
La tragica vicenda terrena del commissario Ermelindo Scavalafossa detto Sale
Data: Sunday, 29 January @ 23:25:39 CET Argomento: I racconti di fuoriradio
Il commissario Ermelindo Scavalafossa detto Sale per non confonderlo con Pepe Carvalho, scese dal taxi al n. 47 di via dei Morti. Salì al 4° piano e suonò il campanello. Al 24° squillo a vuoto stava per andarsene, quando avvertì una puzza di gas che pareva provenire da sotto la porta. Le sferrò un possente calcio, caricando tutto il peso sulla gamba destra; il portoncino era corazzato e il gesso lo dovette tenere per sei mesi.
Al momento, però, il senso del dovere strepitò in lui così forte da impedirgli di sentire dolore fisico; solo una leggera punta di dispetto. Non dovette nemmeno stringere i denti, perché aveva portato l’apparecchio ortodontico da adolescente. Trasse il kalashnikov da sotto ascella e sparò una raffica contro la serratura. Dall’interno gli rispose un urlo, quasi strozzato; non perse tempo: mentre gridava: “Tenete duro, sto arrivando!” sparò un’altra raffica e finalmente la serratura cedette.
Aperta la porta, gli crollò addosso un uomo di bell’aspetto, crivellato di colpi. In seguito, la Scientifica stabilì trattarsi di 38 colpi di kalashnikov. Travolto dal defunto, il commissario Sale crollò a terra e svenne.
Era ricoverato in ospedale da due giorni; la terza notte, udì dei gemiti provenire dalla stanza accanto. Sfidando il dolore, si lasciò scivolare dal letto e trascinandosi sul pavimento raggiunse la porta accanto. Muovendosi come un animale da preda notturno, penetrò nella stanza e sfilò da sotto ascella il suo fido kalashnikov, a sua insaputa caricato a bolle di sapone. Raggiunse il punto dal quale provenivano i gemiti e si rizzò a fatica sui gomiti; ma nel far ciò, premette inavvertitamente il grilletto e il mitra sparò una violenta raffica di bolle di sapone. Rimbalzando contro il muro gli si spiaccicarono in faccia a centinaia, togliendogli il respiro e facendolo rantolare come in punto di morte. Fu soccorso dal medico di guardia, che aveva disturbato mentre ciulava l’infermiera del turno di notte.
Quando uscì dall’ospedale, trovò ad accattarlo il suo fedele vice Gianermenegildo Dioliaccoppia, detto Slowhand per la sua abilità nel preparare gli spaghetti alla chitarra. “Sali, Sale!” gli gridò questi allegramente (era celebre anche per le sue micidiali battute; amava ripetere che per poco non l’avevano preso a Zelig. In compenso, spesso veniva preso a sberle dai colleghi).
Esasperato, il commissario Scavalafossa gli scaricò addosso il caricastore del kalashnikov, dando per scontato fosse ancora caricato a bolle di sapone.
Al processo per omicidio almeno colposo, l’avvocato difensore cercò di fargli riconoscere come attenuante la semi-infermità mentale ma i superiori dichiararono che quella gli era già servita per farsi assumere.
Lo radiarono dal Corpo e lo assegnarono per vent’anni ai Servizi Sociali. Qui conobbe Tanassi e Sergio Cusani. Tanto per cambiare, tentò di conoscere una graziosa assistente sociale, ma lei a letto ci andò con il suo migliore amico.
Il perché non lo sapremo mai: Ermelindo Scavalafossa detto Sale morì tragicamente poco dopo, investito da un carroarmato mentre attraversava la strada in piedi su due zebre.
La battuta fatevela da soli, perché io mi vergogno.
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