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Psicologia: SOCRATE - COSCIENZA CRITICA E VITA CIVILE

_CONTRIBUTEDBY vivianavivarelli il Saturday, 19 February @ 18:11:58 CET

Cultura & TeatroIl concetto di ‘Io’ è moderno; la coscienza soggettiva è un fenomeno recente, che inizia 2500 anni fa ed è legato allo sviluppo della mente logica o separativa. L’uomo primitivo viveva in modo simbiotico in un gruppo, una tribù, un clan, uno stato totalitario, come l’animale nel branco, e usava una mente immaginativa legata alle voci degli dei. Al sorgere della filosofia i primi pensatori sentono le voci degli dei e credono che il sapere venga comunicato alla loro mente dall’alto, ma a poco a poco si fa strada in Occidente il pensiero razionale, la mente logica e 2.500 anni fa nasce in Grecia l’uomo consapevole.


La Bibbia descrive questa consapevolezza come l’uscita dall’Eden. L’umanità inizia il suo difficile cammino dopo aver mangiato il frutto della conoscenza. L’uomo esce dal giardino divino dove viveva come un animale inconscio, e comincia a andare verso il proprio sé. Prima era tutt’uno con la natura, ora diventa distinto da essa e conosce la solitudine e l’emancipazione della coscienza, diviene centro di consapevolezza e dunque centro di sofferenza, perché capire è anche soffrire, e individuarsi è anche separarsi. L’uscita dall’Eden è la condizione che permette la storia della coscienza soggettiva.
Negli ultimi 2.500 anni il pensiero occidentale è stato la produzione graduale dell’emisfero logico. Ma i liberatori sono i geni del pensiero divergente e oltrepassano sia la logica che l’intuizione per avviarsi verso un’altra mente, superiore ed evolutiva.
Tra gli uomini inconsci e l’uomo di oggi troviamo Socrate. Lo possiamo considerare il primo uomo moderno. Il motto che lo individua è sul frontone di un tempio di Apollo: “Conosci te stesso”, un comando superiore che origina la coscienza, come nuovo dovere dell’uomo, non più succube degli dei ma inventore della propria etica. L’uomo deve conoscere, cioè sviluppare se stesso, per vivere socialmente. La soggettività nasce all’interno della comunità. L’uomo ateniese non conosce l’individualità attuale ed egocentrica, che è uno dei mali del mondo moderno, vive nella polis.
La pulsione a conoscere se stesso spinge l’uomo a realizzare l’etica, come produzione umana e non più divina. La MORALE è l’insieme di regole personali e private che un uomo si dà, ma l’ETICA è l’insieme delle regole sociali, che presuppongono una comunità e un bene pubblico, superiore a quello dell’individuo. La morale è collegata all’io, l’etica al ‘NOI’; l’etica presuppone una coscienza, cioè una consapevolezza e una scelta. La scelta in uno stato moderno si identifica nella democrazia, che dovrebbe essere partecipazione alla cosa comune, sentita come superiore agli interessi di parte. La libertà etica nasce dunque solo con la democrazia. Negli stati non democratici non c’è scelta ma ubbidienza, il compito dei sudditi è ubbidire, non scegliere. L’Ateniese era invece molto fiero di sé, perché si sentiva partecipe di un potere finalizzato al pubblico interesse. La coscienza inizia con la scelta. “Timshel”, dice la Bibbia,” tu puoi, tu scegli”. La Bibbia parla ancora di morale, cioè di scelta personale, il rapporto è tra la tua anima e Dio, ma col pensiero greco entriamo nell’etica, la scelta sociale, il rapporto qui è tra la tua coscienza e il bene della collettività. Scegliere vuol dire distinguere tra bene e male, cioè uscire dal mondo dell’ubbidienza passiva per entrare nel mondo della responsabilità attiva. Solo una scelta libera crea responsabilità e solo la responsabilità individua l’uomo etico ed è prerogativa dell’uomo moderno.
Con Socrate i problemi sono: la libertà, la scelta del cittadino, l’etica in uno stato democratico. Con Socrate si impara ad essere buon cittadino. Per essere buon cittadino occorre conoscere e quindi imparare a pensare.
Socrate vive nell’Atene classica, 2500 anni fa, un piccolo stato da cui è nato tutto il pensiero occidentale, i nostri modi di pensare, la democrazia, la filosofia, l’etica, la logica... Mentre il resto dell’Europa dormiva nelle nebbie della barbarie, il cittadino ateniese entrava nel mondo della responsabilità, non ubbidiva passivamente a leggi imposte e si sentiva ‘cittadino’, non ‘suddito’, in quanto “ubbidiva a leggi che aveva partecipato a formare”. Questa è la definizione migliore che abbiamo di democrazia. E questo dava all’Ateniese fierezza e orgoglio.
La coscienza democratica si identifica dunque con la costruzione del proprio diritto, con la ricerca collettiva della legge migliore, con la partecipazione consapevole di ognuno al miglioramento dello stato per tutti.
