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Psicologia: JUNG E LA MASCHERA *

_CONTRIBUTEDBY vivianavivarelli il Wednesday, 30 March @ 14:25:14 CEST

Cultura & Teatro“Una maschera copre l’Io. Una maschera copre il mondo.”
(V.)

“Qualcosa è nascosto, va’ a scoprirlo
va’ a cercarlo oltre la catena dei monti...
qualcosa di perduto oltre i monti
Perduto e attende te, vai...”
(Ignoto).



Ogni tempo ha la sua malattia; quello di Freud fu la nevrosi. L’isteria della Salpetriere fu figlia dell’emarginazione, la via somatica con cui le donne alienate dal contesto sociale drammatizzarono il loro disagio. La nevrosi fu il prodotto di una società borghese ipocrita, che penalizzava gli impulsi inferiori, soprattutto sessuali, con precetti che inibivano le pulsioni mettendo il desiderio contro il divieto e scatenando la colpa. Poi è venuto il lungo tempo della depressione, “L’ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora” , come diceva Leopardi.
Oggi la società è cambiata, diversamente normata la sfera sessuale, allentate le censure della religione e della convenzione, dissolta la famiglia…, la rigidità borghese ha ceduto il passo al permissivismo, l’identità individuale è rilasciata non più alla famiglia, alla scuola, alla chiesa ma alle immagini virtuali imposte dai media. Oggi c’è una domanda strisciante che spesso non trova risposta: ma io, chi sono? Dietro sta il problema dell’essere accettati. Molti assumono come identità quella del personaggio che interpretano perché hanno il terrore del rifiuto, de non essere accettati.
Oltre all’Io c’è una sopravveste che già Jung aveva affrontato: la persona o maschera . E c’è un doppio problema che riguarda la maschera. Se io non so chi sono e divento una proiezione, la mia immagine subisce un doppio inganno, ciò che mi arriva da un interno che non conosco, ciò che mi arriva da un esterno falsificato.
La psiche è fatta di molte parti, come una cipolla. Sopra l’Io troviamo la sovrastruttura che chiamiamo PERSONA, dal latino per-sonare, suonare attraverso, perché nel teatro greco, teatro della polis civilizzata, la persona era una maschera, di cuoio o di gesso, che l’attore portava per amplificare la voce o fissare un ruolo. Ma la maschera era nata prima, nella selva, nel rito primitivo, fuori dal rigore razionale della polis, con una funzione, sacra e liberatoria, e, indossandola, si indossava il dio. Nel baccanale dionisiaco la maschera proteggeva la menade e scatenava la sua energia selvaggia. Ma nella polis la stilizzazione bloccò l’energia dandole forma precostituita e istituzionale.
Oggi la maschera sociale non ha funzioni liberatorie, è una immagine indotta che costringe l’energia in forme rigide convenzionali. L’attore diventa il personaggio. L’io esiste in quanto appare, e, se si cala troppo nel suo apparire, se cede alla maschera, rischia di perdersi, come chi vive solo per il vestito che indossa o per la faccia che mostra. Il problema della persona diventa allora il problema di una identità inesistente, perduta o distorta. La persona è un archetipo che si connette all’essere percepiti, all’apparire, ciò porta alla finzione, con un risvolto psicologico e uno sociale. Ognuno va in giro con una maschera, essa è il suo modo di presentarsi, la controfaccia pubblica, si pensi al visus di un prete, di un artista, di un politico, di un magistrato…, alle loro vesti, parole, atteggiamenti, a tutto ciò che mostriamo al mondo, e per cui presentiamo un tipo di lettura di noi al mondo, una sovrastruttura che dipende dalle aspettative degli altri e da ciò che vogliamo raccontare di noi stessi, per autosuggestione o induzione. Siamo arrivati al punto che esistono creatori di immagini, costruttori artificiali di tipi, che dettano pettinature, abiti, atteggiamenti, mimiche, linguaggi, look… L’immagine non è mai neutra. L’immagine comunica. I cantanti, gli attori, i politici fanno spesso uso di questi psicologi dell’immagine, e sono a volte proprio loro a costruire artificiosamente tutto, dal belletto al programma elettorale o artistico, basandosi su tecniche di marketing, in un mondo dove non ci sono più idee, ma merci e idee per vendere merci e uomini che si vendono come fossero merci. Ma anche l’uomo comune difficilmente si esprime per ciò che è, più facilmente si relaziona e si riconosce per ciò che mostra. Da una parte abbiamo l’Io in sé, la personalità privata, dall’altra l’Io che si cala nella immagine pubblica. In ogni caso la maschera è un artifizio che ci allontana dalla naturalità, e, quanto più essa ci assorbe, tanto più aumenta la possibile nevrosi. Se il ruolo ci vampirizza, evapora l’essere interiore, la recitazione squilibra il baricentro, rende fasullo il soggetto, rischia di mandare in frantumi “l’uomo dalle suole di vento” … .
