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Tuesday October 17th 2017

MASADA n° 1860 17-6-2017 JUNG 1-REPLAY-LEZIONE 1

Libro: LO SPECCHIO PIU’ CHIARO, di Viviana Vivarelli
Camminando con Jung

Siamo il nostro ricordo,
un museo immaginario di mutevoli forme,
specchi rotti in un mucchio”

(Borges)
..
Videmus nunc per speculum in aenigmate:
tunc autem facie ad faciem.
Nunc cognosco ex parte:
tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum
”.

Ora vediamo come in uno specchio in maniera confusa. Ma allora vedremo faccia a faccia.

Ora conosco in modo imperfetto,
ma allora conoscerò perfettamente come anche io sono conosciuto
.”
San Paolo (Corinzi 13,12)

PREFAZIONE

Ciascuno di noi è inevitabile
Ciascuno di noi è illimitato – ciascuno col suo diritto sulla Terra
Ciascuno di noi è destinato ai fini eterni della Terra
Ciascuno di noi si trova qui divinamente quanto
chiunque sia qui.

(Walt Withman)

Da tempo immemorabile l’uomo cura la malattia con le medicine. E da tempo immemorabile l’uomo cura la sofferenza anche con le parole, perché l’essere umano non è formato solo dal CORPO ma anche dalla PSICHE, e, se si vuole aprire alla spiritualità, deve tener conto di quella compagna invisibile che è l’ANIMA, mentre partecipa a un compito dato da un elemento superiore che chiamiamo SPIRITO.
Jung non presenta mai queste divisioni in modo netto ma lascia aperta la via a un pensiero volto a tale senso. Come vedremo, il suo dire non è mai sistematico o definitorio, come quello di Freud, per cui apre molti tipi di interpretazioni.

L’uomo, dunque, cura la psiche sofferente anche con le parole e lo fa da tempo immemorabile.
Di parole sono fatti i riti, le formule magiche, le invocazioni, le preghiere, le favole, i miti, la religione, la poesia, gli ideali, la tenerezza, l’amore…
Il bambino che piange perché è caduto non vuole solo che la mamma gli disinfetti la ferita, vuole che lo consoli, che lo coccoli, che gli dica che gli vuole bene, e vuole anche che gli racconti la favola del bambino coraggioso che sopportava le sue ferite, vuole avere un mito cui ispirarsi per sopportare i mali della vita e superare le sue prove. Anche la favola, il mito, fanno parte della formazione dell’uomo e delle sue cure.
Quando il corpo sta male, si guardano i sintomi sul corpo stesso e si danno delle medicine; quando la psiche soffre la si fa parlare, si ascolta, si comunica, si ipotizza che la psiche che essa abbia dentro di sé le cause del suo malessere, sappia inconsciamente perché soffre e abbia anche le soluzioni per guarire.
Che cos’è la PSICHE? Se si esclude nell’essere umano tutto ciò che è corpo, gran parte di quel che resta è chiamato psiche. Ma questa parte non visibile, e in parte nemmeno conscia, produce anche molte manifestazioni del corpo o ne dipende, lo guida, lo fa ammalare, lo fa guarire, viene a sua volta implicata nelle sue ferite o nei suoi miglioramenti. Quando si parla dell’uomo come un insieme psico-fisico si intende questo, meglio sarebbe considerarlo un’unità inscindibile di corpo, psiche, anima e spirito.
La psiche si manifesta con pensieri, emozioni, desideri, paure.. ma anche sogni, allucinazioni, incubi e a volte fobie, tic, malattie psicosomatiche, cadute del sistema immunitario… Freud esaminava i blocchi psichici in patologie molto gravi: paralisi, cecità isterica, forme di panico, impotenza sessuale… ma corpo e psiche non sono separati, ciò che avviene nella psiche può modificare il ritmo cardiaco, la pressione, la glicemia, la reazione ossea o muscolare, la secrezione ghiandolare, le funzioni percettive, il sistema endocrino, il livello immunitario…
In senso lato, naturalmente, corpo, psiche, anima e spirito sono connessi in un essere solo, e non si può separare l’uno dall’altro.
In senso specifico abbiamo chi questa separazione la fa, ignorando che l’essere umano è un unicum, non frammentabile in parti. I medici occidentali, in genere positivisti e materialisti, tentano di curare solo la parte materiale dell’uomo, ignorando tutte le altre parti.
Accanto ai medici, attenti solo alla parte fisica dell’uomo, abbiamo i preti che curano l’anima, gli psicologi che esaminano il comportamento visibile: i riflessi, la memoria, l’attenzione, la fatica…, gli psicoanalisti che cercano di penetrare le cause invisibili del comportamento, quella parte della psiche nascosta e sconosciuta che Freud per primo chiamò INCONSCIO.
Resta lo spirito, il quale è una ipotesi che viene rilasciata a qualche raro filosofo, mistico o medium, e che di questi tempi viene regolarmente eluso in Occidente persino dalle chiese ufficiali.
Dei due fondatori della psicoanalisi, Freud e Jung, Freud si comportò da medico e psichiatra, con una interessante ipotesi sull’INCONSCIO INDIVIDUALE collegato ai disturbi della sessualità.
Con Jung le cose si arricchirono con l’intervento di coordinate spiritualiste, che normalmente vengono ignorate sia dal medico che dall’analista.


