Comunicati stampa...: GRANELLO DI SABBIA (n°73) * Bollettino elettronico settimanale di ATTAC * Lunedì Postato il Monday, 18 November @ 18:18:05 CET
Argomento: Comunicati stampa e vari...
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Indice degli argomenti
Nota di lettura: Questo numero cerca di approfondire la riflessione sul movimento dei movimenti dopo Firenze, è dedicato a Anna, Antonino, Francesco, Lidia, Giancarlo, Claudio, Gianfranco, Antonio, Pierpaolo, Salvatore, Emiliano, Lucia, Vittoria, Gianluca, Giancarlo e Giuseppe.
1 - Siamo tutt* sovversiv* di Fiorino Iantorno (Consiglio Nazionale ATTAC Italia) Siamo dovunque: negli uffici, nei bar, nelle scuole, nei posti di lavoro, nelle università, per strada, negli ospedali. (.) Se credere in un altro mondo possibile, se credere nella speranza e nella forza della politica è sovversivo, bene allora siamo tutti sovversivi.
2 - Impressioni da Firenze di Salvatore Cannavò (vicedirettore Liberazione e membro del consiglio Nazionale di ATTAC Italia) Una nuova generazione si è presentata ufficialmente alla politica, facendo una politica nuova e alta ed esprimendo un bisogno, ancora insoddisfatto, di rinnovamento radicale. Questa novità si è manifestata in molte forme. E' ancora presto per ricavarne una mappatura ragionata ed esauriente, mentre è più agevole ricorrere al motto zapatista del «camminare domandando» e provare a indagare alcune delle espressioni più clamorose della forza dichiaratasi a Firenze.
3 - La politica come bene comune di François Houtart (Forum Mondiale delle Alternative) All'interno del discorso politico emerge spesso l'opinione secondo cui i movimenti possono focalizzarsi su alcuni obbiettivi, configurarsi come portatori di utopie, mentre i responsabili politici devono essere pragmatici ed esercitare l'arte del possibile. È molto importante adottare un atteggiamento critico verso giudizi preconfezionati e chiedersi quale lezione è possibile trarre dalle recenti esperienze di convergenza dei diversi movimenti sociali.
4 - Satori a Firenze: l'evoluzione zen del movimento di Bifo (tratto da www.rekombinant.org) I nemici dell'intollerabile devono abbandonare l'idea di egemonizzare qualcosa e dar vita ad organismi di azione quotidiana locale. (.) Un milione di persone a Firenze. Una festa? Certo. Una vittoria? Non diciamo scemate.
5 -La società civile internazionale di Sönke Zehle Quando si parla della "società civile internazionale", ci si riferisce di solito a quella molteplicità di attori non statali che, attraverso il loro impegno transnazionale, hanno inserito nell'agenda della politica internazionale questioni riguardanti i diritti umani, la tutela dell' ambiente o la struttura delle istituzioni internazionali. (.) Traduzione a cura di Giacomo Guatteri.
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1 - Siamo tutt* sovversiv* ____________________________________________________________
di Fiorino Iantorno (Consiglio Nazionale ATTAC Italia)
". mentre il cuore d'Italia / da Palermo ad Aosta / si gonfiava in un coro / di vibrante protesta ." (Fabrizio de Andrè).
E' evidente a tutti che siamo di fronte ad un attacco fortissimo al movimento tutto.
Non si tratta di una criminalizzazione di una parte, ma ci troviamo di fronte al tentativo di buttare nell'angolo l'intero movimento costruendo un teorema che praticamente ci rende tutti potenziali bersagli di azioni giudiziarie.
Il combinato tra il nuovo articolo 270 bis del Codice Penale - nato dopo i fatti dell'11 settembre e che risponde a quel clima di restringimento degli spazi di agibilità democratica che da sempre abbiamo denunciato - con norme di dubbia costituzionalità, residui vergognosi della ideologia di un codice penale fascista che voleva reprimere ogni possibile forma di dissenso, più molto probabilmente, il protagonismo di qualche giudice che non sembra essere un campione del garantismo, creano una morsa micidiale che vuole stritolare e cancellare le idee di un grande movimento di massa che ha mostrato e mostra ogni giorno sui territori la sua vitalità.
"Cospirazione politica, sovversione dell'ordine economico, propaganda sovversiva" sono i reati che ci contestano. Si, che ci contestano, perché la vicenda di Anna, Francesco, Salvatore, di Giancarlo nostro militante di ATTAC Taranto e di tutti gli/le altr* compagn*, riguardano tutte e tutti noi, non si tratta di una questione privata.
Noi che chiediamo e lavoriamo ad un altro mondo possibile siamo dei cospiratori. Noi che raccogliamo 200.000 firme per introdurre una tassa che vuole bloccare le speculazioni finanziarie, abbattere i paradisi fiscali e inceppare l'ordine economico neoliberista che produce ogni giorno la morte di 35.000 persone, noi vogliamo, effettivamente, sovvertire questo ordine economico. Noi che ogni giorno ci incontriamo in assemblee ed in piazze dove manifestiamo, noi che produciamo strumenti di comunicazione alternativi a quelli del sistema liberista, noi tutti siamo autori di propaganda sovversiva. E con noi un altro milione di persone, e forse anche di più. Noi siamo tutti sovversivi. E lo dobbiamo gridare, lo dobbiamo scrivere sui muri delle nostre città. Noi siamo dei sovversivi, dei cospiratori.