Chiedevano una volta, in una trasmissione radio, quali caratteri dovesse avere un politico. Il pubblico diceva: la passione, il coraggio, il denaro... nessuno diceva: la coerenza. Eppure, quanto più una persona è centrata su di sé ed è vera, tanto più essa è coerente, e l’abito e la parola corrispondono all’atto, alla scelta, all’essere, in modo naturale e non costruito. In Oriente c’è la precisa consapevolezza di questo, un uomo che dice parole sagge deve per forza condurre una vita saggia, non ci può essere divergenza tra teoria e pratica, sono una cosa sola. In Occidente ci hanno abituati a ritenere normale che ciò che uno dichiara possa essere contraddetto dai fatti, come se tra vita privata e pubblica, o tra programma e azione, ci possa essere uno scarto. Così arriviamo agli estremi di politici che si dichiarano ferventi cristiani e allo stesso tempo negano le parole del Papa e plaudono alla guerra. O di liberali che, nei fatti, distruggono tutti i fondamenti del liberalismo. La coerenza è frantumata. Mentre Cristo lo dice chiaramente: io sono la Verità e la Vita. E anche ognuno di noi dovrebbe vivere nella propria verità e vita.
Il problema è che, se uno si mostra per ciò che non è, si crea un disagio nella natura che prima o poi esploderà in forme parossistiche, patologiche. L’incoerenza è un dramma ma è anche una malattia. Colui che falsifica la verità di se stesso finisce col falsificare tutta la realtà che lo circonda, propagando l’allontanamento dalla verità come si propagano le onde di un sasso gettato in uno stagno.
Una delle domande più pressanti del nostro tempo è: ma cosa c’è di vero in questo? In questo evento, in quest’uomo, in questo programma... Perché se non capisco cosa è vero, come posso, io, essere vero e fare scelte vere?
Da tempo immemorabile la saggezza si identifica con la verità e la verità è ritenuta la massima meta umana, ma la verità passa per la costruzione del mentale ed è dunque, sempre, una costruzione artificiale. Bateson diceva:"Noi creiamo il mondo che percepiamo, non perché non esiste realtà fuori dalla nostra mente, ma perché scegliamo e modifichiamo la realtà che vediamo in modo che si adegui alle nostre convinzioni. Si tratta di una funzione necessaria al nostro adattamento e alla nostra sopravvivenza”. Ma la funzione necessaria, se sbaglia i propri obiettivi, diventa un’azione suicida. Nella malattia mentale la discrepanza tra realtà soggettiva e oggettiva è stridente e permette una cattiva sopravvivenza. In altri casi la differenza è più insidiosa, ci sono gli ingannati e quelli che si autoingannano. In ambedue i casi la situazione è malata.
Sappiamo che ognuno è dominato da qualche archetipo. Ma quando l’archetipo è eccessivo, costella nel bene e nel male il soggetto oltre il vero e il possibile. Per esempio l’uomo che è invaso dall’archetipo del dominatore, è anche tormentato da complessi di persecuzione, in cui si vede come vittima e cerca di convincere gli altri della realtà di complotti inesistenti, precipitandoli nella sua stessa sindrome. Ci sarebbe da dire molto anche sul mito del terrorismo che costella i nostri anni e sull’uso strumentale che ne è stato fatto; qui alla base c’è un fondamentale istinto di autodifesa, ma l’uso successivo è perverso e non difende la comunità dal pericolo, anzi lo accresce.
L’eccesso vale anche per la maschera o persona, che, da strumento relazionale necessario, può diventare inquietante pericolo. Quando la maschera sopravanza l’io e offusca il Sé, non è più un mezzo di espressione o di relazione ma un impedimento alla propria realtà e una degenerazione dell’Io. Del resto per alcuni, se la maschera è perduta, è spesso impossibile reintegrare la personalità originaria, perché, l’Io nudo è insussistente, scema le sue energie, smette di evolvere. In certe patologie, come la schizofrenia, non solo manca una maschera sociale ma anche una immagine corporea. Come sempre, il giusto sta nel mezzo. Ci deve essere una personalità privata e una immagine pubblica, ognuna nei giusti limiti. Dobbiamo sapere che siamo, con un io forte, e nello stesso tempo dobbiamo sapere come ci dobbiamo comportare e rappresentare nelle varie circostanze sociali, con una maschera mirata.
