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Lotta: Diario _CONTRIBUTEDBY camilla il Friday, 15 October @ 15:31:15 CEST
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DIARIO
Testamento di una morte annunciata
«Ancora una volta, prima di una partenza, mi sono sdraiato sotto le stelle, nella Romagna dei miei nonni e della mia infanzia, in cima a Monte Bora, sulla terra notturna ancora calda del sole di luglio. Lucciole, profumo di fieno tagliato, il canto di milioni di grilli. Si e' parlato molto di morte in questi giorni... guardando il cielo stellato ho pensato, che magari morirò anch'io in Mesopotamia... Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà - ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me». (Dal blog di Enzo Baldoni).
Oggi siamo travolti da immagini mediatiche, senza filtro di censura. Prendiamo per buono tutto quello che il tubo catodico e la carta stampata ci somministrano e crediamo che se lo dicono “loro”, corrisponda a verità e nemmeno sentiamo più la necessità di “toccare con naso”, quanto si muove intorno a noi. La certezza è, che abbiamo perso il desiderio di conoscere, l’indiscrezione di sapere, il riscontro con la realtà. Sono molte le persone che osservano la vita, ai bordi del campo e se è vero che ognuno di noi è qualcosa di unico e di speciale, perché non correre ogni tanto qualche rischio? Per imparare e accrescere il senso di conoscenza, occorre essere liberi e per questo ci vuole coraggio, perché la curiosità a volte ci mette di fronte a condizioni sgraziate e non sempre l’individuo è pronto ad ammettere le sue responsabilità. In queste circostanze, non è il caso di crearsi degli alibi, a giustificare l’assurdità umana, ci pensano i mass-media, il nostro male è l’incapacità e lo scarso desiderio di cognizione. In questi giorni ho letto di tutto: chi con l’attenuante di proclamarsi Libero, fomenta ipocrisia a pagamento, e chi per Fede verso chi lo ha fregiato del titolo da Direttore, ammicca lo sguardo davanti alla telecamera, dopo un rivoltante, duetto televisivo. E che dire, di chi, dopo dieci anni di silenzio, torna a seminare illazioni, esortata dalla Forza della Ragione. E’ un po’ quello che accade dopo una partita di calcio, ci si sente allenatore, capace di dare giudizi, senza conoscere nemmeno i nomi dei giocatori. Non basta mettere in mostra una bandana, per sciorinare simpatia. E’ troppo semplice strofinarsi le cipolle davanti gli occhi, esprimere poi, parole di cordoglio. M’inchino con tanto rispetto, di fronte ai familiari di Enzo Baldoni; ai suoi figli, volti puliti e sereni e non vittime di un sistema di comunicazione, incapace di sottrarsi ai consueti protocolli. Si muore in diversi modi. Nessuno di noi può scegliere come scomparire fisicamente dalla faccia della terra. Per chi fa il giornalista, la morte peggiore è quella della restrizione: sai, vedi, ma non puoi raccontare. Enzo Baldoni, sapeva di morire, lo ha lasciato scritto sul suo blog, ma non voleva mancare all’appuntamento con la notizia. Non è sufficiente dire “è scoppiata una bomba, 50 morti”. E’ consentito chiederci, “perché”. Perché da mesi su internet compaiono messaggi intimidatori di estremisti islamici, che minacciano di colpire il nostro Paese con autobombe imbottite di esplosivo, quando l’Italia sta svolgendo in Iraq una missione umanitaria? Se così fosse, perché Baldoni è stato rapito, usato come scambio politico e in seguito ucciso brutalmente? Il nostro mandato è pacifista, non si spiega perché i nostri soldati a Nassiriya subiscono spesso attacchi sediziosi. Ho compassione, per quegli uomini in giacca e cravatta, che, per il solo gusto di schizzare sentenze, mostrano sui loro quotidiani la montatura della “verità” (Il pacifista col Kalashnikov). Di fronte all’ondata schiumosa di notizie, è facile che la rabbia prenda il sopravvento sulla ragione. Un po’ dappertutto sento e leggo condanne all’islamismo, quando per decenni l’Occidente si è sollazzato nella pace disinteressandosi della dittatura sanguinaria di Saddam. Poi un giorno qualcuno si è alzato e ci ha fatto credere che le cose così non potevano prendere corso. Sono arrivate le prime vittime. 3.000 americani, risucchiati da tonnellate di cemento. 200 spagnoli stretti dalle lamiere di un treno. Migliaia tra irakeni e militari, sventurati di posare i piedi su una terra, che oramai è diventata di tutti. Enzo Baldoni, da semigiornalista, come qualcuno lo ha definito, in terra irakena usciva dai suoi modesti problemi, entrava nei problemi degli altri. Raccoglieva la vita attraverso le storie della gente. A noi rimandava non solo il riverbero di una miccia accesa, ma il dolore di un popolo e la rivincita di un’esistenza. E’ vero, “ha preferito cedere all’impulso delle proprie passioni insane per l’Iraq, piuttosto che adattarsi al senso comune”. Ma chi è oggi che si adatta al senso comune, se non quei giornalisti servizievoli, che si mettono al favore di editori, che non sono solo industriali della stampa, ma grandi potenze economiche e politiche? Da quello che si può evincere visitando il sito di Enzo Baldoni, a lui interessava vivere affianco al popolo irakeno, perché a volte la verità viene fuori, dai piccoli fatti, dalle piccole notizie, dalle piccole voci. Un saluto affettuoso ad un vero giornalista.
Fabiola Lucidi
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