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Spiritualità: L'AL DI LA'

_CONTRIBUTEDBY vivianavivarelli il Monday, 20 December @ 16:13:12 CET

I racconti di fuoriradioBussa al cielo e ascolta il suono!” (detto zen)
“La nostra vita è lo strumento mediante il quale compiamo esperimenti con la verità”
(Thich Nhat Hanh

Ci sono parole che, quando le incontriamo, ci producono uno shock mentale pari a una sospensione di pensiero, come accade con i koan zen. Se possiamo paragonare il nostro ambito coscienziale all’interno di una casa, è come l’aprirsi improvviso di una finestra su ciò che sta fuori, e scoprire di colpo che la casa è circondata da un territorio immenso inesplorato e incredibile di cui è possibile intravedere qualcosa; il senso di dismisura che ci colpisce è tale da lasciarci sbalorditi. Ho scoperto che questo aprirsi delle parole, come fossero chiavi o cifre o finestre, non è da tutti, ma tuttavia c’è sempre qualcuno, ogni tanto, che mi racconta come, di colpo, una parola, una singola parola, sia arrivata come un vento impetuoso a squarciare il velo che costringeva all’immobilità, iniziando una sconcertante liberazione. Questo accadde quanto sentii dire “espansione di coscienza”.

“E’ chiaro che la parola non funziona di per sé, ma solo quando arriva come la definizione necessaria in un percorso di pensiero già inoltrato e quando dico ‘pensiero’ non intendo nemmeno il pensiero verbalizzato e autocoscienziale ma un più profondo percorso interiore che si compie nostro malgrado anche nella più profonda oscurità.
Quello che c’è fuori dalla finestra, cioè fuori dalla casa consueta dell’ordine e dell’abitudine, è l’al di là. Un koan dice appunto: “Esiste un altro piano di realtà, inaccessibile alla logica e al linguaggio”. Curioso che possa proprio essere una parola, cioè un elemento del linguaggio costruito, come nel mezzo zen, ad aprire il piano della non logica o della non verbalizzazione, ancor più curioso è che ora, io, qui, cerchi di tradurre in parole l’intraducibile, è come se il ragno cercasse di spiegare con l’ausilio di una tela cos’è l’infinito. Ma sono una creatura umana e so benissimo che posso solo sfidare l’imprendibile solo con strumenti umani e i miei strumenti sono il silenzio o la parola, ma, come dicono sempre i saggi: “Sia il discorso che il silenzio trasgrediscono” (Detto zen).
Visto che gli strumenti sono imperfetti, posso dunque usare la parola ma in un senso scardinante, così che anche il pensiero riesca a violare il limite imposto e il mio silenzio si faccia, da trasgressione, passaggio. Avendo trascorso in prigionia metà della mia vita, ho molto vivo il senso della prigionia e della liberazione, la prigionia è assoluta e ti tiene anche quando le mura sono cadute, la liberazione è parziale e dura quanto un colpo di vento, tra questi due assurdi sta il nostro cammino. E’ stato proprio grazie a questi 29 anni di solitudine e di carcerazione familiare che ho assunto la parola come chiave di liberazione: quando sei bloccata e non puoi fare nulla, non hai libertà di movimento e di affermazione, subisci una doppia costrizione, quella di un corpo infermo e quella di una casa che ti sopprime, ed è allora che il pensiero si apre a possibilità vertiginose. Il pensiero diventa la tua via di evasione per eccellenza, le ali di Icaro, ma il pensiero è un’arma a doppio taglio.
Noi possiamo scegliere di credere o di impazzire, capire non è quasi mai consentito, la via di mezzo è molto più difficile e sta nell’accettare, solo molto tardi si impara che accettare è una forma più profonda del capire. Per lungo tempo ho cercato di capire due misteri che sono la vita e la morte, e qua non sono stata la prima né l’ultima. Per lungo tempo mi sono battuta contro lo scoglio delle persone che ci sono morte e che non possediamo più, che ci vengono sottratte indefinitamente. Ho riflettuto sulle differenza tra la psiche e l’anima e su cosa fosse lo spirito. Quando sono arrivate le esperienze paranormali, si è creata una difficoltà in più per tentare di ricostruire la tela che si era lacerata e ristabilire una specie di