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Saturday May 26th 2018

MASADA n° 1923 STRESS E TRAUMA NEI MIGRANTI

MASADA n° 1923 STRESS E TRAUMA NEI MIGRANTI

21-4-2018
SOKOS (associazione di medici volontari di Bologna che assiste gratuitamente senza tetto e migranti di primo arrivo). Osservazioni fatte nell’ambulatorio transculturale nato in Sokos nel 2005, che comprende 4 psicologi ad orientamento psicodinamico, due psichiatri e una antropologa che a volte lavorano con l’aiuto di mediatori transculturali.

Lo STRESS e il TRAUMA sono due fenomeni distinti, che possono coesistere e che hanno effetti differenti sull’uomo.
Il termine stress viene dalle fabbriche durante la rivoluzione industriale inglese e indicava il grado di resistenza delle strutture metalliche nell’applicazione delle forze. Passò poi all’uomo per indicare una reazione fisiologica aspecifica a diversi stimoli che aumenta la secrezione dell’ormone adrenocorticotropo.
Si parlò quindi di risposta sistemica dell’organismo, “SINDROME GENERALE DI ADATTAMENTO, in 3 fasi:
ALLARME, caratterizzato dall’attivazione del sistema simpatico;
RESISTENZA, in cui si attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, attraverso cui l’organismo cerca di trovare una forma di adattamento e di compensazione.

Se quest’ultima si protrae troppo a lungo, si arriva alla fase di ESAURIMENTO con una inibizione (neurovegetativa, endocrina, etc.) . Lo stress non è quindi da intendersi come risposta patologica; esso è, al contrario, fisiologicamente utile, in quanto consente l’adattamento dell’organismo alle più disparate condizioni.
Anatomofisiologia di base per inquadrare la risposta allo stress:
Il talamo regola veglia e consapevolezza e comprende :
L’ipotalamo e l’ipofisi tengono in equilibrio i circuiti, regolano gli ormoni sessuali, la temperatura, l’appetito e in parte la risposta immunitaria;
L’amigdale regola aggressività e paura;
L’ippocampo la memoria, l’apprensione e l’humor.
Chi riesce a fare un feedback ormonale (effetto retroattivo) in pochi minuti controlla la cascata ormonale. (per es. si hanno reazioni migliori nei topini che sono stati toccati dalla madre e lo stesso vale per i bambini).

Il TRAUMA PSICHICO è una lacerazione improvvisa, violenta ed imprevedibile dell’integrità psichica, capace di provocare un’alterazione permanente delle capacità di adattamento del soggetto.
Lo STRESS (tensione) può produrre un calo delle difese immunitarie fino alla depressione.
Conseguenze: mal di testa, ansia, ipertensione, palpitazioni, disturbi del sonno, ulcere… fino a disturbi cardiaci e cancro. Si mette in moto tutto un meccanismo ormonale che coinvolge il sistema simpatico, il sistema parasimpatico e l’ipotalamo.
Le surrenali producono ormoni diversi (epinefrina e norepinefrina), che potenziano il simpatico e aumentano il glucosio in circolo. La norepinefrina fa aumentare il battito cardiaco e inibisce l’attività gastrointestinale. Tutto aumenta la pressione arteriosa e l’afflusso di sangue alla muscolatura scheletrica per preparare il corpo alla lotta o fuga.
L’asse ipofisi-corteccia surrenale controlla altri ormoni come il cortisolo che aumenta il glucosio nel fegato riducendo il livello di infiammazione del corpo.
L’ipofisi produce un ormone che aumenta da una parte la percezione del dolore dall’altra lo inibisce.
Gli animali possono reagire a un segnale di pericolo sia con lo scatto e la fuga che con la paralisi in cui si fingono morti. Nell’uomo analogamente possiamo avere la reazione rapida attiva o una depressione passiva. Sindrome di adattamento (attacco o fuga), oppure impotenza appresa o adattamento passivo.
Nel caso di stress o tensione eccessiva, si possono usare tecniche di rilassamento o biofeedback (retroazione, tecnica psicoterapeutica che insegna al paziente il controllo volontario dei processi fisiologici non coscienti, pressione delle arterie, battito cardiaco ecc.); all’opposto si possono usare tecniche di assertività (comunicazione positiva) o di competenza sociale, recitazioni o simili.
Lo stress, e a maggior ragione il trauma, provoca una cascata di ormoni che interagisce coi muscoli viscerali. Il tutto avviene rapidamente e in modo inconscio anche se intervengono muscoli volontari.
Appare il leone dinanzi alla zebra. L’ormone prodotto dall’ipotalamo chiude lo stomaco, aumenta il battito cardiaco, la zebra scappa. Per questo la zebra non ha l’ulcera. Dopo lo stress va in allarme, c’è una resistenza ma, se la cosa continua, non può durare all’infinito. Lunghi periodi di stress producono la depressione.