Siamo dovunque: negli uffici, nei bar, nelle scuole, nei posti di lavoro, nelle università, per strada, negli ospedali. Dovunque. Da ultimo ci hanno visto a Firenze. Uno dei più piccoli era affacciato da una finestra di un condominio fiorentino e ci versava del te e ci regalava dell'acqua.
Dobbiamo rispondere come sempre questo movimento ha risposto, in maniera decisa e pacifica. Dobbiamo rispondere a chi ci vuole isolare, restringere e limitare la nostra libertà, aprendo spazi di democrazia partecipata.
Come ATTAC partecipiamo a tutte le manifestazioni, e vi invitiamo a partecipare a presidi, iniziative e manifestazioni, a essere nelle piazze, nelle vie di tutte le nostre città.
Se credere in un altro mondo possibile, se credere nella speranza e nella forza della politica è sovversivo, bene allora siamo tutti sovversivi.
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2 - Impressioni da Firenze ____________________________________________________________
di Salvatore Cannavò (vicedirettore Liberazione e Consiglio Nazionale di ATTAC Italia)
«Guarda che qui la domanda supera di gran lunga l'offerta e quindi l'offerta non può che migliorare». La battuta nasce in uno dei tanti colloqui occasionali, in questo caso con Emiliano Brancaccio, l'economista estensore della legge sulla Tobin tax, tra i più indicati a ragionare sulla base della celebre legge di mercato. Che sarà pure un pilastro del capitalismo, ma che spiega bene cosa sia successo a Firenze. Una nuova generazione si è presentata ufficialmente alla politica, facendo una politica nuova e alta ed esprimendo un bisogno, ancora insoddisfatto, di rinnovamento radicale. Questa novità si è manifestata in molte forme. E' ancora presto per ricavarne una mappatura ragionata ed esauriente, mentre è più agevole ricorrere al motto zapatista del «camminare domandando» e provare a indagare alcune delle espressioni più clamorose della forza dichiaratasi a Firenze.
Un evento comunicativo La prima riflessione è suggerita da un aspetto ancora poco sottolineato. La Fortezza da Basso, con il suo fiume colorato di politica, ha rappresentato un evento fortemente comunicativo. Qualcuno, nei lunghi mesi della vigilia, lo aveva additato come un noioso convegno congressuale o, peggio, come un evento burocratico. La realtà ha smentito efficacemente questa previsione, affermando nella materialità dell'evento, la ricca commistione tra contenuti e forma, tra linguaggio e corpi, tra espressione visiva e riflessione. Nei tre giorni del Forum tutto è stato movimento, capace di travalicare la stessa forma rigida della conferenza. L'ascolto attento delle relazioni, i taccuini pieni di appunti rappresentano solo la facciata A del disco fatto girare a Firenze; la seconda vede una partecipazione attiva realizzata attraverso i corpi e le voci, gli applausi, le sottolineature rumorose. Una gran voglia di esserci e di manifestarsi che passa anche con il modo di vivere il cuore della Fortezza, la sua *agorà*, il piazzale centrale all' aperto dove ci si è incontrati, si è ballato, si sono lanciati slogan e cortei spontanei. Dove si è letteralmente *attraversato* il Forum per portare da qualche parte - in un seminario, in uno stand, in uno spazio qualsiasi, fosse anche al bar - qualcosa di sé, della propria soggettività collettiva o individuale e metterla in relazione con altri e altre. Intreccio, relazione, comunicazione: il forum è stato innanzitutto questo.
Una domanda enorme Questa esuberanza, questa vitalità generazionale è parte integrante del gran desiderio di politica esploso nella tre giorni fiorentina. Una politica nuova, pulita, fatta di idee e di progetti, ma anche di utopie e speranze. Quei sessantamila delegati e delegate, protagonisti effettivi della manifestazione, hanno mostrato un'avidità di politica sconosciuta ai nostri occhi. Non si è trattato solo di una partecipazione per imparare e nemmeno di un'occasione in cui chiedere o esigere chissà cosa da chissà chi. No, si è trattato di un fenomeno pienamente e interamente politico - da qui il salto di qualità rispetto alla stessa Porto Alegre - dove la politica ha ripreso il suo valore originario, la cura della *polis* e quindi dell' interesse e del bene collettivo. Un bene minacciato dalle polemiche delle ultime settimane, dai giochetti di palazzo o dalle furbizie tattiche dei soliti noti. E invece, anche con la partecipazione al corteo o nella stessa serata inaugurale, si è voluto rimarcare il perimetro di uno spazio pubblico, mobile e plurale, ma definito. Identificabile dalle tre discriminanti del Forum - no alla guerra, al liberismo e al razzismo - irriducibile al mercato e alle sue leggi e non riducibile alla categoria tradizionale di riformismo. Ma, soprattutto, strategicamente orientato alla costruzione di una nuova democrazia, partecipata, consapevole, più ricca di quella attuale. Nella percezione di centinaia di migliaia di persone, forse di milioni, è questo che rappresentano le due parole ormai magiche: Social Forum. Un simbolo inaggirabile di partecipazione politica e di desiderio di cambiare il mondo.