ordine di contenimento. E’ un’esigenza umana quella di creare una teoria che sistematizzi il conosciuto, ma le esperienze sull’al di là sono incommensurabili e non stanno in nessuna trama. Si è sempre in dubbio sulla loro realtà perché confliggono troppo con la nostra convenzione e l’uomo tenta sempre di respingere il non assimilabile perché è destrutturante e dunque rischioso. Quando apparve la voce diretta o la scrittura dell’angelo, la via più banale sarebbe stato crederle elementi schizoidi, proiezioni di una mente malata, ma si poteva andare più in là, sfuggire alla devastazione di una scienza materialista che ti inchioda a una diagnosi impietosa, e cercare il senso dell’inverosimile. Io spero sempre che, quando l’ultimo velo sarà caduto (il velo di Maya, lo chiamano gli induisti), spero sempre che i significati che ora stento a mettere insieme saranno luminosi e perfetti. Accetto che l’oscuro sia l’attributo di questa realtà materiale ma spero che il luminoso lo sia di quella incorporea. ‘Luminoso’ è un’altra delle mie parole chiave. Quando ero piccola e la sofferenza della prigionia diventava insostenibile, cominciavo a scrivere la parola ‘luminoso’ come un mantra, ma doveva essere scritta ritualmente con grafia particolarmente elegante e nitida e impeccabile, con un bel corsivo destrorso e un solo tratto della penna, e scritta infinite volte, sempre più perfette, finché il suo significato mi pervadesse come la luce che illumina le tenebre. Io non lo sapevo, ma quella era una preghiera.
Sentivo che c’erano molte parti di me: il corpo, la psiche, l’anima, lo spirito… lo spirito collettivo, lo spirito che segue l’intera umanità, e c’era l’angelo e anzi gli angeli avevano varia natura e grado ed erano anch’essi disposti in gerarchie così da costituire una lunga scala dall’oscurità alla luce, fino ad arrivare alla luce completa. Anche ‘scala’ fu una parola chiave su cui ho meditato a lungo.
“Si pose Abramo a dormire col capo su una pietra e gli apparve una scala che dalla terra andava al cielo e gli angeli salivano e scendevano”. Se pure facevo psicologia e analizzavo la psiche, di nuovo le possibilità psichiche mi apparivano disposte a scala, da una parte gli impulsi, le passioni, le emozioni, i ricordi… poi su su si formava la traccia di qualcosa sempre più distaccato e aereo, in qualche modo spersonalizzato dal mio io, anche se in diretto contatto con me stessa. La mia logica tendeva sempre a personalizzare queste parti, a nominarle, definirle, ma queste false personificazioni, fatte esperienza, duravano poco, tornavano a sciogliersi in una limpida continuità dove il mio si sperdeva. Insomma la mia casa interiore, una volta aperte le finestre sulla totalità esterna, scioglieva le mura, si confondeva con l’al di là, tornava a essere un tutto, ma quel tutto mi dava un senso panico, terrificante, come di chi non vede più terra sotto i suoi piedi e teme di cadere in un infinito. Da qualche parte mi torna la memoria di una frase udita: “Siamo contenitori piccoli e se l’infinito entrasse dentro di noi, ci schianterebbe”.
Quando ho studiato Jung, che era un veggente, parlava con gli angeli, vedeva i morti e penetrava sensibilmente nell’al di là, mi è parso subito chiaro che nemmeno a lui interessava definire i contenuti dell’infinito. Jung non tenta mai di dire cosa sono i morti, cosa significano i segni, quali sono le differenze tra questo e quello. Jung era uno che parlava con la sua anima e le scriveva lettere e l’anima rispondeva. Ma non disse mai, mai, mai, cosa fosse l’anima. Dei morti parla solo per dire che ci sono segni che ci vengono dati (come gli assurdi koan) per mettere in crisi la nostra sicumera, per farci capire che il mondo non è questa stanza e che ci sono altre realtà al di là. L’anima non la nomina mai anche se il suo è un lungo viaggio spirituale, alla stregua di uno sciamano o di un guru. I pensieri che vengono dall’altrove dice che “entrano come uccelli in una stanza”. Non credere di pensare tu tutti i pensieri che hai, a volte essi hanno vita propria, ti attraversano e tu non sai da dove sono venuti.
