Breve l’estate, canta la cicala
Starnazzano i gabbiani come oche
Tra poco avremo in casa anche le foche
E già il pinguino il fresco ci regala.
A Roma non bastavan gli immigrati
ad impestare l’aria coi lor suoni
a renderci un po’ tutti meno buoni,
noi che non siam razzisti ma razziati
A Roma non bastavan gli immigrati
ad impestare l’aria coi lor suoni
a renderci un po’ tutti meno buoni,
noi che non siam razzisti ma razziati.
Piccioni che scagazzano dal cielo
Gabbiani che ti straziano la notte
Il negro che la donna ti si fotte
I gialli che ci copiano anche il pelo.
Ma ditemi, che fine noi faremo
che fummo i discendenti dei Romani,
ridotti al rango di lillipuziani
non più degmi di Romol ma di Remo?
Che mai direbbe Cesare, il sor Giulio,
imperator da Oriente fino a Occaso,
vedendoci turisti e pur per caso
nei luoghi che a lui davano il peculio?
Che mai di noi direbbe il sor Benito
vedendo tanti negri e pochi neri
Lui che sognava i fasti degli imperi
credendo che la luna fosse il dito?
Ed ora eccoci qua, un filino obesi
però votati a fitness e palestra,
più colti ma un tantino più di Destra.
E schiavi di pastiglie e di cosmesi.
C’abbiamo anche il benessere: in contanti,
in case e investimenti ben divisi.
Futuri d’abbonzaa già decisi:
serviti e riveriti da badanti.
‘Sti stronzi che c’appestano le strade,
ci vendono le rose e gli accendini
nel mentre ci ingozziam come tacchini.
A noi, la razza eletta – ma nell’Ade