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Masada: MASADA n. 747. 11, Moretti, di’ qualcosa di intelligente! _CONTRIBUTEDBY vivianavivarelli il Thursday, 17 July @ 15:15:23 CEST
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Lodo Alfano - Sabina Guzzanti scrive al Corriere - Veltroni, debolezza e collusione? - Non e’ che un inizio - Le ceneri del diritto - L’Europa dice no al razzismo della Lega - Ecoballe - La debole elite italiana - Bolkestein o social dumping - Altro G8 buttato via - Storia di un operaio
Molto posso sopportare ma Moretti che salti fuori dal buco oscuro dove era finito “solo” per attaccare la Guzzanti!!!!!!!!!! E dice che ora tutti i movimenti hanno perso credibilita’!!!!! Ma cosa succede a questo paese? Sono diventati tutti matti?
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Ma capite l’ipocrisia suprema…
V.
Prima si fanno le porcate.
Poi si ordina de iure la cancellazione delle intercettazioni che le provano e che squalificano la figura morale del premier agli occhi non solo di sua moglie ma del mondo intero e che rivelerebbero che razza di porco vizioso abbiamo a capo del governo.
Infine si ordina alla stampa di insultare una comica che le stesse porcate le ha citate.
E lenzuolate di pagine ammerdate vengono scritte unanimamente da destra a sinistra col furore della santita’ offesa prendendo a puro pretesto strumentale un paio di battute sul santo padre, che tanto santo non e’, e sulla debolezza del capo dello stato, che tanto forte non e’ stato.
Poi, come se l’orrore non bastasse, si querela la stessa comica la quale non puo’ avvalersi dell’aver detto cose vere, essendo le prove delle stesse fatte cancellare d’autorita’ da chi le porcate le ha fatte e le ha raccontate.
A questo punto i piu’ zelanti saltano su come misirizzi e strillano: “Le prove! Vogliamo le prove!” Sembra un’ordalia da inquisizione in cui tonache assatanate vogliono mettere al rogo una strega.
E come in una commedia degli orrori, dal fondo delle quinte, si sente una voce arrocchita e un poco obsoleta che dice: “Ora per colpa della Guzzanti tutti i movimenti sono squalificati!”
Te possino! Ma ve possino acceca’ tutti quanti, che tanto cogli occhi ce ci avete manco le cacche per strada vi scansate!
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Ma come si fa ad andare avanti con una opposizione che ti dice candidamente: “Non s’e’ potuto fare tanta opposizione sulla tal cosa, perche’ l’idea era nostra”?
E ora?
Ora, per il nostro caro Veltroni e il nostro caro Franceschini sara’ arrivato il momenti di votare tutti giulivi per una bella republica presidenziale forte!!!!!! Ale’ ventennio! I cari oppositori di Mussolini contro il regime ci fecero l’Aventino, questi sferruzzano il tappeto rosso al nuovo Duce!!!
Insomma… tante belle balle su Gandhi e Martin Luther King e Mandela e poi la morale della favola era:
“Se non li vuoi combattere, alleati!” ?
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Io non so se voi avete capito come me!
V.
Veltroni non si oppone al Lodo malefico (che gli porti un male a lui e ai consoci!) perche’ e’ immondo, perche’ serve solo a mettere a riparo un cialtrone da gravissimi processi, perche’ con esso si forza in modo anomalo la Costituzione con la connivenza di un capo dello stato seminfermo e incapace di tutelarla, perche’ si inizia un processo di assolutizzazione del capo del governo che ci porterà dritti a un regime presidenziale forte senza contrappesi e di tipo sudamericano, no, il caro Veltroni, completamente narcotizzato e in quieto delirio, si oppone debolmente a questo indecente colpo di Stato “perche’ non vi ravvisa i segni di necessita’ e urgenza” (magari se invece di farlo in 48 ore lo si faceva in 50…. “perche’ al più si poteva fare questa cosa…” (immonda ma lui non se ne accorge nemmeno) “..a partire dalla prossima legislatura”.
E su tutta questa infilata di orrori, salta fuori Moretti (dove stava? sulla luna?) a dare la colpa alla Guzzanti…!!??
Ma sono io che sono matta e vivo in un mondo alieno o sono matti tutti?
Ma se Veltroni pensava a un suicidio “educato ” della sinistra, c’erano dei modi pacati e tranquilli per farlo meglio: per esempio non presentarsi affatto alle elezioni affatto.
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Non e’ che un inizio
Sergio b
La reazione del Partito unico dell’Impunita’ e dei suoi alfieri della disinformazione e’ stata feroce. Si sposta l’attenzione su aspetti insignificanti che vengono enfatizzati e drammatizzati. E’ un’azione corale e massiccia. Hanno paura che la situazione gli sfugga di mano e che nasca un vero movimento dal basso per la democrazia e per i diritti di tutti, capace di perforare il muro della disinformazione e dell’addomesticamento televisivo. La manifestazione di Piazza Navona e’ stata un meraviglioso ed imprevisto momento di vera democrazia. Nessun capo che decidesse per tutti. Nessuna esibizione di truppe al soldo di uno uomo solo. Tante voci. Tante culture. Anche opinioni diverse. E’ questo che li spaventa e gli leva il sonno. A piazza Navona e’ nato un movimento dal basso. E’ solo un inizio e se qualcuno non riuscirà ad incappellarlo e’ destinato a diventare un fiume in piena ed a tracimare in ogni angolo del paese e della societa’. Ha ragione Beppe: sono 15 anni che c’e’ un regime ForzaDS che ha oscurato mani pulite ed ha ricominciato a rifare i suoi affari e a coltivare i suoi intrecci politico-criminali. Andate a vedere tutte le inchieste di questi ultimi anni: monnezza in Campania, why not, scalate alle banche, rapporti mafia-poliitica.. ci cono tutti : forzaitalioti, AN, DS.. andate a vedere chi preme per la TAV e per la Base Americana di Vicenza: LegaCoop, Lunardi… ci sono tutti !
Ce n’est qu’un debut.