Io - diceva l’ateniese - decido di ubbidire alla legge che ho scelto insieme agli altri per il bene comune. Ed è implicito che cambierò questa legge quando ne troverò una migliore, migliorando il diritto per il bene dello stato. Nulla di tutto questo esiste negli stati totalitari, la Persia per es. o l’Egitto, dove tutti obbediscono al capo supremo e ai dignitari che egli nomina e che sono solo i portatori del suo volere.
In una buona democrazia la legge non è fissa o sacra ma cambia col progresso dello stato, è un fatto sociale evolutivo. L’Ateniese aveva chiaro il concetto di bene comune che noi invece stiamo perdendo. La storia del diritto e della politica oggi è ancora la lotta tra chi pone il bene comune sopra ogni cosa e sottopone chiunque alla legge e chi pensa solo al proprio interesse e mette se stesso sopra la legge, dunque sopra lo stato. Il primo atteggiamento è democratico, il secondo tirannico, dispotico e illiberale.
Per questo non può essere buon politico chi ha troppi interessi materiali da difendere e chi è avido di potere personale. Gli Ateniesi sapevano benissimo che la differenza tra una democrazia e uno stato dispotico è enorme e lottavano per conservare la democrazia, al punto che, se qualcuno mostrava troppa ambizione personale o troppa spregiudicatezza, lo esiliavano prima che diventasse un pericolo per la collettività. Nessuno poteva stare in carica troppo a lungo e dopo un certo tempo veniva mandato a casa, perché la permanenza al potere corrompe; alle cariche si concorreva anche con sorteggi, così che un gran numero di cittadini si alternava alla guida pubblica e si esiliavano gli arrivisti. Il potere doveva essere dei cittadini, ed essi avevano la responsabilità della scelta e del controllo.
Socrate rappresenta la responsabilità civile che è sempre responsabilità sociale, qualcosa che ci stiamo dimenticando perciò è bene parlarne. Perché quando ci dimentichiamo la responsabilità, siamo vicini a perdere anche la libertà e rischiamo di passare dalla democrazia al principato.
Il cittadino ateniese non è più l’uomo che obbedisce passivamente agli dei o ai tiranni ma l’uomo che ha una coscienza sociale, che sceglie in base a un’etica, guardando all’interesse generale.
La vita di Socrate mostra come la democrazia sia cosa fragile e come sia facile perdere la libertà e corrompere la democrazia. Socrate visse il periodo di massimo splendore democratico di Atene, poi vide la democrazia cadere sotto un governo totalitario, infine egli stesso, che della democrazia era il primo difensore, venne ucciso.
Socrate era uno scultore ateniese ma più che scolpire faceva educazione vivente, lo possiamo definire un maestro spontaneo non pagato. Atene era una città piccola, forse di 100.000 abitanti; erano cittadini solo gli uomini maggiorenni nati ad Atene, al di fuori di ogni diritto stavano gli schiavi, le donne, i ragazzi e gli stranieri.
Gli Ateniesi vivevano molto all’aperto, nelle piazze, nei tribunali, nelle palestre...e Socrate conosceva tutti e tutti. E’ passato alla storia per essere stato un perdigiorno, che passava le giornate a discutere e a far discutere, in verità era un sollecitatore di pensiero.
Era nato nel 469 a. C. da uno scultore e una levatrice, e diceva che il suo lavoro somigliava un po’ a quello dei genitori: aiutare gli altri a partorire idee, scolpire l’uomo. Socrate era povero e la moglie Santippe, con tutti quei figlioli e le poche dracme che il marito le passava, arrivò a denunciarlo in tribunale e lui la difese, dicendo che aveva ragione ma che non poteva far diversamente perché si sentiva investito di un impegno civile.
Socrate era molto diverso dall’ideale di uomo, kalos kai agaqos, bello fuori e dentro, degli Ateniesi, era piccolo, tozzo e brutto ma tutti lo trovavano affascinante, naso corto e tozzo, volto greve, una gran pancia. Alcibiade diceva che sembrava un satiro, ma quando si metteva a parlare tutti restavano incantati.
Socrate andava in giro dalla mattina alla sera per discutere con la gente, come se facesse un lavoro che gli era stato dato da un dio: "C'è un demone in me- diceva- che mi parla e mi dice cosa devo fare e io non posso disubbidirgli". Diceva ancora: "una vita non improntata a libera discussione non è degna di essere vissuta".
A questa missione educativa sacrificò tutto il suo tempo e la sua vita, trascurò affari e famiglia, ma fu per il mondo il modello perfetto del maestro: colui che fa nascere l'uomo da se stesso.
Diceva che Atene era come un bel cavallo che aveva la tendenza ad addormentarsi, e lui aveva il compito del tafano, che punzecchia il cavallo quando si addormenta.