La politica e l'etica Questo spazio e questa ambizione si conciliano ancora con una delle caratteristiche originarie del "movimento dei movimenti", la spinta etica e la rivolta morale. Milioni di giovani in tutto il mondo sono oggi irriducibili al liberismo, e manifestano un'avversione latente al capitalismo, sulla base di una propensione morale, nobile e vitale che spesso fa fatica a tradursi in lotta politica così come l'abbiamo classicamente intesa. Dopo il forum di Firenze, cioè, è ampiamente possibile che la vertenza Fiat si concluda con una sconfitta - anche se la solidarietà agli operai ha rappresentato un momento ricorrente del Forum - o che la finanziaria venga approvata senza particolari sussulti. Il terreno privilegiato del movimento continua a essere la guerra - e in misura minore il razzismo e l'immigrazione - ovvero due ambiti in cui l'etica è maggiormente sollecitata. E' un aspetto che occorre avere ben chiaro, perché descrive un campo in cui si può realizzare un progetto politico di ampio respiro. Si pensi all'insistenza di Cofferati sui "valori" o al messaggio interamente etico che promana da Gino Strada. Attorno a questi valori e al nobile e radicale rifiuto della guerra, si possono tuttavia condensare forze e motivazioni del tutto coerenti con un orizzonte "riformista" o con una prospettiva di "aggiustamento graduale" della globalizzazione. Terreno scivoloso, quindi, e complesso. Reso ancor più sdrucciolevole dalla distanza siderale che passa tra chi materialmente ha organizzato l'evento di Firenze e la partecipazione oceanica che ne è scaturita. Un rapporto incredibile di uno a diecimila in cui si può incuneare l'incomprensione o un' incomunicabilità insopportabile. Ecco perché non basta ricorrere a una semplice accelerazione del tasso di politicizzazione del movimento, del tutto auspicabile e necessaria, ma comunque non automatica. Il processo rischia di essere più accidentato, perché deve badare a realizzare un forte tasso di coinvolgimento e di partecipazione complessiva capace di ridurre quella distanza e di realizzare quindi un dialogo reale, di limitare la delega e la distinzione tra vertice e base che, se reiterata, potrebbe essiccare l'energia di Firenze. Le campagne individuate nell'assemblea conclusiva e i soggetti reali incaricati di animarle, possono costituire un deterrente a questo rischio e un' opportunità per una fase nuova.
Non violenza consapevole Che questa distanza sia del resto limitata solo alla forma classica delle assemblee o delle riunioni a oltranza - ancora vero limite dell'agire politico - è riscontrabile anche nelle modalità della partecipazione al corteo. Se non si sono verificati incidenti di nessun tipo non è solo grazie al lavoro prezioso e faticoso di quei compagni e compagne che si sono occupati del servizio di "autotutela", ma anche della convinzione e della responsabilità collettiva che ha coinvolto tutti e tutte. La colletta per ripagare la vetrina rotta, le scritte canzonatorie sulle protezioni dei negozi del centro, il rapporto felice e festoso con la città, sono tutti segnali di una generazione che si rende disponibile a una partecipazione consapevole, matura e responsabile. E che al tempo stesso, sa di non doversi far coinvolgere dalla spirale perversa della violenza, anche perché ha ormai intuito che al tempo della globalizzazione armata la violenza è un rigido monopolio degli stati più potenti o delle centrali del terrore. E che quindi, per contrapporsi, non resta che una scelta non violenta fortemente intrecciata con la pratica e la democrazia di massa.
Il "vecchio" e il "nuovo" Una generazione matura, quindi, come tutte quelle che irrompono per esigere un cambio radicale ed esprimere un bisogno di futuro. Ma come evitare che questo bisogno inaggirabile realizzi una frattura generazionale, e quindi anche politica, con il passato, con il "vecchio" che poi non è altro che il vecchio movimento operaio? E come, allo stesso tempo, evitare che questo "vecchio", fatto di sconfitte, a volte di residualità, spesso di compatibilità, afferri le gambe dei giovani per trascinarli in un vortice negativo? E' un equilibrio instabile e incerto, affrontato ancora solo parzialmente dalle reti che compongono il movimento - vedi l'esperienza di ATTAC o la rete contro il precariato - ma non ancora interiorizzato del tutto. Quella frattura, del resto, potrebbe assumere forme equivoche o incoerenti con le sue stesse ragioni: una frattura tipicamente generazionale, oppure tra un supposto "sociale" superiore al "politico"; o ancora tra sindacato e partiti da una parte e nuove forme della politica dall'altra. Questo pericolo, in fondo, è supportato dal vuoto alle spalle del movimento: l'altro mondo possibile non è ancora declinato e nessuno pensa di poterlo riannodare ai fallimenti storici del socialismo realizzato. Ma un'alternativa è difficile da costruire, finora abbiamo solo alcune indicazioni di massima e la ricerca è piuttosto lunga e faticosa. La potenzialità di Firenze va in questa direzione, ma gran parte delle responsabilità ricadono su chi Firenze l'ha organizzata.