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Un libro. Mariapia
“Le ceneri del diritto”
La dissoluzione dello Stato democratico in Italia, di Morris L. Grezzi - Mimesis Edizioni, Milano, pagg. 153, € 15,00
Certamente e’ vero quello che e’ scritto nel libro, ma purtroppo quelle cose non accadono da quanto e’ nata la Repubblica italiana, ma da tanto tempo addietro e per un carattere genetico locale che da’ luogo a una peculiatia’ tutta italiana. Ora la caratteristica e’ esplosa in tutta la sua parte mortifera e ci pare che questo tempo che viviamo con una nostra negativita’ non debba finire mai.
Ogni giorno piu’ nero del precedente…
I piu’ accesi critici dello Stato italiano sono gli Italiani: una ragione ci sara’!!
Forse perche’ lo Stato italiano, dall’unita’ repubblicana all’attualita’, si e’ comportato verso i suoi cittadini piu’ come un “malfattore” che come un tutore dei loro interessi e diritti?
Forse perche’ dal Medioevo e connessi conflitti tra Stato e Chiesa, all’autoreferenzialita’ che dal Regno d’Italia e’ giunta sino a noi passando per la Prima e la Seconda Repubblica, lo stesso Stato italiano ha fatto di tutto per sconfessare e aggirare le leggi da lui stesso emanate?
Forse perche’ la sacrosanta partecipazione alla cosa pubblica e’ stata sempre scoraggiata e disprezzata?
Forse perche’ i governanti, da allora ad ora, si sono spesso appoggiati alla delinquenza organizzata per governare indisturbati ed allegri?
Forse perche’ pensiamo al potere come arroganza e sopraffazione piu’ che come servizio, nonostante abbiamo scavalcato la soglia del Terzo Millennio?
O forse perche’ la numerosita’ di leggi e codici e’ sempre stata proporzionale alla possibilita’ di infischiarsene della legge e del codice: tanto c’e’ sempre un’altra legge ed un altro codice pronto a salvarci, se apparteniamo a quelli per cui la legge va interpretata e non applicata!!
Queste sono “Le ceneri del Diritto”, un libro per non dover mai auspicare la giustizia fai-da-te.
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LA LETTERA Di SABINA GUZZANTI AL CORRIERE
«Critico chi voglio. E la gente applaude»
Caro Direttore, per tutti quelli scioccati dalla stampa di questi giorni, voglio rassicurare: non siete impazziti e non sono nemmeno impazziti i giornali. La questione e’ molto semplice, questo sistema fradicio e corrotto vede nell’eliminazione del dissenso l’unica possibilita’ di salvezza. Scrive Filippo Ceccarelli su Repubblica in relazione al mio intervento a piazza Navona: «Nulla del genere si era mai visto e ascoltato a memoria di osservatore». Questa cosa, Ceccarelli, si chiama liberta’. Non hai mai visto una persona che chiama le cose col suo nome, anche quelle di cui tutti convengono sia assolutamente vietato parlare, come l’ingerenza inaccettabile del Vaticano nella vita politica del Paese e nelle vite private dei cittadini italiani. Caro Ceccarelli, hai fatto un’esperienza straordinaria. Col tempo apprezzerai la fortuna di esserti trovato li’ l’8 luglio.
Quello che hanno visto i presenti e gli utenti di internet e’ una piazza ricolma di gente, che e’ stata in piedi per tre ore ad ascoltare e ad applaudire entusiasta. Gli interventi piu’ criticati dai media sono quelli che hanno avuto indiscutibilmente piu’ successo. Nel mio intervento, al contrario di quello che tanti bugiardoni hanno scritto, gli applausi piu’ forti sono stati sulle critiche alla politica del Vaticano e le frasi piu’ forti fra quelle sono state applaudite ancora di piu’. Questa manifestazione e’ stata il giorno dopo descritta come un fallimento, un errore, un autogol. Stampa e tv hanno tirato fuori il manganello e con i mezzi della diffamazione, della menzogna e dell’insulto stanno cercando di scoraggiare chi ha partecipato, a continuare. Alcune ovvie piccole verita’: — A sx si lamentano del fallimento della manifestazione quando l’unico elemento di insuccesso e’ costituito dai loro stessi interventi. Se non avessero parlato in tanti di insuccesso a dispetto dei fatti, la manifestazione sarebbe stata percepita per quello che e’ stata: un successone. — B i suoi sono furiosi per quanto e’ accaduto e il sondaggio che direbbe che B ci ha guadagnato lo ha visto solo B.