Atene era uno dei pochi stati democratici della Grecia, ma la democrazia è un bene che va difeso sempre altrimenti si perde. Quando l’uomo smette di vigilare e si addormenta, diventa preda dei più furbi. La libertà è una conquista che va difesa ogni giorno e così la democrazia, e c'è un solo modo per farlo: stare ben attenti, pensare correttamente e pensare in proprio, ‘non’ copiare gli altri o farsi fanatizzare. Insomma se l’uomo vuole restare libero deve tener desto il suo senso critico.
Così Socrate stimolava i giovani Ateniesi con la sue domande e la sua ironia. Questa attività gratuita e disinteressata gli portò via tanto tempo che restò povero, cosa del resto che gli era del tutto indifferente. Dedicò così la sua vita allo sviluppo della razionalità, del senso critico e della coerenza. Questo fu il suo ideale e per questo morì. Era un uomo di pensiero, indifferente alla materia.
Dicevano di lui che, quando era soldato, sopportava vento e freddo senza mai lamentarsi al punto che gli altri soldati, che lo vedevano nella bufera di neve con una tunica leggera, si arrabbiavano. Un giorno salvò Alcibiade ferito portandolo indietro sulle spalle e poi rifiutò che lo si sapesse e fece in modo che il premio andasse ad Alcibiade. In genere girellava per Atene, brutto e mal messo, sempre con la stessa tunica, d'inverno o d'estate, senza sandali né mantello, eppure i più intelligenti e ricchi giovani d'Atene facevano a gara per parlargli e la più bella donna della città, Aspasia, si innamorò di lui. Aveva una dote che non si misurava in dracme o in bellezza, aveva la luce di una libera intelligenza.
Socrate non era un asceta. Era sposato, praticava il libero amore, all'occorrenza godeva di un lauto banchetto e beveva più di tutti, ma, mentre gli altri, all'alba, rotolavano ubriachi sotto il tavolo, lui si alzava e ricominciava un'altra giornata. Questo suo atteggiamento di distacco e di negligenza verso le apparenze o le dipendenze lo rendeva antipatico ai benpensanti e ai conformisti, che lo guardavano come un personaggio pericoloso e un sovversivo; affascinava invece i giovani che amano la libertà e odiano i conformismi.
Socrate aveva straordinarie capacità di concentrazione; era in grado di immobilizzarsi ovunque fosse, immergendosi totalmente nei suoi pensieri; una volta restò un giorno, una notte e poi ancora un giorno, piantato al centro di un cortile, incurante dei curiosi che lo deridevano, immerso nei suoi pensieri. ARISTOFANE, che era un famoso commediografo ateniese, lo rappresentò una volta nella sua commedia LE NUVOLE, mentre scendeva dal cielo in una cesta. Il pubblico scoppiò in una gran risata, il che ci dice quanto egli fosse popolare.
Socrate non ha scritto nulla, come Cristo o Buddha, e non ci lascia nessuna filosofia; sappiamo cosa disse grazie a Platone che era uno dei giovani ricchi che gli stavano dietro e che riporta i suoi dialoghi. Socrate affermava di non avere alcuna verità da dare agli altri: "Sono come una levatrice, che non ha un bambino già fatto da dare alla madre, ma la aiuta a partorire il proprio figlio, così io vi aiuto a generare le vostre idee e, se vengono male, le getto via e vi stimolo a farne di meglio” .Questa è la MAIEUTICA, il parto della mente che pensa in proprio, l’arte del vero maestro, perché maestro non è colui che plagia o convince ma chi stimola a una ricerca autonoma. L'uomo autentico è chi ricrea dentro di sé valori e significati. Educazione passiva è essere fatti dal mondo, educazione attiva è partire da sé per rifare il mondo.
Così i giovani si avvicinavano a Socrate come a uno che poteva aiutarli a esprimersi al meglio. Tra questi era PLATONE. il più bello e il più ricco, un giovane dalla intelligenza spiccata e dalla logica impeccabile, che diventerà poi il più grande di tutti i filosofi greci. Mentre Socrate non scrive nulla, Platone scrive molto, opere bellissime, in cui però il protagonista è sempre Socrate, e in cui sono descritti i dialoghi che avvenivano ad Atene, in piazza, o nella sala dei banchetti o in palestra, attorno a temi filosofici.
Ma dire liberamente quello che uno pensa era pericoloso allora come oggi e Socrate venne attaccato come sovversivo.