Nel lungo processo evolutivo che chiamiamo vita, dovremmo decidere non solo la nostra identità ma, in certa misura, la nostra persona, controllando le induzioni coatte. Nel nostro tempo accade spesso che l’Io non sia libero di scegliere come mostrarsi ma sia troppo condizionato. I media impongono modelli virtuali pesanti, ci dicono cosa dovremmo essere o cosa dovremmo avere o pensare, in modo martellante, così da produrre sindromi da insufficienza o da impotenza. Nel villaggio tribale ognuno aveva un ruolo naturale all’interno di una divisione sociale di competenze e in vista dell’armonia del tutto. Oggi le ragioni del marketing e della politica forzano modelli esistenziali artificiali, si veda la velina, il calciatore, il politico… in una corsa dove le identità meno stabili sono perse in partenza. In un mondo dove tutto è merce, i nuovi precetti presentano la felicità come un diritto da ottenere in qualsiasi modo, per cui la liceità dei mezzi è uscita dalla valutazione etica. La Costituzione americana recita all’articolo 1°: “Ogni uomo ha il diritto a essere felice”, meglio sarebbe se avesse parlato di responsabilità, ma il sistema mercantile focalizza la felicità sull’apparire e sull’avere, il fuori vince il dentro, il sembrare l’evolvere. I capi di governo, invece di programmi, fanno lifting o sceneggiate. Siamo al vertice della mostrazione amplificata in un deserto di contenuti sottostanti. Nella civiltà del visibile tutto è immagine e, dove l’immagine è solo costruita, resta la risonanza del vuoto. I media sono uno specchio che riflette il niente e lo spettatore, ipnotizzato da questo specchio, invece di ritrovarsi si perde. L’essere umano diventa ciò che si vuole da lui, non è più una realtà sostanziale, con una vita reale, stati d'animo autentici… ma un prodotto virtuale, guidato, che vive attraverso ciò che si dà di lui, e, se è un soggetto pubblico, rischia di esistere in una rete di parole, immagini, ruoli, relazioni… solo virtuali, che possono allontanarsi molto dalla sua verità. La maschera lo fagocita.
Noi abbiamo un impedimento che i mondi antichi non avevano: la televisione. La pubblicità è uno strumento di falsificazione del reale, merce politica, strumento di vendita, manipolazione del desiderio; penetra i cervelli della moltitudine, creando sogni persistenti, spesso impossibili da realizzare e quindi generativi di frustrazione. Nel film di Wim Wenders ‘Ai confini del mondo ’, c’era una invenzione con cui i ciechi vedevano i loro sogni restandone intrappolati, così l’uomo moderno è ipnotizzato da sogni scelti da altri, che non vengono dal suo inconscio ma lo modellano da fuori, creati da manipolatori di scelte. L’identità è oggi un problema di sguardo.
Nel film ‘Minority report’ il controllo dello sguardo è il controllo dell’anima. Per poter capire cosa succede, il protagonista deve cavarsi gli occhi e alterare la mente, cioè operare una destrutturazione visiva e mentale, unica via per sfuggire al controllo e all'incubo della cecità permanente sociale, dove i dominatori sono i colonizzatori dello sguardo. miti di Odino e di Horus dicevano che, per ‘vedere’ realmente bisogna ridurre la vista fisica, cavarsi un occhio. Oggi potremmo dire: per capire dovremmo spengere la televisione.
Nel mondo manipolato si crea un doppio inganno: l’uomo diventa incapace di distinguere la verità dalla finzione, sia dentro di sé che fuori di sé, con conseguenze drammatiche. Non abbiamo solo la dispersione dell’identità, ma la falsificazione dei concetti. In un mondo cieco c’è bisogno di veggenti e questi saranno i ‘non manipolati’, quelli che sfuggono radicalmente ai condizionamenti culturali, i non conformati, come lo furono il Buddha o il Cristo. Nel mito il veggente è privo di un occhio o di tutti e due, segno che per intendere bisogna limitare la fiducia nello sguardo fisico, smettere di credere a quello che si vede e accendere lo sguardo del pensiero senza le immagini falsificanti. In tutte le grandi vie mistiche, l’accesso alla verità divina comincia con un atto di destrutturazione mentale. Il tantra yoga, come molte forme del Buddismo, consiste proprio in un allenamento alla destrutturazione psichica e culturale per aprire l’accesso a realtà più vere.
Il problema della responsabilità dell’uomo moderno è terribile proprio perché troppe informazioni equivalgono a nessuna informazione, dunque a nessuna scelta. L’uomo non sa chi è, e non sa cosa succede, dunque non capisce quale dev’essere il suo posto nel mondo né il suo destino, né la sua azione. Vive in una confusione semantica. Valori come libertà, democrazia, progresso e pace… sono riflessi capziosi utilizzati per dirigerlo. Sicuramente le manipolazioni sono sempre esistite, abbiamo avuto tempi ben più fanatici, dove chi la pensava diversamente andava al rogo o era crocifisso, ma mai come oggi i mezzi di suggestione hanno fatto un lavoro così puntuale per cancellare l’essere umano e marchiarlo a misura voluta. L’Apocalisse dice che il numero della Bestia è 666, e molti ci hanno letto il codice a barre, il marchio del mercato che riduce tutto a merce o a compratore, nullificando l’uomo. Si dice che questo sia un mondo senza dei. Non è vero. Oggi le divinità si chiamano mercato e techne. Si è determinata una osmosi tra sacro e profano. Nell’antichità le due cose erano unite ma in equilibrio. Il sacerdote conosceva i segreti della metallurgia. Poi il sacro ha preteso di prevaricare anche la scienza (vedi la Chiesa con Galilei). Infine, come se ci fosse stato un tacito patto, si sono separati i campi, la Scienza ha gestito la materia, la Chiesa l’anima. Oggi la techne e il mercato, interconnessi, stanno invadendo la sfera del divino, e i nuovi capi politici, invece di parlare di economia, usano un linguaggio religioso. Il Sacro ufficiale tace o parla inascoltato, e alla fine non disturba più di tanto. Il linguaggio religioso è passato dalla creazione del mondo alla sua distruzione e orami sta in bocca ai condottieri di eserciti, nelle nuove crociate mercantili.