Freud

Freud è uno scienziato determinista per cui la malattia, che per lui è sempre e solo un blocco sessuale, ha delle cause che egli pone nel passato, un rimosso basato sulla colpa che deve essere portato alla luce per far scomparire il sintomo. L’analisi si muove dunque a ritroso, cercando quelle cause nell’infanzia, nel rapporto del bambino coi genitori.
Jung è un ricercatore teleologico o finalista, per cui il malato eve essere portato a guardare avanti e a creare il suo futuro in base al compito esistenziale per cui è venuto al mondo, compito che l’anima deve portare avanti e che proviene dallo spirito.
Jung non tratta specificamente problemi sessuali e non racchiude ogni problema in un’eziologia precisa e limitata, né lo riporta a uno schema risolutivo fisso, ma considera l’essere umano come portatore di una duplice funzione, in primo luogo personale nel senso di scoprire tutte le proprie potenzialità e di esprimerle, in secondo luogo sociale nel senso di migliorare il mondo.
Per Freud il lavoro dell’analista finisce quando il soggetto ha recuperato la propria sessualità ‘normale’ ed è in grado di avere un orgasmo ben riuscito con un partner di sesso diverso.
Per Jung la malattia o anche solo l’inquietudine, l’insoddisfazione, il tormento o il vuoto del vivere sono solo intime manifestazioni di disagio in un’avventura più grande che si chiama vita, per cui ognuno di noi ha un compito che dovrebbe riconoscere o realizzare. Il sintomo indica che questo riconoscimento o questa realizzazione non sono facili, ma il compito di chi cura l’altro o di chi cura se stesso non si esaurisce con la scomparsa del sintomo ma continua fino all’espressione massima dell’io, diventa un’avventura esistenziale.
Nella visione junghiana la malattia stessa è vista in un senso molto più ampio, non solo come fattore di dolore ma anche come occasione di crescita e di stimolo per arrivare a una coscienza allargata.
Il PROCESSO DI INDIVIDUAZIONE è questo: capire che siamo per realizzare il compito per cui siamo venuti al mondo.
La psicoanalisi nasce ai primi del 1900, in Europa.
Freud è austriaco, fonda la Scuola di Vienna; Jung è svizzero e fonda la Scuola di Zurigo. Con loro la cura delle parole diventa scienza e prende il nome di psicoanalisi.
Prima c’era stata la psicologia e anche Aristotele se n’era occupato. La psicologia osserva il comportamento visibile dell’uomo, mentre la psicoanalisi si inoltra nella sua parte invisibile, quella che egli ignora e non controlla ma che ugualmente può modificare il suo comportamento, il suo benessere, la sua salute.
La psicologia osserva i segni esteriori del comportamento visibile, la psicoanalisi penetra la psiche nella sua parte nascosta e invisibile. Tutto comincia dal guardare o dal poter mostrare, fino ad arrivare a comprendere anche l’ombra che sta in noi stessi.
La psicologia è una scienza descrittiva mentre la psicoanalisi è una scienza terapeutica e, con Jung, diventa una disciplina evolutiva.
Freud si applica al malato sessuale. Per Jung ogni uomo è malato in quanto vive, perché è la vita in sé che porta scompenso, squilibrio, malessere e si deve cercare di conoscere se stessi per vivere meglio, per realizzarsi in modo più compiuto. Per Jung la psicoanalisi è l’avventura della ricerca entro se stessi, sulla strada dell’evoluzione.
La mente è un occhio che vede, spesso è un corpo che soffre e un cuore che duole, raramente è un’anima che comprende o uno spirito che si rivela.
Il medico in genere si rivolge solo al corpo del paziente. Ma rivolgersi a tutte le parti che ci compongono, materiali o invisibili, può servire meglio alla crescita umana.
Per Jung la vita è un percorso verso l’identità nel senso più sociale del termine per realizzare un uomo migliore per un mondo migliore. Chiama questo percorso un PROCESSO DI INDIVIDUAZIONE; esso consiste nel diventare ciò per cui siamo venuti al mondo, ciò per cui siamo nati, e dunque realizzare il nostro significato che è insieme però un significato sociale. Hilmann parla della “ghianda che diventa quercia”.
Il divenire umano è rivoluzionario perché, ovunque l’uomo lotti per manifestare se stesso e liberarsi dai vincoli che glielo impediscono, attua una rivoluzione. La rivoluzione vuol essere, sempre, un atto di liberazione.
La vita di Jung fu rivoluzionaria perché egli fu il pioniere di se stesso, ed è una vita interessante da conoscere perché in tal modo, seguendo la sua liberazione, anche noi saremo spinti a liberarci.
La psicoanalisi parla dell’uomo, dunque ci riguarda. L’uomo è un cercatore e questo fa la sua grandezza e la sua differenza; noi siamo qui per guardare le sue difficoltà e, chiarendole, chiarire le nostre.
Una ricerca umana è sempre una ricerca di libertà, per essere tutto ciò che possiamo essere, contro ogni ostacolo o blocco che vuole impedircelo.
Ognuno di noi tende alla realizzazione di se stesso, la propria individuazione, essere in modo completo quell’unicità che noi siamo potenzialmente, senza lasciare parti non realizzate o non manifeste.
Ma la realizzazione individuale ha significato solo se è anche sociale. Il compito dell’Io non è, come intendeva Freud, il raggiungimento del piacere, o come intendono altre ideologie, il raggiungimento della felicità o del potere o del possesso, ma è partecipare nel miglior modo possibile al mondo, partecipare con la nostra evoluzione all’evoluzione collettiva. I mali dell’uomo sono i mali del mondo, ma anche le sue scoperte e le sue grandezze. E ogni passo che ognuno di noi fa in avanti aiuterà il mondo ad avanzare e a progredire.
La ricerca di Freud porta a un soggetto chiuso in una individualità egocentrica, alla ricerca del proprio piacere soggettivo. Il concetto di individuazione di Jung porta a un essere umano che da una parte si rispetta e si realizza, dall’altra partecipa al grande fiume dell’umanità in nome di un inconscio collettivo a cui tutti apparteniamo.
Tutto sempre insieme; mai sopra o sotto o senza.
Aristotele diceva che l’uomo è felice quando fa bene quello che fa, e la prima cosa che l’uomo fa è ‘essere se stesso’, e, principalmente, manifestarsi come individuo e come essere sociale.
La prima scoperta da cui si parte è l’identità, scoprire chi siamo, in base ad essa cercheremo di svilupparci al massimo nella socialità, realizzando ogni nostra potrenzialità, e in ciò sta la felicità dell’essere vivente. Prima realizzarci nell’io, poi usare l’io per il noi.
La ghianda è felice quando diventa quercia; l’uovo è felice quando diventa uccello; l’uomo è felice quando fa uscire da sé tutto l’umano che c’è. Aristotele diceva che, essendo l’uomo un essere sociale, si realizzerà vivendo socialmente e ponendo il bene collettivo nella sua realizzazione personale (di qui la democrazia partecipativa).
E poiché la conoscenza di sé è conoscenza della vita, l’uomo che si conosce, e che conosce i legami che lo uniscono a tutti gli altri, è l’uomo che impara a vivere bene se stesso.
La storia della psicoanalisi è storia di due esseri: l’uomo eterno che comprende tutta l’umanità, e l’uomo contingente, del suo disagio e dei modi che ha inventato per crescere in se stesso e far crescere il mondo.
In verità questi concetti non sono molto diffusi in Occidente, in virtù di ideologie che non sono connesse ai modi filosofici per essere più umani, ma si rifanno al potere e ai modi con cui il potere alimenta e mantiene se stesso, e primariamente la differenza, la separazione, la divisione, l’emarginazione, l’alienazione, l’opposizione, la creazione del nemico… Jung ci dà una profonda lezione di umanità, in quanto supera le barriere che lo chiudono in una precisa cultura o religione, in un preciso tempo o luogo, per aprirci a una visione dell’umanità di cui si cercano i legami, le correlazioni, le analogie, e in cui si esaltano valori diversi da quelli inculcati dal mercato, in primo luogo la felicità.
L’articolo 1° della Costituzione americana dice che ogni uomo ha diritto alla felicità, ma noi lo contestiamo. La spinta alla felicità (che comprende anche il possesso e il potere) ha prodotto molto egoismo, sia individuale, che di gruppo, di classe, di nazione, di religione, di ideologia.. e tutto questo egoismo, tutta questa pretesa forzata alle felicità, hanno prodotto in realtà molto dolore nel mondo e ne hanno aumentato la miseria sia materiale che spirituale.
Ci sembra più ragionevole pensare che l’aspirazione di ogni uomo debba essere non la felicità ma la consapevolezza, e non crediamo proprio che ciò significhi essere più ricchi, più felici o più potenti, ma pensiamo debba significare essere qualche volta più sereni, certamente più pensosi, e consapevoli delle nostre difficoltà in modo diverso.
Preferiamo in ogni caso una persona che piange sui dolori del mondo che uno stolto, egoista e soddisfatto, che non si cura che del proprio benessere o piacere.
Freud cerca di guarire il paziente dai suoi complessi, mirando al suo piacere materiale, soprattutto quello sessuale.
Il processo di individuazione di Jung non tende a soddisfare un egoismo o a guarire una patologia, ma aspira ad avvicinare l’Io al proprio SE’, concetto più vasto che rientra nell’equilibrio e nella giustizia universali e inserisce il senso della nostra vita nel senso collettivo.
Il Sé non è qualcosa che riceviamo per nascita, come il nome o i beni ereditari, non è un diritto riconosciuto dalla legge o all’ambiente, anzi il mondo intero congiurerà per togliercelo.
Il Sé è la meta del cammino, la conquista dell’opera, lo splendore del compito; sta in fondo al percorso come il sole sta in fondo all’orizzonte; noi camminiamo verso la sua realizzazione e non è bene soffermarsi troppo sull’oscuro che sta alle nostre spalle o sulla malattia che ci blocca momentaneamente. Non è bene nemmeno appoggiarsi troppo agli altri per essere liberati. Molto ci sarà dato se avremo fiducia nella vita che è dentro di noi, meno se ci affideremo solo agli altri o al destino, dimenticando di camminare coi nostri passi.