Quello che dice potrebbe non essere vero. — L’intenzione di espellere Di Pietro era gia’ evidente da parte del Pd e non e’ per me e Grillo che i due si sono separati. Pare che Veltroni gli preferisca Casini. Non e’ una battuta. — Le parlamentari che hanno difeso la Carfagna sostenendo che io in quanto donna non posso attaccare un’altra donna, insultando me sono cadute in contraddizione. — Pari opportunita’ e Carfagna sono due concetti incompatibili come Previti e giustizia. — E’ falso che non si possa criticare il presidente della Repubblica. Si puo’ e ci sono buone ragioni per farlo ad esempio impugnando il parere dei cento costituzionalisti sul Lodo Alfano. — E’ falso che non si possa criticare e attaccare il Papa. Si puo’ e ci sono buone ragioni per farlo. Ho letto un po’ dappertutto che il Papa sarebbe una figura super partes. Super partes non e’ uno che si schiera con tutte le sue forze su ogni tema, dalla scuola ai candidati alle elezioni, alla moda e alla cucina, con interventi spesso molto al di sotto delle parti, cosa su cui anche la Littizzetto, esimia collega, ha efficacemente ironizzato. — La reazione furibonda di tutto il mondo politico alle parole di alcuni liberi pensatori, dimostra che gli interventi fatti sono stati importanti ed efficaci. La repressione dei media rivela la debolezza politica di una classe dirigente che in entrambi i poli e’ nata a tavolino. Gli unici elementi che hanno una oggettiva radice popolare e sono rappresentati in Parlamento allo stato attuale, sono Lega e Di Pietro. E crescono. B e Pd calano vertiginosamente. — C’e’ un partito finto, il Pd, nato senza idee, tranne quella di fondere due partiti per ingrandirsi con lo stesso criterio con cui si accorpano le banche per essere piu’ forti. Questo partito votato controvoglia dalla maggioranza dei suoi elettori si e’ rivelato fin dai primi passi un soggetto politico artificiale, che somiglia piu’ a un «corpo diplomatico» che altro. Molti dei vip che lo hanno sostenuto ora sono colti da attacchi isterici constatando che non sta in piedi. Dall’altra parte ci sono delle idee che vogliono essere rappresentate e discusse. Idee davvero alternative a quelle del centrodestra. La qual cosa, nel momento in cui si cerca di costruire un’alternativa, ha la sua porca importanza e fa si’ che queste idee vengano considerate oggettivamente interessanti dall’opinione pubblica. Per quanto riguarda l’annosa questione: «Puo’ un comico fare politica?», si tratta anche qui di una domanda che non esiste in natura. E’ ovvio e tutti sanno che chiunque parli a un pubblico fa politica. E’ ovvio che la politica in una democrazia la fanno tutti. Ma la vera domanda che si pone e’: puo’ un comico ottenere molto piu’ consenso politico di un politico? Puo’ il discorso di un comico essere molto piu’ politico di quello di un politico? I fatti dicono di si’ e tocca abbozzare. Potete anche continuare a menare le mani, ma sarebbe meglio fare uno sforzo di comprensione. D’altra parte parlo per me ma credo anche a nome degli altri, le nostre idee sono li’ e si possono usare gratuitamente. Approfittatene.
Sabina Guzzanti
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Donadi
Molto grintoso e diretto l’onorevole Massimo Donadi dell’Italia dei valori, appena sentito su sky24.
Ha detto senza mezzi termini che di solito il lodo e’ una cosa buona ma il lodo Alfano e’ una porcata come lo e’ stata la legge elettorale porcata di Calderoli.
Berlusconi voleva in 48 ore stoppare il suo processo e ha fatto fuoco e fulmini per dare ordine a destra e a manca bloccando governo e parlamento, gli hanno ubbidito, ma la legge e’ resta una porcata e l’Italia dei valori si battera’ sempre contro.
In quanto alla piazza, si dissocia dallo stile della Guzzanti, ma ritiene che sia stata l’unica voce dissonante di una piazza che per il resto e’ stata in tutto civile e controllata.
E magari avessimo sentito Veltroni parlare in questo modo di porcata!
Quello che ha deteto “che non c’era questa urgenza perche’ i problemi urgenti del paese sono altri” era debole e poco incisivo in quanto non colpiva la sostanza profondamente antidemocratica e anticostituzionale della legge.
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No europeo al razzismo della Lega
Il Parlamento Europeo ha finalmente reagito davanti alla gravita’ della recente degenerazione della politica dell’immigrazione nell’UE. La “Eurocamera” ha approvato ieri una risoluzione contro la politica razzista e xenofoba del Governo italiano di Silvio Berlusconi per l’iniziativa di scherare con le impronte digitali gli immigrati di origine “zingara”, inclusi i minori.
La risoluzione, presentata da Socialisti, Liberali, Verdi e Sinistra unitaria, ha ottenuto tuttavia soltanto l’appoggio di 336 voti. Il Partito Popolare Europeo (PPE) e l’estrema destra hanno votato contro (220) o si sono astenuti (77).
L’iniziativa parlamentare afferma che la raccolta di impronte digitali e’ un “atto di discriminazione diretta basato sulla razza e sull’origine etnica, proibito dall’articolo 14 del Convegno Europeo per la Protezione dei Diritti Umani e delle Liberta’ Fondamentali”. Aggiunge che “si tratta di un atto di discriminazione tra cittadini dell’UE di origine rumena o nomade e altri cittadini”.
Inoltre, si esige dalle autorita’ italiane di non utilizzare le impronte gia’ raccolte. L’eurodeputato socialista Javier Moreno ha dichiarato che “la discriminazione verso il popolo rumeno non puo’ avere spazio nell’UE”. Ed ha aggiunto: “Il nostro obiettivo dev’essere l’integrazione della popolazione rumena, non la sua persecuzione, garantendo il suo accesso all’ educazione, ad una degna dimora, all’assistenza sanitaria”
chediconodinoi.blogspot.com/
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Paola Nugnes manda:
ECOBALLE
Di Dario Olivero
L’autore racconta anche di una clausola del contratto Fibe /Impregilo con il commissariato dell’epoca:
l’Impregilo pose come condizione per la gestione del ciclo dei rifiuti campani
che NON FOSSE MAI DAVVERO REALIZZATA LA raccolta differenziata.
Come norma vincolante del contratto!! Niente raccolta differenziata!
E cosi’ e’ stato.
E poi vinse (pure) l’appalto!
Certo che la camorra c’entra. La camorra c’entra sempre. Ma non in modo cosi’ diretto, non nello specifico. E’ tutta intorno, sopra e sotto, si muove nella sua acqua sporca e controlla, devia, inquina, assorbe. Ma il pasticciaccio delle ecoballe, il tracollo della gestione di rifiuti e discariche del napoletano e’ un capolavoro tutto istituzionale. E’ un esempio perfetto di come l’interesse privato che ha nomi e cognomi vinca spesso (quasi sempre) contro l’interesse pubblico che padrini non ne ha. Arrivati alla milionesima puntata del caso rifiuti, l’emergenza delle emergenze ora stranamente derubricata dietro altre priorita’.