Una dimensione europea Anche per affrontare questo nodo nevralgico, il movimento oggi più di prima - più di Genova, più di Porto Alegre - ha bisogno di *riconoscersi*, di sentirsi parte di un progetto comune e di uno spazio condiviso. Il Forum è sostanzialmente questo e a questo deve il suo successo. Naturalmente è anche l'insieme che riconosce le sue singole e differenziate parti: le reti nazionali come i social forum locali, le vertenze specifiche come le lotte più generali, le strutture più grandi come quelle più piccole, l'attenzione alle pratiche come la centralità dei contenuti. Far stare insieme tutto questo è l'impresa che ci accingiamo a compiere e che rimanda, sul piano dei "compiti storici", non già ai tanti movimenti del novecento, ma a quella fase costituente del movimento operaio rappresentata dal secondo ottocento. Fu allora che si realizzarono senso comune e fatti obiettivi, lotte concrete e costruzione del simbolico, capaci di dare vita alla più grande elaborazione collettiva della storia umana. La Prima Internazionale rappresenta molto bene questo aspetto: tante forme e culture diverse unite per dare luogo a un progetto collettivo collocato nel campo della critica al capitalismo e della rivoluzione. E per la prima volta su un piano decisamente internazionale. Oggi è di nuovo così. La dimensione europea dell 'evento è sostanziale all'evento stesso e può costituire la sua caratteristica principale. Anche per questo la continuità tra il Forum di Firenze e quello di Parigi, il mantenimento del coordinamento europeo dei movimenti sociali e la mobilitazione su scala continentale - a cominciare dalla guerra - costituiscono valide assicurazioni sul futuro.
Una fase costituente Siamo dunque in una fase costituente. Lo dimostra anche il canto reiterato di canzoni storiche come *Bella Ciao* o *Bandiera Rossa*. Il loro riferimento rappresenta più un rimando istintivo al momento costituente più rilevante della storia d'Italia che a un esercizio nostalgico. Quasi si trattasse di una sottolineatura, più o meno consapevole, della portata storica dell'avvenimento che per essere tale non può che ricollegarsi alla migliore tradizione e alla migliore memoria. Una fase costituente, quindi, in cui tutti, veramente tutti, dovrebbero osare un po' di più. Per costruire, attorno a questo spazio un evento politico capace di rappresentare il bisogno di futuro, l'irruenza del nuovo, ma anche la salvaguardia del "vecchio". Un evento che dia forma e sostanza al popolo di Firenze che poi non è altro che il "nuovo movimento operaio".
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3 - La politica come bene comune ____________________________________________________________
di François Houtart (Forum Mondiale delle Alternative)
All'interno del discorso politico emerge spesso l'opinione secondo cui i movimenti possono focalizzarsi su alcuni obbiettivi, configurarsi come portatori di utopie, mentre i responsabili politici devono essere pragmatici ed esercitare l'arte del possibile. È molto importante adottare un atteggiamento critico verso giudizi preconfezionati e chiedersi quale lezione è possibile trarre dalle recenti esperienze di convergenza dei diversi movimenti sociali.
1. La politica è molto di più dell'azione dei partiti La prima riflessione intende ricordare che la politica è l'insieme delle azioni intraprese per esercitare un potere sull'organizzazione delle società. Di fatto, i soggetti coinvolti sono numerosi. Viene immediato pensare ai partiti politici, ma non sono gli unici soggetti. Esistono anche molti gruppi di pressione e le lobbies, che spesso sono in grado di influenzare realmente il campo politico. Ma esistono anche i movimenti sociali che si configurano come portatori di rivendicazioni o di valori che in vario modo hanno una ripercussione sulle decisioni politiche, indipendentemente dai legami con i partiti. Nel corso degli ultimi tre anni, lo sviluppo di convergenze internazionali realizzate da movimenti e organizzazioni progressiste è stato in sé un fatto politico. Si pensi, in particolare, al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre. Anche la società civile ha un ruolo nel campo politico, ma è necessaria una sua definizione più precisa: quali sono i soggetti che si collocano tra Principe e Mercante, e tra Stato e mercato? Anche all'interno di questa problematica ritroviamo le lotte sociali, ed è possibile affermare che esiste una società civile dall'alto, quella che si riunisce a Davos, e una società civile dal basso, quella che si riunisce a Porto Alegre. Aggiungo a queste prime considerazioni il fatto che anche il concetto di bene comune deve essere nuovamente reinterpretato. Spesso è stato infatti usato prescindendo da un'analisi delle classi sociali, come concetto che permette di considerare la società un insieme di strati sociali di cui bisogna realizzare l'armonia, in cui ciascuno ha un ruolo ben definito. In realtà questo tipo di lettura finisce per favorire coloro che detengono il potere e quindi per servire gli interessi dei potenti. Il bene comune può essere solo il risultato di dure lotte sociali, a maggior ragione con la globalizzazione del capitale.
2. Il ruolo dei partiti è indispensabile E' necessario realizzare le proposte dei movimenti sociali all'interno del campo politico. Diversamente, resterebbero pii desideri. I movimenti possono agire nel proprio contesto, ma quando si tratta di legiferare e di realizzare istanze collettive, la mediazione dei partiti è necessaria. Da qui la necessità di analizzare le cause della attuale depoliticizzazione, per cercare di attualizzare e dinamizzare nuovamente il ruolo dei partiti. Da qui anche il bisogno di sottolineare la trappola dell'atteggiamento antipolitico (anti-Stato, anti-partito), sviluppato da alcune organizzazioni non governative e da alcuni movimenti. Sbagliano nemico quando generalizzano le concrete situazioni di eccessiva burocratizzazione degli organi dello Stato o le strumentalizzazione dei movimenti da parte dei partiti politici.
