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Psicologia: *MITI SOCIALI

_CONTRIBUTEDBY vivianavivarelli il Thursday, 24 February @ 17:24:08 CET

Cultura & Teatro“La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l'accenno di un sentiero.”
(Hermann Hesse)

“Ogni esistenza compie un periplo, grazie al quale l’anima, portata nella barca del corpo, si impegna nella coscienza.”
(Isha)

“Oggi l’umanità è più fragile perché ha spostato il centro del suo pensiero e dei suoi valori dall’essenza verso la superficie”
(Agnese Sartori)



Se chiediamo a una persona di identificarsi in una fiaba al positivo o al negativo, proietterà in essa le condizioni del suo vivere, le sue sofferenze e i suoi desideri. Assagioli diceva che ogni uomo si vive su tre piani: personale, sovra-personale e interpersonale, così accade per il mithos di ognuno. Il livello personale ci porta a sviluppare le nostre potenzialità, quello interpersonale a armonizzare le diverse parti della psiche, quello transpersonale contatta livelli superiori.
Possiamo dire che tutti abbiamo un ‘mito personale ’, che discende dal nostro vissuto e rappresenta le nostre esperienze, i nostri condizionamenti e sogni, ed è molto legato alla specificità del nostro Io e alla sua realizzazione particolare; questo mito individuale fa parte del nostro principio di individuazione e può svilupparsi aa un livello massimo o minimo. Occorre, per Jung, poi che l’uomo si viva socialmente e dunque abbia un ‘mito sociale ’ che lo ponga in un progetto di miglioramento del mondo. Infine ognuno di noi dovrebbe avere un ‘mito spirituale ‘, in cui si solleva dalla materialità in un cammino dello spirito, secondo un compito d’anima. Tutte e tre questi miti fanno parte del nostro significato, del motivo per cui siamo venuto al mondo: sviluppare noi stessi, aiutare gli altri, tendere a Dio., secondo il motivo per cui siamo venuti a nascere, il lavoro che lo Spirito fa in noi.
Confusamente ognuno cerca di realizzare se stesso, solo alcuni si inseriscono in un ‘mito sociale ’, cioè in un insieme di valori universali che trascende la singola persona e la pone al servizio di un ideale collettivo, ancora meno sono coloro che, pur facendo questo, tendono anche all’elevazione dello Spirito, quest’ultima realizza l’esperienza che lo Spirito fa in noi per l’evoluzione dell’umanità, attraendola a sé come la luce attrae lo sguardo.
Il mito è dunque una struttura fondante, che comprende una scala di contenuti e può essere considerato una linea di tendenza incarnata, sulla quale si sviluppa una vita.
Jung dice: “L’uomo non può vivere in un mondo di verità statistiche. Deve vivere nella sua realtà mitologica, che è l’espressione di ciò che egli è realmente e di ciò che sente di essere” .
Come ogni evento dinamico della natura, il mito si muove secondo linee attrattive fondamentali. Dice la teosofa Isha Schwaller de Lubics: “Ogni esistenza è dominata da linee di forza che la portano a una meta… La meta definisce il viaggio.. Ogni specie compie un percorso preciso per rispondere all’appello vitale della propria natura” . Ciò vale anche per l’uomo come essere fisiologico, ma, come essere spirituale, il suo compito si estende. Ogni uomo non è solo un essere senziente ma ha anche un kahrma, cioè un compito esistenziale, che può essere compreso o meno, realizzato o non realizzato.
La visione di Jung è finalistica e teleologica, per cui è il fine che attira a sé l’evolvere della creatura.
Hillman dirà che ognuno ha una impronta genetica, per cui svilupperà potenzialità specifiche, nel bene e nel male. Noi potremmo dire che vi sono linee attrattive proprie della specie e linee che appartengono al destino personale. Alcune ci accomunano a tutti gli umani, altre sono tipiche di un percorso singolo, che ognuno può fare individualmente, come può rifiutarlo o disconoscerlo. Jung dirà: “L’uomo non può vivere senza mito, senza storia. Crescere senza legami col passato è come nascere senza occhi e senza orecchi”.