Lo stress può anche rafforzare il sistema di difesa del soggetto.
Il sociologo israeliano Aaron Antonovsky ha studiato come specifiche disposizioni personali possono rendere gli individui più resistenti agli stress che incontrano, soprattutto sotto la guida di un senso di coerenza interiore che li rende più flessibili. Per es., il 30 % delle donne sopravvissute ai campi di sterminio si adattarono positivamente alla menopausa (stress minore). Insomma chi ha subito forti traumi e ne è uscito può affrontare meglio successivi traumi minori.
Cos’è che conserva in buona salute le persone, nonostante le sollecitazioni e gli eventi critici della vita? Per Antonovsky la salute non rappresenta uno stato di equilibrio, bensì è il risultato di un’interazione dinamica tra fattori d’aggravio e fattori di protezione. In altre parole la salute deve essere ricreata e mantenuta attraverso le sfide e il superamento quotidiano delle difficoltà. Egli sviluppò quelle che denominò LE RISORSE GENERALI DI RESISTENZA, che possono essere fisiche, personali, psichiche, interpersonali, socioculturali e materiali. E’ il potenziale di cui dispongono gli individui, una sorta di competenza da superamento che permette di affrontare in maniera costruttiva tensioni e difficoltà. Il soggetto percepisce informazioni, le inserisce in un proprio quadro interiore di COERENZA, pensa di poterle risolvere o superare. E, quanto più il quadro della sua vita ha un senso e una coerenza, tanto meglio reagirà allo stress. Prendere in mano le difficoltà, superarle, vedervi un senso e a imparare dall’esperienza, questo crea la forza dell’Io.
Il contrario di questa sintesi unitiva è la disgregazione della psiche, la sua frammentazione e dissipazione, la fatturazione dell’io.
Un altro concetto importante è quello di RESILIENZA o flessibilità. Nella tecnica dei materiali, resilienza è la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi o deformarsi. In psicologia è la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà tenendosi fedele a se stesso.
In ognuno c’è un principio di OMEOSTASI, tendenza naturale al raggiungimento di una relativa stabilità, sia delle proprietà chimico-fisiche interne che di quelle comportamentali, un principio che accomuna tutti gli esseri viventi, per cui tale regime dinamico si mantiene nel tempo, anche al variare delle condizioni esterne, grazie a precisi meccanismi autoregolatori.
Juri Lotman definisce l’omeostasi come “il tentativo di conservare il proprio livello strutturale – cioè il livello di informazione posseduto – e di contrapporsi all’entropia (disordine interno)”.
Il neuroscienziato statunitense Robert Maurice Sapolsky la cui ricerca scientifica si concentra sullo stress, sulla neurodegenerazione e sulla terapia genica, ha scritto un bellissimo libro “Perché alle zebre non viene l’ulcera”… salvo che siano portate allo zoo. Quello che scrive è riferibile alle zebre ma anche ai babbuini, alle iene…; non solo non viene loro l’ulcera ma nemmeno la depressione, la colite, l’infarto, il diabete e altre malattie croniche, mentre gli esseri umani ne sono colpiti.
In un coinvolgente lavoro interamente dedicato allo stress e alle sue conseguenze sulla nostra salute, Sapolsky spiega come, di fronte allo stress, il nostro organismo attivi le stesse risposte fisiologiche del mondo animale. Senza però essere in grado di disattivarle con rapidità allo stesso modo.

Quando arriva al nostro ambulatorio un paziente con sofferenza a livello psichico, viene avviato a un primo incontro di valutazione con uno psicologo, sapendo che il quadro che egli presenta non è inseribile facilmente nelle nostre categorie ma risentirà della sua provenienza e cultura e delle sue vicende personali e del suo modo di reagire ad esse che può essere anch’esso culturale.
A seconda dei casi, il paziente può essere preso in carico dallo psicologo o dalla psichiatra con terapie individuali con l’aiuto del mediatore culturale o della antropologa o può essere accolto con dispositivi di gruppo. La metodologia può includere anche famigliari e dovrà lavorare in modo transculturale.