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Classe dirigente. La carica debole dei 5mila dell’elite italiana
Mario Lusi
Da Il Sole 24 Ore
Se ci si vuole fare un’idea chiara, specifica e documentata di come a Napoli e in Campania la democrazia e’ finita nella discarica, uno strumento tecnico di eccellenza per riordinarsi le idee e’ Eco balle di Paolo Rabitti (Aliberti, 15,50 euro), ingegnere e consulente tecnico di varie procure in procedimenti storici come quello del Petrolchimico di Marghera, dell’Enel di Porto Tolle, del Petrolchimico di Brindisi e, negli ultimi anni, della procura di Napoli che ha messo sotto inchiesta tutta la filiera dei rifiuti. La storia inizia nel 1994, quando viene dichiarata l’emergenza rifiuti in Campania. Lo Stato si muove nel ‘98 e si muove bene, senza rumore, con leggi che impongono l’avvio della raccolta differenziata e della modernizzazione della gestione rifiuti. Poi si muove l’altro pezzo di Stato, quello locale, quello che nell’emergenza ingrassa e le cose vengono lentamente ma passo dopo passo boicottate. Poi arriva l’Impregilo che proporne un progetto impossibile, perché riesce a convincere chi vuole essere convinto di essere in grado di produrre più compost finale che rifiuti organici iniziali. Poi arrivano le banche che impongono alle amministrazioni priorità più legate alle loro preoccupazioni di rientro economico che allo smaltimento dei rifiuti. Poi Impregilo vince l’appalto. Poi non funziona nulla come dovrebbe perché tutto è conseguenza del vizio d’origine: piegare il pubblico all’interesse privato con la scusa dell’emergenza e con l’aiuto della politica. La camorra, i Verdi, Bassolino, Bertolaso… e’ tutto molto più complesso
La poverta’ d’informazione seria e circostanziata sui nostri top leader puo’ essere spiegata dal fatto che certi poteri intenzionalmente si rendono poco visibili e difficilmente indagabili. Come conseguenza, di tanto in tanto ci troviamo di fronte ad eventi clamorosi come Tangentopoli, le truffe e i tracolli del capitalismo finanziario corsaro, i connubi politicofinanziari che hanno obnubilato il paese (il caso Fazio) e,di recente, “Moggiopoli” nel ricco mercato calcistico. (…) Il buco informativo pero’ dipende anche dal fatto che concetti come elite e classe dirigente sono sfuggenti perche’ fortemente relazionali e quindi soggetti a importanti trasformazioni. (…)
Secondo lo Who’s who sono circa 5.500 i personaggi che contano in Italia e che godono di una visibilita’ internazionale. Purtroppo (…) le nostre elite nel complesso non manifestano quelle caratteristiche che ne fanno una classe dirigente. Non avrebbe potuto essere altrimenti.
Al proposito, e’ sufficiente ricordare che l’Italia e’ il paese a piu’ alta sfiducia verso le proprie istituzioni, tra i paesi sviluppati. Secondo Inogouchi, nel 2002 il livello medio di sfiducia era infatti del 56,5%, di poco peggiore di quello giapponese e francese, ma assai superiore a quello tedesco (44%),inglese (40%)e statunitense (39%). Per l’Istituto Cattaneo di Bologna, nel 2005, solo un italiano su dieci aveva fiducia nel governo e solo uno su trenta nella pubblica amministrazione, mentre negli spesso criticati Stati Uniti questi livelli di fiducia sono superiori di quasi quattro volte.
Le elite appaiono come una porta girevole attraverso cui il paese accede a questo deficit di fiducia verso il proprio destino economico e democratico. Sono percio’ un nodo che incrocia le problematiche principali e piu’ attuali del paese: le minacce di declino economico paventate piu’ che dagli opinionisti dal ronzare dei “furbetti di quartiere” e dal grande capitalismo delle utilities in preda alla fobia del rischio di mercato; la fragilita’ del nostro quadro democratico minato dalla litigiosita’ scatenata dalla personalizzazione di una politica tanto pervasiva quanto deludente; l’immobilismo privilegiato e protetto delle nostre professioni; infine, la mediocrita’ della nostra vita culturale. Un quadro a fosche tinte ammette naturalmente eccezioni e, per fortuna, nel nostro paese se ne verificano in diversi campi, da quello scientifico e culturale a quello imprenditoriale e manageriale.
Tuttavia la nostra elite appare una classe dirigente mediocre e, nel complesso, inadeguata a gestire le sfide del mercato e della democrazia che ci stanno di fronte. Non la pensano diversamente i cittadini che sanno che cio’ che serve oggi per essere cooptati nelle elite, sono si’ grandi proprieta’ e ricchezze, ma, di frequente, una robusta rete di relazioni che contano, di raccomandazioni capaci di indurre uno sguardo distratto sui meriti. Carente nella guida del paese, maschile, centronordista, invecchiata, con vistosi problemi di ricambio, poco meritevole, forte in consenso e debole in competenza: ecco come appare la nostra elite dalla lettura della nostra indagine.
Viene da porsi quindi la domanda: perche’ abbiamo una elite che e’ una mediocre classe dirigente? Molti opinionisti si sono cimentati su questo tema e molti di essi hanno sottolineato la mancanza di senso di responsabilita’ delle nostre classi dirigenti verso la societa’ nel suo complesso. La cultura della responsabilita’ sociale sarebbe sparita dall’agenda dei potenti. Il bene pubblico in una societa’ pluralistica e di mercato come la nostra, in effetti, non sta scomparendo, ma si sta trasformando: oggi e’ concepito in funzione del riconoscimento di interessi privati. In altri termini,il concetto di bene pubblico appare in balia dell’individualismo amorale che ha contagiato non solo gran parte delle cariche professionali,politiche, economiche e culturali, ma anche il cittadino comune e la societa’ civile.
