiattito, vuoto della visione del Sé, limitato, e per sempre mortale. Chi entra nella visione del sacro si libera del limite percettivo esistenziale e tocca l’immortalità. Essere coscienti della sostanza del mistero vuol dire avere una consapevolezza più ampia. Guai all’uomo che cammina entro il limite perché in lui cammina la morte.
Quando la consapevolezza si accende come un bagliore nella notte "possiamo solo constatare il fatto e sperare che il futuro ci dia altre risposte e ci dica cosa significa questo scontro con l'ombra del Sé”. L’OMBRA DEL SE’ è l’archetipo più grande, il mistero attorno a noi, il segreto della vita, lo scopo della psiche, la guida, il cammino e la meta. Possiamo pensarlo come l’attuazione totale di tutte le nostre potenzialità, il nostro essere pieno, e poi come la completezza suprema dello spirito che ritorna a se stesso, il finito che è assorbito dall’infinito. Il Sé è la spinta in avanti che ci attira, come l’essere amato attira a sé colui che ama. Jung dà a questo incontro il nome di ‘nozze sacre ’, unione mistica, matrimonio di Zeus con Era, cielo e terra.
Il Sé è l’atto aristotelico, il progetto potenziale che anima la creatura verso la propria attuazione e poi l’attira verso il Creatore, la forza che anima il percorso vitale secondo il disegno dello spirito, e che vede le condizioni non come ostacoli ma come occasioni. Il Sé è anche la porta che si apre all’Assoluto, come rottura del limite e via per l’infinito. Da una parte la nostra natura in cammino, la potenza che si fa atto, come la gemma fiore; dall’altra l’apertura del soggetto verso l’oggetto totale, dell’Io verso il Non Io, del limite verso l’illimitato.
Col concetto del Sé si completa l’intero progetto della vita, dal piano biologico al piano spirituale. Da un lato ci appare la nostra realizzazione relativa, dall’altro entriamo in un quadro assoluto. Poiché l’uomo non cresce solo nella carne ma cresce nello spirito; la carne comincia e finisce con lui, lo spirito avanza procedendo mediante lui. Il Sé è la spinta iniziale che ci fa nascere e crescere, nella carne e nell’intelletto, poi è la spinta che ci conduce in avanti, nell’intuizione e nell’anima. Del Sé non sappiamo nulla, di tutti gli archetipi è il più difficile da spiegare, possiamo solo raffigurarlo con immagini simboliche. Esso è il cerchio, il mandala, la quaternità, l’Anthropos, Dioniso, Ermes, Cristo, il Re-bis ... è l’una e l’altra parte, il Re e la Regina, il Maschile e il Femminile. Il Medioevo lo dipinse come un Cristo dotato di seni femminili, per indicare il superamento di ogni opposizione. Il faraone Akenaton lo raffigurò nelle sue immagini come uomo asessuato con fianchi materni. L’Induismo lo chiamò Nirdvandra, libero da contrari. L’Alchimia lo vide come il superamento di tutte le contraddizioni.
I sogni e le visioni sono pensieri che arrivano nella stanza inattesi e “l’arte accade” . C’è qualcosa di imponderabile nel presentarsi delle immagini e le immagini ci conducono dove vogliono loro.La coscienza in qualche modo ci appartiene, ma l’inconscio non è solo la parte fuori dallo sguardo, è anche la realtà trans-individuale che si comunica a noi ma non ci riguarda se non come oggetto trascendente. Il simbolo può non essere un segno conosciuto o riconosciuto, ma resta un messaggio che viene da un altrove umano e transumano a un tempo. Poiché è attraverso il conosciuto che tendiamo all’ignoto, sarà attraverso il conscio che cercheremo l’inconscio. Simbolicamente il Sé si manifesta in sogno come quadrato o cerchio, centro, isola o piazza... Al centro di noi cerchiamo l’altrove da noi. Come diceva Eraclito: "Tu non troverai mai i confini della tua anima, per quanto tu vada innanzi" “Ma se non spererai non troverai l’insperato”. Attraverso l’interiorità possiamo uscire dall’Egoicità.