Il problema dell’immagine è assunto da chi controlla il potere: qualunque cosa tu sia, l'immagine che io darò di te sarà quella che conta, non la tua sostanza. L’immagine è una trappola che chiude la tua ricerca, perché ogni ricerca è un pericolo per chi vuole la passività del corpo inerte. Se l’uomo pensa, è vivo; se è vivo, disturba chi comanda. Il controllo riesce meglio con chi è molto giovane o molto vecchio, ha bagagli informativi scarsi o univoci, ha viaggiato meno, ha l’imprinting conservatore di una piccola comunità, si è allenato poco al senso critico, si è confrontato poco col diverso, non ha visto mondo. Lo scopo è creare una società non di pensanti ma di robot, ognuno chiuso nelle sue piccole cose. Di qui la necessità di avere visioni ampie per i contestatori. Necessaria dunque allo stato totalitario la distruzione della scuola pubblica, la precoce distinzione tra l’élite dei dirigenti dotata di strumenti culturali e la massa dei lavoratori priva di questi, la censura a un pensiero critico o dissenziente, la formazione di un pensiero unico.
In tv tutto è falso, false sono le riconciliazioni, le passioni, i tribunali, gli innamoramenti, le dichiarazioni, le prove, i quiz, i premi e le vincite… false le motivazioni delle paci e delle guerre. Micidiali sovrastrutture cooperano per tenere il mondo in uno stato permanente di ignoranza.
Nel mondo del ‘The Truman Shaw’ (parodia della realtà visuale) esiste persino la gioia, ma è la gioia dell’inconscietà, della banalizzazione, perché tutto è spot, costruito ad arte; la vera realtà continua a esistere lontana dal protagonista, ma lui, non conoscendola, non può modificarla né difendersi. E tuttavia Truman diventa un eroe perché scopre l’inganno e tenta la sua catarsi, anche se tutto il sistema congiura per tenerlo in uno stato di minorità, come fosse una cavia e non una persona. Truman si ribella per un diritto fondamentale che esplode in lui come essere umano: il diritto alla verità. Due bisogni fondamentali ha l’uomo: il cibo per far sopravvivere il corpo, il sapere per far sopravvivere l’anima. Truman riesce a fiutare la propria virtualità, a ingannare tutte le telecamere, ad arrivare ai confini del suo mondo di cartapesta, al limite della ‘videosfera’, dove si infila in un varco del falso cielo e si salva, entrando nel mondo vero...
Anche la malattia spesso è un non essere, un esistere in modo falsato, e la guarigione è l’ingresso in un mondo di maggiore verità. E non è detto che ciò sia desiderato, perché l’uomo si abitua alle sue forme di prigionia e spesso non le vuol lasciare. Il cammino verso la verità in noi come fuori di noi è infinito. Ci saranno sempre videosfere da squarciare, il processo non finisce mai. Solo il fanatico crede di aver raggiunto e di possedere la verità totale e di potersi fermare e questo è un grande errore.
Ogni uomo è malato, malato di non conoscenza e dunque di non verità, ognuno è intrappolato in una rete, esterna o interna, di illusione. Anche la malattia mentale è una illusione. Il problema della maschera è anche il problema della libertà, poiché non ci può essere libertà se non c’è verità. Uno stato che nega la verità ai suoi cittadini è uno stato che nega la libertà. Ma ogni uomo può guarire e cominciare a liberarsi e guarigione vuol dire maggiore consapevolezza.
Diceva Jung che noi siamo ciò che pensiamo e che la realtà virtuale, cioè quella creduta dalla mente, può essere sostanziale quanto e più della realtà vera, al punto da essere difesa visceralmente sempre e comunque. Chi è in una sindrome di persecuzione crederà più ai suoi persecutori inesistenti che ai fatti. Comunemente ogni uomo preferisce credere alle proprie idee piuttosto che alla realtà e, quando i fatti sono troppo espliciti, preferisce rimuoverli piuttosto che accettare di essersi sbagliato. L’uomo dice: “Questa cosa è vera perché io la credo.” Poi dirà. “Questa cosa deve essere per forza vera perché io l’ho creduta, per cui non mi posso essere sbagliato. Se mi identifico con le mie idee, non posso distruggere ciò che ho creduto, perché distruggerei me stesso.” La realtà della mente, con un io fragile, è il primo ostacolo al cambiamento: crea rigidità insuperabili che sfiorano l’autodifesa.