unmarziano.aroma.mariolusi.it/post/327014/Classe+dirigente.+La+carica+debole+dei+5mila+dell’elite+italiana
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Una bella lettera
Antonio D
In ogni cosa che facciamo, che pensiamo, non dobbiamo mai perdere di vista chi siamo e per che cosa stiamo lottando. Credo di interpretare il pensiero di tanta brava gente se dico che la nostra e’ una lotta di tutti per tutti. Anche per quelli che hanno dato la vita per le cose in cui credevano. Questo paese ha troppi morti da piangere. Troppi sono stati prima sfruttati e poi mandati al macello da uno Stato ingrato. La nostra storia e’ piena di tanti eroi troppo spesso dimenticati. Martiri che, anche quando lo Stato stesso li aveva abbandonati, hanno dato la loro vita, con la speranza che il loro sacrificio sarebbe servito a smuovere le coscienze. Purtroppo cosi’ non e’ stato, i carnefici si sono trasformati molto spesso, troppo spesso, in istituzione. Dov’erano questi signori quando si e’ lasciato morire Aldo Moro? Dov’erano quando la mafia ci ha privato di uomini come Falcone, Borsellino, Chinnici e tanti altri, che per un misero stipendio hanno messo la loro vita nelle mani degli stessi che hanno contribuito alla loro morte. No, cari signori, questi non sono degni di essere definiti esseri umani. Questi sono bestie senza scrupoli, senz’anima ne’ rimorsi. La loro condanna deve essere la vita, perche’ state certi, la morte per loro sarebbe una liberazione. Questi signori devono vivere nel rimorso, e nella vergogna per quello che hanno fatto al loro paese, ai loro servitori e nondimeno al popolo. Quindi ribadisco con forza che la nostra deve essere una lotta pacifica,un segnale di vera democrazia e di una giustizia esemplare, ma uguale per tutti. Mi scuso se in qualche modo il concetto mi e’ sfuggito di mano, ma il sentimento spesso prevarica la ragione. C’e’ tanta tristezza nel mio cuore, tanta rabbia, assopita solo dalla convinzione che un giorno non molto lontano giustizia sara’ fatta. Devastante con i colpevoli, certa nella sua espiazione ma soprattutto appagante per tutti quelli, vivi o morti, che l’hanno perseguita.
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Bolkestein o social dumping
Nicolai Caiazza
Il 19 giugno 2008 la Corte di Giustizia europea ha emesso una sentenza su un diverbio tra il Lussemburgo e la Commissione europea.
Il Lussemburgo aveva intrapreso le procedure per difendere i propri lavoratori dal “social dumping”. Cioe’, la situazione che si crea quando in un certo Paese vengono assunti lavoratori stranieri retribuiti secondo il livello salariale del loro Paese di origine, che e’ sempre inferiore o molto inferiore a quello del Paese dove si svolge la attivita’ in questione. Per cui i lavoratori del posto retribuiti secondo le norme sindacali nazionali e coperti dalle norme del Diritto del lavoro vengono ad essere espulsi dal processo produttivo.
La Corte europea nella causa C-319/06 ha sentenziato che le norme del Diritto del lavoro del Lussemburgo sono in conflitto con gli indirizzi europei in materia di subappalto dei lavori. Le norme contenute nei vari trattati europei sono prevalenti dunque rispetto a quelle nazionali. La Corte constata quindi che il Lussemburgo “ostacola”la liberta’ di movimento degli imprenditori allorquando questi vogliono offrire i loro servizi in un altro Paese. La differenza di trattamento salariale e’ percio’ ininfluente secondo i giudici della Corte.
In Lussemburgo le autorita’ governative avevano preteso dalle imprese coinvolte la documentazione necessaria per poter svolgere le normali attivita’ di ispezione e controllo sul rispetto delle norme sul lavoro. Avevano anche chiesto alle imprese straniere di nominare un loro rappresentante locale che fosse in grado di interloquire con le autorita’ per fornire loro tutte le informazioni ritenute necessarie per il controllo del rispetto delle norme sui salari e le condizioni di lavoro dei dipendenti. Inoltre si esigeva che i salari dei lavoratori stranieri venissero indicizzati e messi a livello dei lavoratori nazionali.
Altre tre simili situazioni si erano verificate precedentemente con la Svezia, la Finlandia e la Germania. Questi avevano preteso dalle imprese Laval, Viking e Ruppert di attenersi alle norme vigenti nei Paesi dove operavano e di rispettare i diritti dei lavoratori. In tutti e tre i casi la Corte aveva sentenziato che prima di tutto conta la liberta’ dell’impresa. La difesa dei livelli salariali costituisce percio’ ” un ostacolo”.
E’ importante rilevare che e’ stata la Commissione europea a citare in giudizio questi Paesi per non avere adeguato le proprie norme agli “indirizzi”che la Commissione stessa aveva emesso.
La Corte europea, ha sempre disciplinatamente condannato le istituzioni di questi Paesi richiamandoli al rispetto delle norme e degli “indirizzi”, in modo da non “ostacolare la liberta’ delle imprese”.
Queste cose succedono dietro le quinte, pero’ sono tasselli che si vanno accumulando nel procedimento di espropriazione dei diritti democratici e del lavoro che la oligarchia europea sta portando avanti in modo sempre piu’ accelerato. Approfittando dello sbandamento e la passivita’ dei grandi sindacati e delle organizzazioni politiche di massa.
Tuttavia bisogna anche notare che, sia pure indirettamente, la pressione delle masse contro l’imbarbarimento dell’Europa si sta facendo sentire. Dopo il No degli Irlandesi, e’ in Austria dove sta montando un movimento di opposizione al Trattato di Lisbona. Quasi una settimana fa sul principale quotidiano austriaco, il Kronen Zeitung, il cancelliere austriaco Gusenbauer e il suo ministro delle infrastrutture Feynmann hanno pubblicato una lettera dove affermano tra l’altro la necessita’ di indire un referendum ogni qualvolta si debba firmare un trattato che ponga in questione l’indipendenza dell’Austria. Da notare che l’Austria da dopo la fine delle Seconda guerra ha una politica neutrale e pacifista. Stavo per dire “aborre la guerra”, ma questo sta nella Costituzione italiana.
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Tatanka mani
Il paradosso dell’uomo di questo tempo e’ che ogni cosa che gli viene tolta la scambia per una conquista!