Uno dei libri di Platone, L'APOLOGIA, racconta il processo che il governo di Atene aprì contro Socrate condannandolo a morte. ‘Apologia’ vuol dire ‘celebrazione’ ,‘elogio’, perché nel processo Socrate invece di difendersi descrisse se stesso come un benefattore della città, cioè fece il proprio elogio. Che cosa era successo? Con Pericle Atene aveva avuto il massimo della gloria e della ricchezza. La Grecia era stata attaccata dai Persiani, gli staterelli greci si erano riuniti sotto la guida di Atene e li avevano vinti. Vinti i Persiani, le varie città-stato avevano riconosciuto la supremazia di Atene, l'avevano posta a capo di una grande confederazione, corredandola di un grande tesoro, che doveva servire per una flotta e un esercito comuni in caso di altre aggressioni. Ma Atene usò il tesoro per farsi più ricca e bella e Sparta, invidiosa, insorse con la guerra del Peloponneso dove Atene venne sconfitta. Già alla battaglia delle Arginuse 2000 marinai ateniesi erano affogati per errore dei loro stessi ammiragli, la folla inferocita chiese le loro teste per un linciaggio senza processo, e sotto pressione, il governo di Atene concesse il massacro, l'unico che si oppose fu Socrate. La guerra del Peloponneso durò ben 30 anni (431-404 a.C.), gli Spartani vinsero, presero Atene e misero a capo della città un governo di 30 Ateniesi collaborazionisti (il governo dei 30 tiranni), che dominarono con soprusi e vessazioni.
Socrate non si era mai occupato di politica come eletto perché, diceva "In politica nessun buono resta a lungo". Aveva occupato le cariche a cui era stato chiamato, per dovere civico, ma non aveva mai fatto carriera politica per non essere corrotto da compromessi e ipocrisie.
Amava la sua attività di stimolatore sociale, convinto che fosse l'unica cosa che poteva fare ma questo non lo protesse. Chi attacca il male, viene dal male attaccato e non gli giova che lo faccia in privato e con amici. Non esiste relazione sociale che non sia in qualche modo pubblica, e dunque sospetta a chi comanda, specie se stimola il senso critico e il pensiero individuale.
I trenta tiranni erano uomini mediocri e vendicativi, mentre il popolo era caduto nel sordo rancore di chi ha perduto la guerra e cerca un capro espiatorio. I conservatori al potere attaccarono i progressisti. Poiché la democratica Atene era stata sconfitta dalla conservatrice Sparta, la stessa democrazia fu messa sotto accusa e il capro espiatorio fu la persona che più l’aveva difesa: Socrate. Socrate insegnava ai giovani a pensare e dunque fu accusato di ‘Empietà e corruzione dei giovani’, una condanna gravissima, equivalente oggi al terrorismo, la cui pena era la morte. In realtà la vera accusa era reato di opinione.
Si ebbe così il più grande processo dell'antichità e l'Apologia ce lo narra. Socrate disse: "Ho 70 anni e vi parlerò semplicemente come faccio sempre, quando vado al mercato o dal barbiere. Non sono un filosofo, non mi arricchisco con le parole. Tutti dicono che sono sapiente per un motivo: un giorno un mio amico ha chiesto all'oracolo di Delfo chi fosse l'uomo più sapiente della Grecia e l'oracolo ha indicato me. Io mi sono meravigliato perché so di non sapere nulla e allora sono andato a interrogare i veri sapienti, e ho fatto loro tante domande che sono caduti in contraddizione e mi hanno odiato per questo.. Poiché il dio non sbaglia mai, alla fine ho capito che intendeva dire che: 'SOLO IL DIO E' SAPIENTE, e TRA GLI UOMINI E' SAPIENTE SOLO CHI, COME SOCRATE, SA DI NON SAPERE". Il primo presupposto di Socrate è il riconoscimento della propria ignoranza. "Così io ho capito la mia missione, andare in giro e scuotere i miei concittadini dall'ignoranza soddisfatta, e ho preso questo compito talmente sul serio che ho trascurato i miei affari e così sono povero. Molti giovani mi vengono dietro e si divertono quando metto in crisi i presuntuosi. Per questo voi dite che io corrompo i giovani. Ma chi non li corrompe? Forse i giudici? O il consiglio? Il pubblico? sembra che tutti li curino, meno io, ma che cosa strana! Eppure se si parla di cavalli, voi pensate che chiunque sia in grado di allevarli o solo pochi? Pochi, dite, ma allora come è possibile che solo pochi sappiano allevare cavalli ma tutti sappiano educare i giovani? Ciò non è possibile!"
Il giudice allora chiede che Socrate non si vergogna di fare una cosa che comporta pericolo di morte e Socrate risponde: "Ma se uno crede a una cosa, deve guardare a quella, non al pericolo della morte. Io sono stato un soldato, il comandante mi ha dato un posto, ci sono rimasto anche se poteva costarmi la vita. Ora Dio mi ordina di far pensare la gente, e la paura della morte non mi può fermare. In tribunale, come in guerra, bisogna sfuggire la viltà, non la morte. Si deve restare nel luogo dove si pone se stessi, senza tenere in conto il pericolo. Io ho il dovere di avvicinare i miei concittadini e di chiedere loro se non si vergognino di occuparsi solo di onori, gloria e ricchezze, trascurando verità e saggezza, che servono a migliorare l'uomo. Voi mi minacciate di morte, io non so cosa sia, dunque non posso temerla, so però che è male tradire i propri ideali e preferisco ciò che sicuramente è un male a ciò che non conosco.