Rendere lo specchio più chiaro vuol dire anche precisare a noi stessi lo specifico scopo per cui siamo venuti a vivere, il nostro senso sia individuale che sociale A tal fine occorre che ognuno impari “ciò che deve sapere affinché la sua esistenza raggiunga il suo fine essenziale”. Questo è un compito alchemico, cioè trasformativo, delle energie, a partire dall’inconscio buio iniziale fino ai bagliori della luce. “Spetta a te tracciare l’itinerario del viaggio - dice Isha - e la sua ampiezza sarà quella del tuo desiderio” .
Così come vi sono trame nelle fiabe, vi sono trame nella vita. La vita è mito a se stessa. Noi siamo la nostra fiaba, la nostra trama di realtà vivente, di cui siamo il protagonista e i comprimari. Il senso della trama è il fine che la sorregge. “Se l’esistenza avesse come fine la morte, il mondo non sarebbe che orrore e follia”, ma posso chiedermi: “Sono io che do un senso alla mia vita o esso mi viene imposto dall’alto?” . Forse la domanda non è bene impostata. Se ciò che è fuori di me è identico a ciò che è dentro di me, allora chi è scelto equivale a chi sceglie.
Capire le metafore dell’immaginario è capire la psiche e i modi stessi della vita. La fiaba diventa a un tempo una struttura psicologica e alchemica, cioè in trasformazione, in evoluzione.
Il Bosco di Pollicino è la selva oscura di Dante, la complessità paurosa dentro e fuori di noi. Pollicino è il più piccolo, il figlio minore, l’ultimo arrivato, ma tuttavia confida in se stesso, nella propria intuizione e astuzia. La Casa è la sicurezza, la risposta a tutti i bisogni, la nostra veste più grande, un Io allargato, un archetipo rassicurante, una proiezione sociale della Madre .
L'uomo primitivo non aveva complessità né spazi vuoti, perché non aveva individualità, viveva all'interno di una struttura collettiva forte e ordinativa, che lo accoglieva e gli dava senso. Il Mito collettivo era una grande Casa comune che conteneva la storia di tutto il gruppo, egli era in simbiosi col popolo, il clan la tribù, la famiglia. Ma l'uomo moderno è solo, vuoto e infelice perché si è alienato dalle strutture collettive e dai riti significanti, ha perso le strutture esterne dell’anima senza trovarne di interne, e deve cercare da solo un senso personale o sociale, cosa per niente facile, per cui diventa spesso uno scettico confusionale o uno che vive dell’esteriorità, perché non conosce le vie della propria anima o perché la cultura materialistica diffusa lo spinge a viversi in modo epidermico. “Siamo tutti nevrotici - diceva Jung - perché ci siamo alienati dalla nostra anima”.
L’uomo ha perduto l'appartenenza all’immaginario collettivo e spesso non ha nemmeno un mito personale, dunque ignora cosa dia senso alla sua vita, sia collettivamente che individualmente, e quali siano i giusti valori e ruoli, e quali debbano essere gli scopi individuali o universali, spesso si omologa a miti di basso profilo indotti dall’esterno, dal consumismo, dal mercato, dalle discrasie del potere, che non lo considerano nemmeno una persona bensì un oggetto, una merce... Tutto ciò che lascia assetate parti del suo essere e gli procura una dissociazione dal suo Sé.
La società sa sviluppare sistemi forti a servizio di poteri ristretti, ma quei sistemi non sono sempre umanamente validi, non lo è per esempio un mondo dove valga il profitto per il profitto e dove l’uomo perda la sua centralità di valore. Il profitto da solo è un mito di basso livello che degrada la persona e la porta alla dispersione psichica. L’uomo ha bisogno anche di coltivare la propria spiritualità e di orientare ad essa la vita, ha bisogno di un mito sovrapersonale, altrimenti cadrà preda dei suoi istinti inferiori o sarà dominato da chi li gestisce per lui. Dice Isha: “Se la gente si comporta secondo gli istinti, i più forti opprimeranno i più deboli e le passioni umane avranno sempre il comando, infatti l’avaro vuole governare per possedere, e l’ambizioso vuole possedere per governare; per entrambi lo scettro è rappresentato dalla frusta! In tal caso il potere appartiene agli accaparratori più astuti. Quando il lusso (o il superfluo) diventa indispensabile, i ricchi hanno il sopravvento. Allora la società non è più retta dal principio della Qualità, ma dal favoritismo e dalla cupidigia” .
