CIAO TIZIANO
Data: Saturday, 31 July @ 00:26:56 CEST
Argomento: Comunicati e iniziative di lotta


Il Sultano e San Francesco
Non possiamo rinunciare alla speranza
Terzani Tiziano

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei
nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso
a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui
ora mancano l e Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti,
tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine
di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla
professione nella quale tu eri gi à grande e tu proponesti di scambiarci delle
«Lettere da due mondi diversi»: io dalla Cina dell' immediato dopo-Mao in cui
andavo a vivere, tu dall' America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di
quella tua generosa offerta di allora, e non c erto per coinvolgerti ora in una
corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti.
Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l' impressione di
stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo. Ti scrivo anche - e
pubblicamente per questo - per non far sentire troppo soli quei lettori che
forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal
crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di persone e con loro il nostro
senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana
- la ragione; il meglio del cuore - la compassione. Il tuo sfogo mi ha colpito,
ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. «Chi ha qualcosa da dire si faccia
avanti e taccia», scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all' indicibile
orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la
lingua.


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Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e
confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato,
cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel
consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell' umanità, un' opera che
sembra essere ancora di un' inquietante attualità. Pensare quel che pensi e
scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà,
la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole,
influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di
straordinaria importanza. L' orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora
possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di
ripensamento. È un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate
parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri
istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell' odio che dorme in ognuno di noi ed
a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e
permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l' uccidere.
«Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il
mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me»,
scriveva nel 1925 quella bell' anima di Gandhi. Ed aggiungeva: «Finché l' uomo
non si metterà di sua volontà all' ultimo posto fra le altre creature sulla
terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza». E tu, Oriana, mettendoti al primo
posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono
antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua
rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per
rendercela più accettabile, «Libertà duratura». O tu pensi davvero che la
violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo
non c' è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà
nemmen questa. Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando
attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al
mondo. È una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto,
immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d' aver davanti
prima dell' 11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di
nulla, tanto meno all' inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o
semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi
delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pens iamoci
bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a
nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla
Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque
essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire
senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro
attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza
- ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguirà
necessariamente una loro ancora più orribile e poi un' altra nostra e così via.
Perché non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di
quanto fragile ed interconnesso sia i l mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di
poter usare una dose, magari «intelligente», di violenza per mettere fine alla
terribile violenza altrui. Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo
a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologice -
Stati Uniti in testa - d' impegnarsi solennemente con tutta l' umanità a non
usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilità.
Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo
fa un vantaggio morale - di per sé un' arma importante per il futuro -, ma
potrebbe anche disinnescare l' orrore indicibile ora attivato dalla reazione a
catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in mano un bellissimo libro
(peccato che non sia ancora in italiano) di un vecchio amico, uscito due anni fa
in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht regiert zu werden: ethische
Politik von Sokrates bis Mozart (L' arte di non essere governati: l' etica
politica da Socrate a Mozart). L' autore è Ekkehart Krippendorff, che ha
insegnato per anni a Bologna prima di tornare all' Università di Berlino. La
affascinante tesi di Krippendorff è che la politica, nella sua espressione più
nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le
sue radici più profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle
Erinni, intesi da sempre a ricordare all' uomo la necessità di rompere il
circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà. Caino uccide il
fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato
Caino - un marchio che è anche una protezione -, lo condanna all' esilio dove
quello fonda la prima città. La vendetta non è degli uomini, spetta a Dio.
Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione
determinante nella formazione dell' uomo occidentale perché col suo mettere
sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista,
i suo i ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro è servito a
far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilità della violenza che non
raggiunge mai il suo fine. Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi
occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e così,
attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le
nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. A te, Oriana, i kamikaze non
interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni
giovani delle «Tigri Tamil», votati al suicidio. Mi interessano i giovani
palestinesi di «Hamas» che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane.
Un po' di pietà sarebbe forse venuta anche a te se in Giappo ne, sull' isola di
Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero
addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte
segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l'
Imperatore. I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende
così disposti a quell' innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe
fermarli. Quelli di noi a cui i figli - fortunatamente - sono nati, si
preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo,
dilagante tipo di violenza di cui l' ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe
essere solo un episodio. Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di
capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si
risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.
Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c' è
raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra
vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell'
evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre
migliaia di effetti. L' attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il
risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non è l' atto di «una
guerra di religione» degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre
anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non è neppure «un
attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale», come vorrebbe la
semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell'
Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di
simpatie sinistrorse dà di questa storia una interpretazione completamente
diversa. «Gli assassini suicidi dell' 11 settembre non hanno attaccato l'
America: hanno attaccato la politica estera americana», scrive Chalmers Johnson
nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di var i libri - l'
ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l' anno scorso (in Italia edito da
Garzanti ndr) ha del profetico - si tratterebbe appunto di un ennesimo
«contraccolpo» al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo
sfasciarsi dell' Un ione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la
loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Con una
analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della
disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson f a l' elenco di tutti gli imbrogli,
complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli
interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti
sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in
Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad
oggi. Il «contraccolpo» dell' attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe
a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall'
installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente
permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l' Arabia
Saudita dove sono i luoghi sacri dell' Islam. Secondo Johnson sarebbe stata
questa politica americana «a convincere tanta brava gente in tutto il mondo
islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico». Così si spiegherebbe
il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto
sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati. Esatta o meno che sia l' analisi di
Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli
americani e nostri nel Medio Oriente c' è, a parte la questione
israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare
nelle mani di regimi «amici», qualunque essi fossero, le riserve petrolifere
della regione. Questa è stata la trappola. L' occasione per uscirne è ora.
Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non
studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d' anni, tutte le
possibili fonti alternative di energia? Ci eviteremmo così d' essere coinvolti
nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo
i sempre più disastrosi «contraccolpi» che ci verranno sferrati dagli oppositori
a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore
equilibrio ecologico sul pianeta. Magari salviamo così anche l' Alaska che
proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal
presidente Bush, le cui radici politiche - tutti lo sanno - sono fra i
petrolieri. A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai
notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull' Afghanistan,
pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al
fatto d' essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare
le immense risorse di metano e petrolio dell' Asia Centrale (vale a dire di
quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli
Stati Uniti) verso il Pakistan, l' India e da lì nei paesi del Sud Est Asiatico.
Il tutto senza dover passare dall' Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato
che, ancora nel 1997, due delegazioni degli «orribili» talebani sono state
ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa
faccenda e che una grande azienda petrolifera a mericana, la Unocal, con la
consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col
Turkmenistan a costruire quell' oleodotto attraverso l' Afghanistan. È dunque
possibile che, dietro i discorsi sulla necessità di proteggere la libertà e la
democrazia, l' imminente attacco contro l' Afghanistan nasconda anche altre
considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. È per questo che
nell' America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la
combinazione fra gl i interessi dell' industria petrolifera con quelli dell'
industria bellica - combinazione ora prominentemente rappresentata nella
compagine al potere a Washington - finisca per determinare in un unico senso le
future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all' interno del
paese, in ragione dell' emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle
straordinarie libertà che rendono l' America così particolare. Il fatto che un
giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpit o della Casa
Bianca per essersi chiesto se l' aggettivo «codardi», usato da Bush, fosse
appropriato per i terroristi-suicidi, così come la censura di certi programmi e
l' allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi,
hanno aumentato queste preoccupazioni. L' aver diviso il mondo in maniera - mi
pare - «talebana», fra «quelli che stanno con noi e quelli contro di noi», crea
ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l' America
ha già sofferto negli anni Cinquanta col maccartismo, quando tanti
intellettuali, funzionari di Stato ed accademici, ingiustamente accusati di
essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in
moltissimi casi lasciati senza lavoro. Il tuo attacco, Oriana - anche a colpi di
sputo - alle «cicale» ed agli intellettuali «del dubbio» va in quello stesso
senso. Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo
della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere
togliere l' aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d' aver risposte
chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma
penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci
porre delle oneste domande. In questi tempi di guerra non deve essere un crimine
parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo «ufficiale» della
politica e dell' establishment mediatico, c' è stata una disperante corsa alla
ortodossia. È come se l' America ci mettesse già paura. Capita così di sentir
dire in televisione a un post-comunista in odore di una qualche carica nel suo
partito, che il soldato Ryan è un importante simbolo di quell' America che per
due volte ci ha salvato. Ma non c' era anche lui nelle marce contro la guerra
americana in Vietnam? Per i politici - me ne rendo conto - è un momento
difficilissimo. Li capisco e capisco ancor più l' angoscia di qualcuno che,
avendo preso la via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo
conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto
di interessi divini, una guerra di civiltà combattuta in nome di Iddio e di
Allah. No. Non li invidio, i politici. Siamo fortunati noi , Oriana. Abbiamo
poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il
privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente. Ma questo ci impone
anche grandi responsabilità come quella, non facile, di andare dietro alla verità e di dedicarci soprattutto «a creare campi di comprensione, invece che
campi di battaglia», come ha scritto Edward Said, professore di origine
palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli
intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America. Il
nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che è complicato. Ma non si
può esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e
del terrorismo ed indicando le comunità di immigrati musulmani da noi come
incubatrici di terroristi. Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole
contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani,
educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece
meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l' Islam? Che a
lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan?
Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l' arabo, oltre ai tanti
che già studiano l' inglese e magari il giapponese? Lo sai che al ministero
degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo
musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente è, come capita da noi, console ad Adelaide in Australia. Mi frulla in testa una frase
di Toynbee: «Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di
soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli
storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi
assieme». Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno
uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il
suo interesse era per «gli altri», per quelli contro i quali combattevano i
crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provò una prima volta, ma la
nave su cui viaggiava naufragò e lui si salvò a malapena. Ci provò una seconda
volta, ma si ammalò prima di arrivare e tornò indietro. Finalmente, nel corso
della quinta crociata, durante l' assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal
comportamento dei crociati («vide il male ed il peccato»), sconvolto da una
spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraversò le
linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano.
Peccato che non c' era ancora la Cnn - era il 1219 - perché sarebbe
interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell' incontro. Certo fu
particolarissimo perché, dopo una chiacchierata che probabilmente andò avanti
nella notte, al mattino il Sultano lasciò che San Francesco tornasse, incolume,
all' accampamento dei crociati. Mi diverte pensare che l' uno disse all' altro
le sue ragioni, che San Francesco parlò di Cristo, che il Sultano lesse passi
del Corano e che alla fine si trovarono d' accordo sul messaggio che il
poverello di Assisi ripeteva ovunque: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Mi
diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare,
fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono di buon umore sapendo che
comunque non potevano fermare la storia. Ma oggi? Non fermarla può voler dire
farla finire. Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando
noi eravamo ragazzi? Riguardo all' orrore dell' olocausto atomico pose una bella
domanda: «La sindrome da fine del mondo, l' alternativa fra essere e non essere,
hanno fatto diventare l' uomo più umano?». A guardarsi intorno la risposta mi
pare debba essere «No». Ma non possiamo rinunciare alla speranza. «Mi dica, che
cosa spinge l' uomo alla guerra?», chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una
lettera a Sigmund Freud. «È possibile dirigere l' evoluzione psichica dell' uomo
in m odo che egli diventi più capace di resistere alla psicosi dell' odio e
della distruzione?» Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione
fu che c' era da sperare: l' influsso di due fattori - un atteggiamento più
civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - avrebbe
dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire. Giusto in tempo la
morte risparmiò a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Non li
risparmiò invece ad Einstein, che divenne però sempre più convinto della
necessità del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di
Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all' umanità un ultimo
appello per la sua sopravvivenza: «Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi
tutto il resto». Per difendersi, Oriana, non c' è bisogno di offendere (penso ai
tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c' è bisogno d' ammazzare. Ed
anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni. M' è sempre piaciuta
nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino
lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia
su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha già i poteri della
preveggenza, «vede» che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare
tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell' acqua ad affogare per
salvare gli altri. Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la
pena in genere ed in favore della libertà di tutti i delinquenti. Ma per punire
con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell'
incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove. I
gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli
giapponesi responsabili di tutte le atrocità commesse in Asia, furono portati
dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente
impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro
Osama Bin Laden? «Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente
della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate», scrive in questi giorni
dall' India agli americani, ovviamente a mo' di provocazione, Arundhati Roy, la
scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te, Oriana, famosa e
contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la
Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che
venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della
Union Carbide responsabile dell' esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di
Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di
vista di quei morti forse sì. L' immagine del terrorista che ora ci viene
additata come quella del «nemico» da abbattere è il miliardario saudita che, da
una tana nelle montagne dell' Afghanistan, ordina l' attacco alle Torri Gemelle;
è l' ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso
e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita
di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo però accettare che
per altri il «terrorista» possa essere l' uomo d' affari che arriva in un paese
povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la
costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed
inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo
Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive
vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la
costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari,
trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o
radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni
altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci
più i campi per far crescere il riso, muoiono di fame? Questo non è
relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza,
può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile
arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare . I governi
occidentali oggi sono uniti nell' essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono
di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti. Molto meno
convinti però sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono
state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio è
diffuso così come è diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto
della guerra. «Dateci qualcosa di più carino del capitalismo», diceva il
cartello di un dimostrante in Germania. «Un mondo giusto non è mai NATO», c'
era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a
Bologna. Già. Un mondo «più giusto» è forse quel che noi tutti, ora più che mai,
potremmo pretendere. Un mondo in cui c hi ha tanto si preoccupa di chi non ha
nulla; un mondo retto da principi di legalità ed ispirato ad un po' più di
moralità. La vastissima, composita alleanza che Washington sta mettendo in
piedi, rovesciando vecchi schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che
erano stati messi alla gogna, solo perché ora tornano comodi, è solo l' ennesimo
esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree
del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi. Gli Stati Uniti , per
avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il
terrorismo un crisma di legalità internazionale, hanno coinvolto le Nazioni
Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese più reticente a pagare
le proprie quote a l Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora
ratificato né il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia,
né il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di
Kyoto sulle mutazioni climatiche. L' interesse nazionale americano ha la meglio
su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l' utilità del
Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con
sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia
sarà presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i
«lavoretti sporchi» di liquidare qua e là nel mondo le persone che la Cia stessa
metterà sulla sua lista nera. Eppure un giorno la politica dovrà ricongiungersi
con l' etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in
Africa, a Timbuctu come a Firenze. A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta
che, come ora, ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce. Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell' Islam o degli immigrati che ci
si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una città bottegaia,
prostituita al turismo! È successo dappertutto. Firenze era bella quando era più
piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perché i musulmani si attendano
in Piazza del Duomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in Piazza Santa
Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione. È così perché
anche Firenze s' è «globalizzata», perché non ha resistito all' assalto di
quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato. Nel
giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a
spasso è scomparsa una libreria storica , un vecchio bar, una tradizionalissima
farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda.