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Ancora una volta insieme inutilmente
Bifo
Impotenza del potere
Quando nacque, in un piccolo incontro parigino del 1975, quello che oggi si chiama G8, era un organismo capace di prendere decisioni e di agire di conseguenza. Oggi il vertice G8 e` un pachiderma spettacolare e gigantesco che mobilita un numero strabiliante di giornalisti, guardie del corpo poliziotti elicotteri e costa una somma spaventosa, ma le sue capacita` di decisione e di azione efficace sono ridotte praticamente a zero. All`ombra del vulcano, metafora di un mondo ingovernabile, hanno deciso che fra quarantadue anni le emissioni inquinanti saranno dimezzate. Avrebbero potuto decidere con la stessa credibilita` che fra cinquemila anni saremo tutti belli come Nicole Kidman. Nessun impegno sull`anno prossimo, ne` sul prossimo decennio. Le discussioni sull`Africa non fanno passi avanti per l`impossibilita` di un accordo sulla questione Zimbabwe. Di crisi alimentare non si e` trovato il tempo di parlare. Il rumore delle esplosioni che arriva dal Pakistan e dall`Afghanistan e` la vera preoccupazione del gruppo di falliti che si e` riunito in Hokkaido.
Mai si ebbe piu` chiara evidenza dell`impotenza attuale della politica. L`ossessione capitalista della crescita ha prodotto effetti che sono irreversibili, e la complessita` dei sistemi globali supera di gran lunga le capacita` di comprensione e di analisi dei sofisticatissimi ma impotenti sistemi di controllo degli Stati. Solo gli automatismi ciechi dell`economia di profitto governano il mondo. Solo il caos governa i sistemi sfuggiti alla volonta` razionale degli umani. La politica recita i suoi mantra e mostra i muscoli contro la societa`. C`e` infatti un solo piano sul quale gli impotenti rappresentanti di un potere rituale sono in grado di agire: la repressione contro la societa`, la violenza sistematica contro chiunque agisca alla luce del sole per denunciare la demenza del potere.
Ieri, otto luglio, mentre gli otto signori della terra si scambiavano gli ultimi saluti dandosi appuntamento in Sardegna per l`anno prossimo (quelli che l`anno prossimo ci saranno ancora) il movimento si convocava nel villaggio di Date, a venti chilometri di distanza dal vulcano, per una lunga marcia sotto il sole. I convenuti sono poche centinaia. L`apparato di sicurezza giapponese schiera in compenso ventunmila poliziotti. Io non posso seguire la marcia, non ho il fisico per reggere una prova come questa. Rientro in citta` nel pomeriggio, e dalle parti della stazione, mentre mi dirigo in albergo mestamente, mi si presenta una scena impressionante. La stazione e` circondata da camion carichi di poliziotti. Agenti in tuta da combattimento con lunghi bastoni bianchi pattugliano le strade. Mi chiedo perche` stanno facendo questo, dato che i pochi contestatori stanno marciando, molto lontano dalla citta`, in un gesto sacrificale sotto il sole. Ad un tratto, mentre sono fermo al semaforo in compagnia di ragazzine dai calzettoni neri e le trecce dipinte di viola, di anziane signore con la borsa della spesa e nervosi impiegati con cellulare all`orecchio, un gruppo di poliziotti blocca il traffico con cavalli di frisia ipertecnologici. Un elicottero ruota minacciosamente sulle nostre teste volteggiando tra i building di acciaio bianco. Una folla ipnotica si immobilizza davanti ai bastoni luminescenti di agenti in tuta azzurra. Mentre il viale centrale e` una pista deserta, nelle vie laterali file ordinate di automobili attendono silenziose: nessuno protesta, nessuno fiata, nessuno si chiede ne` cosa ne` perche`. I minuti passano, ed il lugubre flap flap dell`elicottero e` l`unico rumore dell`universo. Poi finalmente due moto affiancate a velocita` pazzesca, poi un`auto scura veloce, con un invasato che sporge tutto il busto fuori dal finestrino, e infine, con bandierine al vento, sfila una limousine dai vetri azzurrati.
E` passato il potere. La vita riprende. Ognuno per la sua strada. La guerra di sempre, sorda, solitaria, triste, senza speranza.
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Doriana Goracci
Le donne degli operai morti
In questi giorni in cui, un altro operaio e’ morto all’Ilva di Taranto, ad ppena 2 mesi da un’altra morte, e vi sono stati nel giro di due giorni due atri infortuni gravi, facciamo conoscere, attraverso il racconto di una mglie, Franca, di un operaio Ilva, Antonino, morto il 18.4.06, un’altra fccia degli omicidi e sfruttamento che avvengono in Ilva; una faccia molto triste, ma anche bella e che mostra la forza delle mogli, delle madri, delle
sorelle di questi operai morti.
Con il racconto di Franca, che in quasi tutto il racconto da’ lei voce ad Antonino, facendolo vivere ancora e per sempre, per lei e per tutti noi che combattiamo per un mondo migliore, emerge quello che piano piano sta avvenendo a Taranto, ma non solo, in questa battaglia contro le morti sul lavoro: le donne, soprattutto le donne, si trasformano, da essere quelle che stavano in attesa in casa ora portano avanti, determinate e combattive, la battaglia, nelle lotte, nelle iniziative, nei processi.
Franca e le altre, Vita, Patrizia, ecc., ecc., hanno trasformato il dolore in rabbia, ribellione, in lotta.
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LA SVOLTA
di Francesca Caliolo
Il giorno in cui misi piede per la prima volta come operaio nel cantiere Ilva di Taranto, fui preso dallo sconforto, come mai mi era accaduto nella mia lunga esperienza lavorativa. Difficile arrivare alla fine di quella giornata.
Trovare quel lavoro non era stato facile: dopo mesi di mobilita’ e decine di domande inoltrate a ditte del settore, un contratto a due mesi mi aveva dato respiro. Conoscevo gia’ il cantiere per averci lavorato in trasferta qualche anno prima.
Quella sensazione che avevo ora pero’, era di definitiva appartenenza a quel luogo e questo mi infondeva pessimismo per il futuro.
Dovevo avere un’espressione molto avvilita se, tornato a casa, mia moglie mi abbraccio’ forte dicendosi sicura che presto avrei trovato qualcosa di meglio.
