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Racconti: Ricordi di un cattolico rurale _CONTRIBUTEDBY courtial il Friday, 07 June @ 14:58:45 CEST
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 IL PRIMO PREMIO
Nella mia chiesa le ragazze occupavano gli scranni di sinistra, se si guardava l'altare; noi ragazzi tenevamo l'altra parte. Non ho una voce interessante, almeno da un punto di vista canoro, piuttosto bolsa al galoppo.
...
Del ruolo di solista neanche a parlarne; per i cori misti ci sarebbe voluto invece un po' di coraggio da parte del nostro preparatore e forse qualche trucco durante le prove dei canti.
Là, sul coro, di rimpetto all'altare, giusto all'opposto e al nadir del crocifisso, lassù in alto, che per arrivarci ci si arrampicava come serpi intorno a un tronco, per una scala a chiocciola stretta e traballante, proprio sotto al rosone di vetro, ammantati di luce screziata di rosso, giallo e blu, i coristi e mio cugino Carmine, angelo biondo, capabianca lo chiamavamo, esile e pulcherrima figura dalla voce preziosa e purissima che sgorgava come polla, ascendevano come
cherubini e serafini. Io ero ancora impubere.
Quel giorno aspettavo, calmo e sicuro del fatto mio. Alla lettura del vangelo non mancava molto; dopo sarebbe stato detto a tutti. Io sto lì, fiero e altero come un crociato a cavallo. Ecco l'ora! Si comincia dal terzo classificato: è Milù. Aveva copiato il cantico delle creature paro paro e tutt'intero il babbione, il mio furbo citrullo. Bene per lui che me l'abbia fatto leggere iersera, che una tirata di orecchi da don Mimì non gliela levava nessuno. Gliel'ho ridotta ad una sola strofa di otto versi; l'ho salata un poco con l'Ecclesiaste e subito dopo l'ho sciacquata con il Discorso della Montagna. Un pasticciaccio brutto, stucchevole come certe torte rustiche di zia Angelina, che si cominciano svogliati e pure si finiscono. E' accanto a me Milù; stringe e agita il pugno come ad un gol; si alza tronfio, mi spernacchia sottecchi e s'incammina verso l'altare. Ma Don Mimì mette subito la quistione in chiaro. "Non te lo meriteresti", gli fa, "ma tu o chi per te avete scopiazzato bene". Così gli dà in premio il libricino completo del Nuovo Testamento e tra gli sghignazzi di tutti noi gli assegna in penitenza due avemaria e tre atti di dolore. Tocca al secondo e il secondo so già chi è. Ci scommetto la mia mazzetta, la mia mezz'ora di calcio domenicale al campo dell'oratorio; che il Napoli possa perdere oggi, anche 4-0, in casa! E' Carmine mio cugino, chiaro come il sole, no? Scende dal coro fiammeggiante come un arcangelogabriele. Bello d'un bello che non si tocca. "O soave Madonna, dolce frescura dei nostri ardenti rimorsi...", recita così la sua poesiola. Ohi!, quel soave, detto con voce di latte e di miele, come ci intenerisce e ci squaglia.
Ci riprendiamo lentamente e negletti dall'apparizione. Ma adesso al bando le dolcezze e sdilinquimenti. su, su, miei commilitoni in Cristo, alle armi, tocca alla spada! Tocca a me, e a chi se no! Mai avuto un menomo dubbio, mai. Mi incammino impettito e in tensione, in forza come se portassi sulle spalle un'armatura; la mia mano curiosa tasta il fianco destro e fa per acconciare un inesistente fodero. Ed eccola la mia.
Terribile Madonna
tu che schiacci e per l'asprigno
artiglio del tuo piede
soffochi il Maligno,
quella faccia che mal vede
fetente e velenosa
mozzagli tutto in tondo.
Che aspetti, o Rosa,
Libera questo mondo.
Non sia la Tua nobile pietà di peso,
dei figli Tuoi pensa la paura,
ciascun non dorme offeso,
del satanasso scotta la calura
e si tiene in corpo indigesto
ché per sputarlo è presto.
Senza indugio, fallo, fallo, fallo.
E poi, Madre Nostra
tu che tieni il globo in seno
e T'affanni senza sosta,
sotto il mantello Tuo sereno
azzurro e stellato
le genti di ogni parte
ricopri e Dio sia lodato.
Neri, cinesi, russi e saraceni,
e al popolo tuo che era prediletto
e al Tuo Figlio dié veleni
trovagli pure un posto che non sia stretto.
MORTO UN PAPA SE NE FA UN ALTRO
Una pallina, presa di rimbalzo, più col corpo che con la racchetta, da
impostatore, impenetrabile muraglia d’appalto non cinese (Dio ce ne
scampi!), con uno sfarfallio loffio e indolente, spizzica lo spigolo del campo avversario. Paoletto s’avventa, s’incurva, taglia, scarica la
forza d’un boia, ma quella arabeggia,
lo tarantella, si scansa e ti saluto Napoli...
Ho vinto!
“E’ morto il papa!”, urla Enrico che s’era messo in solitario
davanti alla televisione, perché – è affar mio!- quando gioco io è sempre l’ultimo turno.