Tendere al centro può apparire in sogno come raggiungere la capitale o il centro della città, la radura del bosco, la cucina della casa… o come tornare in patria, nella terra d’origine, nel Nuovo Mondo, nella Terra Promessa, nella nuova dimora... Jung sognò il Sé come un lago e l’acqua ha sempre avuto un significato di nascita e di vita, l’acqua è madre, matrice del vivere, elemento che purifica, inizio e fine di tutte le cose. Il lago è la riserva di energie interiori. L’acqua è energia, nota o ignota, e dunque può indicare il PICCOLO INCONSCIO come il GRANDE INCONSCIO, la nostra acqua madre come l’universo intero. Ma quando l’acqua rappresenta il GRANDE IGNOTO, non è sempre protettiva e rassicurante e può manifestarsi in modo pauroso e terribile.
Un teologo sognava spesso di essere sopra un pendio montano e di vedere tra fitti boschi un lago, avrebbe voluto andarci ma un forte vento minaccioso increspava l'acqua e lo faceva svegliare con un grido di terrore. Anche nella Bibbia, quando l'angelo tocca la piscina di Betsaida, è come un vento impetuoso che increspa l'acqua e l’immagine è inquietante. Ma dopo questo contatto l’acqua diventa miracolosa, cioè guarisce dalla morte. E’ acqua di vita. Come diceva una bambina di cinque anni: “Noi non si muore. Sembra che si muoia ma si rinasce, si muore e si rinasce, e in mezzo siamo in un luogo bellissimo. Io, prima di essere qui, ero alla tavola di Gesù, là c’era un’acqua buonissima che qui non esiste, l’acqua della vita!” Il lago è una immagine del SE', il cuore della psiche, la nostra centralità aperta sull’infinito, punto di energia pulsante, sorgente che è in noi e fuori di noi, forza che ci sorregge, alimenta e guarisce. Ma, poiché anche guarire è trasformarsi e trasformarsi è sofferenza, il lago preannuncia un cambiamento e ogni cambiamento spaventa l'uomo.
C’è un esagramma dell’I Ching che rappresenta un lago con sopra lo scoppio di un tuono, segno di trasformazione della psiche, connesso a turbamento e pericolo. L’energia salvica è come un vento inquietante a cui possiamo opporre resistenze non trascurabili; la natura è sempre conservativa, cambiare è un po' morire perché alcune parti di noi saranno abbandonate; a volte la parte sofferente è anche la più importante, perché ci dà un suo senso di esistere, una identità possibile, una immagine nota e familiare, per cui anche la malattia può essere sicurezza e possiamo temere la guarigione perché non la conosciamo. Vivere è rischiare, rischiare di cambiare, cioè di morire perché la trasmutazione è morte e vita nuova e non tutti sono in grado di affrontarla; come dice Jung, "l'avventura dello spirito è estranea a molti esseri umani"; per questo non tutti evolvono, il malato oppone resistenza alla guarigione, il depresso alla felicità, l’anaffettivo all’amore, l’ateo allo spirito, il mancante al compiuto, l’Io al Sé. Non è facile smuovere l’Io eppure ciò è necessario. Il compito è universale; per aiutarci dobbiamo uscire da noi e aiutare il mondo; aiutando l’altro, aiutiamo noi stessi e, se non aiutiamo l’altro, rischiamo la morte dello spirito. La non crescita è gelo, rigidità, blocco.
Il Sé è una realtà ignota che pure ci riguarda, che riguarda il mondo, ed è la realtà più importante che abbiamo anche se possiamo negarla per falsi obiettivi di percorso. Il Sé è uno degli archetipi più intensi di Jung, il più inquietante. Abbagliante al santo o al poeta, oscuro ai più. Parte dal cuore della psiche, è la ricerca suprema, luogo di perfezione e di equilibrio a cui tendiamo, per cui potremmo dire che tutta la nostra vita altro non è che un continuo camminare verso il Sé .
Il Sé è infine una meta mistica. Mystes vuol dire ‘essere mescolato ’, il conscio si mescola con l’inconscio, l’Io col Non Io, l’umano col divino, l’uomo finito con l’infinito.
Molti sogni sul Sé sono mistici, nozze sacre, unioni regali... avvengono in un tempio o nella natura, riempiono l’anima di beatitudine, con un senso di completezza... nave che arriva al porto, anima che torna in patria, sposo diletto che ti abbraccia.
La vita si organizza partendo da una mancanza, come ricerca di totalità, costruzione che tende all’armonia, simmetria di un centro. Lo spirito esce da sé per tornare a sé. Come nella sura coranica: “L’amore di Dio parte da Dio, arriva a te e torna a Dio”.