Per sempre noi siamo migratori
La nostra migrazione può avvenire mentre siamo nel chiuso
di una stanza
o presi da un sogno.
La migrazione non è fatta di passi
e c’è chi consuma molte scarpe senza migrare mai.
Chi viaggia senza cambiare è come se non si fosse mai mosso
perché il cammino dell’anima è un dono degli dei.
C’è chi torna e riparte o smania e si muove di qua e di là
e rimane perpetuamente stagnante.
E c’è chi migra perennemente senza perdere le sue radici
come un mare d’erba sotto il vento.
Il viaggio trascorre sotto gli occhi dell’anima
come un lungo paesaggio.
Che il tuo corpo si muova o sembri fermo
l’anima che viaggia è un’eterna canzone.
L’anima che viaggia si fa sempre più canzone
sempre più un cantare è la vita
.

IL CORPO SENZA VOCE

Il corpo è una registrazione della vita, della vita data, della vita presa, della vita separata e cicatrizzata
(Clarissa Pinkola Estès, “Donne che corrono coi lupi”)

Il nostro re, che è un dio, affermava che, come non bisogna tentare di guarire gli occhi indipendentemente dalla testa, né la testa indipendentemente dal corpo, così non bisogna neppure tentare di guarire il corpo indipendentemente dall’anima… Tutti i mali e tutti i beni, diceva, provengono al corpo e all’uomo intero dall’anima… E’ questo oggi l’errore degli uomini: che alcuni cercano di essere medici separatamente di una cosa o dell’altra, della saggezza o della salute”.
(Platone – Carmide)

«Il corpo è diventato da molto tempo uno dei luoghi su cui confluiscono i saperi, un luminoso campo di incertezza dove far emergere una politica violenta anche se apparentemente liberatoria… Malattia, desideri, dolore, nevrosi, costrizioni: il potere agisce sui corpi lasciandovi marchi, regole, divieti e trasgressioni, strutturandoli, come lo stesso Foucault dice, in un carnaio di segni».
(Francesca Alfano Biglietti)

La psicoanalisi nacque ai primi del 1900 per le nevrosi, malattie senza causa organica, considerate disturbi della sessualità.
Per esse lo psichiatra SIGMUND FREUD fissò il concetto di INCONSCIO INDIVIDUALE, cantina della psiche, parte nascosta che disturba il comportamento cosciente e produce il sintomo, e ipotizzò che il sintomo sparisse quando la sua causa occulta fosse portata alla luce.
Con Jung si ipotizzò un altro ignoto: l’INCONSCIO COLLETTIVO, che non riguarda più il singolo ma l’intera specie umana.
Freud e Jung creano i presupposti per la nostra cultura.
Freud è materialista, semplice e coerente. Jung è spiritualista, complesso e asistematico.
Sono due psichiatri, ma creano una scienza nuova, la cura con le parole, lo studio della psiche profonda e apparentemente inaccessibile, lo studio dell’inconscio, la PSICOANALISI.
La psiche di ognuno di noi è formata da una PARTE CONSCIA e una PARTE INCONSCIA.
La coscienza (che non deve intendersi qui come coscienza morale) è la capacità di guardare, porre attenzione, conoscere, controllare; è l’IO che presuppone di poter gestire il comportamento, di sapere ogni cosa di sé, eppure questo IO ignora contenuti, pulsioni, imperativi, bisogni che si nascondono nel profondo, una parte oscura di noi che sfugge all’occhio della coscienza, di cui non sappiamo nulla ma che può influenzare il comportamento, la salute, i pensieri, i desideri, le scelte… un soggetto nascosto che interferisce con la coscienza e la volontà ed emerge indirettamente, secondo Freud, nel LAPSUS, LA DIMENTICANZA, IL SOGNO, IL SINTOMO, IL TRANSFERT, LA PROIEZIONE, L’ARTE, L’INTUIZIONE…
Dai primi del 1900 l’Occidente ha cominciato a studiare questo nuovo soggetto, l’INCONSCIO, allo scopo di rendere l’IO più consapevole e libero.
L’inconscio è stato una delle più grandi ipotesi del ventesimo secolo.
I primi decenni del 1900 hanno visto grandi scoperte scientifiche del mondo fisico: Einstein con la teoria della relatività, la fisica quantistica che studia le particelle subatomiche e rovescia la concezione del mondo, il DNA…
La psicoanalisi è stata la grande rivelazione nel mondo della coscienza: l’io cerca di allargare i suoi confini e di penetrare gli spazi oscuri, illuminando il NON IO, che, come un oceano oscuro, circonda la zattera della coscienza.
A questa illuminazione contribuisce prima la psicoanalisi freudiana che guarda al sintomo nevrotico, poi quella junghiana che guarda all’evoluzione della specie.
Jung apre una serie di nuove discipline e tecniche che favoriscono l’espressione della coscienza creativa al di là della terapia: non più la contenzione o la terapia farmacologica ma anche la meditazione, la pittura, la poesia, la danza, il canto, il sogno lucido, la visualizzazione, il simbolo, il respiro, lo psicodramma, il gioco, l’arte…
L’arte, particolarmente, che non è solo creazione di oggetti belli ma esperienza di totalità, strumento dell’essere, creazione del capolavoro interiore, realizzazione della Bellezza in sé.
Tutto comincia con Freud che pone nuove coordinate conoscitive e Jung ne è l’ampliamento ma non possiamo immaginare due persone più diverse: Freud si occupa solo del sintomo individuale, che per lui è solo sintomo sessuale, e della sua cura, Jung oltrepassa l’ambito terapeutico per una metafisica mirata all’evoluzione della specie.
L‘inconscio individuale freudiano si limita ai contenuti personali rimossi o repressi.
Jung scandaglia l’inconscio collettivo come una realtà superiore ed extraumana, che è guida e risorsa insieme.
Prima di loro, alla fine del 1800, non esisteva la psicoanalisi, c’era solo la PSICOLOGIA, che era la Cenerentola delle scienze, mentre la PSICHIATRA era una disciplina organicistica che creava schemi di categorie patologiche senza avere le terapie corrispondenti; ghettizzava i malati mentali con etichette come neurastenia, demenza precoce, schizofrenia, isteria… ma non era in grado di curarli; poteva ammassarli in grandi nosocomi per poveri, come la Salpetriere di Parigi che Freud vide come studente per tre mesi, o isolarli in cliniche di lusso, come il Burgholzli di Zurigo dove Jung lavorò per nove anni.