Invece restai in quella ditta per due anni, passai in un’altra come caposquadra per altri due, per poi tornare alla prima divenendo vice-capocantiere circa tre anni dopo. Questo scatto di livello mi gratifico’, gravandomi al tempo stesso di una grande responsabilita’ a causa di lavori molto impegnativi che eravamo chiamati a fare.
Cio’ che restava immutato era il paesaggio. Contro un cielo velato dai fumi, si stagliavano bizzarre architetture: come cattedrali futuriste consacrate alla grande economia, svettavano numerose ciminiere attorniate da condutture metalliche che percorrevano in lungo e in largo la citta’-cantiere, trasportando enormi quantita’ di gas, per arrivare ai potenti altoforni capaci di ridurre i metalli in lava incandescente.
A fumi e vapori si aggiungeva il ‘polverino’come lo chiamavano qui, che si sollevava dalle nere colline di carbone dei parchi minerali, in una sorta di moderna rivisitazione dell’Inferno dantesco. Di tanto in tanto, paradossalmente,il tutto era avvolto dalle note dell’”Inno alla gioia” di Beethoven, diffuse dagli altoparlanti per sottolineare il momento culmine della “colata”. A questo scenario pian piano non ci feci piu’ caso se non per il fatto che gradualmente contribuiva ad aggravare la mia allergia.
La prima estate che affrontai in Ilva fu una delle piu’ calde in assoluto, tocco’ i 40°e a noi tocco’ ristrutturare un altoforno ancora caldo situato vicino a un altro in funzione, a 1.800°. In seguito bisogno’ revisionare dei silos contenenti residui oleosi che impregnavano le nostre tute rendendole inutilizzabili; condutture buie e fuligginose che ci rendevano
irriconoscibili come minatori a fine turno; strutture poste ad altezze irraggiungibili da chi non avesse una qualche capacita’ funambolica. Difficile raccontare questo stato di cose a chi non conosceva quell’ambiente. E infatti non lo raccontavo. Non lo raccontavo ai conoscenti, non lo raccontavo ai parenti. Non lo raccontavo agli storici amici insieme ai quali avevo condiviso battaglie sociali: col tempo le nostre vite erano cambiate, dal punto di vista del lavoro pero’, la mia vita era cambiata piu’ delle loro.
Lavoratori per lo piu’”di concetto”, li ritenevo teorici idealisti, lontani anni luce dal mondo cui accennavo loro con battute ironiche. Mia moglie era l’unica a conoscere nei dettagli la mia realta’ lavorativa. Quasi ogni mattina mi chiamava per un rapido saluto che mi rincuorava e poi, una volta a casa, mi martellava di domande per conoscere tutto della mia
giornata.
Benche’ restio a raccontare aspetti poco rassicuranti per lei, mi ritrovavo poi a farle un resoconto completo anche di dettagli tecnici. Questo suo modo di essermi vicina era parte integrante di una condivisione totale della nostra vita e aveva in effetti il potere di alleviare tante giornate difficili, cosi’ come mi aiutava il bellissimo, profondo legame con i nostri
figli.
Ma anche al lavoro mi aiutavano i contatti umani. Ci tenevo a stabilire rapporti di amicizia prima che professionali; una risata, una battuta, qualche aneddoto ci faceva superare le giornate piu’ pesanti. Avevo buoni rapporti con tutti o quasi e avevo rispetto per i superiori come per l’ultimo arrivato: in passato avevo subito troppe vessazioni solo per essermi opposto a delle ingiustizie da parte di capi tesi ad affermare il proprio ruolo, per non nutrire rispetto per chi avevo di fronte. Oltretutto lavoravo quasi sempre al fianco dei miei operai per condividere rischi e fatica. Era nel periodo delle”fermate”, vale a dire il blocco produttivo di un settore del cantiere che permetteva a noi di intervenire, che divenivo duro
ed esigente, preoccupato che tutto andasse per il meglio. Ad ogni modo, odiavo quel lavoro. Non lo lasciavo perche’ volevo mettere un po’ di risparmi da parte per avviare una attivita’ indipendente, magari nella ristorazione. Cosa non facile con una famiglia monoreddito e due figli in crescita. D’altro canto, per quanto ancora avrei potuto svolgere un lavoro cosi’ usurante con due vertebre schiacciate, un menisco lesionato e una
tendinite al braccio destro? E comunque sognavo un lavoro che mi lasciasse piu’ tempo per vivere insieme alla mia famiglia e programmare finalmente delle ferie in estate, seguire il calcio, la politica, fare passeggiate senza sentirmi stanco e stressato.
E se la stanchezza era dovuta alla manualita’ del lavoro, lo stress derivava dal carico di responsabilita’ per l’esecuzione tecnica secondo precisi parametri e tempi sempre troppo limitati, dettati da gare al ribasso, che ci imponevano turni impossibili, arrivando a volte a lavorare per 16 e addirittura 24 ore di seguito! Nel contempo bisognava fare attenzione che nessuno si facesse male e, a dire il vero, la frequenza degli incidenti in tutta l’Ilva non lasciava ben sperare.
A fine giornata pareva un bollettino di guerra, con incidenti di tutti i tipi: ustioni, intossicazioni, fratture e, qualche volta si moriva anche. Le morti ci lasciavano attoniti a pensare all’esagerato tributo da pagare in cambio di un lavoro di per se’ duro e alienante. Eroi, martiri del lavoro? Nessuna medaglia, non funerali di stato.
E credo che nessuno di quegli uomini avesse voglia di immolarsi a un dio che chiedeva sacrifici in nome di interessi economici e non si prodigava ad attuare migliori misure di sicurezza, definendo”morti fisiologiche” quelle 2-3 che in media si verificavano per anno in un cantiere dove operavano circa 20.000 persone.
Ci sentivamo impotenti, rassegnate formiche al cospetto di un colosso; protestavamo e poi, dovendo continuare a lavorare, cercavamo di scongiurare la morte cercando di non pensarci. D’altronde nella nostra ditta non era mai morto nessuno.