Le reazioni ad uno stress possono essere varie: alcuni dissociano ovvero cercano di non pensarci, altri abbracciano la sfida costituita dalla situazione traumatica o stressante.
Nei traumi c’è differenza tra un trauma imprevedibile e uno prevedibile e in qualche modo previsto (parto, menopausa…).
Molto importante il fattore controllabilità, quanto il soggetto crede di poter controllare del trauma.

Quando uno è traumatizzato, può avere incubi dei frammenti dei fatti, manca il ricordo totale, che può comparire anche in stato di veglia sotto forma di allucinazioni o come frammenti di memorie vaganti nei sogni.
Di fronte a un pericolo la risposta sommaria immediata è fuggire o combattere. La reazione è veloce ma non precisa.
Il neuroscienziato statunitense Ledoux ha studiato per un verso il funzionamento del sistema limbico in relazione agli stati emozionali e per un altro i modi in cui si esprime la personalità umana.
Analizzando il cervello sinaptico e raccogliendo i risultati di oltre vent’anni di ricerca, Joseph LeDoux ci guida in un viaggio alla scoperta del Sé. Non solo le nostre attività mentali sono il frutto di processi fisici che avvengono nel cervello, ma questi plasmano l’intera nostra esperienza, e viceversa. È infatti l’estrema plasticità delle connessioni sinaptiche che per Ledoux costituisce la base dell’apprendimento e della memoria, e permette di chiarire l’emergere di quel senso di continuità necessario alla costituzione del Sé e della personalità.
La gazzella si avvicina alla fonte per bere, con la coda dell’occhio vede un movimento del leone nell’’erba e fugge. Questa reazione si ripeterà ogni volta che l’erba si muoverà allo stesso modo.
Disturbi psicosomatici simili sono stati studiati nella seconda guerra mondiale, sui soldati in Vietnam…i soldati in trincea in stati estremi di tensione reagiscono rapidamente a segni minimali per paura di nemici imprevedibili.
Il trauma non è la causa in sé del disturbo da stress post traumatico o PTSD. Affinché si sviluppi, non è tanto importante “che cosa accade”, ma “come viene vissuto” dalla persona coinvolta. Le persone che subiscono un trauma, come una catastrofe naturale, una strage, una minaccia o tortura, possono manifestare diverse reazioni di fronte all’evento traumatico: a parità di gravità dell’evento, alcune riescono a superare l’accaduto in modo più adattivo di altre che invece ne soffrono le conseguenze per anni .
1) I TIPO: comprende le vittime che hanno subito in prima persona l’evento
2) II TIPO: comprende coloro che hanno assistito all’evento o coloro che hanno uno stretto legame affettivo (parenti, coniugi, figli) con le persone che hanno subito direttamente il trauma
3) III TIPO: comprende tutte quelle persone che intervengono a prestare soccorso durante l’evento traumatico (per esempio i vigili del fuoco, la protezione civile, l’esercito….)
Durante i giorni o le settimane successive al trauma, i soggetti manifestano molteplici reazioni. Entro 48 ore dall’evento compaiono i primi sintomi intrusivi e le osservazioni cliniche dimostrano che, proprio in questo tempo, molti sopravvissuti rivalutino costantemente, quasi un pensiero ossessivo, le proprie azioni o le proprie “azioni mancate” con una grande intensità.
In alcuni casi, questi pensieri ricorrenti generano valutazioni negative su se stessi o sugli altri e innescano vissuti di colpa o inadeguatezza per il modo in cui ci si è comportati, spesso sono accompagnati dalla percezione che non si è stati in grado di reagire in modo congruo, veloce o dignitoso con conseguente senso di colpa. .

