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pagine viste dal March 2008

  
Comunicati stampa...: GRANELLO DI SABBIA (n°73) * Bollettino elettronico settimanale di ATTAC * Lunedì
Postato il Monday, 18 November @ 18:18:05 CET
Argomento: Comunicati stampa e vari...
Comunicati stampa e vari...______________________________

Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia
possibile.
Numero di abbonati attuali: 5 013

ATTENZIONE:
tutti i Granelli di Sabbia sono a disposizione sul sito in versione .pdf e
.rtf al seguente indirizzo:
http://www.attac.org/italia/granello/indice.htm
____________________________________________________________

Indice degli argomenti

Nota di lettura:
Questo numero cerca di approfondire la riflessione sul movimento dei
movimenti dopo Firenze, è dedicato a Anna, Antonino, Francesco, Lidia,
Giancarlo, Claudio, Gianfranco, Antonio, Pierpaolo, Salvatore, Emiliano,
Lucia, Vittoria, Gianluca, Giancarlo e Giuseppe.





1 - Siamo tutt* sovversiv*
di Fiorino Iantorno (Consiglio Nazionale ATTAC Italia)
Siamo dovunque: negli uffici, nei bar, nelle scuole, nei posti di lavoro,
nelle università, per strada, negli ospedali. (.) Se credere in un altro
mondo possibile, se credere nella speranza e nella forza della politica è
sovversivo, bene allora siamo tutti sovversivi.

2 - Impressioni da Firenze
di Salvatore Cannavò (vicedirettore Liberazione e membro del consiglio
Nazionale di ATTAC Italia)
Una nuova generazione si è presentata ufficialmente alla politica, facendo
una politica nuova e alta ed esprimendo un bisogno, ancora insoddisfatto, di
rinnovamento radicale. Questa novità si è manifestata in molte forme. E'
ancora presto per ricavarne una mappatura ragionata ed esauriente, mentre è
più agevole ricorrere al motto zapatista del «camminare domandando» e
provare a indagare alcune delle espressioni più clamorose della forza
dichiaratasi a Firenze.

3 - La politica come bene comune
di François Houtart (Forum Mondiale delle Alternative)
All'interno del discorso politico emerge spesso l'opinione secondo cui i
movimenti possono focalizzarsi su alcuni obbiettivi, configurarsi come
portatori di utopie, mentre i responsabili politici devono essere pragmatici
ed esercitare l'arte del possibile. È molto importante adottare un
atteggiamento critico verso giudizi preconfezionati e chiedersi quale
lezione è possibile trarre dalle recenti esperienze di convergenza dei
diversi movimenti sociali.

4 - Satori a Firenze: l'evoluzione zen del movimento
di Bifo (tratto da www.rekombinant.org)
I nemici dell'intollerabile devono abbandonare l'idea di egemonizzare
qualcosa e dar vita ad organismi di azione quotidiana locale. (.) Un milione
di persone a Firenze. Una festa? Certo. Una vittoria? Non diciamo scemate.

5 -La società civile internazionale
di Sönke Zehle
Quando si parla della "società civile internazionale", ci si riferisce di
solito a quella molteplicità di attori non statali che, attraverso il loro
impegno transnazionale, hanno inserito nell'agenda della politica
internazionale questioni riguardanti i diritti umani, la tutela dell'
ambiente o la struttura delle istituzioni internazionali. (.) Traduzione a
cura di Giacomo Guatteri.

_____________________________

1 - Siamo tutt* sovversiv*
____________________________________________________________

di Fiorino Iantorno (Consiglio Nazionale ATTAC Italia)

". mentre il cuore d'Italia / da Palermo ad Aosta / si gonfiava in un coro /
di vibrante protesta ." (Fabrizio de Andrè).

E' evidente a tutti che siamo di fronte ad un attacco fortissimo al
movimento tutto.

Non si tratta di una criminalizzazione di una parte, ma ci troviamo di
fronte al tentativo di buttare nell'angolo l'intero movimento costruendo un
teorema che praticamente ci rende tutti potenziali bersagli di azioni
giudiziarie.

Il combinato tra il nuovo articolo 270 bis del Codice Penale - nato dopo i
fatti dell'11 settembre  e che risponde a quel clima di restringimento degli
spazi di agibilità democratica che da sempre abbiamo denunciato - con norme
di dubbia costituzionalità, residui vergognosi della ideologia di un codice
penale fascista che voleva reprimere ogni possibile forma di dissenso, più
molto probabilmente, il protagonismo di qualche giudice che non sembra
essere un campione del garantismo, creano una morsa micidiale che vuole
stritolare e cancellare le idee di un grande movimento di massa che ha
mostrato e mostra ogni giorno sui territori la sua vitalità.

"Cospirazione politica, sovversione dell'ordine economico, propaganda
sovversiva" sono i reati che ci contestano.
Si, che ci contestano, perché la vicenda di Anna, Francesco, Salvatore, di
Giancarlo nostro militante di ATTAC Taranto e di tutti gli/le altr*
compagn*, riguardano tutte e tutti noi, non si tratta di una questione
privata.

Noi che chiediamo e lavoriamo ad un altro mondo possibile siamo dei
cospiratori. Noi che raccogliamo 200.000 firme per introdurre una tassa che
vuole bloccare le speculazioni finanziarie, abbattere i paradisi fiscali e
inceppare l'ordine economico neoliberista che produce ogni giorno la morte
di 35.000 persone, noi vogliamo, effettivamente, sovvertire questo ordine
economico.
Noi che ogni giorno ci incontriamo in assemblee ed in piazze dove
manifestiamo, noi che produciamo strumenti di comunicazione alternativi a
quelli del sistema liberista, noi tutti siamo autori di propaganda
sovversiva.
E con noi un altro milione di persone, e forse anche di più. Noi siamo tutti
sovversivi.
E lo dobbiamo gridare, lo dobbiamo scrivere sui muri delle nostre città. Noi
siamo dei sovversivi, dei cospiratori.

