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Racconti: I granelli _CONTRIBUTEDBY Alessandro_Nava il Thursday, 19 August @ 13:32:12 CEST
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Quando si sta stesi sulla spiaggia, d’estate, col caldo, è impossibile fare a meno di alzare un po’ la testa, e vedere quella specie di sfocatura che il calore che vien su dalla sabbia provoca. Sembra quasi una maledizione della terra che sembra dirti, in ordine sparso, le seguenti cose: coglione tu che ti sei steso sui carboni ardenti, se mi lasci una carta di gelato sopra domani ti affumico le palle, ma tutti in vacanza ad agosto?, non ti piace la montagna?, attento a quello che fai e a dove guardi, a pallone si gioca da un'altra parte, cazzo ti metti ‘sti scarponi, vuoi provocare?, prenota un corso da fachiro. Il tutto mentre due bambini di un anno e mezzo giocano pacificamente a spararsi a vicenda, una non meglio precisata coorte di pupi in età scolare schiamazza sotto lo sguardo compiaciuto di genitori in mutande viola acceso, uno stormo di ragazzini violenta un supersantos dopo esser stato deriso dal controstormo di ragazzine con occhiali da fare paura a quelli della Cia, qualche trentenne gioca un po’ invidiosa col bambino dei vicini d’ombrellone, e qualche sessantenne fa finta di avere mal di schiena, e fa le parole crociate girato esattamente in direzione di quattro ventenni abbronzate stese ad ascoltare il disco pirata del festivalbar.
(segue)
Quando però il sole comincia a calare, ed il fatto che avvenga ogni giorno prima di ieri sembra ricordarti nuovamente che sei un coglione, la sfocatura abbandona la sabbia, e si cominciano a vedere le cose più chiaramente. Proprio in questo momento, quando dai carboni ardenti si passa ad un progressivo raffreddamento che diventerà similmarmodicucina un paio d’ore dopo, dal calore visibile vien fuori un vecchio giovane, che guarda attentamente i granelli di sabbia. Li guarda con troppa attenzione, come se non fossero tutti uguali. Non ha nemmeno costumi fosforescenti, mutandoni fiorati, bandane alla moda, asciugamani sotto al braccio, o nipotini petulanti alla mano. E non è neppure ustionato dal sole di agosto, però è abbronzato, come se al sole ci fosse sempre stato. Non lo conosce nessuno, quindi non è neanche uno del posto, e allora fioccano le ipotesi. Per essere al passo coi tempi, “barbone disgraziato” vince di misura su “immigrato di merda”, seguiti a ruota da “pazzo”, “scemo”, e “attento ai bambini, mi raccomando”. Non si ferma neanche a parlare con qualcuno, non sta cercando nessuno, però qualcosa da dire ce la deve avere sicuramente. E continua a guardarsi i granelli di sabbia, ma non con l’aria del ragioniere varesotto che s’è perso cinque centesimi fondamentali per l’economia familiare del duemilasedici, soprattutto se quel rompipalle del figlio non si sarà ancora trovato un vero lavoro. Sembra più alla ricerca di un pezzo mancante, di qualcosa che già conosceva di cui non ha le prove.
Non fa troppo caso agli altri, non si interessa nemmeno del supersantos che ha cercato di fargli la barba, o della ventenne che gli ha sculettato affianco. Continua a tenere gli occhi sui granelli di sabbia, squadrandoli uno per uno, come se fosse davvero possibile. Ma non gira a caso, segue la sua strada, si guarda attorno ma tiene la sua linea. Arrivato fin quasi al mare si ferma. Ormai la spiaggia comincia a svuotarsi, allo schiamazzare di “allora stasera alle undici”, “ciao, buone vacanze anche a te”, “prendi il delfino, che domani non lo trovi più che passa l’accalappiadelfini”, “stasera facciamo pasta e cozze”, “cazzo, le olimpiadi”.
Fermo lì, coi piedi quasi bagnati dal rivolo di onda che c’è, alza finalmente lo sguardo. Per un momento ha lasciato i suoi granelli per girare gli occhi verso il mare, col sole sempre più rosso che si sta avviando a finirci dentro. Stavolta però ha un’aria diversa, un’aria di chi guarda con meno attenzione e più rassegnazione. O forse stanchezza per un altro giorno che se ne sta andando. Non cammina, e neanche scalcia il bagnasciuga come fanno i vacanzieri in vena di romantiche passeggiate al tramonto, ma non esattamente abituati all’intralcio periodico di quelle onde rompicoglioni che rischiano addirittura di bagnarti. Resta fermo a guardarsi il mare, l’ultima barca che se ne ritorna al porto, gli ultimi bagnanti che stanno tornando a riva. Eppoi, con un gesto veloce ma non troppo istintivo, prende un sasso e lo lancia al mare, accompagnando il lancio con un “vaffanculo”.