I sintomi accusati dopo l’evento traumatico possono comprendere:
1) Comportamenti di evitamento di tutto ciò che potrebbe riguardare o rievocare il trauma, sia indirettamente che a livello simbolico e che causa un grande disagio psicologico
2) Flashback: pensieri intrusivi sotto forma di immagini, scene, sensazioni che rievocano l’accaduto. Nel caso dei bambini, a volte questi tendono a manifestare questo vissuto facendo giochi ripetitivi che hanno a che fare con elementi riguardanti il trauma
3) Incubi che fanno rivivere l’esperienza dell’evento in modo molto realistico con conseguente difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno
4) Iperattivazione: caratterizzata da insonnia, irritabilità, bisogno di controllo, nervosismo….
5) Attacchi di panico o stati d’ansia generalizzata
6) Depressione e disturbi dell’umore
7) Isolamento e alienazione
8) Problemi nel funzionamento sociale, lavorativo, scolastico per un lungo periodo successivo al trauma dovuti a difficoltà a rapportarsi agli altri, mancanza di concentrazione, senso di sfiducia o rabbia
9) Abuso di sostanze (droghe, psicofarmaci, alcol…) in cerca di “sollievo” dalle sensazioni spiacevoli legate al trauma
10) Paura intensa
11) Stato di coscienza alterato, che genera ottundimento o confusione
12) Amnesie del trauma o sintomi dissociativi, soprattutto se il trauma è avvenuto durante l’infanzia
13) Sentimenti che compromettono l’aspetto relazionale come riduzione marcata dell’interesse o della partecipazione ad attività significative; sentimenti di distacco o di estraneità verso gli altri; affettività ridotta (per es. incapacità di provare sentimenti di amore);sentimenti di diminuzione delle prospettive future (per es. aspettarsi di non poter avere una carriera, un matrimonio o dei figli, o una normale durata della vita).
14) Disturbi fisici come stanchezza perdita di memoria e di concentrazione, vertigini, palpitazioni, tremori, difficoltà nel respirare (dispnea), «nodi» alla gola, nausea, diarrea, mal di testa, di collo e di schiena, disordini mestruali, variazioni del desiderio sessuale.

Diversi studi hanno individuato che l’insorgenza del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) è più frequente in bambini e adulti che vivono o hanno vissuto in contesti di guerra, violenza (intra ed extrafamiliare), catastrofi, povertà e ignoranza. Tutti contesti in cui c’è scarsità di risorse personali, sociali o pratico- economiche.
La reazione che un soggetto può mostrare in seguito al trauma dipende da due fattori:
1) l’entità del trauma (in riferimento alla cultura di appartenenza): più è grave l’evento critico, più la persona sperimenta impotenza, terrore e angoscia.
2) le caratteristiche della personalità pre-traumatica ( la presenza, ad es., di un particolare livello di vulnerabilità che può costituire un fattore predisponente all’insorgenza di un sintomo disadattivo)
Le modalità reattive possono presentarsi in diversi momenti nel tempo e avere diversa durata. In base a questi criteri, si suddividono in reazioni:
DIFFERITE: Inizialmente adeguate ma che evolvono, col trascorrere del tempo, in un assetto patologico
IPEREMOTIVE BREVI : Riguardano il 75-80% delle vittime e presentano manifestazioni psichiche e psicosomatiche come: shock, ansia, depressione, smarrimento, stupore, comportamenti automatici, tremori, palpitazioni, nausea ecc. Questa tipologia di reazioni può sfociare in disturbi nevrotici, psicotici o PTSD.
DI TOLLERANZA: La persona cerca di adattarsi fin dall’inizio alla situazione e col trascorrere del tempo recupera la propria adeguatezza
Le reazioni manifestate dinanzi ad una disgrazia possono rivelarsi cruciali per la sua sopravvivenza e, la reazione immediata che si ha nel momento del trauma, influenzerà la capacità di far fronte alla minaccia presente, o a quelle future, in modo funzionale. La capacità di tollerare e gestire la sofferenza è un fattore di grande importanza per l’adattamento a lungo termine, come è altrettanto fondamentale la capacità, da parte dell’individuo, di chiedere e trovare aiuto, rapportandosi alla proprie reti sociali.
Coloro che hanno reagito prontamente al trauma, sopravvivendo o favorendo la sopravvivenza di altre persone coinvolte, accusano meno i colpi del trauma e tendono ad avere una percezione di sé meno negativa, in quanto hanno prodotto delle risposte adattive e funzionali.
Alcune persone, nel tempo, riescono a trasformare le loro ossessioni dei ricordi traumatici, in esperienze positive, buttandosi a capofitto in attività gratificanti che canalizzano la loro attenzione in obiettivi specifici e sfruttano la propria esperienza come fonte di motivazione.

Secondo Peter Levine, medico e psicologo esperto sull’argomento, i sintomi traumatici non sono generati dall’evento traumatico in sé, ma dal residuo congelato di energia che non è stato risolto o scaricato e che, in quanto tale, resta intrappolato nel sistema nervoso, disturbando costantemente i nostri pensieri e i nostri processi fisiologici.
Il trauma rappresenta una sorta di mina vagante, un frammento sconnesso dal resto del sistema che non è stato integrato nella nostra esperienza, nella percezione che noi abbiamo di noi stessi e del mondo. Rappresenta un elemento di dis-integrazione che altera l’ equilibrio omeostatico del nostro organismo.
Questa energia residua, che non è stata scaricata durante l’evento traumatico, non sparisce da sola: resta in circolo nel corpo e produce i sintomi.