Siamo dovunque: negli uffici, nei bar, nelle scuole, nei posti di lavoro,
nelle università, per strada, negli ospedali.
Dovunque. Da ultimo ci hanno visto a Firenze. Uno dei più piccoli era
affacciato da una finestra di un condominio fiorentino e ci versava del te e
ci regalava dell'acqua.

Dobbiamo rispondere come sempre questo movimento ha risposto, in maniera
decisa e pacifica. Dobbiamo rispondere a chi ci vuole isolare, restringere e
limitare la nostra libertà, aprendo spazi di democrazia partecipata.

Come ATTAC partecipiamo a tutte le manifestazioni, e vi invitiamo a
partecipare a presidi, iniziative e manifestazioni, a essere nelle piazze,
nelle vie di tutte le nostre città.

Se credere in un altro mondo possibile, se credere nella speranza e nella
forza della politica è sovversivo, bene allora siamo tutti sovversivi.


_____________________________

2 - Impressioni da Firenze
____________________________________________________________

di Salvatore Cannavò (vicedirettore Liberazione e Consiglio Nazionale di
ATTAC Italia)

«Guarda che qui la domanda supera di gran lunga l'offerta e quindi l'offerta
non può che migliorare». La battuta nasce in uno dei tanti colloqui
occasionali, in questo caso con Emiliano Brancaccio, l'economista estensore
della legge sulla Tobin tax, tra i più indicati a ragionare sulla base della
celebre legge di mercato. Che sarà pure un pilastro del capitalismo, ma che
spiega bene cosa sia successo a Firenze. Una nuova generazione si è
presentata ufficialmente alla politica, facendo una politica nuova e alta ed
esprimendo un bisogno, ancora insoddisfatto, di rinnovamento radicale.
Questa novità si è manifestata in molte forme. E' ancora presto per
ricavarne una mappatura ragionata ed esauriente, mentre è più agevole
ricorrere al motto zapatista del «camminare domandando» e provare a indagare
alcune delle espressioni più clamorose della forza dichiaratasi a Firenze.

Un evento comunicativo
La prima riflessione è suggerita da un aspetto ancora poco sottolineato. La
Fortezza da Basso, con il suo fiume colorato di politica, ha rappresentato
un evento fortemente comunicativo. Qualcuno, nei lunghi mesi della vigilia,
lo aveva additato come un noioso convegno congressuale o, peggio, come un
evento burocratico. La realtà ha smentito efficacemente questa previsione,
affermando nella materialità dell'evento, la ricca commistione tra contenuti
e forma, tra linguaggio e corpi, tra espressione visiva e riflessione. Nei
tre giorni del Forum tutto è stato movimento, capace di travalicare la
stessa forma rigida della conferenza. L'ascolto attento delle relazioni, i
taccuini pieni di appunti rappresentano solo la facciata A del disco fatto
girare a Firenze; la seconda vede una partecipazione attiva realizzata
attraverso i corpi e le voci, gli applausi, le sottolineature rumorose. Una
gran voglia di esserci e di manifestarsi che passa anche con il modo di
vivere il cuore della Fortezza, la sua *agorà*, il piazzale centrale all'
aperto dove ci si è incontrati, si è ballato, si sono lanciati slogan e
cortei spontanei. Dove si è letteralmente *attraversato* il Forum per
portare da qualche parte - in un seminario, in uno stand, in uno spazio
qualsiasi, fosse anche al bar - qualcosa di sé, della propria soggettività
collettiva o individuale e metterla in relazione con altri e altre.
Intreccio, relazione, comunicazione: il forum è stato innanzitutto questo.

Una domanda enorme
Questa esuberanza, questa vitalità generazionale è parte integrante del gran
desiderio di politica esploso nella tre giorni fiorentina. Una politica
nuova, pulita, fatta di idee e di progetti, ma anche di utopie e speranze.
Quei sessantamila delegati e delegate, protagonisti effettivi della
manifestazione, hanno mostrato un'avidità di politica sconosciuta ai nostri
occhi. Non si è trattato solo di una partecipazione per imparare e nemmeno
di un'occasione in cui chiedere o esigere chissà cosa da chissà chi. No, si
è trattato di un fenomeno pienamente e interamente politico - da qui il
salto di qualità rispetto alla stessa Porto Alegre - dove la politica ha
ripreso il suo valore originario, la cura della *polis* e quindi dell'
interesse e del bene collettivo. Un bene minacciato dalle polemiche delle
ultime settimane, dai giochetti di palazzo o dalle furbizie tattiche dei
soliti noti. E invece, anche con la partecipazione al corteo o nella stessa
serata inaugurale, si è voluto rimarcare il perimetro di uno spazio
pubblico, mobile e plurale, ma definito. Identificabile dalle tre
discriminanti del Forum - no alla guerra, al liberismo e al razzismo -
irriducibile al mercato e alle sue leggi e non riducibile alla categoria
tradizionale di riformismo. Ma, soprattutto, strategicamente orientato alla
costruzione di una nuova democrazia, partecipata, consapevole, più ricca di
quella attuale. Nella percezione di centinaia di migliaia di persone, forse
di milioni, è questo che rappresentano le due parole ormai magiche: Social
Forum. Un simbolo inaggirabile di partecipazione politica e di desiderio di
cambiare il mondo.