Se poi mi ucciderete, il danno maggiore sarà vostro, infatti non è concesso a un uomo superiore di ricevere danno da uno inferiore. Voi potreste cacciarmi o uccidermi ma il danno più grande lo fareste a voi stessi commettendo una ingiustizia.
Lo stato è come un cavallo, generoso e forte, ma un po' pigro, io sono il tafano che lo tiene desto. Se mi colpirete, continuerete a dormire il resto dei vostri giorni. In quanto a me, è preferibile patire l'ingiustizia che farla.” A quel punto i giudici erano così irritati che lo condannarono, tuttavia la legge permetteva che l'accusato proponesse la propria pena e Socrate, paradossalmente, propose che gli dessero un premio; visto che era stato un benefattore della patria, potevano dargli una pensione. Allora la corte decise all'unanimità che doveva bere la cicuta, un veleno mortale. Socrate li salutò dicendo: "Anche voi, o giudici, potete nutrire buone speranze sulla morte. Chi è buono non deve temere nulla di male, né dalla vita né dalla morte. E' ormai tempo di andare via, ognuno per la sua strada, io a morire voi a vivere, io vengo condannato a morte, voi all’iniquità, che cosa sia meglio solo Dio lo sa".
Per un mese Socrate fu tenuto in carcere in attesa della morte, i giudici temevano, uccidendolo, di farne un martire, e pensarono di offrirgli una via di fuga. Aprirono la porta della cella e gli dissero che una nave lo attendeva nel porto per portarlo via si nascosto. Ma Socrate rifiutò, perché "era giusto cambiare una legge, ma non era giusto sfuggire a una pena. Nemmeno chi subiva ingiustizia poteva commettere ingiustizia, il male non poteva essere ripagato col male. Se io fuggissi distruggerei le leggi ma nessuna società civile può sussistere se i cittadini non obbediscono alle leggi. Io non sono stato un corruttore di giovani, volete ora che io sia un corruttore di leggi?"
Così bevve la cicuta e morì, tra gli amici in lacrime.
La notte prima aveva sognato una donna bellissima vestita di bianco che veniva a liberarlo.
Questo fu Socrate. Il suo era un METODO DIALOGICO, basato su continue domande, che incalzavano l'interlocutore così da portarlo ad approfondire il suo pensiero e da renderlo più universale. Socrate faceva questo con ironia e distacco, mettendo l'uomo di fronte a se stesso, facendolo uscire dalla superficialità, sviluppandogli logica e coerenza. Pensava che la verità non è mai semplice e immediata, non è mai la prima cosa che viene in mente, essa è una conquista che richiede un impegno attento e costante e un confronto con le idee degli altri, la vera discussione è quella in cui si cominciano a superare i pregiudizi, le idee preconcette o dogmatiche, le banalità, le improvvisazioni. Socrate era un maestro attento e pungolava i giovani affinché non fossero troppo superficiali e distratti, per poi diventare preda dei piazzaioli di turno, così che potessero difendere meglio la libertà e la democrazia. Usava l'ironia come strumento provocatorio contro la supponenza, la presunzione, la protervia. Attaccava gli improvvisatori, i ciarlatani della politica, quelli che sono convinti di sapere tutto e di poter fare tutto e vendono qualunque idea. Gli Ateniesi erano dei magnifici improvvisatori, versatili ed eclettici, convinti che, se uno faceva bene le navi o i vasi poteva anche governare bene, invece Socrate diceva che occorreva competenza e che se uno era buon imprenditore, non era detto che fosse buon politico: "Se hai le scarpe rotte, le porti da un ciabattino. Se la barca fa acqua la fai riparare da un falegname. Se il vascello dello stato va male, lo affidi a un competente, non a un uomo qualsiasi". Per Socrate l'uomo deve saper fare ciò che fa e se uno è bravo a fare una cosa, non è detto che sappia farne bene un'altra. La fiducia è una cosa seria e la si dà a chi è competente non a chi dice solo di esserlo e anche la politica è una cosa seria che va affidata a persone preparate e non a improvvisatori. In un mondo di dilettanti Socrate richiedeva un pensiero più maturo.
Se l’uomo imparerà a pensare correttamente, a distinguere bene e male, non potrà che scegliere il bene, come l'uomo che ha davanti due piatti di minestra, uno avvelenato e uno buono, e sceglierà quello buono. Secondo lui, se l'uomo vede chiaramente la giusta via, non può che prenderla. Se sbaglia, è perché non ha pensato correttamente, non si è informato bene, non si è confrontato bene. L’errore di giudizio è errore di conoscenza.