3. I conflitti logici alla base dei difficili rapporti tra movimenti e partiti politici I movimenti sono portatori di una logica orientata dall'utopia, assolutamente necessaria per gli obbiettivi sociali, anche se la loro istituzionalizzazione rischia talvolta di portarli lontano dalle istanze originarie. I partiti politici, obbligati a conquistare il potere politico, tendono a definire la loro azione in funzione di una logica elettorale, una dinamica che spesso entra in conflitto con gli obbiettivi. Il Brasile è una dimostrazione di questa realtà, anche se tutti ci rallegriamo dell'elezione alla presidenza di Lula. È necessario affermare che molto spesso, alla lunga, la logica elettorale risulta fallimentare. Non è forse stato il caso dell'Italia e della Francia? Quando il socialismo amministra il capitalismo, non sarebbe meglio propendere per la versione originale? Fare calcoli elettoralistici significa in molti casi sottopostare alla logica dell'avversario e infine rinnegare se stesso. Se invece si adotta una posizione di sinistra, è impossibile prescindere dagli obbiettivi. L'utopia per gli sfruttati, per i poveri non può essere un obbiettivo a lungo termine. Siamo allora di fronte ad un dilemma? Restare indefinitamente inefficaci, ma puri, o accettare di perdere la propria anima? Non ci sono soluzioni? È forse impensabile continuare a dire chiaramente quali sono gli obbiettivi di un vero partito di sinistra, ovvero modificare i parametri dell' organizzazione economico-sociale, combattere il capitalismo, e non solo rimediare ai suoi abusi e ai suoi effetti negativi, e nello stesso tempo dire che sarà una lotta di lunga durata, poiché il rapporto di forza (economico, politico e culturale) è sfavorevole?
4. Il ruolo dei movimenti I movimenti sono diversi e ciascuno persegue obbiettivi propri, legati ai bisogni di un preciso gruppo sociale (contadini, operai, donne, popoli indigeni, etc.) oppure ad obbiettivi trasversali (difesa dell'ambiente). Non essendo sottoposti a forti obblighi istituzionali come quelli dei partiti nel campo politico, possono risultare più dinamici, più vicini alla quotidianità. Tuttavia, come detto in precedenza, i movimenti hanno bisogno dei partiti per raggiungere alcuni dei loro obbiettivi fondamentali. Il contatto e il dialogo sono dunque indispensabili, ma i movimenti non possono accettare di essere strumentalizzati da una logica partitica. In realtà accade spesso che i partiti trovino nei membri dei movimenti soggetti utili in periodo elettorale, cosa in sé non condannabile, a condizione che siano i movimenti a scegliere i propri dirigenti e non siano assorbiti dai partiti. Esisteranno sempre delle tensioni e il Brasile ci ha dato l'esempio che è possibile combinare un partito politico popolare forte con movimenti sindacali e contadini che hanno saputo mantenere la propria autonomia.
5. Quale futuro dei rapporti tra movimenti sociali e partiti di sinistra? Come la forza attuale dei movimenti e delle organizzazioni progressiste sta nella convergenza, si potrebbe pensare che la sinistra del futuro si esprimerà in una convergenza di partiti politici e non in un partito unico, portatore di tutte le speranze della base e detentore del monopolio della verità. Si tratta di un percorso sicuramente difficile. La diversità dell' opposizione al capitalismo, alla militarizzazione dell'universo, all' imperialismo sempre più esacerbato, necessita di una pluralità di espressioni politiche. Tocca ai partiti studiare le modalità per le loro convergenze e agli elettori esprimere determinazione. Una cosa è chiara, la sinistra non sarà credibile se non afferma chiaramente i suoi obbiettivi. Se c'è stato un socialismo che faceva paura (lo stalinismo), esiste oggi un socialismo che fa ridere (le diverse "terze vie"). Il ruolo dei movimenti consiste nel continuare a ricordarlo.
Testo segnalato e tradotto da Associazione Culturale Puntorosso: www.puntorosso.it
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4 - Satori a Firenze: l'evoluzione zen del movimento ____________________________________________________________
di Bifo (tratto da www.rekombinant.org)
Un milione di persone a Firenze. Una festa? Certo. Una vittoria? Non diciamo scemate.
A Firenze é nato il movimento europeo contro la guerra, e questo é un fatto importante. Ma per il momento questo movimento é politicamente inefficace. Dobbiamo concentrarci su questo punto: come si può trasferire la potenza di quel milione di persone dalla pura dimostrazione di una protesta etica alla pratica quotidiana di agitazione, di comunicazione, e di creatività sociale?
E' urgente un mutamento delle forme di azione e delle forme organizzative di questo movimento che da tre anni é sempre più vasto, ma non per questo riesce a bloccare il processo di devastazione liberista, impoverimento, militarizzazione e concentrazione del potere.
I grandi appuntamenti nazionali o internazionali da Seattle sono stati utilissimi per mettere in crisi l'egemonia ideologica liberista, ma ora non funzionano più. Rischiano di diventare appuntamenti rituali di testimonianza.
L'egemonia neoliberista é già crollata sul piano del consenso, ma ora il potere non si fonda sul consenso ma sulla guerra sul terrore e sulla minaccia. Occorre passare ad una fase nuova, che sia di mobilitazione quotidiana nei posti di lavoro, di studio, di socialità, di consumo, nei gangli della vita urbana.