La politica e l'etica
Questo spazio e questa ambizione si conciliano ancora con una delle
caratteristiche originarie del "movimento dei movimenti", la spinta etica e
la rivolta morale. Milioni di giovani in tutto il mondo sono oggi
irriducibili al liberismo, e manifestano un'avversione latente al
capitalismo, sulla base di una propensione morale, nobile e vitale che
spesso fa fatica a tradursi in lotta politica così come l'abbiamo
classicamente intesa. Dopo il forum di Firenze, cioè, è ampiamente possibile
che la vertenza Fiat si concluda con una sconfitta - anche se la solidarietà
agli operai ha rappresentato un momento ricorrente del Forum - o che la
finanziaria venga approvata senza particolari sussulti. Il terreno
privilegiato del movimento continua a essere la guerra - e in misura minore
il razzismo e l'immigrazione - ovvero due ambiti in cui l'etica è
maggiormente sollecitata. E' un aspetto che occorre avere ben chiaro, perché
descrive un campo in cui si può realizzare un progetto politico di ampio
respiro. Si pensi all'insistenza di Cofferati sui "valori" o al messaggio
interamente etico che promana da Gino Strada. Attorno a questi valori e al
nobile e radicale rifiuto della guerra, si possono tuttavia condensare forze
e motivazioni del tutto coerenti con un orizzonte "riformista" o con una
prospettiva di "aggiustamento graduale" della globalizzazione. Terreno
scivoloso, quindi, e complesso. Reso ancor più sdrucciolevole dalla distanza
siderale che passa tra chi materialmente ha organizzato l'evento di Firenze
e la partecipazione oceanica che ne è scaturita. Un rapporto incredibile di
uno a diecimila in cui si può incuneare l'incomprensione o un'
incomunicabilità insopportabile.
Ecco perché non basta ricorrere a una semplice accelerazione del tasso di
politicizzazione del movimento, del tutto auspicabile e necessaria, ma
comunque non automatica. Il processo rischia di essere più accidentato,
perché deve badare a realizzare un forte tasso di coinvolgimento e di
partecipazione complessiva capace di ridurre quella distanza e di realizzare
quindi un dialogo reale, di limitare la delega e la distinzione tra vertice
e base che, se reiterata, potrebbe essiccare l'energia di Firenze. Le
campagne individuate nell'assemblea conclusiva e i soggetti reali incaricati
di animarle, possono costituire un deterrente a questo rischio e un'
opportunità per una fase nuova.

Non violenza consapevole
Che questa distanza sia del resto limitata solo alla forma classica delle
assemblee o delle riunioni a oltranza - ancora vero limite dell'agire
politico - è riscontrabile anche nelle modalità della partecipazione al
corteo. Se non si sono verificati incidenti di nessun tipo non è solo grazie
al lavoro prezioso e faticoso di quei compagni e compagne che si sono
occupati del servizio di "autotutela", ma anche della convinzione e della
responsabilità collettiva che ha coinvolto tutti e tutte. La colletta per
ripagare la vetrina rotta, le scritte canzonatorie sulle protezioni dei
negozi del centro, il rapporto felice e festoso con la città, sono tutti
segnali di una generazione che si rende disponibile a una partecipazione
consapevole, matura e responsabile. E che al tempo stesso, sa di non doversi
far coinvolgere dalla spirale perversa della violenza, anche perché ha ormai
intuito che al tempo della globalizzazione armata la violenza è un rigido
monopolio degli stati più potenti o delle centrali del terrore. E che
quindi, per contrapporsi, non resta che una scelta non violenta fortemente
intrecciata con la pratica e la democrazia di massa.

Il "vecchio" e il "nuovo"
Una generazione matura, quindi, come tutte quelle che irrompono per esigere
un cambio radicale ed esprimere un bisogno di futuro. Ma come evitare che
questo bisogno inaggirabile realizzi una frattura generazionale, e quindi
anche politica, con il passato, con il "vecchio" che poi non è altro che il
vecchio movimento operaio? E come, allo stesso tempo, evitare che questo
"vecchio", fatto di sconfitte, a volte di residualità, spesso di
compatibilità, afferri le gambe dei giovani per trascinarli in un vortice
negativo? E' un equilibrio instabile e incerto, affrontato ancora solo
parzialmente dalle reti che compongono il movimento - vedi l'esperienza di
ATTAC o la rete contro il precariato - ma non ancora interiorizzato del
tutto. Quella frattura, del resto, potrebbe assumere forme equivoche o
incoerenti con le sue stesse ragioni: una frattura tipicamente
generazionale, oppure tra un supposto "sociale" superiore al "politico"; o
ancora tra sindacato e partiti da una parte e nuove forme della politica
dall'altra. Questo pericolo, in fondo, è supportato dal vuoto alle spalle
del movimento: l'altro mondo possibile non è ancora declinato e nessuno
pensa di poterlo riannodare ai fallimenti storici del socialismo realizzato.
Ma un'alternativa è difficile da costruire, finora abbiamo solo alcune
indicazioni di massima e la ricerca è piuttosto lunga e faticosa. La
potenzialità di Firenze va in questa direzione, ma gran parte delle
responsabilità ricadono su chi Firenze l'ha organizzata.