La guarigione dal trauma dipende innanzitutto dal riconoscimento dei sintomi perché, individuando questi, si riconosce anche la sensazione di trattenimento, di irrigidimento, di blocco che accompagna il trauma e che ha ostacolato la metabolizzazione di quell’esperienza negativa che continua ad essere fonte di stress.
L’obiettivo della terapia dovrebbe essere quello di reintegrare, nel sistema psicofisiologico della persona, questa parte frammentata che disturba le altre funzioni e compromette la vita affettiva, sentimentale, lavorativa e sociale della persona.
Per curare il trauma, non è utile rivangare vecchi ricordi e riviverne intensamente il dolore emotivo: ciò sortisce solo l’effetto ritraumatizzante, ma è invece più importante sperimentare e disincastrare la “scarica” di quell’energia che è rimasta bloccata durante l’evento traumatico, che ci ha impedito di fuggire, o affrontare il pericolo, o difenderci, o proteggere qualcuno……, congelandoci in una sorta di immobilità passiva che non ci ha concesso di essere operativi ed efficienti.
Quindi, più che andare a rispolverare il trauma, risulta essere più utile recuperare le risorse personali e fisiologiche che, forse inconsciamente, abbiamo cercato di mettere in circolo già all’epoca del trauma evitando il peggio e che magari continuiamo ad utilizzare per garantirci la sopravvivenza, senza esserne consapevoli. La terapia dovrebbe aiutare le persone a recuperare quelle competenze necessarie per tornare a vivere contando sulle proprie forze e strategie, se l’ organismo reagisce, spesso il trauma non si verifica o si supera più rapidamente.