In Italia il Social Forum ha avuto una funzione essenziale sul piano dimostrativo, e a Firenze si sono create le condizioni per dare vita al processo di formazione di una rete politica europea, che si batta per una costituzione pacifica e sociale di un'Europa in divenire noborder. E' un compito decennale, che si apre davanti al Social Forum, ed é un compito affascinante di reinvenzione della democrazia. E' un compito che ci dovremo porre ad ogni livello, anche quello elettorale, mandando definitivamente in cantina la sinistra subalterna al liberismo.
Ma purtroppo noi siamo adesso a una stretta. La prolungata devastazione liberista ha portato il pianeta a una catastrofe che può diventare irreversibile. L'esito può essere una dittatura militare planetaria, una società completamente impoverita, terrorizzata dal ricatto economico e dal ricatto della violenza. Solo un'onda di mutamento della vita quotidiana può far deragliare questo processo: un'onda di ribellione e di rilassatezza, un'onda di non consumo, di assenteismo dai luoghi della paranoia produttiva e militare, un'onda di sfrenatezza esistenziale, di calore sensuale e di sabotaggio dei ritmi iper-produttivi.
Ma per avviare quest'onda occorre che l'iniziativa sia portata in ogni facoltà universitaria, in ogni scuola, in ogni laboratorio di ricerca e in ogni fabbrica. Lo scopo della rivolta non deve essere spaventare il padrone, ma restituire piacere e comunità felice alla vita quotidiana, sciogliere la competitività, dissolvere l'ansia securitaria. Organizzare tribù urbane che si rifiutino di pagare il prezzo della demenza liberista e militare. Cioé che si rifiutino di pagare il prezzo di qualsiasi cosa, circuiti che realizzino lo scambio gratuito dei servizi e dei beni essenziali.
La vita dei social forum negli ultimi mesi si é ridotta a teatro delle dispute intergruppettare. Non serve a niente. A Firenze il social forum ha recuperato la sua funzione nella costruzione di una prospettiva costituzionale europea. Le associazioni lillipuziane, i sindacati di base, i gruppi disobbedienti, gli ambientalisti i rifondatori del comunismo e tutti gli altri variopinti nemici dell'intollerabile debbono abbandonare l'idea di egemonizzare qualcosa, e insieme debbono dar vita ad organismi di azione quotidiana locale, situazionale. Per farci che? Per occupare le facoltà, occupare le scuole, avviare processi di autogestione delle fabbriche che chiudono, creare luoghi di agitazione permanente urbana contro la guerra (riversarsi quotidianamente in una piazzetta di quartiere per un'ora al giorno, megafonare le grandi stazioni nelle ore di punta. accendere televisioni di strada contro la tivu del regime)
Per trasformare la vita sociale quotidiana é necessaria un'energia molto maggiore di quella che occorre per andare a una dimostrazione di massa bimestrale. Abbiamo questa energia? Ma l'energia si crea dispiegandosi, ed il tempo si libera sottraendosi all'ansia e alla dipendenza psichica. Occorrerebbe un'evoluzione zen del movimento, esso dovrebbe diventare la fonte di un'illuminazione della mente sociale un satori che sospenda il panico e disarmi l'aggressione.
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5 -La società civile internazionale ____________________________________________________________
di Sönke Zehle
Quando si parla della "società civile internazionale", ci si riferisce di solito a quella molteplicità di attori non statali che, attraverso il loro impegno transnazionale, hanno inserito nell'agenda della politica internazionale questioni riguardanti i diritti umani, la tutela dell' ambiente o la struttura delle istituzioni internazionali. Fino ad ora, concetti come società civile o società "civica" sono stati discussi in prevalenza in un contesto nazionale. L'esempio più recente è il rapporto della commissione d'inchiesta del Bundestag (Parlamento tedesco) sul"Futuro dell'attivismo del cittadino". Al suo interno, la società "civica" viene intesa come una organizzazione nazionale che mette in connessione Stato, economia e famiglia, con l'obiettivo di un impegno volontario orientato al bene comune.
La società civica e l'etica "dell'auto-organizzazione" L'analisi delle forme le più diverse di questa "auto-organizzazione"rivela un'inversione dei rapporti fra Stato, economia e società. I concetti chiave del rapporto lasciano intendere come apparirà questo nuovo ordine sociale : al centro della discussione sta la visione di uno "Stato facilitante", che si limiti ai suoi compiti essenziali. Inoltre, una razionalizzazione dell' amministrazione pubblica e una valorizzazione dell'"auto-organizzazione" vanno di pari passo. Lo Stato favorisce questa auto-organizzazione attraverso la "trasparenza" delle sue istituzioni, nello spirito di una generale "giustizia partecipativa". In aggiunta, viene l'impegno di imprese economiche, che assumono responsabilità nella società civica in qualità di gruppi di cittadini ("corporate citizens"). Criterio centrale di questo riordinamento di competenze è il principio di sussidiarietà: nello spirito di una nuova "cultura del sociale", lo stato interverrebbe soltanto nel momento in cui le risorse della società civica fossero esaurite.