La Salpetriere
I medici non conoscevano la mente, tanto meno la psiche, e sapevano poco dei sistemi nervosi o ormonali.
La medicina è stata una delle ultime scienze dei tempi moderni. Partita dal corpo ippocratico e dalle definizioni aristoteliche era rimasta invariata per il primo millennio del Medioevo, e anche dopo, quando le prime università decollarono su giurisprudenza e teologia, realizzò pochi progressi, rimanendo ancorata a terapie brutali e primitive. Si ignorava cosa fosse il corpo umano, anche a causa della Chiesa che vietò le dissezioni fino al 1600. I medici europei erano figure di scarsa professionalità, cavadenti o speziali, che spezzavano le ossa o praticavano salassi, non conoscevano il corpo umano e ancor meno la mente e, fino al 1800, i loro sistemi di cura restarono rozzi e rudimentali, a differenza di altre medicine molto raffinate come quella cinese o indiana, antichissime ed evolute.
Bologna ebbe una delle prime università europee (1081): l’Archiginnasio o Scuola Superiore, ma solo nel 1600 costruì un’aula per dissezioni, il Teatro anatomico dell’Archiginnasio.
Poi le cose cominciarono a procedere e nel 1900 le scoperte mediche arrivarono veloci, anche se la medicina si occupava quasi unicamente del corpo, ovvero la parte materiale dell’uomo, riducendo ad esso tutto. Persino Freud, il fondatore della psicoanalisi, sperò fino alla fine della sua vita che si trovassero dei farmaci chimici in grandi di guarire anche le malattie della psiche.
Negli ultimi decenni sono nate le neuroscienze, le ricerche neurologiche, endocrine, genetiche…, sempre su una base solidamente materiale: cellule nervose, cervello, ghiandole, ormoni, DNA….
Per molto tempo dunque la psiche è rimasta ignorata, come un dato fuori campo, senza propri paradigmi, senza una visione della realtà analoga a quella della fisica quantistica. La medicina è rimasta ancorata ai paradigmi positivisti, che guardano l’uomo come una macchina formata da tanti pezzi materiali, per cui si cerca la causa di malfunzionamento nei pezzi stessi, senza sapere nulla dell’energia globale che li armonizza. Lo stesso schema della psiche di Freud è costruito secondo una metafora idraulica o meccanica.
Ma il mondo di Jung è già il mondo della nuova fisica.
Wolfgang Pauli, Premio Nobel per la fisica, è amico di Jung e il modo rivoluzionario con cui Jung esamina la psiche umana ha molte analogie con le intuizioni di Pauli; è una vera e propria rivoluzione dell’uomo e del cosmo.
Con lui si esce dalla visione dell’uomo-macchina per l’uomo-energia inserito nell’energia-mondo, secondo un universo globale, spirituale e intelligente, “il mondo come enorme pensiero”, come direbbe la nuova fisica.
Jung precorre il pensiero della fisica moderna che nelle sue intuizioni si avvicina alla filosofia indiana ed è molto più moderno e stimolante di Freud, anche se la medicina classica continua a tenerlo in disparte, preferendo le vecchie categorie ottocentesche del positivismo materialistico, mentre stiamo ancora aspettando che la terapia si evolva passando dall’aspetto materiale dei sintomi a quello più sottile dei simboli e degli scopi.
Freud e Jung furono contemporanei, si conobbero e furono amici (Jung era più giovane di 19 anni e avrebbe potuto essergli figlio, Freud nasce nel 1856, Jung nel 1875) ma sembrano appartenere a due mondi opposti; Freud è positivista e materialista, Jung spirituale e simbolico. I loro paradigmi mentali sono lontani anni luce. Per questo tra loro, dopo un innamoramento iniziale, ci fu una rottura durissima molti dolorosa. Erano due delle menti più intelligenti di tutti i tempi, pionieri di una ricerca nuova e appassionante, partecipavano alle stesse passioni e alle stesse scoperte, Freud era così preso da Jung che pensava di farne il suo delfino, il suo successore nella scuola di Vienna.
Jung capì da subito che le loro differenze erano abissali e incompatibili. Quando si arrivò alla rottura, il colpo fu durissimo per entrambi e sfociò in una depressione di alcuni mesi simile a un lutto. Poi Jung andò avanti sulla sua strada, con la scuola di Zurigo e scoperte nel campo della psiche che non sarebbero mai state conciliabili con le teorie di Freud. Ma entrambi i loro lavori dovevano significare una grande svolta nel pensiero occidentale. Una svolta epocale, di paradigmi e conoscenze, che possiamo paragonare al passaggio dal sistema geocentrico e quello eliocentrico o al pensiero successivo alla teorie della relatività di Einstein.
In particolare, per Jung, la sua ricerca accompagna tutto quel movimento di pensiero che si determinò in Europa verso gli anni 20-30, che videro l’apertura alle culture orientali, il modificarsi della sensibilità letteraria, Herman Hesse, l’astrattismo di Kandinsky, le conferenze di Madame Blawatski… tutto un movimento di reazione al materialismo imperante che metterà radici poi negli Stati uniti, in California, nella new age, nei movimenti contro la guerra, i figli dei fiori …
Oggi viviamo di nuovo una fase intermedia che prelude a un grande cambiamento epocale, molti concetti cambiano e si sviluppa un pensiero alternativo alla scienza ufficiale mentre sorgono ideologie alternative al mercatismo neoliberista e alle false democrazie come alle chiese ufficiali intese come centri di potere. Per questo oggi Jung è più interessante che mai, mentre tendiamo a una visione unitaria di mente e corpo simile a quella delle antiche dottrine indiane o cinesi e il villaggio globale nelle telecomunicazioni ci fa sentire in rapporto col mondo in modo più unitivo, contro le false rappresentanze divisioniste.
Per questo oggi e Jung torna a essere significativo. Molta parte del suo pensiero riporta all’Induismo o al Taoismo, tanto che viene tradotto e letto anche nel mondo asiatico e piace la sua visione universale per cui tutto è una stessa energia, che si manifesta o come materia o come mente.
Spesso lo psichiatra occidentale è uno specialista organicistico che si limita alla risposta neuro-endocrina del paziente e prescrive terapie chimiche, curandosi poco della sua storia o della sua personalità. Per l’analista junghiano, invece, ogni uomo è una storia e un vissuto, un quid alchemico di emozioni, una configurazione energetica da cui partire e una potenzialità che si vuole attuare.
Oggi i terapeuti sono di vari tipi, molti non ancora riconosciuti, si muovono tra organico e mentale, abbiamo omeopati, iridologi, fitoterapeuti, chiropratici, agopunturisti, kinesiologi… tutti uniti dalla caratteristica di vedere corpo e anima come realtà connesse.
Appena cento anni fa, ai primi del 1900, nulla si sapeva della psiche; la malattia mentale era considerata una patologia organica a causa non visibile. Le isteriche erano considerate malate di hysteros =utero, e, dopo la loro morte, vanamente si cercava la causa della malattia in una autopsia dell’utero stesso.
Oggi si parla di cause psichiche per alcune patologie e forse in futuro parleremo di cause energetiche, oggi siamo in un luogo di mezzo, tra la visione materialistica ufficiale e quella energetica non ancora riconosciuta.
Il primo testo di Freud esce ai primi del 1900 L’interpretazione dei sogni’ (‘Der Traumdeutung’), dapprima ignorato e considerato addirittura un libro esoterico e scandalistico, sconvolgerà in seguito la cultura ufficiale.
Seguirà ‘Psicopatologia della vita quotidiana’, poi gli altri libri di Freud che non sono moltissimi, per uno schema piuttosto semplice della malattia mentale a cause sessuali, che ha il merito di fondare i capisaldi di tutta la ricerca psichica futura.
In un tempo in cui si parla d’isteria in termini di ‘utero’, Freud parla di sofferenza psichica in termini di ‘vissuto’. Sono due codici diversi che trattano due ordini di realtà distinti.
La grande novità è che Freud considera corpo e psiche come due entità autonome, ognuna con le sue leggi e il suo linguaggio.
Un sintomo (psichico o fisico) può avere la sua causa tanto nel corpo quanto nella mente; questa è la scoperta fondamentale della psicoanalisi: trattare la psiche come un mondo a parte.
La psiche è divisa tra parte conscia, ovvero chiara a se stessa, e parte inconscia, ignota o oscura, non conosciuta. Nell’analisi, Freud dichiara che la psiche è un vero e proprio apparato o sistema, un mondo parallelo all’organico, con le sue leggi e il suo linguaggio.