La RESILIENZA è l’attitudine di una persona a reagire a stress o traumi che, al contrario, potrebbero risultare gravemente invalidanti.
Indica un insieme di caratteristiche di personalità che permettono di reagire agli eventi di vita, traendo stimolo dalla realtà circostante che viene affrontata con calma, ponderazione, coraggio, intelligenza, moderazione e accettazione. Attraverso queste componenti, la persona sperimenta il controllo sulla realtà che vive, sulle proprie azioni e percepisce di avere potere sul proprio destino.
La persona resiliente reagisce con tolleranza alla sofferenza e, invece di soccombere o lamentarsi con enfasi amplificando il problema, lo sfida e trae forza dalla sua impresa, direzionando le sue energie verso cambiamenti risolutivi e praticabili.
La possibilità di resilienza è influenzata dalla capacità di attingere alle proprie risorse personali, risorse che spesso si ignora di possedere o di aver messo in atto. La terapia stimola una rilettura dei propri comportamenti passati e presenti ed esplora le modalità di comportamento alternative che la persona è in grado di evocare e di produrre.
La risposta a uno stesso evento traumatico può essere tra il 1% e il 14% nella popolazione, superiore al 50% tra i soldati o le vittime. Evidentemente la risposta ormonale dipende anche dal giudizio della mente superiore.. Le donne arrivano a un 40-60% di reazioni positive.
Si parla di TRAUMA quando ciò che viene visto o subito come morte immediata o grave danno di sé produce un senso di paralisi o di eccitamento negativo che dura più di un mese, con problemi al lavoro o nelle relazioni sociali.
Se è pesante, occorrono due o tre mesi.
Il trauma può cicatrizzarsi dopo sei mesi. E’ allora che si interviene come per un lutto complicato (vigile attesa).
Più l’evento è ’stampato’, più gli occorrerà del tempo per essere metabolizzato. Ma noi non conosciamo il meccanismo di ristabilimento. Sappiamo solo che ‘il corpo ricorda’, ‘the body remember’.
Gli anziani che hanno subito un trauma possono tentare di sanare la frattura ‘inventando storie’. Anche i migranti possono farlo, per cui non è necessario che quello che raccontano sia vero anzi quasi mai lo sarà.
Sintomi del trauma: memorie intrusive, incubi, frammenti improvvisi non controllabili, distacco emotivo, evitare luoghi, cose o attività che facciano ricordare l’evento, ansia, ipereccitazione, soprassalti, insonnia, a volte allucinazioni..
Il disturbo da stress post traumatico è nel grado gruppo dei disturbi d’ansia.
In alcuni casi ci può essere un cambiamento di personalità (frequente nei campi di prigionia giapponesi perché il maltrattamento era psicologico più che fisico).
I disturbi dissociativi sono condizioni che comportano una discontinuità della normale integrazione della coscienza, identità, memoria, emozioni, percezione, comportamento e del controllo motorio. I soggetti con disturbi dissociativi usano la dissociazione, come meccanismo di difesa, in modo patologico e involontariamente. Tali disturbi possono essere innescati da un trauma psicologico.
Se i meccanismi di difesa si cronicizzano diventano patogeni. Per estinguere il trauma si può usare di tutto: yoga, meditazione trascendentale, catarsi, EMDR (desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari), semi ipnosi, autoterapia, Buddhismo, zen… ci sono decine di terapie.
Ledoux ne parla molto in “Anima”.
Si può usare una terapia narrativa, usare il racconto per produrre uno spostamento.
Si possono fare domande laterali: che tipo di reazione hai avuto in questo?
Non è detto che quello che ci viene raccontato sia vero, ma il paziente deve vedere che lo crediamo vero. Se racconta, vuole essere creduto, questo lo fa sentire meno afflitto. Occorre sempre accogliere sia la storia che il sintomo psicosomatico come veri.
Accetti il sintomo e lo esplori. Crei uno spazio protetto. Elimini qualsiasi giudizio.
Per il migrante il medico non è una persona, più facilmente è una rappresentazione del Paese che lo ospita, gli dà le risposte che aspetta da lui.
Lui vuole proteggere la sua storia per mille ragioni “Io paziente ti racconto la storia che penso tu ti aspetti da me”.
Noi non facciamo domande dirette, più spesso usiamo metafore, rappresentazioni, analogie, parliamo di qualcosa di simile, cerchiamo una storia che risuoni in lui: “Conosco un bambino che bagna il letto”. Il paziente può adattarsi alla mia immagine o ignorarla.
Il paziente è lui l’esperto del suo problema, della sua rappresentazione, del sintomo. Deve essere libero di dire: “Mi hanno fatto un vudù”. “Ho i vermi nella testa”
Quando parla di un occhio può essere l’occhio di Dio. Nelle ceramiche greche c’è un occhio azzurro con più cerchi che è l’occhio di Dio che salva dal malocchio. Lo stesso nell’antico Egitto, l’occhio di Horus

Nel Medio Oriente non si può dire il nome di un bambino senza aggiungere “che Allah lo protegga!” I bambini hanno sempre una perla blu che li protegge. Infiniti sono gli usi e costumi. Non possiamo conoscere l’infinita varietà delle culture umane ma possiamo sempre ricordare che gli atti di protezione sono tanti.

Ci possono essere cose che è pericoloso dire e cose che non devono nemmeno essere nominate. Andare per rappresentazioni permette di non invadere il paziente. Ricordiamo che la relazione è asimmetrica, io sono quello che cura, lui quello che ha bisogno, io rappresento le istituzioni di questo Paese, lui è l’ospite, io faccio parte della cultura dominante ecc.. Se mando messaggi di una osservazione attenta, riequilibrio un po’ questo squilibrio, anche se un ambulatorio non è proprio il luogo deputato a curare i traumi.