Poiché stanno emergendo dinamiche alternative di mobilitazione associativa al di fuori delle tradizionali forme di integrazione sociale come sindacati, Chiese, partiti e associazioni, la visione della "società civica" del futuro richiede anche nuovi meccanismi di integrazione. Sussidiarietà e solidarietà vengono integrate attraverso la nozione di "capitale sociale" - la conoscenza dei meccanismi di cooperazione e controllo, così come l'esperienza della comunanza di determinate norme e valori, conseguenza della "auto-organizzazione", diventano, sotto il nome di "capitale sociale", la più importante risorsa di una società civica abbandonata a se stessa.
Critica al neoliberalismo della società civica Questa concezione è stata spesso descritta come "neoliberalismo" - in analogia con un mercato che si auto-regola, si sviluppa una società civile che si auto-organizza, e che si assume la responsabilità della maggior parte dei compiti relativi alla protezione sociale. In nome della sussidiarietà, la pratica di solidarietà diventa un obbligo sociale. Uno Stato "minimo", limitato ai compiti ritenuti essenziali, è competente fondamentalmente per questioni di sicurezza interna ed esterna, così come la messa in scena della nazione come "sede reale" per la concorrenza internazionale, mentre eventuali iniziative socio-politiche devono invece legittimarsi come mezzi per un miglioramento delle condizioni generali per lo sviluppo economico. Nell'elaborazione del concetto di una società civica entra quindi in gioco anche la legittimazione di una riforma dello Stato del Welfare verso uno stato cui competono soltanto sicurezza e concorrenza.
Il concetto di società civica o civile diviene con ciò esso stesso, nello spirito del filosofo Antonio Gramsci, terreno di dibattito sociale. Considerando Stato e società come entità distinte, la società civile si presenta come territorio neutrale per la libera manifestazione di opinioni differenti, ma la sua costituzione materiale non viene presa in considerazione. Secondo Gramsci, la società civile, intesa come specifica forma di organizzazione della borghesia, è invece un mezzo per instaurare un'egemonia culturale, ma che allo stesso tempo diviene anche punto di partenza per movimenti anti-egemonici. La questione è dunque: può il concetto di società civile o civica essere liberato dalla sua funzione di elemento della concezione neoliberale ed essere ridefinito?
Allo stesso modo, il discorso vale per il concetto di auto-organizzazione. Come metafora mutuata dalle scienze naturali, esso diviene un veicolo per una riduzione del sociale alla biologia: l'auto-organizzazione diviene in ultima analisi l'espressione di un "carattere naturale" di determinate forme di socializzazione, la cui compatibilità con un generale superamento dei confini e una flessibilità universali viene sempre più raramente messa in discussione. Per questo, i critici lo considerano come un feticcio della retorica dell'adattamento [al mercato], un eufemismo per indicare una nuova società schiavista.
La critica al neoliberalismo non sempre rende giustizia all'etica generale dell'iniziativa individuale in generale che gioca anche un ruolo nella costituzione della società . Di fatto, le necessità di autonomia ed autodeterminazione si conciliano difficilmente con le tradizioni statalistiche che vedono il cittadino come mero oggetto della burocrazia. Un'apertura dello Stato attraverso la garanzia dei diritti di partecipazione (iniziativa popolare, rivendicazioni popolari, decisione popolare) è necessaria, così come la realizzazione di una totale libertà di informazione nel senso di assicurare l'accesso (gratuito) ad atti e documenti, o il rafforzamento dell'autonomia di attori individuali, ad esempio con l'ampliamento della possibilità di disporre del proprio tempo attraverso nuovi modelli di riforma dell'orario di lavoro o il miglioramento dei servizi di assistenza ai bambini. Il dibattito sul ruolo che le strutture della società civile dovrebbero avere è in ogni modo ancora all'inizio.
La società civica come progetto transnazionale Un punto molto più problematico è costituito dal fatto che la concezione "nazionale" della simbiosi fra un'economia cosciente delle proprie responsabilità e una società civile auto-organizzante mette in ombra la dinamica transnazionale della globalizzazione. Essa passa sotto silenzio la stretta connessione fra attività nazionali e transnazionali, per quanto riguarda la società civile, ma soprattutto per le imprese e gli stati. Lo "Stato minimo" è il protagonista principale di una globalizzazione, in accelerazione costante, dell'economia mondiale, ma si mostra meno pronto a compensare la deregolamentazione a livello statale tramite una corrispondente "ri-regolamentazione" a livello sopranazionale. Le lamentele per una presunta "perdita di sovranità" degli Stati nascondono il fatto che in realtà sono gli stessi Stati ad avere organizzato consapevolmente la loro perdita di potere. Nel vuoto di regolamentazione si sono introdotti altri attori, principalmente le istituzioni create e controllate dai gruppi industriali transnazionali e dalle elite a loro legate, come l' Organizzazione Mondiale del Commercio o il Forum Economico Mondiale.
L'istituzione di luoghi di dibattito a livello planetario, di formazione della volontà politica, e di risoluzione civile dei conflitti, vale a dire gli elementi di una società civile internazionale, è emersa poco a poco come il centro della critica alla globalizzazione.Quali forme di federalismo o sussidiarietà possono essere d'aiuto nella realizzazione di un insieme cosmopolita di diritti dell'uomo e del cittadino? Perfino nel ristretto ambito dell'Unione Europea non si è giunti ad una risposta chiara. Tuttavia, i militanti anti-globalizzazione, grazie a campagne creative, stanno - in mancanza di meglio - mettendo questo vuoto istituzionale al centro di un dibattito internazionale.