Quando l’energia prende le sue molte vie e fluisce liberamente in tutte le sue parti, la vita cresce come una spirale, come cresce l’albero. Se la crescita è sana, i rami girano tutt’attorno, senza essere più da un lato o dall’altro; se le energie sono impedite, l’albero si piega e si torce, sviluppando solo alcuni punti e lasciandone altri incompleti. Questa crescita simmetrica come un’elica è la crescita della vita. Possiamo considerare la patologia una devianza dal programma vitale. Il sogno ha il compito essenziale di indicare gli eccessi o i difetti, riportando al disegno originario, come un segnalatore e un regolatore.
La domanda è sempre la stessa: “E dunque, io, chi sono?”
Quando il sogno è insufficiente ad armonizzare la crescita, le energie impedite cercano altre vie e si mostrano attraverso patologie, sintomi, proiezioni o segni esterni, per richiamare la nostra attenzione.
Il sogno è il nostro coraggio. Io sono ciò che penso di essere. Shakespeare racconta di un soldato codardo che per errore viene fatto capitano e poi degradato: “Non sarò più capitano, ma devo mangiare e bere e dormire come un capitano; questa cosa che non sono mi farà vivere”. Così la vita che lo spirito vive è l’anima, un capitano degradato, guidata dal sogno di ciò che era. E ciò che era è lo spirito. La forma mentale diventa lo scopo del vivere; il ruolo, vero o presunto, ci supera, o è, viceversa, diminuito, se dimentichiamo il nostro essere vero. La sincerità è difficile ma ne dipende la vita.
Shopenhauer, già vicino alla morte, scriveva: “Se a volte mi son creduto sventurato, ciò è dovuto a una confusione, a un errore. Mi sono preso per un altro, ad esempio per un supplente che non riesce ad essere il protagonista”.
Il sogno prescelto partecipa della nostra assunzione di responsabilità. Viviamo per ciò che crediamo e non crediamo mai abbastanza. Se la meta è bassa, saremo responsabili del nostro limite, se è troppo alta del nostro eccesso. La scelta del ruolo è già una scelta etica. Scegliamo un livello e ci sviluppiamo su quello; è chiaro che, se scegliamo la materia, ci svilupperemo nella materia. La crescita solo nel piano orizzontale può essere il limite più grande.
Il cammino che porta all’universo è un processo etico fatto di piccoli passi e qualche rara illuminazione. Quello che facciamo può essere un dono alla vita; il dono è disinteressato quando si fa un ‘sacrificio’, sacrum facere, si compie cioè un atto sacro. Chi riesce a donare senza chiedere è superiore a chi dà per avere, perché mostra conoscenza e controllo dell’Io, e libertà come avviene nell’amore assoluto. Sa di poter disporre di sé senza essere dominato mentre l’Ego possessivo non fa niente per niente, ma se l’anima supera le rivendicazioni della materia, si libera di un grande limite e può innalzarsi a istanze superiori. Madre Teresa di Calcutta o Gandhi, che erano creature d’amore, non erano dominati dall’Ego ma lo mettevano al servizio di valori spirituali, al punto da non temere il dolore, il pericolo o la morte. L’uomo può arrivare a un livello altissimo di spiritualità, può arrivare all’uomo Universale, dimensione che non scaturisce dal consenso diffuso o dalla morale ordinaria, ma riguarda il Bene trascendente. Evolvere significa raggiungere una personalità più ampia, dominando l’Io egoico e aprire l’anima allo spirito totale. In fondo al cammino troviamo l’etica dell’eroe o del santo, che spersonalizza se stesso nei valori universali… L’Io è lo strumento esterno della psiche, ma ne è solo parte, circondato da energie che vengono dal Sé e lo guidano. L’Io è lo strumento storico, il Sé è adimensionale e lo sovrasta.