Una dimensione europea
Anche per affrontare questo nodo nevralgico, il movimento oggi più di
prima - più di Genova, più di Porto Alegre - ha bisogno di *riconoscersi*,
di sentirsi parte di un progetto comune e di uno spazio condiviso. Il Forum
è sostanzialmente questo e a questo deve il suo successo. Naturalmente è
anche l'insieme che riconosce le sue singole e differenziate parti: le reti
nazionali come i social forum locali, le vertenze specifiche come le lotte
più generali, le strutture più grandi come quelle più piccole, l'attenzione
alle pratiche come la centralità dei contenuti. Far stare insieme tutto
questo è l'impresa che ci accingiamo a compiere e che rimanda, sul piano dei
"compiti storici", non già ai tanti movimenti del novecento, ma a quella
fase costituente del movimento operaio rappresentata dal secondo ottocento.
Fu allora che si realizzarono senso comune e fatti obiettivi, lotte concrete
e costruzione del simbolico, capaci di dare vita alla più grande
elaborazione collettiva della storia umana. La Prima Internazionale
rappresenta molto bene questo aspetto: tante forme e culture diverse unite
per dare luogo a un progetto collettivo collocato nel campo della critica al
capitalismo e della rivoluzione. E per la prima volta su un piano
decisamente internazionale. Oggi è di nuovo così. La dimensione europea dell
'evento è sostanziale all'evento stesso e può costituire la sua
caratteristica principale. Anche per questo la continuità tra il Forum di
Firenze e quello di Parigi, il mantenimento del coordinamento europeo dei
movimenti sociali e la mobilitazione su scala continentale - a cominciare
dalla guerra - costituiscono valide assicurazioni sul futuro.

Una fase costituente
Siamo dunque in una fase costituente. Lo dimostra anche il canto reiterato
di canzoni storiche come *Bella Ciao* o *Bandiera Rossa*. Il loro
riferimento rappresenta più un rimando istintivo al momento costituente più
rilevante della storia d'Italia che a un esercizio nostalgico. Quasi si
trattasse di una sottolineatura, più o meno consapevole, della portata
storica dell'avvenimento che per essere tale non può che ricollegarsi alla
migliore tradizione e alla migliore memoria. Una fase costituente, quindi,
in cui tutti, veramente tutti, dovrebbero osare un po' di più. Per
costruire, attorno a questo spazio un evento politico capace di
rappresentare il bisogno di futuro, l'irruenza del nuovo, ma anche la
salvaguardia del "vecchio". Un evento che dia forma e sostanza al popolo di
Firenze che poi non è altro che il "nuovo movimento operaio".


_____________________________

3 - La politica come bene comune
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di François Houtart (Forum Mondiale delle Alternative)

All'interno del discorso politico emerge spesso l'opinione secondo cui i
movimenti possono focalizzarsi su alcuni obbiettivi, configurarsi come
portatori di utopie, mentre i responsabili politici devono essere pragmatici
ed esercitare l'arte del possibile. È molto importante adottare un
atteggiamento critico verso giudizi preconfezionati e chiedersi quale
lezione è possibile trarre dalle recenti esperienze di convergenza dei
diversi movimenti sociali.

1. La politica è molto di più dell'azione dei partiti
La prima riflessione intende ricordare che la politica è l'insieme delle
azioni intraprese per esercitare un potere sull'organizzazione delle
società. Di fatto, i soggetti coinvolti sono numerosi. Viene immediato
pensare ai partiti politici, ma non sono gli unici soggetti. Esistono anche
molti gruppi di pressione e le lobbies, che spesso sono in grado di
influenzare realmente il campo politico. Ma esistono anche i movimenti
sociali che si configurano come portatori di rivendicazioni o di valori che
in vario modo hanno una ripercussione sulle decisioni politiche,
indipendentemente dai legami con i partiti. Nel corso degli ultimi tre anni,
lo sviluppo di convergenze internazionali realizzate da movimenti e
organizzazioni progressiste è stato in sé un fatto politico. Si pensi, in
particolare, al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre.
Anche la società civile ha un ruolo nel campo politico, ma è necessaria una
sua definizione più precisa: quali sono i soggetti che si collocano tra
Principe e Mercante, e tra Stato e mercato? Anche all'interno di questa
problematica ritroviamo le lotte sociali, ed è possibile affermare che
esiste una società civile dall'alto, quella che si riunisce a Davos, e una
società civile dal basso, quella che si riunisce a Porto Alegre.
Aggiungo a queste prime considerazioni il fatto che anche il concetto di
bene comune deve essere nuovamente reinterpretato. Spesso è stato infatti
usato prescindendo da un'analisi delle classi sociali, come concetto che
permette di considerare la società un insieme di strati sociali di cui
bisogna realizzare l'armonia, in cui ciascuno ha un ruolo ben definito. In
realtà questo tipo di lettura finisce per favorire coloro che detengono il
potere e quindi per servire gli interessi dei potenti. Il bene comune può
essere solo il risultato di dure lotte sociali, a maggior ragione con la
globalizzazione del capitale.

2. Il ruolo dei partiti è indispensabile
E' necessario realizzare le proposte dei movimenti sociali all'interno del
campo politico. Diversamente, resterebbero pii desideri. I movimenti possono
agire nel proprio contesto, ma quando si tratta di legiferare e di
realizzare istanze collettive, la mediazione dei partiti è necessaria.
Da qui la necessità di analizzare le cause della attuale depoliticizzazione,
per cercare di attualizzare e dinamizzare nuovamente il ruolo dei partiti.
Da qui anche il bisogno di sottolineare la trappola dell'atteggiamento
antipolitico (anti-Stato, anti-partito), sviluppato da alcune organizzazioni
non governative e da alcuni movimenti. Sbagliano nemico quando generalizzano
le concrete situazioni di eccessiva burocratizzazione degli organi dello
Stato o le strumentalizzazione dei movimenti da parte dei partiti politici.