La scelta cattiva è una scelta ottenebrata, confusa. Ma la bella intelligenza è quella che porta necessariamente al bene sociale. Aiutare la gente a pensare significa produrre cittadini consapevoli e stati felici. Sono l’errore e l’ignoranza che rovinano gli stati. Per Socrate:
CONOSCENZA=BENE=FELICITA'
La giusta conoscenza è quella che produce azione morale, l'uomo che vede la verità è anche socialmente buono e produce uno stato felice. Questo concetto è diffuso in Oriente ma non da noi, in India teoria e prassi camminano insieme, non può esistere un saggio che non sia anche buono. Ma noi separiamo logica da coscienza e confondiamo intelligenza con furbizia. Socrate è intelligente ma si affida a un custode interiore, la voce di una coscienza etica che guarda oltre Socrate, una specie di tutor angelico. C’erano ad Atene maestri di carriera che coltivavano ‘l’arte dell’apparire’, i SOFISTI, che insegnavano agli ambiziosi la retorica, che è l’arte di convincere gli altri. Socrate invece valorizzava ‘l’essenza’ dell’uomo, non l’apparire ma l’essere.
Il processo a Socrate segna la crisi della democrazia ateniese. Platone, che aveva tanto ammirato lo stato democratico, resta così scioccato dalla morte di Socrate da maturare un vero disprezzo verso la democrazia, perché il popolo può essere manipolato da persone avide o mediocri che fanno scadere la democrazia in demagogia. Platone vecchio disegnerà uno stato ideale, in cui il potere è in mano ai filosofi e il popolo non conta più niente. Ma la sua Repubblica è un’opera nata dall’amarezza.
Aristotele chiamerà ‘politia’ il governo buono popolare e ‘democrazia’ quello corrotto. Oggi non c’è gruppo politico che a parole non si dichiari democratico, ma nei fatti le democrazie presentano una enorme varietà. Democrazia può voler dire governo che elimina tutte le disuguaglianze che impediscono ai singoli l’accesso ai beni e ai diritti che rendono l’esistenza degna di essere vissuta. (Massima uguaglianza di fatto).
Democrazia può essere l’insieme dei procedimenti che permettono ai cittadini il massimo di intervento sulle decisioni di interesse pubblico e sul loro controllo. (Massima distribuzione del potere). Ma non è detto che queste due condizioni stiano insieme, si può abolire per es. il diritto di proprietà (come hanno fatto nei Soviet) ma restringere il potere a una nomenclatura, cioè a un apparato. Oppure si può far votare tutti ma impedire di fatto lo sviluppo personale, privando il voto dei suoi effetti come sta avvenendo in Italia, o togliendo ogni garanzia al lavoro. Una democrazia sostanziale riconosce e tutela i diritti sociali, cioè lo stato elimina le disuguaglianze economiche, per es. con una scuola pubblica gratuita, con una assistenza per le malattie, le invalidità, la salute, le nascite.. la vecchiaia. Gli Stati Uniti non hanno avuto per un certo tempo una democrazia formale, almeno finché hanno negato ai negri il diritto di voto, e resta tuttavia il dubbio se la loro si debba ancora chiamare democrazia vista la bassa affluenza alle urne e visti i grandi interessi economici che stanno dietro i candidati, forse sarebbe giusto parlare di plutocrazia = governo dei ricchi, ma restiamo nell’ambito della democrazia formale, inoltre non c’è ancora una democrazia sostanziale, in quanto lo stato sociale è limitato, le scuole pubbliche sono pessime, non c’è assistenza sanitaria per i poveri, non c’è stato sociale ma assicurazioni costose che solo pochi si possono permettere. Anche in Europa c’è chi cerca di diminuire lo stato sociale, che di fatto protegge le fasce deboli della popolazione, per es. eliminando l’assistenza sanitaria gratuita per i più poveri e introducendo il sistema delle assicurazioni private. La privatizzazione di servizi essenziali, come la scuola o la sanità o il sistema pensionistico porterebbe inevitabilmente, come negli USA, a un maggiore impoverimento dei già poveri. Se questa spinta antisociale dovesse andare avanti, avremmo una diminuzione della democrazia sostanziale a favore degli interessi economici dei più ricchi.
Una variazione delle tasse non significa necessariamente miglioramento sociale, può significare peggioramento se arricchisce solo i più ricchi ma rigetta sui più poveri il costo dei servizi. Una democrazia progredita è tanto formale (diritto ampio di voto, consultazioni, referendum...) che sostanziale (possibilità pratica di veder riconosciuti il diritto a una vita sana e realizzata, senza paure). Un’altra caratteristica della democrazia sociale è una tassazione fortemente progressiva sui redditi, sul patrimoni e sulle successioni, in modo che chi più ha, più partecipi alla spesa pubblica nell’interesse di chi ha meno. Quando invece la democrazia sociale incide non sulla redistribuzione della ricchezza, ma sul modo di produrla, attraverso cooperative, gruppi sempre più ampi di piccoli produttori, o collettivizzazioni o nazionalizzazioni si passa, teoricamente, al socialismo che mira all’eliminazione della proprietà privata. C’è molta differenza tra una democrazia e l’altra, uno stato può essere più o meno libero, ma i cittadini devono sapere che l’opinione pubblica, la stampa, le istituzioni di democrazia diretta come i referendum, i gruppi organizzati come sindacati o associazioni, le proteste popolari, gli appelli su larga scala, possono avere un grande peso politico. E che l’unica cosa che veramente conta è la partecipazione, l’informazione, il confronto, la possibilità di un controllo e di un ricambio e la volontà di cambiare in meglio, per il bene di tutti.
