ELIZABETHTOWN
Data: Thursday, 20 April @ 19:36:15 CEST
Argomento: Cinema e video...


ELIZABETHTOWN


C’è un termine nella lingua italiana che può essere positivo e massacrante a secondo di come lo si interpreta, ed è “carino”. “Carino”, o se preferite, “gradevole”, può voler dire un’infinità di cose: qualcosa (o qualcuno) che non colpisce né l’attenzione né il cuore di chi lo guarda, qualcosa su cui far riposare gli occhi per un po’, su cui soffermarsi per sorridere e poi passare oltre, qualcosa che non fa sentire in colpa nessuno se lo si dimentica, che non ha nulla di particolare e memorabile, se non il fatto di essere appunto “carino”. E’ uno dei termini più usati per indicare un luogo in cui vorresti tornare ma non subito e non per forza, uno dei modi più gentili per indicare un libro che hai letto con piacere ma che non vorresti portare con te nella tomba, un modo equilibrato ma imbarazzante per giudicare una persona che non ti piace particolarmente ma che non hai nessun motivo per disprezzare. E’ un termine tanto comune quanto vuoto, tant’è che se viene usato su di noi, la prima reazione che viene spontanea, dopo il “grazie” di rito, è quasi di fastidio e noia. A un suono dolce, ma un sapore piuttosto insipido, dà l’idea di qualcosa che “vorrebbe ma non ci riesce”. Sul mensile “Ciak” una giornalista scriveva giustamente che, applicata ai film, è una parola ancora più degradante e spiacevole, in quanto una pellicola definita come tale non ci ha cambiato la vita di una virgola, non ci ha fatto riflettere né piangere, né insegnato nulla. Un film “carino” lo seguiamo e lo teniamo a mente fino ai titoli di coda, dopodichè siamo ben lieti di tornare alle nostre vite, che per quanto noiose, sfortunate, dure, o stimolanti che siano, non saranno mai “carine”. Ma alcuni film purtroppo (per loro) non possono essere descritti e riassunti se non in quel modo. “Elizabethtown” è uno di questi.