Sono passati ormai quasi nove anni dal mio ingresso in Ilva e sono ancora qui, alle prese con un’ennesima”fermata”che si presenta particolarmente complicata e che mi ha caricato di tensione gia’ da qualche settimana. Neppure questa pausa pasquale e’ servita a ricaricarmi, neppure la giornata di ieri passata in campagna respirando aria pura, cosa non comune per me. Ho avuto da ridire con mia moglie anche prima di andare a dormire, col pretesto che non aveva sistemato bene la piega del lenzuolo. Lei ci e’ rimasta male perche’ era stanca, ma io ero nervoso e intrattabile e non ci siamo neppure dati la buonanotte. Piu’ tardi appena avro’ un po’ di tempo la chiamero’ per scusarmi, tanto ormai lo sa che se non termina la fermata non torno sereno. E questo lavoro ci da’ gia’ delle noie, un’operazione che non va per il verso giusto, ci tocca smontare e rimontare.
Siamo a venti metri da terra per sostituire delle valvole di un enorme tubo che e’ stato svuotato, cosi’ ci hanno assicurato, del gas che trasportava. Indossiamo maschere collegate a bombole d’aria perche’ potrebbero esserci residui di gas, non e’ la prima volta che torno a casa con nausea e mal di testa da scoppiare.
E infatti verso le dieci ho soccorso un ragazzo che si e’ sentito male. Questo gas e’ inodore e insapore, percio’ piu’ insidioso; un paio di noi hanno il rilevatore ma ormai e’ certo che da qualche parte c’e’ una perdita, comincio ad avere mal di testa.
Comunque noi siamo abituati ad operare cosi’, ne’ la ditta ne’ l’Ilva si possono permettere di bloccare i lavori ogni volta che qualcosa non va, non gli conviene. A noi scegliere poi se ci conviene rischiare o non lavorare piu’.
Meno male almeno che i turni ora sono regolari, in fondo non e’ la prima volta che respiro questo maledetto gas, mi da’ nausea, vertigini, mal di testa, ma una volta a casa mi riprendo, devo resistere fino ad allora.
Intanto il cellulare continua a squillare, sono quelli dell’altra squadra ed io per rispondere e richiamarli devo togliere la maschera, non posso ogni volta scavalcare questo tubo che ha 3m di diametro per raggiungere la postazione di sicurezza, perderei troppo tempo. Anche la scala di accesso e’ dall’altra parte, cosi’ mi allontano del massimo che mi e’ consentito.
Stiamo lavorando come forsennati, vorrei che Gabriele fosse qui e ci vedesse, capirebbe perche’ insisto tanto sul fatto che studi; ultimamente sono stato anche un po’duro con lui, ma non vorrei mai che si trovasse costretto un giorno a fare questo. Ora non ce la faccio proprio piu’, mi sento mancare le forze.
Mi allontano verso l’ufficio, vorrei chiamare Franca ma si accorgerebbe che qualcosa non va, non voglio preoccuparla. Nella mente mi scorrono delle immagini, mi rivedo ragazzino a bottega dal fabbro, durante le vacanze estive, mentre i miei amici giocano nel cortile dell’oratorio vicino. Ma io ho perso mio padre a nove mesi e son dovuto crescere in fretta. Mia madre, contadina, ha dovuto tirare su cinque figli da sola.
Con un diploma professionale, non ho trovato di meglio da fare che il muratore, stringendo i denti per la fatica eccessiva per un fisico esile come il mio. Qualche anno dopo sono diventato un bravo venditore di macchinari per falegnameria, con i cui proventi ho potuto costruire la mia casa.
Dopo nove anni il mercato ristagna, torno cosi’ alla condizione di operaio stavolta metalmeccanico, nel Petrolchimico di Brindisi. Dopo altri nove anni la ditta ci impone la condizione di trasferisti; non ce la faccio ad allontanarmi dalla mia famiglia e rifiuto, ritrovandomi cosi’ in mobilita’. Fino ad oggi ho trascorso quasi nove anni qui in Ilva e chissa’, forse la mia vita avra’ una nuova svolta.
Non cerco di dare un senso a questa mia vita di fatica e sacrifici. Il senso e’ gia tutto negli affetti. D’altronde la felicita’ non e’ una condizione continua, se non nelle fiabe. Noi dobbiamo accontentarci delle piccole cose e vivere intensamente i momenti di felicita’ che ci capitano, come dice mia moglie, che sa restituirmi la gioia di vivere. Ora devo tornare al lavoro, non mi sento ancora bene.
Qualcuno mi sconsiglia di risalire, non ho un bell’aspetto, dice. Non posso, siamo una squadra e io ne sono anche responsabile. Infatti i problemi non sono ancora risolti; insistiamo, ricominciano le telefonate. Cambia il turno, mi sollecitano a lasciare ad altri il completamento del lavoro. Non posso, ci sono quasi riuscito, e’ un lavoro pericoloso, meglio completarlo.
Stasera a casa voglio abbracciare Franca,Gabriele e Roberta, dire loro quanto li amo, proporgli di fare una crociera, e’ tanto che ci penso e poi voglio cambiare lavoro, non ce la faccio piu’, sono stanco, stanco, cosi’ stanco che all’improvviso ho voglia di dormire, mi si chiudono gli occhi, squilla il cellulare, dormo.
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Amore mio, e’ passato un anno da quando non ci sei piu’. Quante volte mi sono chiesta se non sentivi lo squillo della mia chiamata, se proprio in quel momento cadevi, se pensavi a noi. Di quel giorno posso ricordare tutto, posso anche rivivere lo straziante dolore di una realta’ dura da accettare, cosi’ dura da far crescere in un attimo i nostri ragazzi, proiettati improvvisamente davanti alla morte, quella del loro adorato papa’.
Voglio credere che quel giorno il Signore ti abbia fatto cadere tra le sue braccia, per portarti a vivere una felicita’ mai provata prima. Voglio credere che tu sia qui tra noi, che continui a proteggerci col tuo amore e la tua tenerezza.
Dev’essere cosi’, altrimenti non saprei spiegarmi perche’ continuo ad amarti tanto e ad avere la forza di vivere senza di te.
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