Si era nell’agosto del settantotto e nella calura Paolo VI c’era rimasto secco, non cangiando di forma, perché secco rimase, tal qual era,
forse di peso, se l’anima è grave. E che spirito! ingravidò quel corpo
che ora è spurgato da ogni umore come pane raffermo, buono per i maiali. O da grattugiare su un cattò. Ci azzeccammo spugnosi allo
schermo, una dozzina. Il sudore di Paoletto era alle mele, quello di
Enrico, all’orzo o di fieno.
Il giornalista pareva di sapone, parlava zitto zitto come se accanto gli dormisse la ninna . E però quante belle cose diceva, quante storie che non sapevo,e non finiva mai. “Vabbuò, morto un papa se ne fa un altro” ci disse per farla breve
Don Antonio, il fratello del parroco, che girava sempre con un mazzo di chiavi appeso al passante del pantalone
e aveva fretta di chiudere.
Il ceffo era quello del sagrestano più che di un prete:
sempre poco m’è piaciuto . Gli viene in soccorso il temporale che
s’agita nel televisore. La faccia del telecronista sempre uguale è come una cascata di monete ai tre bar della macchinetta mangiasoldi.
Enrico gli dà un pugno per rimetterlo dalla tosse;
il televisore si riassesta,
rifulge e ci mostra la foto del papa benedicente. E’ un saluto breve il
suo, in felice cammino verso un puntino luminoso, un mondo lontano, al
centro di un universo nero. S’è rotto il televisore.
“Donantò, quando lo compriamo un altro televisore?”, gli chiede un
Enrico disilluso.
“Quando muore il prossimo papa”, gli risponde con una
scintilla sardonica negli occhi l’ignaro celebrante da sacrestia.
IL CILICIO La "sede" era il calco preciso di un'idea divina, perché Dio pensa in
tre dimensioni, plasma senza mani. A prenderne l'impronta era stato
Angelo Vitale, nel nome un destino -come si dice -, instancabile
organizzatore di tornei di scacchi e campionati di calcio, inventore di
pulsantiere lampeggianti per gare di quiz e certamen letterari, nostro giudice e arbitro, anche di eleganza, e luce degli occhi di Don Mimì.
Se la "sede" era piccola o grande non saprei, non mi intendo di
astronomia: per noi la sede era l'universo. Il nostro sole era un
tavolo da ping-pong, legno fresco di finissima fattura scandinava,
brillante e levigato che ad accarezzarlo ricordavo la spalla di
Stefania, ambitissimo "quarto" che m'era capitato di sfiorare nel
pigia pigia delle prove di canto generali.
Intorno vi orbitava un tavolino
per il giuoco delle carte - piccola taverna portuale -, un elegante
pensatoio in mogano con scacchiera intarsiata e un biliardino, sempre
ben oleato, con i suoi guizzanti, sforbicianti e tambureggianti balilla
rossi e blu. In angoli estremi e opposti il televisore, vera finestra
su altri mondi, e una scrivania con tre cassetti chiusi a chiave da
Angelo Vitale che dentro ci custodiva i suoi brevetti.
Tanto bastava ad
una ventina di ragazzini, ordinati per turni diligenti e rituali. Tanto
ci bastava, quella goccia di eternità...
La sede doveva restare chiusa per tre giorni, in segno di lutto per la
morte del papa. E il campetto di calcio inaccessibile per due
domeniche. Fu questa la decisione
di Don Mimì e la nostra disperazione.
Potevamo accucciarci in sacrestia, se volevamo, magari scampanare le
ore e i funerali con Peppino il sacrestano.
Sui giornali avevo letto che addosso a Paolo VI era stato trovato il
cilicio. Girava voce che anche Don Mimì ne portasse uno...
Un giorno vi parlerò di Don Mimì con qualche virgola e qualche punto in
più, ma per ora vi basti sapere che il mio parroco era il simulacro
delle sofferenze cristiane, la Via Crucis tutto l’anno, uno che aveva
casa sul Calvario. Così, che portasse o meno il cilicio era solo un
dettaglio trascurabile. Non per me né per Milù, però,
che un cilicio non lo avevamo mai visto.
La curiosità ci solleticò per un giorno intero. Fosse stato per me, non
mi sarei mai permesso, quella cosa neanche la pensavo, non ci avevo
animo, ma Milù era pieno di ardimento e aveva pure qualche recente
esperienza... Fummo tentati dalla fortuna che quando ci mette
il becco è femmina intrigante e consigliera.
Quella sera ci trovammo in sacrestia solo io, Milù e Don Mimì.
Uno, due e tre!
C’era toccato di servir messa e ci si apprestava ad uscire. Don
Mimì ci aveva ordinato di controllare se qualche vecchia
non s’era addormentata tra gli scranni e s'era allontanato
discretamente verso il bagno...
Voi non sapete con chi l’abbia concepito sua madre, ma posso
assicurarvi che Milù è tale e quale suo padre! Così, con uno sguardo
carognesco e adulterino, mi convinse ad andare con lui davanti alla
porta del bagno dopo essersi accertato che la spranghetta del
saliscendi era entrata nel nasello...
Milù aveva occupato tutto il belvedere e con la mano mi faceva gesti,
prima di esultanza, poi di prudenza e via via incomprensibili.
Dal buco della serratura, priva di chiave, si doveva
vedere quanto bastava e anche di più...
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