ELIZABETHTOWN

di Franny


C’è un termine nella lingua italiana che può essere positivo e massacrante a secondo di come lo si interpreta, ed è “carino”. “Carino”, o se preferite, “gradevole”, può voler dire un’infinità di cose: qualcosa (o qualcuno) che non colpisce né l’attenzione né il cuore di chi lo guarda, qualcosa su cui far riposare gli occhi per un po’, su cui soffermarsi per sorridere e poi passare oltre, qualcosa che non fa sentire in colpa nessuno se lo si dimentica, che non ha nulla di particolare e memorabile, se non il fatto di essere appunto “carino”. E’ uno dei termini più usati per indicare un luogo in cui vorresti tornare ma non subito e non per forza, uno dei modi più gentili per indicare un libro che hai letto con piacere ma che non vorresti portare con te nella tomba, un modo equilibrato ma imbarazzante per giudicare una persona che non ti piace particolarmente ma che non hai nessun motivo per disprezzare. E’ un termine tanto comune quanto vuoto, tant’è che se viene usato su di noi, la prima reazione che viene spontanea, dopo il “grazie” di rito, è quasi di fastidio e noia. A un suono dolce, ma un sapore piuttosto insipido, dà l’idea di qualcosa che “vorrebbe ma non ci riesce”. Sul mensile “Ciak” una giornalista scriveva giustamente che, applicata ai film, è una parola ancora più degradante e spiacevole, in quanto una pellicola definita come tale non ci ha cambiato la vita di una virgola, non ci ha fatto riflettere né piangere, né insegnato nulla. Un film “carino” lo seguiamo e lo teniamo a mente fino ai titoli di coda, dopodichè siamo ben lieti di tornare alle nostre vite, che per quanto noiose, sfortunate, dure, o stimolanti che siano, non saranno mai “carine”. Ma alcuni film purtroppo (per loro) non possono essere descritti e riassunti se non in quel modo. “Elizabethtown” è uno di questi. Drew, giovane designer di scarpe di una corporation americana, a causa di un suo prodotto rifiutato dal pubblico, perde in un solo giorno, il lavoro, quindi il prestigio, la speranza del successo, e la stima degli altri, quindi i soldi, quindi la fidanzata. Unica soluzione: il suicidio. Ma a fermarlo tempestivamente arriva l’ennesima fulminata: la morte del padre annunciata dalla sorella. Drew rimanda la sua tragica decisone giusto il tempo per recuperare la salma del parente in un lontano stato del sud, portarla a casa per la cremazione e nient’altro. Il nostro prende aereo e vestito funebre e si imbarca per Elizabethtwon senza tanti pensieri. Ma durante il viaggio ci saranno due sorprese ad attenderlo: Claire, la bionda e frizzante hostess che a suon di telefonate, risate e consigli lo resuscita dalla sua precoce discesa agli inferi, e l’affetto caloroso e un po’ ingombrante della enorme famiglia del padre, dal cugino sfigato e sognatore al figlioletto pestifero, fino alle zie che sgobbano in cucina tra le torte e i pettegolezzi e gli zii panciuti e baffuti, che parlano di football tra un hot-dog e l’altro. Tutti ottimi esemplari del Vecchio Sud, da sempre contrari al matrimonio del padre di Drew con quella megera “della California” (la madre di Drew) che lo ha portato via per sempre dalle sue vere origini. C’ è da chiedersi perché continuare a vedere il film dato che sappiamo tutti che l’amore trionferà (Ma Dài!) sia quello appena sbocciato, che quello doveroso tra i familiari accomunati dal ricordo (e questo a quanto pare basta) del caro estinto. Il film, che esordisce in maniera fulminea e ironica ma procede piuttosto lentamente, si sofferma troppo sulla descrizione dei numerosi parenti serpenti, vicini e lontani di Drew, ha molti spunti divertenti e trovate originali come il “matrimonio del secolo Chuck & Mindy”, la telefonata-fiume notturna (e poi telefoni non servono….!) il malinconico e musicale viaggio di ritorno di Drew a casa, la veglia funebre che finisce in un mezzo disastro e le tante simpatiche figure di contorno, che per fortuna aiutano a tenerci svegli con un sorriso e non affogare nella melassa più completa. Per quanto riguarda gli attori Susan Sarandon è sempre brava e simpatica, soprattutto nel suo singolare e inaspettato monologo al funerale del marito (un po’ meno nel tip- tap), Kristin Dunst sebbene sia un po’ fastidiosa con le sue mossette e risatine, è la parte più luminosa della coppia Claire-Drew, quanto a Orlando Bloom………dopo anni di spade e battaglie, amore e guerra, è finora alla sua prova più difficile come attore, e per quanto risulti un po’ legnoso e sia il protagonista del tentato suicidio più inverosimile della storia del cinema (sulla bici-killer ha, a mio giudizio, la stessa espressione di quando bacia la Dunst) meriterebbe un piccolo applauso solo perché, pur di essere preso sul serio, abbia accettato il ruolo dello sfigato impiegatuccio in bancarotta (pochi “Belli” di Hollywood l’avrebbero fatto). Se si parla di morale qui ce n’è ben poca, e non delle più originali (perché l’amore deve essere eterno per insegnarti qualcosa?Com’è possibile che delle persone che si odiano per anni si rappacifichino in un’ora per miracolo ?) e che invece fa pensare frasi come “Ma guarda un po’ ‘sti Americani”, ma ormai dovremo averlo capito che dopo l’11 settembre (prima per carità no!) gli Stati Uniti vogliono sentirsi prima di tutto amati e uniti, e che deve vincere sempre il lieto fine, per quanto ipocrita e banale che sia. Ma in generale se vi piacciono i film imperfetti e spensierati, direi che andate sul sicuro. Avete capito no? Devo proprio dirlo? Non fatemelo dire……vabbè d’accordo: E’ CARINO!


Franny






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