Con Jung le cose vanno oltre. Se Freud pone la psiche individuale come una realtà autonoma, Jung ipotizza che essa possa contattare un piano di realtà ancora più ampio, uno psichismo universale o intelligenza che guida tutta la specie. La psicologia esce dalla sfera individuale e diventa collettiva, esce dalla terapia e diventa metafisica. La psicoanalisi di Jung esce poi dal campo ristretto della sessualità per affrontare tutte le tematiche umane.
Sia Freud che Jung emancipano la psichiatria dal settore corporeo e la collegano al mentale. Non è un passaggio facile e non tutti lo accolgono, ancor oggi Rita Levi Montalcini, che pure è un Premio Nobel, afferma che: “Il pensiero è un prodotto secondario del cervello, come il sudore lo è della pelle”, riduce dunque tutto e solo all’organico.
La medicina fa fatica a superare la materia nell’ambito accademico ufficiale. Ma la vera novità è l’enorme movimento di pensiero che si sviluppa fuori dalla cultura ufficiale, specialmente da Jung in poi, un movimento spontaneo e continuo dal basso, che cambia il modo di pensare l’uomo, la salute e il mondo, una vera rivoluzione culturale per una visione globale che investe tutti i settori dell’uomo, un cambio di valori e paradigmi che costituiscono una nuova “Welthanschauung”, visione d’insieme di tutte le cose.
I due pionieri sono contemporanei ma molto diversi tra loro. Freud, aderente alla vecchia mentalità positivista dell’800, considera l’uomo una macchina, legge la psiche come un circuito idraulico o elettrico, un serbatoio, una pompa, un sistema elettrico, in cui il carburante o fluido è l’energia sessuale e i sintomi sono i suoi blocchi che ne impediscono la circolazione. Ognuno ne tiene le cause nascoste nell’inconscio, l’analista le scova come un detective, le porta alla luce, il blocco scompare e la macchina bloccata riprende a funzionare, uno schema facile e semplice, che piace molto come tutte le cose semplici, anche se poi nella realtà non funziona, le cause si moltiplicano, molte sono impossibili da trovare, i sintomi si spostano, alla fine l’analisi diventa interminabile.
Freud divide la psiche in tre zone: IO, ES e SUPER IO.
L’IO è la parte relativa alla coscienza.
L’ES è un luogo oscuro da cui tentano di emergere contenuti rimossi perché l’IO non ne sopporta l’esistenza. Possono essere pulsioni inaccettabili, come può avvenire per un puritano uomo di chiesa che è torturato da desideri sessuali inconfessabili, o pulsioni naturali che sono state rimosse per motivi famigliari, ambientali o culturali, come può avvenire per una donna frigida in relazione a un normale istinto sessuale, si può trattare di una ambivalenza, un rapporto odio-amore, possono essere ricordi traumatici che sono stati rimossi per evitare una sofferenza insopportabile, come una memoria atroce di guerra o uno stupro infantile.
Ma la legge, nella storia della psiche come nella storia dei popoli, è che tutto ciò che è imprigionato o represso, censurato o emarginato, lotta per venire alla luce.
Il problema dell’ES è che i suoi contenuti sono inconsci, il soggetto è perturbato dalle spinte che questi contenti fanno per emergere, ma una ferrea CENSURA PSICHICA cerca di tenerli nell’ombra, in tal modo l’IO deve impegnare molte energie che potrebbero servirgli in altro modo, e, se ne deve impegnare troppe, non gliene restano più per vivere e si ammala.
Sopra l’Io esiste il SUPER IO, una zona, in parte conscia e in parte inconscia, da cui provengono degli imperativi, che ordinano al soggetto che cosa fare o non fare. Questi non sono da confondere con i comandi etici e possono anche non esserlo affatto. Dominano comunque il comportamento umano in modo categorico. Per es. un soggetto può essere incapace di rubare e potrebbe non farlo nemmeno avendone bisogno in circostanze facilitanti e in assenza di testimoni e sarà consapevole di questo comando interno, che rientra in un quadro di leggi etiche. Nel caso della patologia, il soggetto non riesce a fare certo atti, anche naturali, in base a comandi interni di cui non è consapevole, per es. una paziente di Freud non poteva bere nessun bicchiere d’acqua ma non poteva spiegare il perché. L’analisi portò alla memoria un episodio in cui in un salotto le era stato offerto un bicchier d’acqua, ma lei aveva visto il cagnolino bere da quel bicchiere. Per educazione non aveva potuto dir niente, ma il sintomo successivo era stato l’impossibilità di bere da qualunque bicchiere. Una volta fatto riemergere quel ricordo, l’impossibilità a bere scomparve. L’analisi provò che quella ambivalenza si associava a un’altra, ben più grave, di odio-amore verso il padre ammalato.
L’IO, dunque, si trova a dover lottare contro due padroni, le pulsioni dell’ES che tentano di emergere, e quelle del SUPER IO che mandano comandi e, in questa lotta, può soccombere.
La malattia è la conseguenza della lotta che l’Io si trova a fare con le istanze del Super Io e quelle dell’Es.
Ogni disturbo psichico deve avere una sua causa, questa viene situata nell’infanzia, si tenta di portarla alla luce usando i sogni e le associazioni di parole, in tal modo i contenuti ingombranti o inaccettabili o le pulsioni illegittime dell’Es verranno alla luce e sprigioneranno la loro energia, diventando controllabili.
Per Freud “il bambino è un essere desiderante”. Ogni volta che il suo desiderio si scontra col mondo esterno (PRINCIPIO DI REALTA’) viene rimosso, cioè nascosto nell’inconscio, ma premerà poi per riemergere, costringendo l’Io guardiano ad un grande dispendio di energia per tenerlo sotto controllo.
Via via che l’analisi porta alla luce il contenuto rimosso, si libera l’emozione connessa ad esso (abreazione) e la psiche si riappropria dell’energia perduta, per un migliore adattamento all’ambiente.
Ma da dove nasce l’opposizione al desiderio? Dalla relazione sociale, che, per Freud, è principalmente quella del bambino con i genitori che gli pongono i primi divieti. Il bambino ha dei desideri ma i genitori gli dicono di no.
E qual è, per Freud, il desiderio massimamente censurato? Quello sessuale. Nel caso specifico è il desiderio di possesso totale che il bambino maschio ha nei confronti della madre, per cui si trova a sviluppare una rivalità verso il padre, che pure ama (conflitto emozionale).
Questo è, grosso modo, lo schema fisso di Freud, che dopo aver avuto alcune bellissime intuizioni, resta impaniato in quello che è il suo complesso personale, un complesso paterno negativo, che egli chiamerà COMPLESSO EDIPICO.
Jung va oltre, perché vede emergere, nei sogni o nelle visioni o nell’arte dei suoi pazienti, gioielli inestimabili, contenuti che non sono illeciti rimossi, come pretende Freud, e spesso non appartengono nemmeno alla storia individuale del paziente ma sono propri dell’umanità intera, come se esistesse una grande psiche universale che nutre l’uomo di ogni tempo e luogo di energie e visioni: l’INCONSCIO COLLETTIVO.
Questo straordinario concetto apre altre possibilità, con intuizioni nuove e straordinarie, e dà, all’uomo che soffre o vuole evolvere, nuove aperture che vanno oltre la sua persona.
Freud è materialista, nasce da famiglia ebraica anche se non è credente, nega i valori religiosi, nega la spiritualità e l’anima. Jung appartiene all’area cristiano-protestante, la sua famiglia conta undici preti, ed è un cercatore d’anima e un medium naturale.
Freud è ambizioso e desideroso di affermazione sociale; Jung è socievole ma riflessivo, indifferente ai riconoscimenti e alla ricchezza, pronto a rinunciarvi per seguire la voce interiore.
Freud vive sempre sotto gli occhi del pubblico, ne ha bisogno, è un protagonista ambizioso e un leader tenace che cerca fama e ricchezza; Jung ama la solitudine e la ricerca di se stesso fino a intraprende un solitario e rischioso viaggio d’anima paragonabile a una esperienza sciamanica.
Anche le carriere professionali sono diverse: Jung lavora in un famoso manicomio di Zurigo, Burgholzli, di cui diventa direttore; Freud visita un ospedale solo per pochi mesi da studente e poi si occupa di ricche borghesi nevrotiche nel suo studio di Vienna.