Vi sono eventi fuori del mio controllo e della mia conoscenza e in cui “non io creo me stesso, ma piuttosto io accado a me stesso”. Se integro l’inconscio ritirandolo dalle mie proiezioni, se mi alimento della sua energia, riprendo la libertà di scelta, posso dire di sì al giusto, come l’acqua che scorre sul fianco del monte. Come supero l’egocentrismo, mi avvicino al divino. Non sono più sorgente di conflitti tra piacere e dovere, ma chiara fonte di conoscenza. Più la personalità si allarga nutrendosi di energia interiore, più si aprono armonia e pace. Nell’inconscio individuale vivono i nostri demoni; nel GRANDE INCONSCIO riposa l’immagine di Dio. Se l’uomo decide di viversi come materia, tenderà al possesso materiale e esplicherà il suo lato inferiore, socialmente troverà una parte da sostenere, ma vivrà anche tramite proiezioni, conflitti, costrizioni e inquietudini. Se l’uomo decide di attuare progressivamente il proprio Sé, si aprirà a un piano più alto, non sarà conformato ma realizzerà “la propria irripetibile combinazione”, tendendo alla vera grandezza. Tutto questo non è facile, Jung lo dice chiaramente: “L’individuazione è solo per pochi”.
Ci muoviamo su due livelli, uno apparentemente è quello delle opere nel mondo e dei passi nel mentale, l’altro, più sottile, è in un altrove spirituale. L’evoluzione è lì. Quello sarà misurato dalla bilancia di Anubi.
Il bambino comincia la sua vita identificandosi con le immagini che gli altri hanno di lui, ma il vero uomo rifiuta le confezioni preordinate e chiede: “Sono io questo?” Inizia così il percorso verso l’autocoscienza, la propria reale natura, l’essere originale che sempre può diventare l’essere del mondo, il cammino dall’uomo condizionato verso l’uomo incondizionato, che realizza la propria libertà morale e tende a valori assoluti. Ma solo “dall’esser posto in contrasto possono nascere coscienza e conoscenza”. Si arriva alla pace attraverso il conflitto, si arriva al riposo dopo l’inquietudine.
Il pensiero junghiano non è difforme dal pensiero indiano, l’io empirico è a poco a poco illuminato da una luce più grande, le parti egoiche si indeboliscono, lo sguardo superiore rompe l’inganno della materia, il mondo diventa relativo, non è più l’assoluta realtà, ma fa intuire una realtà più vera. Sbiadisce l’Io empirico alla luce di un Sé trascendente che illumina di nuove risorse il senso dell’essere.
Siamo abituati a pensare che la prima personalità che percepiamo sia il massimo di ciò che abbiamo, ma “il Sé che mi abbraccia comprende anche molto altro”. Il Sé non mi appartiene, si trova dappertutto, si identifica col mondo. E’ la cosa più alta a cui posso tendere in me ma insieme non è mio, è universale e collettivo e fa parte della Vita intera. Il suo sogno è mio ma insieme mi guida verso una realtà che supera la mia coscienza, rimettendomi nel grande Tutto da cui mi sono staccata nascendo. Ogni nascita è separazione; ogni ricongiungimento è un atto mistico. Nella prima parte della vita l’Io può identificarsi nell’EROE, una identità epica e oppositiva, ma, se voglio crescere, devo uccidere l’eroe; c’è un ciclo superiore che realizza la conciliazione. L’archetipo delle nozze è superiore a quello della battaglia. L’eroe materiale rappresenta l’eccellenza individuale, è la prima immagine del Sé, un primo Sé individuale, “l’uomo grande dell’infanzia”, il corrispettivo del Grande Padre o Grande Eroe. L’eroe materiale vive nell’antitesi, nella contrapposizione, ma le nozze sono la sintesi, la congiunzione.
“Quando avremo i dati dell’inconscio, è questo che si impara: qual’è il nostro ruolo, qual’è il nostro posto nell’economia divina, nell’ordine delle cose... abbiamo elementi che non ci saremmo sognati: un nuovo aspetto di noi stessi e del mondo” . Chi procede verso il Sé si allontana dall’Ego, ciò che vuole non lo vuole per sé ma per il mondo. Il cammino della materia imprigiona nella soggettività, il cammino nello spirito solleva alla totalità. Se individuazione vuol dire scoprire il progetto della nostra venuta al mondo, questo progetto ha senso solo nell’insieme umano, come partecipazione e inserimento nell’ordine globale, perché la materia si parcellizza, la ragione può soggettivarsi, ma lo spirito è universale.
Il Sé ci cerca, ma non è detto che noi lo cerchiamo. La nostra inconscietà può essere tale da ignorarlo se siamo presi solo dalle faccende terrene. In tal caso la vita è vissuta a metà, qualunque sia il grado di ricchezza materiale o di potere raggiunto.
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