Il mito del nostro tempo si proietta oggi in leader che cercano solo la totalità del dominio, la forsennata ricerca del possesso, l’avidità della proprietà, l’abuso del comando, l’arbitrio di chi si pone sopra la legge. Una società preda di scopi di basso livello è deleteria per i suoi membri e li conduce alla rovina, sia che comandino, sia che ubbidiscano. Dobbiamo scegliere sempre tra la Qualità e la Quantità, ma i due scopi sono antitetici. “Se la classe dirigente non viene selezionata in base alla qualità, viene selezionata dalla ricchezza materiale, cosa che testimonierà sempre la decadenza della società e l’infimo gradino da essa raggiunta” . In una società simile, chi non ha il potere resta in una identità debole, frutto di una caduta ideale e di un mercato che ruba all’uomo l’emancipazione del pensare e dell’essere e anzi li demonizza perché il pensare e l’essere sono nemici del comandare. Quando l’ideale scompare dalla scena della storia e della psiche, quando l’ideologia diventa non facoltà dell’uomo ma potere sull’uomo, di gruppi ristretti, il grande nemico dei governanti è l’uomo che pensa. Ma solo l’uomo che pensa cammina, e chi non pensa è divorato dall’Orco, come i fratelli di Pollicino. Gli uomini senza potere si dividono allora tra quelli che cercano un’altra storia, un altro mondo possibile, e quelli che sono plagiati dagli idoli imposti e cercano in essi una appartenenza e una casa di protezione. L’identità si può cercare anche per proiezione, partecipando alla corte del più forte, dove si crede libero chi si proietta in chi comanda e lo ripete acriticamente.
I clan primitivi avevano menti di gruppo, come colonie di api, vivevano simbioticamente mitologie collettive e non conoscevano i drammi della singolarità. Ma dal piano indistinto e tribale la soggettività moderna ha estratto l’uomo personale, l’isola che emerge dal mare dell’inconscio, con un compito in più: la costruzione di se stesso al di là del gruppo, la coscienza della propria storia personale oltre alla manipolazione nella storia collettiva, in cui anzi gli viene chiesto di promuovere realtà nuove. La soggettività nasce unita alla responsabilità: creare il mondo e non subirlo. Pollicino rappresenta una necessità drammatica, non rinviabile, di assunzione di responsabilità. Inutilmente tenta di sfuggire al suo compito tornando a casa, cerca di non crescere, di rinviare l’autonomia. Le circostanze impongono una rapida scelta. Così l’uomo è spinto a gravarsi di ciò che accade, per salvare se stesso, i suoi fratelli e tutti gli altri, e non può rinviare il compito, perché o ci salveremo tutti o non si salverà nessuno.
Oggi i media ci offrono la massificazione come casa dell’Orco. Jung diceva: “I demoni amano calare soprattutto nelle masse. In mezzo a una massa l’uomo è sradicato e quindi facile preda dei demoni. La tecnica nazista consisteva nel formare non individui bensì masse”. Ma il neoliberismo non è molto diverso. Anche la propaganda falsamente democratica ci induce ad abdicare al pensiero per seguire i dettami dei capi ideologici: “I demoni! Ogni uomo che smarrisce la sua ombra, ogni nazione che si valuta moralmente superiore è loro preda!”
La fiaba di Pollicino dice che l’unica appartenenza salvica che ci resta non è in protettive case surrettizie, ma nell’abbracciare il nostro destino in modo attivo. Riconoscere il nostro compito sociale e non più rimandarlo: “La pace è frutto di lotta, non del sonno”, dice Isha.
E Jung:“L’unica possibilità di salvezza sta nel paziente lavoro di educazione dell’individuo. Il potere dei demoni è enorme e i moderni mezzi di suggestione sono al loro servizio.. Il Cristianesimo riuscì a mantenersi integro con la persuasione da persona a persona. Ecco, questa è la strada che anche noi dobbiamo percorrere se vogliamo sconfiggere i demoni. Io so che essi esistono così come so che esiste Buchenwald. E’ il mio destino essere preso per matto, soprattutto da coloro che sono posseduti dai demoni… Niente è più esaltante che cercare di capire. Allora ci rendiamo conto che la vita è grandiosa e bellissima e che non sempre la stupidità e l’ottusità trionfano… In questa epoca infausta l’unica speranza è l’attività interiore dell’individuo”.