3. I conflitti logici alla base dei difficili rapporti tra movimenti e
partiti politici
I movimenti sono portatori di una logica orientata dall'utopia,
assolutamente necessaria per gli obbiettivi sociali, anche se la loro
istituzionalizzazione rischia talvolta di portarli lontano dalle istanze
originarie. I partiti politici, obbligati a conquistare il potere politico,
tendono a definire la loro azione in funzione di una logica elettorale, una
dinamica che spesso entra in conflitto con gli obbiettivi. Il Brasile è una
dimostrazione di questa realtà, anche se tutti ci rallegriamo dell'elezione
alla presidenza di Lula.
È necessario affermare che molto spesso, alla lunga, la logica elettorale
risulta fallimentare. Non è forse stato il caso dell'Italia e della Francia?
Quando il socialismo amministra il capitalismo, non sarebbe meglio
propendere per la versione originale? Fare calcoli elettoralistici significa
in molti casi sottopostare alla logica dell'avversario e infine rinnegare se
stesso. Se invece si adotta una posizione di sinistra, è impossibile
prescindere dagli obbiettivi. L'utopia per gli sfruttati, per i poveri non
può essere un obbiettivo a lungo termine.
Siamo allora di fronte ad un dilemma? Restare indefinitamente inefficaci, ma
puri, o accettare di perdere la propria anima? Non ci sono soluzioni? È
forse impensabile continuare a dire chiaramente quali sono gli obbiettivi di
un vero partito di sinistra, ovvero modificare i parametri dell'
organizzazione economico-sociale, combattere il capitalismo, e non solo
rimediare ai suoi abusi e ai suoi effetti negativi, e nello stesso tempo
dire che sarà una lotta di lunga durata, poiché il rapporto di forza
(economico, politico e culturale) è sfavorevole?

4. Il ruolo dei movimenti
I movimenti sono diversi e ciascuno persegue obbiettivi propri, legati ai
bisogni di un preciso gruppo sociale (contadini, operai, donne, popoli
indigeni, etc.) oppure ad obbiettivi trasversali (difesa dell'ambiente). Non
essendo sottoposti a forti obblighi istituzionali come quelli dei partiti
nel campo politico, possono risultare più dinamici, più vicini alla
quotidianità.
Tuttavia, come detto in precedenza, i movimenti hanno bisogno dei partiti
per raggiungere alcuni dei loro obbiettivi fondamentali. Il contatto e il
dialogo sono dunque indispensabili, ma i movimenti non possono accettare di
essere strumentalizzati da una logica partitica. In realtà accade spesso che
i partiti trovino nei membri dei movimenti soggetti utili in periodo
elettorale, cosa in sé non condannabile, a condizione che siano i movimenti
a scegliere i propri dirigenti e non siano assorbiti dai partiti.
Esisteranno sempre delle tensioni e il Brasile ci ha dato l'esempio che è
possibile combinare un partito politico popolare forte con movimenti
sindacali e contadini che hanno saputo mantenere la propria autonomia.

5. Quale futuro dei rapporti tra movimenti sociali e partiti di sinistra?
Come la forza attuale dei movimenti e delle organizzazioni progressiste sta
nella convergenza, si potrebbe pensare che la sinistra del futuro si
esprimerà in una convergenza di partiti politici e non in un partito unico,
portatore di tutte le speranze della base e detentore del monopolio della
verità. Si tratta di un percorso sicuramente difficile. La diversità dell'
opposizione al capitalismo, alla militarizzazione dell'universo, all'
imperialismo sempre più esacerbato, necessita di una pluralità di
espressioni politiche. Tocca ai partiti studiare le modalità per le loro
convergenze e agli elettori esprimere determinazione. Una cosa è chiara, la
sinistra non sarà credibile se non afferma chiaramente i suoi obbiettivi. Se
c'è stato un socialismo che faceva paura (lo stalinismo), esiste oggi un
socialismo che fa ridere (le diverse "terze vie"). Il ruolo dei movimenti
consiste nel continuare a ricordarlo.

Testo segnalato e tradotto da Associazione Culturale Puntorosso:
www.puntorosso.it


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4 - Satori a Firenze: l'evoluzione zen del movimento
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di Bifo (tratto da www.rekombinant.org)

Un milione di persone a Firenze. Una festa? Certo. Una vittoria? Non diciamo
scemate.

A Firenze é nato il movimento europeo contro la guerra, e questo é un fatto
importante. Ma per il momento questo movimento é politicamente inefficace.
Dobbiamo concentrarci su questo punto: come si può trasferire la potenza di
quel milione di persone dalla pura dimostrazione di una protesta etica alla
pratica quotidiana di agitazione, di comunicazione, e di creatività sociale?

E' urgente un mutamento delle forme di azione e delle forme organizzative di
questo movimento che da tre anni é sempre più vasto, ma non per questo
riesce a bloccare il processo di devastazione liberista, impoverimento,
militarizzazione e concentrazione del potere.

I grandi appuntamenti nazionali o internazionali da Seattle sono stati
utilissimi per mettere in crisi l'egemonia ideologica liberista, ma ora non
funzionano più. Rischiano di diventare appuntamenti rituali di
testimonianza.