Istituto psichiatrico di Zurigo, il Burgholzli
Nemmeno i loro pazienti si somigliano: Freud cura isterici e nevrotici, Jung dapprima ha pazienti schizofrenici, poi persone colte e intelligenti, che hanno oltrepassato la prima parte dell’esistenza, hanno sistemato famiglia e professione e cercano un senso più alto della vita.
Il concetto base della teoria freudiana è la sessualità, pulsione organica fondamentale ed energia primaria. Per Jung l’energia è indifferenziata, può essere sessuale come spirituale, e ciò che lo interessa maggiormente è l’elemento religioso, cioè unitivo, dell’universo, il luminoso, il sacro o, come dice lui, il numinoso, da numen= divino.
Fino a pochi decenni fa Freud aveva il primato della cultura europea e parole come inconscio, rimozione, complesso, fobia, associazione, Edipo… appartengono ormai al linguaggio comune. Ma negli ultimi tempi Freud ha subito molte critiche e si è fatta avanti una serie di operatori che usano, alla maniera junghiana, terapie, tecniche, forme di meditazione, comparazioni religiose o etniche, simboli, fiabe, sogni, opere d’arte… insomma un vasto repertorio di strumenti che oltrepassa la pura analisi dei sogni.
Jung è in maggiore sintonia col nuovo pensiero e già conoscerlo fa stare meglio, cambia la prospettiva mentale, introduce in una nuova filosofia del vivere.
Il pensiero di Freud è materialista, scientifico e aderente alle scienze positiviste occidentali, ma dagli anni 30 in poi gli influssi delle culture orientali hanno penetrato il mondo occidentale, cambiando sensibilmente le nostre coordinate e ammorbidendo il nostro materialismo. Questa tendenza era già in atto in personalità come Kereniy, Hesse, Wilhelm, Kandinskij… e a poco a poco è entrata nel pensiero generalizzato.
Freud nasce nel 1856 e Jung nel 1875; Freud muore nel 1939 e Jung nel 1961, due vite molto lunghe, 83 e 86 anni, molto produttive fino alla morte.
Freud mantiene quasi completamente l’impostazione iniziale. Jung evolve progressivamente fino ad una ricerca interiore di tipo sciamanico. Per cui le sue opere vanno lette in ordine di tempo, in quanto descrivono una crescita spirituale e non sono facili da interpretare, salvo la sua biografia, “Ricordi, sogni, riflessioni di C. G. Jung”, composta con l’aiuto della sua collaboratrice Anela Jaffé, a cui accostiamo l’unico libro esplicativo e sintetico di Jung, “L’uomo e i suoi simboli”, scritto alla fine della sua vita su precisa richiesta della televisione inglese.
A questi due libri possiamo accostare “Il mondo dei sogni” di Marie-Louise von Franz. E le tre opere possono costituire un valido inizio per accostarsi al suo mondo.
E’ passato un secolo da quando nella Vienna ingessata e conformista apparve il primo libro di Freud e oggi la nostra civiltà vive un altro spirito e un altro pensiero. Oggi ci sembra strano che ‘L’interpretazione dei sogni’ sia stata classificata come libro esoterico e scandaloso. Certo attaccava tabù sessuali in un tempo in cui il solo parlare di sessualità era trasgressivo e sono cambiate molte cose, il mondo femminile è avanzato, la morale sessuale e familiare non è più quella vittoriana. Se Freud vivesse oggi e vedesse le coppie di fatto, la libertà femminile, la contraccezione rabbrividirebbe.
Il libro sui sogni oggi è un reperto archeologico, ci appare didattico e analitico, riduttivo e monotematico. Malgrado la venerazione che l’Occidente ha avuto per Freud, nessuno oggi pensa più che i simboli dei sogni siano tutti sessuali o che il sogno sia solo “il soddisfacimento di un desiderio”. Freud è stato superato dal mutamento culturale, tuttavia ci sono ancora psichiatri che lo applicano fedelmente o che considerano solo i trattamenti chimici e nelle università mediche la psicologia continua a essere una materia secondaria, anche se aumentano i medici che, bontà loro, cercano integrazioni con altre discipline meno accademiche.
Oggi le multinazionali comandano la ricerca legandola a forti interessi economici. I business altissimi della chimica farmaceutica condizionano le università, i policlinici, le leggi, i programmi, i sistemi sanitari, le informazioni… e chi se ne arricchisce non ama che l’uomo si curi con le parole e meno ancora che se stesso o usi sistemi naturali: il paziente deve essere un compratore di merci e continuare ad alimentare altissimi business. Dunque la medicina ufficiale accetta male o per niente le terapie alternative o morbide, soprattutto quelle che curano attraverso l’anima o restituiscono all’uomo il controllo autonomo della sua salute.
L’ideale di una multinazionale non è l’uomo fai da te che evolve verso il proprio benessere, ma un malaticcio di lunga durata che continua a comprare molti farmaci. E tuttavia tanti hanno scoperto che si può stare meglio con cure più umane e globali, rispettose dell’integrità dell’essere e dei suoi ritmi naturali.
Freud inventa la cura delle parole, Jung cura l’uomo con l’uomo e favorisce una diffusione di attività espressive, alternative, rivolte alla spiritualità.
La conoscenza e l’uso delle risorse umane, il ritorno dell’uomo a se stesso, l’esplorazione del sé, la ricerca dell’anima, una vita più equilibrata e naturale, la prevenzione della malattia… sono tanti modi non invasivi con cui cominciamo a riappropriarsi di noi stessi.
In un mondo dove tutto è denaro, il pensiero alternativo che sfugge al mercatismo è l’unica libertà che ci resta.
Studiare Jung può aiutarci a porre noi stessi al centro del nostro sguardo, a ritrovare il cuore perduto, l’amore che ci dobbiamo, la comunione col mondo, un senso diverso del vivere, una speranza in più contro l’alienazione progressiva e la manipolazione imperante.
In un mercato che distrugge l’uomo e lo aliena sempre più da se stesso, la storia di Jung è un esempio pedagogico, storia di un uomo che visse non per vendere o per comprare, ma per conoscersi, un uomo che rifiutò l’esteriorità per l’anima, l’avere per l’essere, e si inoltrò in un viaggio difficile e pericoloso per esplorare un territorio ignoto oltre se stesso, per trovare risorse che non si comprano o si vendono ma si sperimentano.
Jung indica un grande obiettivo esistenziale, che non è il potere o la ricchezza, il dominio o l’antagonismo, ma la consapevolezza, la realizzazione della propria individuazione, il cammino all’interno di una totalità più grande che ci trascende, il compito sociale.
Egli fu un viaggiatore d’anima che intraprese un cammino evolutivo oltre l’Ego, verso l’unione con l’Essere supremo, anche se non nominò mai Dio e non parlò mai di religione e venne criticato dalla chiesa protestante come da quella cattolica per avere dichiarato intuizioni che contrastavano con i loro dogmi.
Il suo pensiero si identifica col suo percorso interiore, è la storia di un percorso, nella relazione tra la parte conscia dell’anima e quella inconscia superiore, fino ad arrivare all’Io collettivo, al noi, alla totalità, in una progressiva via di liberazione.
Il mondo di Freud è freddo e analitico, la macchina umana è smontata in pezzi e ricomposta, in un sistema razionale a cui non si sfugge, che piace agli analitici che cercano schemi rigidi, sicurezze e ordini geometrici. Il mondo di Jung è volatile e ombroso, senza definizioni, schemi o strutture; egli allude più che dimostrare, e ognuno lo intende diversamente, perché Jung ha un pensiero non sistematico ma allusivo.
Egli ci dà qualcosa che apre al futuro, in cui ognuno può cominciare ad avanzare per proprio conto, senza modelli fissi e in modo creativo, e questo piace a chi ama la libertà e l’indipendenza, agli avventurosi, a chi cerca l’intuizione del nuovo. Si esprime nello stile evocante del linguaggio poetico, che per molti è fonte di rigenerazione e gioia perché è una forza zampillante ed eterna, apre una porta per una via indefinibile dove nessuno è solo e ognuno può andare dove vuole e trovare ciò che ha e verso cui tende.
Come diceva Eraclito: “Per quanto tu cammini, ed anche percorrendo ogni strada, non potrai raggiungere i confini della tua anima, tanto profonda è la sua vera essenza.”
Sempre l’uomo finisce per essere ciò che crede di essere; se crede di essere una macchina determinata, agirà da macchina determinata; se crede di essere uno spirito libero, avrà molte più probabilità di diventare uno spirito libero.
La logica è un ottimo strumento, ma ci sono vie mentali altrettanto buone. La via della LOGICA è razionale e analitica, ordina il finito, le cose che si sanno già. La via di Jung è intuitiva e ANALOGICA, secondo una facoltà che Jung chiama IMMAGINAZIONE ATTIVA, e che non è la fantasia, ma una via più complessa, non ripetibile, che affonda nell’inconscio collettivo, nelle grandi immagini che da sempre guidano l’anima dell’uomo.
Per Freud abbiamo un ritorno al passato, che ripete se stesso, riporta l’uomo all’infanzia e spesso ce lo inchioda, in una ricerca volta all’indietro.
Per Jung esiste il Viaggio in cui si va sempre avanti, un Viaggio che inizia dall’uomo ma lo oltrepassa, “La via errabonda che ristabilisce l’armonia originaria che esisteva una volta fra l’uomo e l’universo“.
Qui le definizioni non bastano, le spiegazioni sono insufficienti, non c’è un sistema esplicativo di certezze, ciò che conta è l’esperienza, il cammino e il cambiamento. S. Agostino diceva: “Non andare fuori di te, torna in te stesso. Nell’uomo interiore troverai la verità“.
L’uomo interiore di Freud è l’infanzia e i suoi conflitti, l’uomo interiore di Jung è l’assoluto.
Quale dei due è migliore? Ognuno sceglie quello che gli somiglia. Può accadere che uno non sia nel momento giusto per apprezzare Jung, perché delude i razionalisti come i materialisti, e non c’è niente di male a rifiutare ciò con cui non si è in sintonia, ma c’è sempre la possibilità di cambiare.
La psicoanalisi freudiana è una dottrina maschile e sessuale, fatta per uomini, che parte da una società patriarcale fondata sul conflitto odio-amore del figlio maschio con la figura paterna, è una teoria di guerra e antagonismo.
La psicologia junghiana è più duttile, nasce dalle valenze dell’energia femminile, nel suo senso più ampio, non sessuato, come qualità dell’essere e del vivere, insieme di equilibrio, armonia, accoglienza, unione, protezione, cura, servizio…
Freud considera solo l’energia sessuale e cerca i suoi blocchi.
Per Jung l’energia è ‘indifferenziata’, ma più spesso è spirituale.
Uno cerca l’eliminazione del sintomo, l’altro lo considera un simbolo, una porta per evolvere, per avere una esperienza trasformativa, seguendo il richiamo di un elemento sacro.
Ciò che Freud chiama inconscio individuale è una parte della psiche umana, Ma ciò che Jung chiama inconscio collettivo non nasce dall’uomo né gli appartiene, è una energia universale, un immenso fiume che trascina l’umanità intera e la sua storia, una forza potente, che porta l’uomo oltre se stesso, produce la storia del mondo e le sue culture ma nello stesso tempo le trascende.
Jung è un poeta alla ricerca di un’espressione creativa, un filosofo che intravede una verità suprema, un mistico che insegue una visione universale. Si pone al centro della cultura europea ed amplia le categorie del suo pensiero. Dà al mondo una nuova visione, e, se ognuno di noi avrà una nuova visione di se stesso, forse potrà costruire un futuro migliore.
Usciamo da tempi dominati dalla ragione ma la ragione da sola non basta e può diventare disumana e portare l’umanità sull’orlo della distruzione, come fanno l’economia, la politica e certa scienza; forse avremmo bisogno di un pensiero diverso, un livello spirituale più alto, che superi i nostro limiti e guardi all’infinito.
Non ci bastano più norme localizzate, cerchiamo valori e diritti validi per ogni uomo della Terra. Così in economia non ci basta scavare un angolo di sopravvivenza, vogliamo partecipare ai problemi anche di quelli che sono meno fortunati di noi.
Gli uomini nuovi lavorano su due piani d’integrazione, uno individuale e l’altro sociale: ogni essere non è più uomo-cellula, ma uomo-mondo; la parola d’ordine è l’unione; cerchiamo l’armonia tra i piani dell’essere, prima in noi tra i nostri livelli: corpo, sensi, intelletto, affettività, intuizione, spirito.. poi tra noi e gli altri, in correlazioni culturali e in forme partecipative, e sempre con la Natura, in un sentimento religioso universale.
Jung ci insegna una nuova trascendenza. Avanza sulla via dello spirito secondo una evoluzione aperta, in cui ogni risultato è transitorio. Gli Indiani dicono: “La vita è un ponte. Attraversalo, ma non costruirvi nessuna casa!”
La cultura occidentale ha dato la prevalenza alla logica e ha esaltato l’individualità ponendo ogni fine nel possesso e nel potere, fino al mito dell’Uomo Forte e al fanatismo cieco, forza dei deboli che si lasciano plagiare e hanno comportamenti ideativi meccanici e omologati ma chi più comanda. Il pesante materialismo di questo pensiero ha svuotato di senso le religioni, gli ideali, le ideologie.
Via via che essi hanno dimostrato di non saper più porre validi fini umani, è aumentata la solitudine dell’uomo moderno e il suo bisogno di Appartenenza, la sua necessità di Senso.
Grazie alla logica senza cuore siamo caduti nel Trauma della Mancanza e nel Complesso dell’Abbandono, che coglie tutti quelli che si separano dal loro Sé più profondo. Ma le nuove forme di solidarismo sono terapie viventi.
Ogni tempo ha il suo disagio mentale: nevrosi, depressione, abulia, anoressia, bulimia…Con nomi diversi, in tempi diversi, l’uomo manifesta la propria sofferenza. Per il nostro tempo Jung parla di nevrosi, dice: “Siamo tutti nevrotici, soffriamo perché siamo separati dallo Spirito”. La sua soluzione è rendere all’uomo l’uomo tutto intero, fargli sperimentare la vita con maggiore pienezza, collegarlo agli altri in un progetto solidale.
Seguendo il cammino di Jung ci avvicineremo all’inconscio collettivo, attraverso il sogno, la visione, il simbolo, l’atto sincronico, l’arte…; parleremo di valori; apriremo la mente straordinaria, la parte di noi che possiede la visione.
Conoscere se stessi è una grande avventura e io credo valga la pena di provarla.
La visione tipicamente junghiana è finalistica, teleologica, dal greco telos che vuol dire fine, visione in cui si legge ciò che accade in funzione di uno scopo futuro a cui le cose tendono.
Il sistema freudiano è tipicamente causalistico o deterministico, legge i fatti in funzione delle cause che lo hanno prodotto, è rivolto all’indietro.
Nel sistema freudiano noi stiamo male perché siamo determinati o condizionati da fatti che sono successo in passato. In quello junghiano tendiamo a realizzare noi stessi per un compito che si realizzerà nel futuro.