Purtroppo, quanto più un soggetto vive in una maschera, tanto più gli sarà difficile relazionarsi con gli altri, perché ci si relaziona sempre e comunque solo con uomini veri, non con maschere. Il dramma è che l’io spesso non è consapevole.. Evoluzione non è solo sgombrare il campo dal sintomo ma realizzare ciò che realmente siamo o possiamo essere, aumentando la presa di coscienza del reale, affrontando il rischio di guardare cosa veramente siamo e cosa veramente il mondo è. Il motto del Duce “Credere, ubbidire e combattere” purtroppo sta risorgendo, ma non è un comando giusto. Meglio sarebbe: “Capire, scegliere e aiutare”.
La televisione impone una dittatura dell’immagine, ed è per molti è l’unico modello, l’educazione diretta per eccellenza, in luogo del libro, la scuola, il confronto o la vita. I media operano attivamente per massificare l’individuo, odiano l’originalità, dunque odiano l’uomo vero. Impongono un vestire uguale, un gestire uguale, un mangiare uguale, un pensare uguale. Chi esce dal trend consegnato è visto come un pericolo. Scriveva Paladini nel ‘29: “Certo che è una cosa non troppo comoda avere delle idee. Si finisce con l’urtare in spigoli vivi, col venire abbagliati dal troppo sole, o col sentirsi isolati”. Jung, che era un bambino vero, e dunque diverso, soffrì molto per questo. L’autenticità esige un grosso atto di coraggio e non c’è in giro tutto questo coraggio, anche perché non è che siamo stimolati al coraggio e alla individuazione bensì all’ubbidienza e alla massificazione.
Il tipo di vita che facciamo spinge la creatura umana a conformarsi, non a essere ciò che è, conformarsi è la condizione per essere accettato socialmente, assumendo la stessa immagine degli altri. Ma il progresso non è mai stato realizzato dalla massa, in ogni civiltà è portato avanti dai diversi. Il genio, lo scienziato, il mistico, il vate… sono dei non omologati, persone che si staccano dalla norma. Ma nella nostra società il diverso è penalizzato, lo scienziato è costretto ad andare all’estero, il genio è ridicolizzato, l’innovatore politico è messo al bando dal suo stesso partito, il giornalista ideativi è licenziato, persino il bambino precoce è respinto dalla scuola… L’immagine a cui ognuno deve tendere è massificata il più possibile secondo un livello sempre molto basso. Ci chiedono l’adeguazione come fossimo pecore o polli in batteria. Ma gli uomini non sono pecore o polli, o almeno non dovrebbero diventarlo.
Oggi non vale più il detto cartesiano: cogito ergo sum, penso dunque sono, ma videor ergo sum, esisto in quanto appaio. Una cosa esiste in quanto è vista. Quando si vuole neutralizzare un contestatore, si vieta la sua immagine televisiva; quando si vuole censurare un evento, lo si fa sparire dal video. L’immaginario collettivo mediatico ha sostituito l’inconscio collettivo, ma poiché il primo appartiene a una gestione occulta del potere, non rinsangua con nuove energie le risorse dell’uomo bensì lo appiattisce in uno stereotipo e lo debilita.
La società dell’immagine satura lo sguardo e lo rende cieco. Il John Anderton del film ‘Minority Report’ “crede in quel che vede”, e così facciamo noi: la Rai, la Cnn, le Twin Towers, il demone Saddham, le armi di sterminio di massa, il terrorismo, l’esportazione della democrazia… Le cose che crediamo di più spesso sono non nemmeno vere ma costruite, indotte. Per questo l’analisi psicoanalitica, come l’introspezione spirituale, l’arte o il volontariato, la ricerca di conoscenza o la lotta sociale, possono essere vie di recupero del proprio sguardo e dunque della propria identità e coscienza, vie di libertà.
In analisi l’Io deve squarciare le sovrastrutture per arrivare al nocciolo di se stesso, è lo smembramento di cui parlano i riti sciamanici primitivi, che indica la necessità di fare a pezzi tutti gli artifici patologici o culturali, le sovrastrutture, per ricostruire il corpo nuovo, il corpo splendente. Il compito è doloroso, chiede di affrontare anche il proprio vuoto interiore, la propria incoerenza, ma la spiritualità può essere un aiuto che ci salva, perché, ponendo paradossalmente lo sguardo in alto, restituisce all’uomo il senso del proprio Sé. Egualmente l’arte apre l’espressione di ciò che è più profondo, o il volontariato toglie l’uomo dalle illusioni informative e lo mette concretamente in mezzo ai problemi del mondo così che li veda in carne e ossa. Le vie sono tante. Ognuno avrà la sua. Ma l’uomo che dorme non lo sa; per sfuggire al dolore del coraggio si assoggetta a una lenta agonia che dura tutta la vita, restando nella massa, come fosse una scimmia, uno specchio vuoto che riflette una realtà che non gli appartiene. Solo l’uomo che cerca di svegliarsi ha qualche speranza.