L'egemonia neoliberista é già crollata sul piano del consenso, ma ora il
potere non si fonda sul consenso ma sulla guerra sul terrore e sulla
minaccia. Occorre passare ad una fase nuova, che sia di mobilitazione
quotidiana nei posti di lavoro, di studio, di socialità, di consumo, nei
gangli della vita urbana.

In Italia il Social Forum ha avuto una funzione essenziale sul piano
dimostrativo, e a Firenze si sono create le condizioni per dare vita al
processo di formazione di una rete politica europea, che si batta per una
costituzione pacifica e sociale di un'Europa in divenire noborder. E' un
compito decennale, che si apre davanti al Social Forum, ed é un compito
affascinante di reinvenzione della democrazia. E' un compito che ci dovremo
porre ad ogni livello, anche quello elettorale, mandando definitivamente in
cantina la sinistra subalterna al liberismo.

Ma purtroppo noi siamo adesso a una stretta. La prolungata devastazione
liberista ha portato il pianeta a una catastrofe che può diventare
irreversibile. L'esito può essere una dittatura militare planetaria, una
società completamente impoverita, terrorizzata dal ricatto economico e dal
ricatto della violenza. Solo un'onda di mutamento della vita quotidiana può
far deragliare questo processo: un'onda di ribellione e di rilassatezza,
un'onda di non consumo, di assenteismo dai luoghi della paranoia produttiva
e militare, un'onda di sfrenatezza esistenziale, di calore sensuale e di
sabotaggio dei ritmi iper-produttivi.

Ma per avviare quest'onda occorre che l'iniziativa sia portata in ogni
facoltà universitaria, in ogni scuola, in ogni laboratorio di ricerca e in
ogni fabbrica. Lo scopo della rivolta non deve essere spaventare il padrone,
ma restituire piacere e comunità felice alla vita quotidiana, sciogliere la
competitività, dissolvere l'ansia securitaria.
Organizzare tribù urbane che si rifiutino di pagare il prezzo della demenza
liberista e militare. Cioé che si rifiutino di pagare il prezzo di qualsiasi
cosa, circuiti che realizzino lo scambio gratuito dei servizi e dei beni
essenziali.

La vita dei social forum negli ultimi mesi si é ridotta a teatro delle
dispute intergruppettare. Non serve a niente. A Firenze il social forum ha
recuperato la sua funzione nella costruzione di una prospettiva
costituzionale europea. Le associazioni lillipuziane, i sindacati di base, i
gruppi disobbedienti, gli ambientalisti i rifondatori del comunismo e tutti
gli altri variopinti nemici dell'intollerabile debbono abbandonare l'idea di
egemonizzare qualcosa, e insieme debbono dar vita ad organismi di azione
quotidiana locale, situazionale. Per farci che? Per occupare le facoltà,
occupare le scuole, avviare processi di autogestione delle fabbriche che
chiudono, creare luoghi di agitazione permanente urbana contro la guerra
(riversarsi quotidianamente in una piazzetta di quartiere per un'ora al
giorno, megafonare le grandi stazioni nelle ore di punta. accendere
televisioni di strada contro la tivu del regime)

Per trasformare la vita sociale quotidiana é necessaria un'energia molto
maggiore di quella che occorre per andare a una dimostrazione di massa
bimestrale. Abbiamo questa energia? Ma l'energia si crea dispiegandosi, ed
il tempo si libera sottraendosi all'ansia e alla dipendenza psichica.
Occorrerebbe un'evoluzione zen del movimento, esso dovrebbe diventare la
fonte di un'illuminazione della mente sociale un satori che sospenda il
panico e disarmi l'aggressione.

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5 -La società civile internazionale
____________________________________________________________

di Sönke Zehle

Quando si parla della "società civile internazionale", ci si riferisce di
solito a quella molteplicità di attori non statali che, attraverso il loro
impegno transnazionale, hanno inserito nell'agenda della politica
internazionale questioni riguardanti i diritti umani, la tutela dell'
ambiente o la struttura delle istituzioni internazionali. Fino ad ora,
concetti come società civile o società "civica" sono stati discussi in
prevalenza in un contesto nazionale. L'esempio più recente è il rapporto
della commissione d'inchiesta del Bundestag (Parlamento tedesco) sul"Futuro
dell'attivismo del cittadino". Al suo interno, la società "civica" viene
intesa come una organizzazione nazionale che mette in connessione Stato,
economia e famiglia, con l'obiettivo di un impegno volontario orientato al
bene comune.

La società civica e l'etica "dell'auto-organizzazione"
L'analisi delle forme le più diverse di questa "auto-organizzazione"rivela
un'inversione dei rapporti fra Stato, economia e società. I concetti chiave
del rapporto lasciano intendere come apparirà questo nuovo ordine sociale :
al centro della discussione sta la visione di uno "Stato facilitante", che
si limiti ai suoi compiti essenziali. Inoltre, una razionalizzazione dell'
amministrazione pubblica e una valorizzazione dell'"auto-organizzazione"
vanno di pari passo. Lo Stato favorisce questa auto-organizzazione
attraverso la "trasparenza" delle sue istituzioni, nello spirito di una
generale "giustizia partecipativa". In aggiunta, viene l'impegno di imprese
economiche, che assumono responsabilità nella società civica in qualità di
gruppi di cittadini ("corporate citizens"). Criterio centrale di questo
riordinamento di competenze è il principio di sussidiarietà: nello spirito
di una nuova "cultura del sociale", lo stato interverrebbe soltanto nel
momento in cui le risorse della società civica fossero esaurite.