C’era una volta una ragazza africana che si ammalò di depressione. Andò dal medico che la curò con psicofarmaci, ma la depressione non guarì. Andò dallo psichiatra che la curò con prodotti ormonali e chimici, ma la depressione continuava a essere. Il neurologo propose allora di mandarla in una clinica. La ragazza aspettò finché la sofferenza non divenne troppo grande. Allora andò dallo sciamano della tribù. Egli la ascoltò in silenzio. Quando ebbe finito, le parlò. Le disse che gli antenati l’avevano scelta per darle una missione. Il suo dolore significava che la vita come l’aveva fatta fino adesso era finita e che questa pelle non le bastava più, doveva “salire su un gradino più alto e prepararsi per un nuovo compito”. Avrebbe cambiato pelle, perché avrebbe cambiato anima. Si sarebbe spalmata tutto il corpo ed il viso, tutta la pelle meno gli occhi, di argilla bianca, senza toglierla mai, una bianca argilla che l’avrebbe curata nel corpo e nell’anima, si sarebbe vestita di bianco e avrebbe fasciato il capo di stoffa bianca. Così, tutta bianca, come un morto o un neonato, un fantasma o un angelo, sarebbe rinata, sarebbe stata visibile agli Antenati, questi l’avrebbero trovata facilmente e sarebbero venuti a parlarle nei sogni.
Ogni mattina la ragazza sarebbe andata alla capanna dello sciamano e gli avrebbe raccontato i suoi sogni, perché nei sogni gli dei ci parlano ma noi non ne comprendiamo il messaggio. Ogni mattina lo sciamano avrebbe aiutato la ragazza a capire i propri sogni. E insieme l’avrebbe addestrata, con gli altri allievi, ad imparare i segreti della natura e delle erbe che guariscono. In particolare le avrebbe insegnato i segreti dell’argilla bianca, che ha il potere di dare un nuovo corpo e una nuova conoscenza.
L’argilla bianca poteva guarire ogni male. Lei sarebbe andata con la sua tanica di plastica a prenderla in cima a un dosso ripido, dentro un grotta dove zampillavano piccoli sbocchi vulcanici di argilla medicamentosa piena di minerali. Nella caverna, la ragazza avrebbe mangiato di questa argilla e avrebbe avuto spaventosi dolori di pancia, poi avrebbe cominciato a guarire. Con quest’argilla avrebbe guarito prima se stessa e poi avrebbe imparato a curare gli storpi e i sordi e i malati di ogni male.
Per 17 anni la ragazza imparò. Imparò a guarire se stessa, guarendo gli altri. Imparò a cambiare. Dopo 17 anni era molto diversa, era diventata una sciamana e poté lavarsi via l’argilla bianca e ritrovare il suo corpo tenero e indifeso, come rinato, poté lasciare il suo maestro e andare di villaggio in villaggio a curare le persone tristi o sofferenti.