Si parla molto di progresso, i fatti mostrano invece che si cerca di portare la gente alla mera sopravvivenza e questo non è un progresso. L’uomo vuole vivere, non sopravvivere. Hanno clonato la pecora Dolly, sai che meraviglia! Sono milioni di anni che clonano le menti umane! Oggi lo fanno in modo più organizzato, ma anche le menti libere si stanno organizzando e hanno preso a unirsi in tutto il mondo per smascherare gli ingannatori e hanno creato una controinformazione contro le menzogne del potere. Oggi abbiamo esigenze che i nostri progenitori nemmeno si sognavano, si chiama ‘emancipazione’. I media possono far finta di ignorarla ma non possono pretendere di ricacciare l’umanità nell’incoscienza del passato. Eravamo parti inconsce di un branco, ma stiamo diventando uomini, non possiamo tornare a essere branco. Se gli inganni e le mistificazioni ci attorniano, ricorriamo alla frase profetica di papa Giovanni: “Nel Terzo Millennio tutto sarà svelato”.
Jung dice: segui il principio di individuazione, lotta per essere ciò che veramente sei, non ti massificare, salva la tua natura unica e insostituibile! C’è dentro di te una pulsione naturale che ti spinge a esistere per come effettivamente sei. Esci dall’incoscienza programmata, strappa le maschere che ti sei messo e quelle che il potere ti impone, non diventare uno dei mille per far comodo ad altri, ma uno di uno, ciò che in te unicamente sei, scongela i tuoi sogni ed esci dalla gabbia, non somigliare a nessun altro ma sii solamente te stesso! Se troppe immagini artificiali ti fanno diventare artificiale, se ti saturano la mente affinché tu non possa pensare, liberatene, e suscita immagini che siano solo tue, provenienti da te! Solo così puoi essere creatore di mondi. Scappa da ogni programmazione precostituita e reinventa il tuo desiderio! La realtà non è immodificabile, come non lo è il tuo destino; se evolvi tu, evolve il mondo.
Non è bello il mondo dell’apparire. I valori cedono alle immagini, che si estroflettono, nel proliferare dei timbri del corpo, piercing, tatuaggi, acconciature, ornamenti, abbigliamenti, look, status simbol, auto, marchi, logo… La relazione non è più sorretta dai sentimenti ma entra in una trama narcisistica dell’esibizione, nella dimensione dell’appaio dunque esisto, possiedo dunque godo, compro dunque sono, ho potere dunque valgo. Nel delirio dell’immagine il problema diventa “la fatica di essere se stessi”.
Il depresso può essere l’uomo incerto o smarrito, vinto nella corsa, che di sé non ama più niente. “Riesci a vedere?” «Can you see?» è la domanda ossessiva della veggente Agatha a John Anderton (Tom Cruise) in ‘Minority Report’. Tu, uomo, riesci a vedere chi sei e cosa ti intrappola in un mondo finto? Riesci a vedere l’inganno interno ed esterno? Riceviamo rapporti solo dal potere, non abbiamo ‘minority report’, testimonianze della minoranza, dunque crediamo in una verità indotta artificialmente. Ma il potere è niente e la minoranza è il mondo. La tragedia dell’uomo moderno è che, nella congerie infinita di in-put che lo assalgono, ha perso ogni bussola valutativa. Per questo i mandala attuali presentano proprio il logo della bussola, la ricerca di una direzione di vita. Occorre cambiare il baricentro. L’eccezionale non è chi si omologa o si assimila seguendo i modelli fissi, ma chi aderisce a se stesso, rispettando la sua unicità. La fedeltà a se stessi è il rafforzamento dell’io fuori dal plagio passivo che porta alla perdita dell’anima. L’uomo deve rientrare in sé, deve, soprattutto, sfuggire al dominio degli oggetti. Martin Luther King diceva: “C’è sempre il pericolo che noi permettiamo ai mezzi di cui viviamo di sostituire i fini per cui viviamo.“ Oggi le cose contano più delle persone e si pretende di asservire gli uomini alla materia. La globalizzazione economica è l’imperio delle cose, il profitto l’unico dio. Il mercato l’unica morale.
E invece l’uomo deve volere per se stesso una propria realtà, non adeguarsi ciecamente a una realtà virtuale, deve porsi come scopo la propria singolarità ed evoluzione. Essere se stesso ed innalzare la vita al proprio Sé superiore è molto diverso che partecipare a uno spot omologante, può richiedere più fatica e immaginazione e una difesa strenua delle proprie caratteristiche contro il resto del mondo. Ma solo in ciò che io sono posso esistere e crescere. La felicità non può essere lo scopo, al più sarà una conseguenza. Gandhi o Madre Teresa, Martin Luther King o Van Gogh non si proposero di essere felici o di somigliare agli altri, la felicità generalistica non era nei loro intenti, e, se lo fosse stata, non avremmo mai sentito parlare di loro, sarebbero rimasti confusi nel gregge senza essere utili a se stessi o al mondo. Diceva il poeta Emerson: “Chiunque voglia essere un uomo, deve essere un non conformista”.