Se l’uomo si mette sulla strada della libertà e dell’autonomia, si imbatte nel mito sociale. All’uomo primitivo era chiesto solo il gregarismo, a noi viene chiesta la scelta. Negli ultimi secoli il processo di autonomia dell’Io è avanzato, nel dramma di una nuova solitudine. Ora la New Economy, per i suoi piani di imperio, vorrebbe ricacciarci nella folla dei succubi, ma non è più tempo di regni e di colonie, le condizioni sono cambiate perché l’Io è cambiato. L’uomo ha bisogno di nuovi miti, perché i dogmi mercantili sono vuoti d’anima e si muovono su piani orizzontali e materiali, contro l’uomo. Non c’è accumulo di beni o omologazione culturale o densità di potere che soddisfi i livelli spirituali dell’uomo. E’ altro che l’anima vuole. E’ come placare una sete infinita continuando a mangiare. Saturare i piani materiali lascia sempre più deserti quelli spirituali. L’ideologia lucrativa schianta ancor più la libertà ideale dell’uomo. C’è una forte negazione dell’anima nelle iterazioni di questo mondo globalizzato. Jung dice: "Chi non ritiene che la conoscenza debba convertirsi in obbligo morale, diviene preda del principio di potenza e ciò produce effetti dannosi, rovinosi non solo per gli altri ma per lui stesso" . Lo stesso si può dire del potere. Un potere senza conoscenza non è nulla, un potere senza etica è una rovina collettiva.
Per salvare il mondo, occorrono nuovi miti fondati sull’obbligo morale, ma l’etica non può essere una propaganda artificiale appiccicata a un discorso di conquista, né possono esistere valori là dove i nomi diventano meri suoni che coprono la morte. L’insoddisfazione dell’uomo nasce dal sentire che la vita interiore gli viene negata, che la libertà di pensare e agire gli viene stroncata, che la stessa informazione gli viene data distorta, che ogni sicurezza progressivamente viene rubata, e lui non sa più chi è e cosa vuole e sempre più diventa un numero insignificante in un luogo anonimo dove il potere è nelle mani di pochi. Non si cammina guidati da ciechi. L’apologo del vecchio imperatore cieco di Kurosawa che conduce gli altri all’abisso è ancor più attuale. Questa perdita di senso personale e collettivo che i nuovi miti economici o militari inducono pesantemente è una forte regressione sul piano dei valori dell’umanità, è il ritorno a una società passiva di sudditi, impresentabile e improponibile dopo il vivace progresso dei diritti e dei doveri dell’uomo e del cittadino e le autolimitazioni del potere connesse alla democrazia. La nuova ideologia è anche peggio dei miti estremi della destra o della sinistra, perché almeno Comunismo e Nazismo creavano delle identificazioni forti, mentre l’uomo-consumatore è comunque proiettato a sensazioni effimere proprio in quanto è oggettivato e non trova alcuna grandezza nei miti del consumismo. In luogo dell’alienazione marxista del lavoratore proletario abbiamo una nuova alienazione che colpisce l’uomo in quanto consumatore passivo. E’ questo misconoscimento operato dal sistema che insterilisce il processo della coscienza personale. Avviene allora una discrasia tra tre gruppi: quelli che, poco emancipati, soccombono alle imposizioni del sistema e vi si adeguano, arrivando a difenderlo per piccoli o grandi vantaggi personali, quelli che il mercato lo dominano ma ne sono essi stessi preda, in quanto continuano ad allontanarsi dal proprio Sé per adorare un vitello d’oro, e infine chi lotta per non diventare succube e non accetta di usare gli altri né di prostituire se stesso, non accetta di essere divorato. E’ di nuovo la storia di un Pollicino o di un Harry Potter, in un’ottica sociale e collettiva, e di nuovo dovrà essere il più piccolo, l’ultimo degli ultimi, il promotore del nuovo, colui che taglia la testa all’orco. E nessuna meraviglia se colui sarà visto come sovvertitore dell’ordine costituito.