Il vaffanculo ti sorprende. Non per chissà quale scandalo bontoniano, ma perché il vecchio giovane sembrava assolutamente in pace colla sabbia e col mare. Forse s’era rotto il cazzo di starsene zitto, o forse era solo un abbaglio, ed era anche lui un ragioniere in vacanza che non era riuscito a trovare i fondamentali cinque centesimi. Eppure il suo vaffanculo non aveva la teatralità volgare di chi lo fa per darsi un tono, né il tono scherzoso di chi ha capito di aver fatto una cazzata. Era più la sincera esclamazione di uno che c’aveva qualcosa di più importante da cercare, e forse anche da dire.
Non lo so come si chiamava, non lo ha detto, però qualcosa da dire ce l’aveva eccome. Non sapeva neanche definirsi, a dire il vero sembra che non ci avesse mai pensato, e di sicuro la cosa un po’ lo infastidiva. Era un cercatore, un cercatore di granelli di sabbia. Non era un geologo in crisi mistica, anzi non credo sapesse neanche che origine avessero quei granelli di sabbia. Li andava cercando però, da una vita. – Perché le cose scritte sulla sabbia non si perdono – diceva – si cancellano, se le portano via il vento ed il mare, ma alla fine restano nei granelli: ogni granello è parte di un messaggio, sbattuto da una parte all’altra, rimestato dal mare, spazzato via dal vento, ma mai perso. Il problema era cercarseli quei granelli, e lui questo faceva.
Ne aveva viste di cose scritte sulla sabbia. Gli “I love you” dei ragazzini locali che pensavano di impressionare la straniera in vacanza, che in realtà era del paese vicino ma stava sempre chiusa in casa, e calpestava la scritta (e qualcosaltro) senza il minimo rispetto o pietà umana. Altri messaggi da canzonetta balneare di moda in quell’anno. Ma anche segni di partite di bocce, di ombrelloni piantati, di castelli di sabbia, di dighe tipo Vajont in scala, di orme di ciabatte e piedi nudi. Tutte cose che avevano una loro storia, come quel castello di sabbia fatto da un bambino prodigio, e distruttogli dal padre ingegnere che non capiva come faceva a stare su senza fondamenta. O del passaggio di quella persona strana in quel certo giorno, o i segni della partita di pallone a cui aveva partecipato anche lui. Ma non sono questi i granelli che andava cercando. Questi sono i granelli che possiamo trovare anche noi, fabbricati in serie, o buoni come curiosità per riempire il telegiornale, ben visibili a tutti ed imparati a forza, da ricordarteli a memoria senza però ricordatene il senso. I suoi granelli erano altri, parlavano di tuttaltre storie.
I granelli che parlavano delle guerre, ad esempio. Quel granello di sabbia che, a partire dal Mediterraneo, ha fatto il giro del mondo, spinto dalle navi, dai sommergibili, dalle correnti oceaniche. E che alla fine è ritornato dove era partito, ma quando ormai tutti se l’erano dimenticato. Oppure quel granello che veniva dall’Africa, e che nessuno si è mai preso la briga di raccogliere. Ma anche quel chicco di sabbia del deserto afgano, che ha cambiato così tanti padroni per non cambiare niente che ha deciso di andarsene da qualche altra parte. O quel granello scuro, contaminato da chissà cosa, che non si riesce neanche a capire da dove viene. Ed uno sudamericano, che continua a fingersi disperso solo per rompere i coglioni. Tante parti infinitesime di un qualcosa di enorme, che sembra ancora più enorme se lo si guarda dal piccolo di un granello di sabbia.
Ma anche di altro parlano, i suoi granelli. Di quando, ad esempio, sono sobbalzati per una bomba vicina. O di quando sono scoppiati a ridere anche loro, a sentire che era una caldaia difettosa ad agosto, o che magari era colpa di qualche ballerino volante che aveva solo fatto finta di morire. – Ne ho anche uno che salta per aria come una bomba, solo con due ore di ritardo, si chiama Ustico – dice ridendo amaro il vecchio giovane. Ne ha trovato anche uno col timbro del Pentagono, ma dice che c’era solo l’imbarazzo della scelta. È anche convinto di avere un granello che era stato sotto il tavolo mentre Andreotti e Cossiga parlavano amabilmente di stragi di stato. – L’ho riconosciuto subito, era quello che puzzava di merda anche quando veniva disinfettato – diceva a conferma sicura del suo ritrovamento.