Nemmeno Jung distinse i gradini della scala, la psiche dall’anima, l’anima dallo spirito, lo spirito umano dallo spirito universale, l’uomo dall’angelo… io cerco di fare qualche distinzione, a volte, a lezione perché vedo che ciò che è chiaro e definito incoraggia di più e spaventa di meno, raggira le difese rigide della mente, ammorbidisce l’accettazione dell’intelletto, ma so benissimo, e ogni volta lo so meglio, che non è la realtà ciò di cui parlo. La realtà è un’altra cosa, che io non potrò mai trasmettere e che riposa nell’esperienza personale, quando i tempi saranno maturi e le finestre cominceranno ad aprirsi.
L’al di là è dunque un mondo e quel mondo ti osserva e se tieni le tue finestre serrate, tu e quel mondo potete vivere paralleli, senza incontrarvi mai. Puoi anche deridere coloro che sono usciti dalle finestre, come fecero i pesci al racconto del pesce che si fece uccello e tornò a raccontare il cielo, ma se accetti di aprire te stesso e di diventare permeabile, il mondo là fuori comincerà a penetrare e a costellare (Jung diceva così) di segni il tuo cammino. Si farà più sottile il muro d’ombra che separa il dentro e il fuori e la tua conoscenza comincerà ad allargarsi. L’al di là è molto curioso dei navigatori di coraggio e avanza verso di loro con i suoi segni enigmatici di incoraggiamento. La prima conseguenza di questo allargamento della visione è che cambieranno i paradigmi di ciò che è visibile e invisibile, vivo e morto, qua e là, e comincerà a delinearsi un a totalità soffusa dove l’io e l’altro coincidono, dove lo specchio si specchia, dove il frammento è l’assoluto. Non so se questa è una strada per arrivare a Dio. Dio è una parola forte che molti cercatori di conoscenza evitano di profferire. Ma so che è una strada umana, oltre il primo limite, dove la parola, a un certo punto, ti abbandona. Su quella strada non sei solo, non lo sei affettivamente perché qualcuno, o qualcosa, ti conduce. Non lo sei intellettivamente perché gli aiuti ti vengono dati anche quando non li cerchi, e, quando ti arresti perché le forze non ti bastano, ti arrivano in modo umano parole per farti riprendere il cammino.
Questo arrivò, come dettato mentale, mentre ero al computer e aspettavo che una foto complessa si scaricasse. Le parole arrivarono corredate da immagini, sempre mentali. Le immagini rendevano chiarissimo il senso che le parole invece appesantivano e rendevano involuto. Così parlà la Voce:
“Quando la mente va dentro se stessa, essa sprofonda in sé come fosse al centro di altre menti, che la circondano all’infinito. (immagine di un punto dentro cerchi concentrici). E’ per questa via che essa può attraversare i balzi discontinui che la separano dalle altre visioni, perché ogni visione è un mondo.
Se dunque nel nostro spazio tridimensionale, il tempo si percorre come quarta dimensione, potremmo dire che la quinta è la dimensione psichica, l’occhio psichico, che permette il passaggio, perché se tu sei nel luogo della superficie del visibile sei esteriorizzato in un mondo fattuale A o B, ma se arretri al centro della visione, nel punto zero, entri nella possibilità di proiettarti nelle visioni infinite o almeno in quelle più prossime. (immagine di un punto a destra da cui esce un fascio conico di semirette verso sinistra, racchiuse in cerchi sempre più grandi, segnati a partire dal punto origine come A,B. ecc.).
Ecco perché l’arretramento della visione fino al punto vuoto, senza alcun contenuto, non è più il percettore del mondo ma il centro della proiezione stessa.
Poiché, tuttavia, nessuno ha la dominanza di ciò che vede e una forza di gravità ti fa ricadere nel mondo che ritieni il tuo primario e nella percezione obbligata su cui radichi la tua sicurezza, le proiezioni saranno labili come scene su uno schermo e tu continuerai a ritenerle sogni privi di realtà immediata o fantasticherie. E tuttavia, anche nei limiti delle tue certezze, ti è aperta una possibilità di penetrare alla radice di te, dove è lo sguardo di tutti gli sguardi, e questa via si chiama liberazione”



 
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