Psicologicamente ci sono vittime in tutte e tre le categorie: gli Orchi, in quanto hanno perso la loro umanità e sono condannati a divorare i propri figli, creando genìe senz’anima; i fratelli di Pollicino, o succubi, perché non hanno svegliato una coscienza critica e rischiano di essere divorati per un desiderio passivo di sicurezza; gli stessi Pollicini, gravati dal compito gigantesco di salvare il mondo insieme a se stessi. Essi possono solo sperare di unirsi, credendo fortemente in quello che fanno, perché solo così potranno salvare tutta la famiglia umana.
Dunque abbiamo: quelli che non hanno dominio né sui beni né sull’io, quelli che hanno il potere sui beni e il comando delle persone ma crescono su un piano puramente materiale, e quelli che si dibattono per non essere né sfruttati né sfruttatori e che possono evolvere solo se trasformano il loro compito individuale in un mito collettivo e sociale.
Il problema è costruire una trama nobile, non esogena, durevole nel tempo e di portata collettiva, e non va nemmeno bene che il mito sia solo adattivo alla società perché conservare la società attuale significa decretarne la morte. Sognare un nuovo mondo vuol dire essere già usciti idealmente da un plagio di potere.
Per fortuna, quando una società cade in squilibri degenerativi, sorgono fisiologicamente gli anticorpi. Buddha, Gandhi, Madre Teresa, Papa Giovanni sovvertirono la società del loro tempo aprendola a nuovi impulsi. Buddha emancipò la mente dalla sudditanza agli dei e liberò dalla costrizione del desiderio. Gandhi eliminò le caste iniziando una liberazione politica non violenta. Madre Teresa annullò se stessa per il servizio ai morenti e ai parìa. Papa Giovanni uscì dall’isolamento pregiudiziale del Cattolicesimo per riaprire il dialogo tra le fedi e democratizzare una struttura assolutistica. Il loro mito era forte perché non era egocentrato ma sociale e universale. Come dice Isha: “Nobiltà del senso altruista. Nobiltà del lavoro per una causa impersonale. Nobiltà dell’incorruttibilità”.
Il pioniere, il santo, l'innovatore sono portatori di valori forti, che vanno controcorrente proprio perché sono altamente collettivi, e, quanto più un mito è benefico al mondo e non fa solo gli interessi del suo portatore, tanto più esso è valido. L’uomo che si separa dalla propria cultura e dalle sue immagini trainanti (religiose, filosofiche, economiche, sociali…) e compie un balzo evolutivo, esprime la possibilità di contattare la grande matrice psichica universale, per riscoprire ciò che è collegabile all’intera umanità. I grandi rivoluzionari spirituali non sono mai stati figli passivi del loro tempo, ma lo hanno superato, e hanno sovvertito positivamente culture malate e decadenti con idee-guida evolutive. Il loro afflato non sta solo nell’ispirazione ma nell’universalità. Essi furono non narcisi costruttori di imperi ma tramiti di assoluto.
Ci sono periodi in cui la società è tanto degradata da produrre leader di basso profilo, volti all’ego e alla materia, proprio allora si sente più radicalmente il bisogno di individualità diverse e sconvolgenti. Quanto più l’Ego avanza, tanto più i bisogni collettivi rivendicano la loro necessità. Ed è allora che risuonano più alti gli ideali universali, come necessità imprescindibile. Ricordiamo che il tempo del Cristo venne entro la crisi dell'Impero romano, con imperatori impostori e corrotti, e sette e esoterismi incontrollati.
Abbiamo bisogno di ordine. Ma un sistema di ordine può essere involutivo o evolutivo. Anche un cimitero è un sistema di ordine, anche un lager, anche la Borsa o il mercato globalizzato. Jung dice che qualunque mito è un tentativo di dare ordine, anche miti pericolosi o disgreganti, come il delirio di uno schizofrenico o di un megalomane politico, ma questi non sono miti collettivi né salvici.