Poiché stanno emergendo dinamiche alternative di mobilitazione associativa
al di fuori delle tradizionali forme di integrazione sociale come sindacati,
Chiese, partiti e associazioni, la visione della "società civica" del futuro
richiede anche nuovi meccanismi di integrazione. Sussidiarietà e solidarietà
vengono integrate attraverso la nozione di "capitale sociale" - la
conoscenza dei meccanismi di cooperazione e controllo, così come
l'esperienza della comunanza di determinate norme e valori, conseguenza
della "auto-organizzazione", diventano, sotto il nome di "capitale sociale",
la più importante risorsa di una società civica abbandonata a se stessa.

Critica al neoliberalismo della società civica
Questa concezione è stata spesso descritta come "neoliberalismo" - in
analogia con un mercato che si auto-regola, si sviluppa una società civile
che si auto-organizza, e che si assume la responsabilità della maggior parte
dei compiti relativi alla protezione sociale. In nome della sussidiarietà,
la pratica di solidarietà diventa un obbligo sociale. Uno Stato "minimo",
limitato ai compiti ritenuti essenziali, è competente fondamentalmente per
questioni di sicurezza interna ed esterna, così come la messa in scena della
nazione come "sede reale" per la concorrenza internazionale, mentre
eventuali iniziative socio-politiche devono invece legittimarsi come mezzi
per un miglioramento delle condizioni generali per lo sviluppo economico.
Nell'elaborazione del concetto di una società civica entra quindi in gioco
anche la legittimazione di una riforma dello Stato del Welfare verso uno
stato cui competono soltanto sicurezza e concorrenza.

Il concetto di società civica o civile diviene con ciò esso stesso, nello
spirito del filosofo Antonio Gramsci, terreno di dibattito sociale.
Considerando Stato e società come entità distinte, la società civile si
presenta come territorio neutrale per la libera manifestazione di opinioni
differenti, ma la sua costituzione materiale non viene presa in
considerazione. Secondo Gramsci, la società civile, intesa come specifica
forma di organizzazione della borghesia, è invece un mezzo per instaurare
un'egemonia culturale, ma che allo stesso tempo diviene anche punto di
partenza per movimenti anti-egemonici. La questione è dunque: può il
concetto di società civile o civica essere liberato dalla sua funzione di
elemento della concezione neoliberale ed essere ridefinito?

Allo stesso modo, il discorso vale per il concetto di auto-organizzazione.
Come metafora mutuata dalle scienze naturali, esso diviene un veicolo per
una riduzione del sociale alla biologia: l'auto-organizzazione diviene in
ultima analisi l'espressione di un "carattere naturale" di determinate forme
di socializzazione, la cui compatibilità con un generale superamento dei
confini e una flessibilità universali viene sempre più raramente messa in
discussione. Per questo, i critici lo considerano come un feticcio della
retorica dell'adattamento [al mercato], un eufemismo per indicare una nuova
società schiavista.

La critica al neoliberalismo non sempre rende giustizia all'etica generale
dell'iniziativa individuale in generale che gioca anche un ruolo nella
costituzione della società . Di fatto, le necessità di autonomia ed
autodeterminazione si conciliano difficilmente con le tradizioni
statalistiche che vedono il cittadino come mero oggetto della burocrazia.
Un'apertura dello Stato attraverso la garanzia dei diritti di partecipazione
(iniziativa popolare, rivendicazioni popolari, decisione popolare) è
necessaria, così come la realizzazione di una totale libertà di informazione
nel senso di assicurare l'accesso (gratuito) ad atti e documenti, o il
rafforzamento dell'autonomia di attori individuali, ad esempio con
l'ampliamento della possibilità di disporre del proprio tempo attraverso
nuovi modelli di riforma dell'orario di lavoro o il miglioramento dei
servizi di assistenza ai bambini. Il dibattito sul ruolo che le strutture
della società civile dovrebbero avere è in ogni modo ancora all'inizio.

La società civica come progetto transnazionale
Un punto molto più problematico è costituito dal fatto che la concezione
"nazionale" della simbiosi fra un'economia cosciente delle proprie
responsabilità e una società civile auto-organizzante mette in ombra la
dinamica transnazionale della globalizzazione. Essa passa sotto silenzio la
stretta connessione fra attività nazionali e transnazionali, per quanto
riguarda la società civile, ma soprattutto per le imprese e gli stati. Lo
"Stato minimo" è il protagonista principale di una globalizzazione, in
accelerazione costante, dell'economia mondiale, ma si mostra meno pronto a
compensare la deregolamentazione a livello statale tramite una
corrispondente "ri-regolamentazione" a livello sopranazionale. Le lamentele
per una presunta "perdita di sovranità" degli Stati nascondono il fatto che
in realtà sono gli stessi Stati ad avere organizzato consapevolmente la loro
perdita di potere. Nel vuoto di regolamentazione si sono introdotti altri
attori, principalmente le istituzioni create e controllate dai gruppi
industriali transnazionali e dalle elite a loro legate, come l'
Organizzazione Mondiale del Commercio o il Forum Economico Mondiale.

L'istituzione di luoghi di dibattito a livello planetario, di formazione
della volontà politica, e di risoluzione civile dei conflitti, vale a dire
gli elementi di una società civile internazionale, è emersa poco a poco come
il centro della critica alla globalizzazione.Quali forme di federalismo o
sussidiarietà possono essere d'aiuto nella realizzazione di un insieme
cosmopolita di diritti dell'uomo e del cittadino? Perfino nel ristretto
ambito dell'Unione Europea non si è giunti ad una risposta chiara. Tuttavia,
i militanti anti-globalizzazione, grazie a campagne creative, stanno - in
mancanza di meglio - mettendo questo vuoto istituzionale al centro di un
dibattito internazionale.