La televisione ci comanda la felicità, ma, dove la felicità diventa un comandamento, ci si sente subito depressi. Più l’immagine è colorata, esuberante, sfarzosa… più il mondo personale appare noioso, oscuro, limitato e sconfitto. Assistere alla corsa sfrenata verso il piacere produce la paralisi, crea “la tragedia dell’insufficienza”. Si passa dall’età borghese della colpa a quella neoliberale dell’inadeguatezza, un tipo di alienazione generato proprio dalla esibizione di troppi beni che genera la sindrome della privazione, dell’inferiorità, della mancanza.
Immaginiamo come deve essere stato per il popolo albanese, tagliato fuori dal mondo, in una abominevole miseria materiale e morale, avere una televisione affacciata sui canali italiani e tutti i loro spot e quiz. E’ ovvio che alcuni fossero disposti a vendere carne umana o a trafficare come scafisti per avere tutta quella grazia di Dio.
In un mondo dove si compra tutto e anche le ideologie sono merci, l’unico bene che non posso comprare sono me stesso. Io esisto in quanto mi faccio, ma l’unico modo che la società mi propone è basso e materiale, dunque non degno di me. ”La fatica del depresso può essere anche di non potersi adeguare alle esigenze inesauribili del suo tempo” . Se il nevrotico freudiano soffriva di reminiscenze, il depresso oggi è “vittima di una patologia della felicità”. Quando non sono in grado di confermare tutti i parametri esterni del mostrare e del possedere, che i media mi ordinano come indispensabili per la mia felicità, penso di non aver diritto a essere felice e le mie energie si ripiegano su se stesse. Mi sento impotente e inutile, non mi amo, non posso essere amato, e, poiché non sono in grado di ribellarmi alla società, cadrò nell’autocompatimento e nella commiserazione o cercherò strade illecite di autoaffermazione personale.
Se la società freudiana era nevrotica, quella odierna è maniaco-depressiva ed oscilla tra un delirio di onnipotenza e sacche di frustrazione incombenti. La nevrosi edipica, di cui parlava Freud, è ormai un caso raro. La fuga dei padri ha estromesso molte delle dinamiche familiari, l’estinzione della famiglia tradizionale ha fatto sparire il conflitto col padre. Freud vede la famiglia come la base indissolubile e pone ogni ambivalenza nel rapporto col Grande Padre, ma il padre oggi è spesso assente, i ruoli familiari sono invertiti, le madri combattono da sole, la famiglia è dimezzata o molteplice, confusa o alternativa. Un teologo olandese ha proposto che non si chiedesse più ai bambini dei loro genitori ma delle ‘persone che vivono con loro’. Il Parlamento europeo accetta famiglie omosessuali con diritti e doveri pari alla famiglia tradizionale. Aumentano a dismisura i bambini senza padre o con doppia figura paterna o materna. Il padre perde i caratteri tipici o esce fisicamente di scena. Questa è una società soprattutto di madri e ciò cambia anche i parametri freudiani. Negli anni 2000 negli Stati Uniti le famiglie senza padre erano già il 40% tra i bianchi e il 30% tra i neri. Molti bambini non hanno un padre come antagonista o modello. Le madri incarnano doppi ruoli e possono essere permissive o ambigue, con figli fragili, oscillanti tra fantasie di onnipotenza e cadute depressive, alla ricerca di emozioni forti o sensazioni effimere, che rifiutano il lavoro e la fatica, non conoscono l’etica o la fede, e sono alla disperata ricerca di una identità, ma, dove non esiste un riconoscimento o un’appartenenza subentra l’omologazione. “Cosa vorresti fare?” chiedeva a un ragazzo una giornalista: “Intanto vorrei riposarmi. Poi vorrei avere una compagna. Che sia intelligente, mi capisca e si diverta con me”. La stanchezza del vivere viene addirittura prima del vivere. “Vorrei riposarmi”, un tempo un ragazzo avrebbe risposto che voleva diventare ingegnere o pilota, medico o pompiere, attivarsi, non riposarsi.
La pubblicità sta sostituendo l’istruzione, negli USA fa ormai parte del programma scolastico, la tv è nelle scuole per pubblicizzare prodotti da comprare, la scuola pubblica è abbandonata dallo stato, non ce la fa a sopravvivere, i produttori si fanno sponsor della scuola stessa, così gli spot aggrediscono anche i consumatori di età minima. La tv è la nuova Bibbia comportamentale, il mercato si sostituisce alla religione e all’etica e induce depressione in chi non è all’altezza dei modelli di riferimento. Già Martin Luther King diceva: “Sembra che ognuno desideri solo essere identificato con la maggioranza. Successo, riconoscimento e conformismo sono le parole d’ordine. Ma noi abbiamo il mandato di essere non conformisti. San Paolo ci dice di essere convinti, non conformi”.