Trasformare la società civile transnazionale in una società in rete In uno studio della RAND Corporation, un "think tank" vicino al Ministero della Difesa degli USA, faceva riferimento già nel 1998, a proposito del movimento zapatista, alla possibilità di "guerre in rete", che esercitano una pressione sui propri governi tramite la mobilitazione e l' interconnessione di una società civile transnazionale, e cercano così di promuovere cambiamenti politici "sul posto". E' difficile trovare posto per un "translocalismo" di questo tipo in una concezione strettamente nazionale della società civile, secondo la quale l'impegno civico si nutre del mito che pone l'immediata vicinanza come fondamento di un autentico spirito comunitario e di solidarietà. Il concetto di "società in rete" permette invece esplicitamente alle nuove forme di comunità ed organizzazione sociale di oltrepassare la dimensione locale.
Questo riporta in evidenza il problema della "giustizia partecipativa": partendo dalla prospettiva che la sovranità di un "demos" decentrato si baserebbe su una "società elettronica globale", troppo spesso ci si astrae dalle reali condizioni sociali di una uguaglianza politica, condizione necessaria per generalizzare la partecipazione politica. Tuttavia, anche il paradigma dell'"auto-organizzazione" rimanda alla promessa dei nuovi media: interattività e interconnessione. Allo stesso modo, è facile scambiare i ruoli fra produzione e consumo, il che costituisce un aspetto dello "Stato facilitante", le cui istituzioni mostrano la loro apertura e trasparenza principalmente nel contesto di una "società in rete", e tramite essa promuovono l'auto-organizzazione. Tuttavia, non è ancora chiaro se un' amministrazione "vicina al cittadino", che dovrebbe essere il punto di intersezione fra lo Stato e il "cittadino utente", renderà possibile una maggiore circolazione della comunicazione politica al di fuori dell'apparato statale e dei centri di comunicazione dell'economia e della politica. Su questo piano, la "democratizzazione elettronica" del sistema parlamentare è un elemento impossibile da ignorare se si vogliono sviluppare meccanismi globali di partecipazione e controllo reciproco.
Privatizzazione della politica internazionale Una gran parte degli attori non statali nell'arena della politica internazionale è costituita dalle organizzazioni non governative (ONG). Questo concetto poco definito si riferisce ad una molteplicità di forme di organizzazione all'interno della società civile , che tuttavia hanno in comune il fatto di essere altrettanto poco legittimate democraticamente quanto le istituzioni e i processi transnazionali che esse cercano di influenzare. Interessi legittimi, ma particolari, sono eretti a valori universali allo scopo di forzare la comunità internazionale ad agire. Nonostante le ONG siano state spesso onorate del titolo di "coscienza mondiale", la loro professionalizzazione le ha scollegate da altre forme di organizzazione collettiva. Dal momento che gli Stati si sono disimpegnati dai loro doveri internazionali sia in materia di sviluppo che di diritti dell'uomo, le ONG attive a livello internazionale vengono a farsi carico in misura crescente di compiti che sono tipicamente prerogativa degli Stati. I critici hanno finito per cominciare a sottolineare una tendenza a "privatizzare la politica internazionale" e a porre di nuovo il problema dei meccanismi di controllo di una "società globale".
Transnazionalità e trasformazione della cittadinanza Chiedersi qual è il ruolo dei cittadini significa anche interrogarsi sulla nazione che dovrebbe garantire i loro diritti e le possibilità di partecipazione. Se si vuole discutere di "società civile", è necessario prendere in considerazione il fatto che i "cittadini" non fanno più riferimento unicamente ai meccanismi partecipativi in vigore nella propria nazione, ma (grazie alle istituzioni della società civile internazionale) esercitano un'influenza sempre maggiore sui processi politici al di fuori dei suoi confini. All'estremo opposto si pone l'attività dei migranti, che non sono integrati stabilmente nell'ordinamento giuridico dei loro Paesi d'accoglienza, ma ritengono tuttavia possibile impegnarsi "come cittadini".
A questo punto vengono messi in evidenza i limiti non soltanto della nozione di una società civile - nazionale o internazionale - ma anche quelli degli stessi concetti tradizionali di cittadinanza e sovranità. Per questo motivo il filosofo Giorgio Agamben ha proposto di iniziare la necessaria riformulazione del nostro vocabolario politico con gli apatridi, che, non possedendo alcun diritto in quanto cittadini, non possono lamentare violazioni dei diritti umani a loro danno. Da questa prospettiva, i meccanismi della globalizzazione e dell'esclusione, che in origine fondano la società civile in quanto tale, vengono individuati più facilmente che dal punto di vista del cittadino, che può far valere i suoi diritti e la sua identità giuridica senza conoscerne con chiarezza i fondamenti. Se ci si focalizza sulla domanda se la società civile sia più o meno effettivamente un concetto neoliberale, non soltanto questi problemi non verranno affrontati, ma ci si lascerà sfuggire un'occasione per instaurare un dibattito sulla società civile, per radicalizzarla, e in definitiva per contribuire ad articolare istituzioni alternative per l'auto-organizzazione di una moltitudine globalizzata.
Contatti per questo articolo. info@wastun.org http://wastun.org/tapestry
Traduzione a cura di Giacomo Guatteri
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