Trasformare la società civile transnazionale in una società in rete
In uno studio della RAND Corporation, un "think tank" vicino al Ministero
della Difesa degli USA, faceva riferimento già nel 1998, a proposito del
movimento zapatista, alla possibilità di "guerre in rete", che esercitano
una pressione sui propri governi tramite la mobilitazione e l'
interconnessione di una società civile transnazionale, e cercano così di
promuovere cambiamenti politici "sul posto". E' difficile trovare posto per
un "translocalismo" di questo tipo in una concezione strettamente nazionale
della società civile, secondo la quale l'impegno civico si nutre del mito
che pone l'immediata vicinanza come fondamento di un autentico spirito
comunitario e di solidarietà. Il concetto di "società in rete" permette
invece esplicitamente alle nuove forme di comunità ed organizzazione sociale
di oltrepassare la dimensione locale.

Questo riporta in evidenza il problema della "giustizia partecipativa":
partendo dalla prospettiva che la sovranità di un "demos" decentrato si
baserebbe su una "società elettronica globale", troppo spesso ci si astrae
dalle reali condizioni sociali di una uguaglianza politica, condizione
necessaria per generalizzare la partecipazione politica. Tuttavia, anche il
paradigma dell'"auto-organizzazione" rimanda alla promessa dei nuovi media:
interattività e interconnessione. Allo stesso modo, è facile scambiare i
ruoli fra produzione e consumo, il che costituisce un aspetto dello "Stato
facilitante", le cui istituzioni mostrano la loro apertura e trasparenza
principalmente nel contesto di una "società in rete", e tramite essa
promuovono l'auto-organizzazione. Tuttavia, non è ancora chiaro se un'
amministrazione "vicina al cittadino", che dovrebbe essere il punto di
intersezione fra lo Stato e il "cittadino utente", renderà possibile una
maggiore circolazione della comunicazione politica al di fuori dell'apparato
statale e dei centri di comunicazione dell'economia e della politica. Su
questo piano, la "democratizzazione elettronica" del sistema parlamentare è
un elemento impossibile da ignorare se si vogliono sviluppare meccanismi
globali di partecipazione e controllo reciproco.

Privatizzazione della politica internazionale
Una gran parte degli attori non statali nell'arena della politica
internazionale è costituita dalle organizzazioni non governative (ONG).
Questo concetto poco definito si riferisce ad una molteplicità di forme di
organizzazione all'interno della società civile , che tuttavia hanno in
comune il fatto di essere altrettanto poco legittimate democraticamente
quanto le istituzioni e i processi transnazionali che esse cercano di
influenzare. Interessi legittimi, ma particolari, sono eretti a valori
universali allo scopo di forzare la comunità internazionale ad agire.
Nonostante le ONG siano state spesso onorate del titolo di "coscienza
mondiale", la loro professionalizzazione le ha scollegate da altre forme di
organizzazione collettiva. Dal momento che gli Stati si sono disimpegnati
dai loro doveri internazionali sia in materia di sviluppo che di diritti
dell'uomo, le ONG attive a livello internazionale vengono a farsi carico in
misura crescente di compiti che sono tipicamente prerogativa degli Stati. I
critici hanno finito per cominciare a sottolineare una tendenza a
"privatizzare la politica internazionale" e a porre di nuovo il problema dei
meccanismi di controllo di una "società globale".

Transnazionalità e trasformazione della cittadinanza
Chiedersi qual è il ruolo dei cittadini significa anche interrogarsi sulla
nazione che dovrebbe garantire i loro diritti e le possibilità di
partecipazione. Se si vuole discutere di "società civile", è necessario
prendere in considerazione il fatto che i "cittadini" non fanno più
riferimento unicamente ai meccanismi partecipativi in vigore nella propria
nazione, ma (grazie alle istituzioni della società civile internazionale)
esercitano un'influenza sempre maggiore sui processi politici al di fuori
dei suoi confini. All'estremo opposto si pone l'attività dei migranti, che
non sono integrati stabilmente nell'ordinamento giuridico dei loro Paesi
d'accoglienza, ma ritengono tuttavia possibile impegnarsi "come cittadini".

A questo punto vengono messi in evidenza i limiti non soltanto della nozione
di una società civile - nazionale o internazionale - ma anche quelli degli
stessi concetti tradizionali di cittadinanza e sovranità. Per questo motivo
il filosofo Giorgio Agamben ha proposto di iniziare la necessaria
riformulazione del nostro vocabolario politico con gli apatridi, che, non
possedendo alcun diritto in quanto cittadini, non possono lamentare
violazioni dei diritti umani a loro danno. Da questa prospettiva, i
meccanismi della globalizzazione e dell'esclusione, che in origine fondano
la società civile in quanto tale, vengono individuati più facilmente che dal
punto di vista del cittadino, che può far valere i suoi diritti e la sua
identità giuridica senza conoscerne con chiarezza i fondamenti. Se ci si
focalizza sulla domanda se la società civile sia più o meno effettivamente
un concetto neoliberale, non soltanto questi problemi non verranno
affrontati, ma ci si lascerà sfuggire un'occasione per instaurare un
dibattito sulla società civile, per radicalizzarla, e in definitiva per
contribuire ad articolare istituzioni alternative per l'auto-organizzazione
di una moltitudine globalizzata.

Contatti per questo articolo. info@wastun.org http://wastun.org/tapestry

Traduzione a cura di Giacomo Guatteri



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