Socrate è il prototipo della consapevolezza etica che si sviluppa come impegno civile. Egli vive lo stato come una realtà più grande che si deve servire, sacrificando anche se stessi, ma non vive la legge come qualcosa di immutabile, bensì come il risultato di una scelta evolutiva che raccoglie il meglio delle energie sociali. L’uomo è innanzitutto cittadino e il cittadino non deve essere passivo di fronte alla legge.
L’Ateniese aveva molto chiara la differenza tra democrazia e tirannide: se solo uno ha il potere economico e i mezzi per manipolare il popolo, se solo uno decide senza consultare nessuno, se attorno a quello ci sono solo cortigiani che devono riportare la sua volontà, quella non è democrazia. Se i capi sono eletti dal popolo e possono decadere, se c’è una certa alternanza di potere, se coloro che prendono le massime decisioni possono farlo solo su mandato popolare e nei limiti del mandato, e agiscono in modo collegiale, e i cittadini esercitano il controllo e possono rimuovere gli indegni, allora quella è una democrazia.
La democrazia è partecipazione alla cosa politica, elezione e controllo. Tutto il resto è barbarie. Ma essa implica il senso civico e la responsabilità di tutti al bene comune e non le scalate al potere.
Socrate richiama l’uomo a essere il meglio di se stesso ma non per se, per il bene comune.
La legge non è un comando che piove dall’alto, assoluta e inamovibile nel tempo o governata da pochi in modo dispotico, essa è scelta dal popolo e corrisponde al grado del suo sviluppo, è il risultato di una ricerca che sintetizza le migliori intelligenze, può essere modificata e migliorata. Quando la legge nasce da un comando divino o tirannico, come negli integralismi religiosi o nei principati, essa diventa indiscutibile e assoluta e cessa di essere giusta, ma quando è dinamica nel tempo, si cala nella storia, si laicizza, perde ogni trascendenza, diventa cosa umana fatta per gli uomini e modificata in meglio dagli uomini, allora si ha una legge civile. Socrate pensa, come per ogni buon ateniese, che ‘politica’ significhi ‘cura disinteressata della polis’, e questa è la cosa più degna di un uomo libero. La democrazia ateniese era una delle più pure forme di democrazia diretta, cioè i cittadini tutti partecipavano via via alla formazione della legge, non solo ma anche alle funzioni esecutive e giudiziarie. Lo stato era piccolo, la partecipazione intensa. Oggi forme di democrazia diretta sono molto rare, possono esistere al più in alcuni cantoni svizzeri, la complessità dello stato attuale impedisce che si pratichi una democrazia diretta. Noi abbiamo una democrazia mista, esercitiamo la democrazia in modo indiretto attraverso le elezioni di rappresentanti sia a livello locale che nazionale, e abbiamo pochi istituti di democrazia diretta come il referendum, in cui diciamo direttamente la nostra volontà, ma essi negli ultimi tempi sono stati disattes. Anche la democrazia indiretta o delegata che si esercita dando mandato elettorale ai deputati e senatori si è dequalificata, in quanto l’eletto non ha alcun obbligo di mandato e può migrare in partiti avversari, distruggendo di fatto il programma per cui l’elettore lo aveva scelto. Ma anche quelli stessi che non hanno fatto derive, di fatto hanno spesso tradito i programmi per cui erano stati eletti. Essi spesso non hanno rappresentato più nessuno salvo i loro interessi di potere. Questi grandi attentati alla democrazia hanno aumentato la disaffezione politica di chi non ha potere, con grave crisi della democrazia che ha perduto la sua base popolare per diventare gioco di pochi, tesi solo a perpetuare poteri e interessi personalistici.
Può darsi che in Italia si passi dalla democrazia a un principato, ma di fatto gli Italiani hanno perso la libertà quando hanno smesso di difenderla.