L’antropologo Ralph Linton dice: “Il pesce vive nell’acqua ma non la vede”. Cioè noi non vediamo la cultura in cui siamo immersi salvo quando ne usciamo e ci manca o veniamo a contatto con altre culture diverse. La cultura è come una placenta extrasomatica, l’involucro in cui siamo immersi. Un senegalese l’ha descritta così: “Tutto quello che mi porto dentro e che non mi possono rubare”. E’ il kit di sopravvivenza materiale-affettivo.
In ambulatorio occorre badare ad aspetti molto pratici, ma la cultura è un patrimonio che si trasmette addirittura nella placenta attraverso vie genetiche, è l’acqua per il pesce, il guscio per l’uovo, un qualcosa di osmotico. Non esiste ‘una’ cultura, ma tanti kit culturali, trasmessi in via ambientale e non, appresi dagli amici, dalla famiglia che segnano il modo con cui siamo e reagiamo al mondo. Il ‘tutti’ in una integrazione, il ‘tutto’ più o meno cosciente.
L’iceberg della cultura contiene tutto, vestiti, linguaggio, letteratura, clima, terra, credenze, leggi, morale, distanze reciproche… E tutto è dinamico e cresce col crescere dell’individuo.
Si pensi a Bateson “Ecologia della mente”.
Alla base si ha la reazione di fronte all’imprevisto, a eventi critici o a fasi importanti della vita personale. Di fronte alla crisi si torna al passato (vedi la neomamma ai primi problemi di accadimento del neonato che corre a cercare la propria madre, comunque siano stati i suoi rapporti con lei). Di mezzo c’è il linguaggio, come assorbimento di concetti attraverso la parola. Per esempio in molte culture manca un vocabolo per il concetto di ‘ansia’, che per alcuni significa solo ‘non dormire’. Nella lingua francese, invece, ci sono moltissimi termini per descrivere la tristezza perché il francese è soprattutto la lingua delle emozioni e del profondo. La lingua delle emozioni è in genere quella primaria, la lingua della madre. Quella del contesto arriva dopo.
Molti migranti vengono da Paesi che hanno due lingue, una materna e una coloniale.
E’ facile non capirsi, per es. si dice che le donne nigeriane non conoscono la depressione solo perché invece di volgerla in modo introverso la usano in modo estroverso.
Chi transita da una cultura a un’altra è in una situazione di disagio.
Ancor più chi ha subito torture e stupri e si difende col silenzio.

Anche il viaggio può essere stato un trauma, fame, sete schiavitù, torture, prigionie, pestaggi, stragi.. le donne sono sistematicamente violentate. La traversata del deserto è costellata dai cadaveri degli amici, dei parenti…
Poi c’è il trauma delle condizioni di arrivo. Il Paese d’origine è il luogo degli affetti, dell’infanzia ma se ne fugge perché è anche il luogo della fame, della guerra, della disperazione…Il Paese di arrivo è diverso economicamente e culturalmente ma è anche quello dove le promesse saranno deluse, ci sarà precarietà, frustrazione, senso di esilio…

Il fine delle torture è destrutturare la personalità del soggetto e del suo gruppo di appartenenza, indurre l’essere umano all’impotenza. Spesso molte torture non lasciano tracce visibili.
Per es. la ragazza prigioniera, nell’ora d’aria, doveva girare assieme alle altre attorno alla testa tagliata di una di loro. Oppure doveva assistere alla tortura di uno dei suoi famigliari ed era rimastra traumatizzata soprattutto dal vedere il carceriere che colpiva col calcio della pistola la testa di sua madre e non poteva accettare quel sangue che sgorgava, la vista di quel sangue della madre era stata per lei la peggiore delle cose che le avevano fatto.

Frequentissimo lo stupro come arma di guerra, presente in tutte le guerre di tutti i popoli di tutti i tempi. Ci sono addirittura campi di stupro. O donne che sono lasciate alla mercé dei soldati per stupri consecutivi.
Dal punto di vista culturale, il corpo della donna è sempre stato usato come strumento di comunicazione, la guerra mette in gioco la violenza sessuale.
La virilità aggressiva è volontariamente lo strumento di sopraffazione del branco. L’esercito vive se stesso come corpo collettivo che rafforza il senso di potenza e violenza maschile nella strategia di annientamento del nemico. Contamino il nemico col mio seme, guasto la sua discendenza, inquino la terra coi suoi bastardi. Lo umilio e disonoro perché non ha saputo difendere le sue donne e la sua propagazione genetica.
Le nostre culture si basano su due tentativi di controllo:
-mantenere la discendenza
-tenere sotto controllo il mistero della sessualità e della fecondità femminile.
Pensiamo ai manifesti con lo slogan: “Difendiamo le nostre donne dagli stupratori islamici!”