Il malessere prende fasce sempre più giovani, è il riverbero dell’omologazione epidemica. Un rapporto dell’OMS afferma che le grandi sfide del Duemila sono i disturbi cardiovascolari e quelli mentali, in primo luogo la diminuzione del senso di sé. Aumentano i disturbi d’ansia: fobie, patologie sessuali, disturbi dell’aggressività, manie ossessive, problemi alimentari e respiratori, intolleranze, allergie... L’America ci presenta in modo ripetitivo ‘la strage ’, ultima chance del non omologato che precipita nella follia e scatena in una volta sola tutta la sua rabbia, il suo non essere, seminando morte in un olocausto sterminatore. “Poiché non posso essere, vi uccido tutti. “
Le nuove droghe sono gli antidepressivi, gli ansiolitici, i sonniferi, gli euforizzanti, gli eccitanti, che alimentano il mito della felicità. Ogni mese l’America inventa una nuova pillola della felicità e il fatto che ne inventi una al mese indica che non è con le pillole che risolveremo il problema del vivere. Anche nella cura continuiamo a essere consumatori, mai persone. “Tutto diventa curabile, senza che si sappia più bene cosa sia guaribile”. Paradossalmente, le società vogliono che l’uomo sia malato non guarito, l’uomo malato è ottimo consumatore, la chimica perpetua le malattie per tenere in vita il consumo, perché si mira alla vendita non alla salute, così come in altri campi si mira al mercato non alla pace.
Siamo la civiltà che mira al possesso, eppure Gesù ha detto chiaramente: “La vita di un uomo non consiste nell’abbondanza delle cose che possiede”. Non è il possesso che rende liberi, è il pensiero. Martin Luther King ancora diceva: “Abbiamo coltivato una mentalità di massa e siamo passati da un rozzo individualismo a un rozzo collettivismo, ancora non siamo artefici della storia, siamo ‘fatti’ dalla storia”. Dai Romani 12.2, S. Paolo ci esorta: “Non siate conformati a questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente.
Il soggetto non è solo un consumatore di cibo, merci, slogan, spot.., l’uomo è un essere che parla, che pensa, e si può ancora aiutarlo attraverso la parola; la parola può cambiare l’immagine se trae l’essere dall’apparire e lo riporta al suo centro.
Se l’uomo può occuparsi meglio dei propri pensieri ed elevarli, il vero maestro non sarà chi vende merci o ideologie con tecniche di marketing, ma chi sollecita la mente con mezzi spirituali, il senso critico, l’intuizione, la scelta, la creatività, l’espressione.
La passività è ottusa; Hitler affermava che l’ottusità era prevalente tra i suoi seguaci: “Io uso l’emozione per i più, e serbo la ragione per pochi”. E ancora: “Più grossa è la bugia, più prontamente sarà creduta”. Così molti politici nutrono la mediocrità e l’omologazione. L’ignoranza è strumento di governo e la cultura, l’arte, l’intelligenza sono represse perché stimolano il pensiero, che è il vero terrorista agli occhi dei potenti.
L’uomo è un artifex, un creatore, non deve subire il mondo, ma ‘crearlo’; deve potersi orientare verso ciò che intimamente vuole, liberando le sue capacità, aspirazioni, tipicità, il suo senso e scopo. La vita è un’opera d’arte e noi ne siamo i creatori, non solo per noi stessi ma per la salvezza di tutti. Non c’è nulla di egoistico nel liberare se stessi dai veli dell’ignoranza, anzi è la cosa migliore che possiamo fare anche per gli altri. Il compito di chi vuole aiutare il mondo non è l’omologazione sociale o l’ubbidienza succube o, peggio ancora, la piaggeria cortigiana, ma il rispetto dell’unicità della creatura e dei suoi valori, in sé come negli altri. Il precetto non è: io ti clono, ma: “io ti guardo con ammirazione diventare te stesso”. E’ chiaro che questo non dovrebbe essere solo il compito di un analista, ma di una madre, un padre, un insegnante, un religioso, un medico, un politico, un amico... Contro la civiltà del mercato e della formattazione collettiva propongo la civiltà della singolarità, della gratuità, del rispetto, dell’anima, della libertà… in una ricerca di un personale e autonomo modello di vita.
Gesù dice una cosa paradossale: “A chi ha sarà dato, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”, e non credo si riferisse ai beni materiali. Anche allinearsi a ciò che gli altri vogliono da noi è inerziale; molto più faticoso è iniziare a cercare ciò che vogliamo da noi stessi per noi stessi e per il mondo. Bob Dylan diceva: “In tempi come questi, dominati dall’immagine, l’autore non ha scelta: deve scrivere”. L’uomo, aggiungerei, non ha scelta: deve scrivere se stesso. Chiudiamo con una frase di Minority Report: comunque sia la tua condizione, qualunque sia il tuo condizionamento, ricorda che:”Tu puoi sempre scegliere”.

 
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Re: JUNG E LA MASCHERA * (Voto: 1)
di giorgia_v il Thursday, 31 March @ 13:00:30 CEST
(Info Utente | Invia un Messaggio)
una delle tue migliori.
bisognerà diffonderlo.
bisognerà anche farne un'altra versione più sintetica per essere utilizzata e letta in modo più agile.
ecco, a tutto questo ho pensato dopo aver detto: "oooh, è balsamico, apre lo sguardo, getta luce sulle ombre, è un testo prezioso"
Grazie infinite come sempre.
Continua a cibarci!
Giorgiafolletto



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