Già nella splendida Atene, al tempo di Socrate, la democrazia nacque e immediatamente rovinò in demagogia, cioè sorsero maestri di arrivismo, i sofisti, che insegnavano come si fa ad arringare la folla e a plagiarla, convincendola di tutto e del contrario di tutto. Socrate mette in guardia contro il sonno della ragione, la pigrizia mentale, l’arrendersi alla ragione degli altri, perché ogni volta che un cittadino cede agli altri la responsabilità delle scelte sociali perde la sua libertà. Io cittadino sono responsabile della legge, che nasce dal mio sforzo di crescere e dal mio amore per la comunità. La legge deve evolvere insieme alla coscienza sociale di cui io sono parte. Sono io il custode della legge e il suo correttore. Io so che la legge è relativa, perché è solo una tensione verso il bene e procede in senso etico parallelamente al popolo che la forma, ma Socrate dice anche che, finché la legge è in vigore io devo ubbidirla, come fosse assoluta, anche se mi ferisce, perché la stabilità dello stato si fonda non sulla legge ma sul suo rispetto, cioè sulla legalità, e se io attento alla legalità, uccido lo stato. Sulla legalità si fonda la stabilità della città, ed essa è un bene tale che per mantenerla io devo sottopormi anche a una legge ingiusta, finché è in vigore. Il cittadino può contestare una legge e lottare per cambiarla perché è nel suo diritto democratico ma non può disubbidirla, perché ciò minerebbe il valore principale su cui si fonda lo stato, il consenso. Il trasgressore danneggia tutto il gruppo sociale, perché contamina il valore stesso della legalità, al posto del diritto e dell’etica porta la trasgressione e l’arbitrio, egli è dunque un corruttore dell’anima. Quando un potente mostra di poter trasgredire la legge impunemente, le basi stesse dello stato si disgregano, la corruzione si mostra vincente, si distrugge il senso profondo del bene e del male dentro ognuno, si distrugge il valore stesso della giustizia e si precipita nell’arbitrio e nell’anarchia. Non si può dire di governare legalmente e poi vivere in un modo anarchico. Il gruppo è un valore superiore all’interesse del singolo. Senza legge non c’è stato. Senza stato l’uomo torna a un livello bestiale. Colui che si vanta della trasgressione e non viene punito è un corruttore che insinua il dubbio che agire secondo il proprio interesse contro la legge sia cosa valida. Una comunità si fonda essenzialmente sui suoi legami ideali, rompere questi legami distrugge la società. Il valore della comunità è superiore a quello degli individui che la costituiscono, perché c’è una scala ideale che parte dall’ego e arriva all’assoluto. Il primo scalino è costituito dai valori egoistici individuali, i propri interessi, i propri comodi; poi abbiamo i valori della famiglia, del gruppo, della corporazione, del partito e così via. La via della giustizia guarda al bene di tutti. Quella dell’ingiustizia usa il potere per interessi privati, o della famiglia, dell’azienda, o corporazione o classe ecc. , contro gli altri. Da un lato della scala c’è l’egoismo con i suoi valori di interesse e piacere, dal lato opposto l’intera comunità. Quanto più una legge o un principio difenderà un numero maggiore di persone, tanto più essa sarà alta e valida.
La Grecia di Socrate aveva una struttura tribale. Lo stato era una tribù o un insieme di tribù, un gruppo di famiglie, ad Atene la legge poneva un valore di riferimento alto, nel cui nome sublimare gli interessi privati. Atene era molto di più di un ateniese. Era l’idea dello stato democratico, non totalitario ma partecipativo. La polis permetteva all’uomo di oltrepassare i confini stretti dell’interesse utilitaristico. Era un passo molto importante nel cammino dell’Ego verso il “NOI”. Quando i Persiani attaccarono i Greci, questo mondo ideale crollò sotto il peso della sconfitta. La Grecia fu vinta perché non riuscì a diventare nazione, perché solo quando le comunità riescono a creare organismi sovranazionali, si ha progresso. Invece vinsero le divisioni e le separazioni. I Persiani vinsero grazie ai particolarismi e agli egoismi personali dei Greci. Il che è quello che rischia di accadere anche alla nascente Europa, se gli interessi e i privilegi dei singoli stati continueranno a prevalere su valori comuni. Per costruire comunità sempre più ampie, per poter portare pace e ordine all’intero mondo, occorre saper vedere oltre i propri interessi limitati, occorre uno sguardo meno egoistico, una visione ideale. Non ci può essere giustizia ormai se non in tutto il mondo, non ci può essere pace se rafforziamo i rapporti civili tra popoli. Ogni parte del mondo deve camminare verso l’intero mondo. Oggi è in atto una mondializzazione negativa, lo vediamo nella globalizzazione della produzione e del mercato, nei crak spaventosi delle borse, nelle grandi unioni bancarie e nei trasferimenti dolosi di capitale, nella criminalità che non riguarda più un singolo paese e che alimenta massicciamente le strategie politiche, nei media che fanno del mondo un villaggio globale nel bene e nel male, nell’organizzazione della criminalità, nella diffusione di armi letali o di epidemie, nell’inquinamento, nei danni all’ambiente, nella guerra infinita… Il mondo si scopre uno nel male, non vediamo la globalizzazione positiva: la difesa dei diritti e valori di tutti gli uomini, la libertà dei non liberi, la protezioni ai deboli, la salvezza dell’ecosistema Socrate diceva: la mia patria è Atene e Atene è più di me, per Atene io posso dare la vita. Oggi noi dovremmo imparare a dire: il mondo è la mia patria, e il mondo vale più di me e per il mondo io potrei dare la vita.
“Noi siamo un continente- diceva Dos Passos- non siamo isole, e quando suona la campana suona per me”.


 
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