Ideologia e Mito non sono evolutivi e progressivi di per sé. Il Marxismo o il Nazismo o il Fascismo provarono nei fatti la loro natura di schemi deteriori, volti alla distruzione e alla negazione dell’uomo. In contrapposizione, l’attivismo del volontariato è una nuova forma ideale che può trasformare l’esistenza e illuminarla. Ma, per i sistemi di potere reazionari, essa appare come sovversione. E’ un’anomalia, che minaccia il sistema consolidato. Essere pacifisti, dopo l’11 settembre, è considerato anormale. Ma cosa è normale? Non esiste il mito della normalità anzi la massificazione è proprio il massimo dell’alienazione e della disumanità. Un tempo la normalità era definita come adattamento totale dell'uomo alla società del suo tempo, per cui qualsiasi devianza dalla norma era etichettata insana. Ma Jung obietta: “Potremmo chiamare ‘delirio’ qualsiasi credenza fuori dalla norma, come la fede negli angeli, nei dischi volanti, nella comunicazioni coi defunti, nella visione dei fantasmi; potremmo chiamare delirio la fede nella verginità di Maria, nella potenza di Visnù, o nei poteri carismatici e virtuali di un partito o di un leader, ma che senso avrebbe? “Non possiamo dire che tutti coloro che hanno una credenza diversa o presentano idee nuove solo per questo sono deliranti. Dov’è allora il criterio separativo? Si deve guardare alla solidità dell'IO, al suo grado di coesione e al suo adattamento alla realtà esterna, ai fatti, al vantaggio collettivo.
Cos'è che distingue uno schizofrenico, un genio, un santo, un veggente, un sensitivo, un filosofo, un innovatore, un artista, un mistico? Molto meno di quel che si pensi. Un mito è un sistema come un altro e addirittura "ognuno ha bisogno del proprio sistema delirante per vivere" e, quando non esiste, prova disorientamento e sofferenza, perché il mito nutre e realizza, tiene l’uomo in sé e lo consolida.
Così abbiamo avuto ‘la superiorità della razza bianca ’, ‘l’integralismo islamico ’, ‘il sole socialista ’, ‘le crociate ’, ‘la lotta alle streghe ’, ‘il complotto dei rossi ’, ‘il terrorismo ’, il ‘Ku Klux Klan ’, il ‘neo-liberismo’... Mito è l’idea portante e forte che conduce l’immaginario, non di per sé buona o giustificabile e che può contenere tutto: grandi idealità come follie estreme, libero mercato come statalismo, pace come guerra.
Gandhi diceva: “Non posso parlare di religione a chi ha fame”, eppure l’uomo ha bisogno più di idee che di cibo. L’uomo si nutre di immagini ma vi sono immagini buone e altre no; solo i risultati in termini di verità, trasparenza, coerenza, bene ed etica, fanno prova di giustezza o di errore, ma è difficile fare valutazioni a priori, soprattutto per ciò che sembra lontano e diverso.
Così nel mito troviamo ‘i medici senza frontiera’, ‘il telefono azzurro’, le ‘sorelle di madre Teresa’, quelli del ‘G8’e quelli contro il G8, il Wto che difende i più forti o ‘Porto Alegre’ che difende i più deboli, i terroristi e i partigiani…
Una valutazione può trarsi nella misura di quanta sofferenza o salvezza concreta il mito produca nel suo realizzarsi, se salvi il mondo, come tenta di fare Pollicino, o lo divori, come fa l’Orco. Difficile valutare, dovremmo saper distinguere il Bene dal Male. Hillman, nel suo ‘Codice dell’anima’, porta avanti anche l’evoluzione del seme del Male, DNA potenziale che si realizza come mala pianta. Non c’è solo Madre Teresa, nel suo Processo di Individuazione, ma anche Hitler o il mostro di Londra.
Jung parla poco del Male, anche se il problema della duplicità dell’Essere lo sconvolge per tutta la vita, ma, quando parla dell’Inconscio Collettivo e della sua emersione, lo vede spesso in una luce buona, naturale e salvica, la matrice della storia dell’anima, la grande Madre della vita e dell’evoluzione. Parla dei cattivi miti quando esplode la follia nazista, anche se, nel primo avvento di Hitler, nemmeno lo riconosce come Male ma per un po’ si sbaglia e crede sia arrivato l’uomo dell’ordine e della provvidenza, come molti altri. Quanti di noi oggi fanno lo stesso?

vivianavivarelli@fuoriradio.com


 
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Re: *MITI SOCIALI (Voto: 1)
di rosalba il Thursday, 24 February @ 18:27:09 CET
(Info Utente | Invia un Messaggio)
E' uno dei tuoi articoli super-super-super......
E non scherzo Rosalba



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