Ne aveva anche uno che veniva da una galera, e raccontava di un disgraziato che si era ammazzato perché non ce la faceva a vivere vedendosi morire un po’ ogni giorno. E anche uno che aveva sorvolato una fabbrica, ed era rimasto talmente intossicato da andarsi a depositare proprio sulla spiaggia vicina, senza fiato. O quello macchiato di sangue che veniva da una piazza, dove avevano massacrato di botte un manifestante, anzi sicuramente più di uno. Ed il granello di montagna, che dalla pelle di un giovanotto morto per la libertà era andato a finire, ironia della sorte, sotto ai piedi di un democratico repubblichino che si godeva la sua meritata pausa parlamentare. C’erano anche quelli che venivano dalle terre dove ci si spaccava la schiena per quasi niente, allora come oggi, indipendentemente da tutto quello che veniva considerato. O quel granello di sabbia finito per sbaglio in una casa di funzionari di partito, che sapeva a memoria l’Ideologia tedesca, ma non aveva mai visto da vicino il mare. E il granello di chiesa, scappato inorridito da una cappella perché due giovani sposi avevano osato baciarsi prima che il prete desse il permesso, e finito in una spiaggetta isolata dove scopano tutti come ricci, tranne i ricci che hanno preso i voti pur di non sentire le litanie del granello.
Quasi non la finiva più di raccontare dei suoi granelli, di tutto quello che avevano da dire. Ne aveva trovati milioni, e non si era scordato neanche di uno di loro. Chissà come faceva, in fondo sono tutti uguali, sono una massa informe, sono sempre gli stessi. – Eccolo l’errore che fate tutti – disse il vecchio giovane stizzito, come uno che ha parlato a vuoto – non sono per niente tutti uguali, li fanno sembrare a voi tutti uguali, col mare e col vento. E cominciò a raccontare di come bastasse solo un po’ di attenzione, solo un po’ di voglia di non lasciarsi scoraggiare dalla massa informe in cui sono. – Perché mica tutti dicono qualcosa – riprese con tono quasi professorale – anzi: ci sono milioni e milioni di granelli che non dicono un cazzo per uno che dice qualcosa, ma ad un occhio attento quello che parla balza subito agli occhi. Non aveva un metodo, per capire quale fosse importante, almeno non lo ha detto. Però ci riusciva. E riusciva anche a non dimenticarsene. – Quello è un altro errore da non fare mai – si incazzò di nuovo – quando riesci a trovare qualcosa devi fare in modo che non venga dimenticata: in primo luogo devi ricordartela tu, eppoi fare in modo che anche gli altri possano conoscerla; è per questo che io non conservo mai i granelli che trovo, ma faccio in modo che girino e vengano trovati da qualcun altro. Era convinto che in questa maniera niente si potesse perdere, e nessun inganno potesse alla fine passare sotto silenzio. E il mare ed il vento, che spazzano tutto via, che non ti danno il tempo di trovare qualcosa che subito te la fanno sparire sotto al naso? – Non è il mare il problema, o il vento – spiegò il vecchio giovane per la prima volta un po’ stanco – ma con che occhi guardi la sabbia: se la guardi come il mare o il vento non ci troverai mai niente, se invece fai attenzione ci sono ancora milioni di granelli da trovare e milioni di storie da raccontare. Ma allora perché hai mandato affanculo il mare, non capisco? – No, niente – disse sorridendo – mi ero perso una moneta…
Era praticamente buio, ed il vecchio giovane se n’era andato di botto, senza lasciare traccia, accompagnato da un frastuono inizialmente confuso, poi sempre più definito e luminoso. Era pieno giorno, faceva un caldo della madonna, erano ancora tutti lì, dal vecchio guardone ai malati del supersantos, passando per i bambini pistoleri ed i genitori fosforescenti, e l’urlo era quello di Previti che dava del “ladro” ad un venditore africano di asciugamani che si scusava nelle dodici lingue che conosceva per avergli dato il resto sbagliato. Il tutto adeguatamente ripreso dalle telecamere del Tg5 in giro per lo speciale “Immigrati fuori, sicurezza dentro”. La presenza di un onorevole dell’opposizione parlamentare in spiaggia, che criticava i toni estremistici dell’onorevole Previti, ma chiedeva la galera per il venditore africano in quanto immigrato clandestino e privo del tatuaggio alfanumerico identificativo fatto a tutti i regolari nel centro di accoglienza di Lampedusa-Dachau, ha riportato il tutto alla normalità. Proprio mentre la sfocatura stava cominciando a scomparire, un ragazzino scriveva “I love you” sulla sabbia, due fidanzatini aspettavano di passeggiare al tramonto, un bambino demoliva il castello di sabbia fatto dal padre ingegnere, ed un vecchio con la barba disegnava col piede qualcosa sul bagnasciuga, sorridendo divertito quando il mare e il vento se lo portavano via.
(alessandro nava)
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Re: I granelli (Voto: 1) di Rossana il Thursday, 19 August @ 15:40:39 CEST (Info Utente | Invia un Messaggio) | bentornato e vedo in forma creativa :)
ciao ross |
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