Credimi, anch' io non mi ci ritrovo più. Per questo sto, anch' io ritirato, in
una sorta di baita nell' Himalaya indiana dinanzi al le più divine montagne del
mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, lì maestose ed immobili, simbolo della
più grande stabilità, eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente
diverse e impermanenti come tutto in questo mondo. La natura è una grande
maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche
tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo,
con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti s
ola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un
tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che
non ci sono più. Guarda un filo d' erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà
anche la r abbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace.
Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte. BIOGRAFIA DI
UN INVIATO DA FIRENZE ALL' ASIA Tiziano Terzani (nella foto) è nato a Firenze
nel 1938, scrive sul « Corriere» dal ' 71. Prima di arrivare al giornalismo, ha
confessato Terzani, «le avevo provate tutte: avvocato, università, manager all'
Olivetti. Ma dovevo seguire la mia vocazione». Terzani ha viaggiato in tutta l'
Asia. E' vissuto a Singapore, Hon g Kong, Pechino, Tokio, Bangkok. Dal 1994 si è
stabilito in India con la moglie, Angela Staude, scrittrice, e i loro due figli
I LIBRI Terzani ha pubblicato «Pelle di leopardo» (1973), dedicato alla guerra
in Vietnam. Nel 1975 è uno dei pochi giornalisti che resta a Saigon per
assistere alla presa di potere da parte dei comunisti. Da questa esperienza
nasce «Giai Phong! La liberazione di Saigon» (1976). Fra i primi corrispondenti
a tornare a Phnom Penh dopo l' intervento vietnamita in Cambogia, racconta il
suo viaggio in «Holocaust in Kambodscha» (1981). Tra gli altri libri ricordiamo:
«Buonanotte, Signor Lenin» (1992); «Un indovino mi disse» (1995); «In Asia»
(1998) SU INTERNET Digitando l' indirizzo www.tizianoterzani.com si può visitare
il sito del «Tiziano Terzani Fan Club» dedicato allo scrittore-giornalista LA
RABBIA E L' ORGOGLIO IL RITORNO DI ORIANA La «Lettera da Firenze» di Tiziano
Terzani è una risposta alla «Lettera da New York» di Oriana Fallaci (nella
foto), pubblicata da l «Corriere della Sera», sabato 29 settembre, con il titolo
«La Rabbia e l' Orgoglio». Un intervento, quello della Fallaci, che ha rotto un
silenzio durato oltre dieci anni (l' ultimo reportage risaliva alla Guerra del
Golfo). E che ha scatenato, com' era prevedibile, dibatti e discussioni in
tutto il mondo ALL' ESTERO L' articolo di Oriana Fallaci è stato acquistato
negli Stati Uniti, in Europa, in America Latina e numerosi altri Paesi UN LIBRO
DA RIZZOLI Il pamphlet di Oriana Fallaci, «La Rabbia e l' Orgoglio» si
trasformerà presto in un libro. Sarà pubblicato dalla Rizzoli www.corriere.it
Sul sito del «Corriere» il testo integrale della «Lettera da New York» di Oriana
Fallaci, la risposta di Dacia Maraini, pubblicata il 5 ottobre, «La bandiera
italiana» di Sergio Romano, apparso ieri sul «Corriere della Sera», da oggi l'
articolo di Terzani, e il forum con i commenti dei lettori







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