Dopo un anno, un anno e mezzo, può accadere che il migrante di colpo parli, apra la pentola e viene fuori tutto assieme. A quel punto sarebbe bene che gli operatori fossero due. Se scatta la risonanza, uno dei due deve fare un passo indietro e lasciar lavorare l’altro. Per esempio se uno dei due assistenti può non leggere bene la diade madre-bambino e va in crisi.
Spesso proprio quando arriva il riconoscimento del rifugiato e tutto va bene, è proprio quello il momento in cui la persona implode. “Ora mi devo assumere la responsabilità di tutto quello che ho subito. .”.
Lo shock è favorevole alla sopravvivenza, mentre finora non sentivo dolore e morte perché dovevo lottare, ma, quando le cose finalmente cominciano a girare, ecco che cade il meccanismo difensivo. Finché vivo nell’emergenza, sospendo la memoria. L’emergenza è comunque una attività che richiede attenzione ed energia. Quando finisce, il meccanismo non è più necessario e il trauma ti assale. Finora ho girato, chiesto, sono andato in questura, ho raccontato una storia cercando di raccontare quella storia che sarebbe stata creduta, ho raccontato di me come se fossi un altro, ho nascosto quello che non sarebbe stato gradito ascoltare..La prostituta opera una scissione tra quello che lei è e quello che ha dovuto fare, come se fossero due persone diverse. La scissione è talmente netta che è difficile staccarsene. E’ come se avesse due personalità. “Ho lasciato una patria, una famiglia, una identità, un lavoro, una storia, mi trovo in strada senza una patria, una famiglia, una identità, un lavoro, non riconosco più la mia storia. Sono scisso tra ciò che ero là e ciò che sono qui”.
Quando il trauma esplode, esplode il senso di colpa: “Avrei potuto fare questo… Non ho fatto questo…” “E’ colpa mia…”.
Conviene in ogni modo pensare che avrei potuto essere diverso, perché ciò mi restituisce un senso di potere. La colpa è meno importante dell’impotenza. E’ meglio sentirsi cattivo in un mondo dominato da Dio che buono in un mondo dominato dal diavolo. Ci sono cose che non devono nemmeno essere pensate. E’ alienante pensare che non sono più nessuno.

Abbiamo anche viaggi non traumatici ma molti hanno attraversato deserti cosparsi di cadaveri, e tutte le donne e molti uomini sono stati violentati e ciò porta vergogna.
Tutte queste situazioni hanno in comune una serie di fratture.

Peggio ancora va ai figli di famiglie migranti, la famosa seconda generazione che non trova il suo posto nel mondo. Sono ancora più svantaggiati: ‘Cresci con chi vuoi ma mai come noi’. Di qui i fallimenti delle seconde generazioni. Gravissimi in Francia (ghetti, hinterland), paradossalmente meno gravi in Italia dove mancano meccanismo di assimilazione e ci sono macchie di leopardo.
Ricevono messaggi contrastanti. Non sono né di una cultura, né di un’altra. Sradicati per sempre. Alla fine si formano un’immagine di sé prevalentemente negativa.
Lo sradicamento può sfociare in abuso di droghe, comportamenti suicidi, autolesioni, atti catastrofici, gesti di rottura… Dietro gli atti di autolesionismo c’è spesso un simbolismo molto esplicito. Il corpo diventa lo spazio narrativo dove inscrivo il mio dolore. Mi impedite di esprimere ciò che sono, lo dico col mio corpo, con la mia pelle, ecco perché nei CTP spesso i migranti si cuciono la bocca o si praticano tagli e ferite. Appaiono tagli sugli avambracci, scarificazioni del corpo, messaggi scritti sulla pelle..

Inutile chiedere: “Come stai” In Senegal la domanda richiede una risposta obbligata: “Tutto bene, grazie a Dio!”

Occorre sanare le fratture, ricreare una identità, dare un orientamento nel mondo, un quadro di significati, ricostruire gli strappi. Ricreare la rappresentazione di se stesso.
Con metafore, narrazioni, immagini.

Una cosa positiva però bisogna dirla: pur attraverso mille difficoltà, il 90% di loro ce la fa anche da solo.
Per le badanti dell’est il problema non è lasciare i figli in patria ma non essere poi riconosciute da loro quando tornano, qui il trauma colpisce i figli che si sentono abbandonati e spesso si uccidono. Ci sono molte cose di cui non si può parlare. Molte cose più o meno patologiche sono seppellite nel più profondo silenzio.

Un episodio significativo: due ragazzi senegalesi attraversano mezza Africa in un viaggio lunghissimo, poi i barconi e sbarcano in Grecia. Sono in una cittadina, quando vedono di lontano i poliziotti. Non hanno documenti e si buttano in un giardino. Viene fuori la proprietaria. Non li denuncia alla polizia. Dà loro da mangiare e dei vestiti troppo larghi. Ebbene, del loro lungo e travagliatissimo viaggio, raccontano solo questo: della signora greca che è stata gentile con loro.

Mi hai dato qualcosa dunque esisto.
Mi hai sorriso, dunque esisto.
Mi hai aiutato, dunque esisto.
Esisto e posso ricominciare.

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