Quando la malattia viene, la vita si ferma. Quando la vita si ferma, ci fa soffrire perché ci chiede di cambiare. Senza sofferenza non cambieremmo mai. Stare fermi sul luogo del cambiamento non serve. La vita può andare avanti solo quando il cambiamento sarà accettato. Rifiutare il cambiamento significa rifiutare la vita e restare nella malattia, e il dolore, allora, diverrà ancora più forte.
Potremmo pensare che il dolore sia un segno. Ma ci vuole molta saggezza per capirne il senso. Il dolore è una moneta a due facce, la prima fa molto male, ma è molto difficile voltare la moneta e leggerne il valore, perché ciò significa cambiare pelle e diventare un’altra persona, e la cosa all’inizio è dolorosa. Così si può continuare a soffrire per molto tempo, ci si può persino affezionare alla malattia come se fosse la parte più importante di noi stessi, si può persino morirne. Ma non si fa un buon lavoro per noi e non si fa un buon lavoro per la vita.
Nella storia africana si parla del dolore del vivere e dei sogni, come se la malattia fosse un parto interrotto, una doglia, un significato nascosto che stenta a uscire. Nel mondo occidentale il dolore è considerato un sintomo da estirpare, ma nelle culture antiche era un segno da capire.
Per lo stregone africano la depressione è un dono del cielo, un’occasione di cambiamento, per questo egli aiuta la ragazza a cambiare e le dà uno scopo sociale, le dice di inserire il suo dolore in quello della sua comunità, di occuparsi del dolore degli altri. Il dolore è un segno per evolvere. E la ragazza guarirà quando capirà questo, quando inserirà il suo dolore in quello del mondo.
Ci sono molti modi per curare il mondo, ma per qualcuno è necessario entrare nel luogo della propria sofferenza. Il significato di ogni cosa è dentro di noi, ma noi non lo sappiamo. Non conosciamo le strade per comunicare con la nostra saggezza più profonda. Il maestro d’anima, se c’è (ma il nostro mondo è povero di maestri d’anima) ci può insegnare ad entrare nella parte nascosta di noi e a coglierne i messaggi.
La cura delle parole passa attraverso la riflessione interna, nell’incontro con quell’inconscio che si riverbera nel mondo dei sogni attraverso un linguaggio simbolico. I sogni sono considerati indizi, messaggi superiori, per un compito che ci appartiene, per cui siamo nati ma che ci è ancora oscuro.
Il disagio mentale, in questo quadro, diventa un privilegio; lo stregone dice alla ragazza malata: “Tu sei stata prescelta dagli dei”.
Un’energia superiore la aiuta a crescere più in fretta attraverso il dolore.
Il taoismo conosce questo concetto, i cinesi indicano la parola ‘crisi’ con un ideogramma che vuol dire ‘occasione’; il dolore è un’occasione, è la spinta verso una metamorfosi e una ristrutturazione della propria vita a un livello più alto.
Come lo stregone africano, Jung non ci insegna solo a eliminare i sintomi ma a vederli come indicatori affinché cerchiamo uno scopo oltre noi stessi, ed è meglio se è uno scopo sociale. Jung considera il dolore psichico l’inizio di un cammino in cui siamo stati scelti da forze superiori che comunicano con noi attraverso l’inconscio, non solo quello individuale, ma quello collettivo, dove è la saggezza della specie, una energia che ci trascende, super-umana e trans-umana, che protegge e dirige l’umanità.
Se per qualcuno una tesi spiritualista è peregrina, possiamo usare anche le scienze tradizionali, addirittura la stessa fisica che nacque intrisa di filosofia ma da qualche tempo è una scienza senz’anima. Eppure proprio la fisica, da qualche tempo ha elaborato teorie molto più ampie e spirituali che oltrepassano un determinismo puramente casuale.
Per spiegare l’universo, la fisica moderna ha trovato due grandi leggi: l’entropia e la sintropia.
L’entropia dice: la camera chiusa di mia figlia tende a un disordine crescente. Il caos cresce.
La sintropia dice: il cuore di mia figlia tende ad un ordine via via superiore e ad una crescente armonia e bellezza. L’armonia cresce.
La legge dell’entropia si deve a un vecchio fisico francese, Carnot, quella della sintropia al meraviglioso Prigogine 150 anni dopo, uno straordinario premio Nobel russo.
Entrambi partono dallo studio della termodinamica per postulare una grande concezione dell’universo.
Carnot osserva che un motore termico perde calore e afferma nella seconda legge della termodinamica che ogni sistema chiuso tende nel tempo a un crescente disordine. Ed estende questa osservazione a tutto il creato. Non gli importa che le creature viventi non siano motori termici, e anche ai fisici successivi sembra sfuggire che la vita organica sia qualcosa di diverso. I materialismo ha sempre avuto questa vocazione di ridurre tutto alla materia e di considerare anche l’uomo come una macchina. E’ una cosa deprimente, Einstein direbbe che è una brutta teoria.
Chissà perché tanta gente ha tanta repulsione per l’uomo spirituale, forse lo spirito è libertà e alcuni non amano la libertà perché non conoscono il proprio spirito. “Siamo poveri d’anima”, diceva Jung.
Dunque per 150 anni la fisica e’ stata dominata da una brutta teoria meccanicistica, poi e’ venuto lo splendido fisico russo Ilya Prigogine, che era anche un idealista, ed ha rivoluzionato non solo la termodinamica ma l’intera visione del mondo, dicendo: “Non e’ vero che andiamo verso il caos anzi, al contrario, la vita evolve dal caos verso l’armonia, perché i sistemi (viventi e non viventi) sono ‘aperti’, cioé scambiano continuamente energia e informazioni con l’ambiente”.
Prigogine immagina i sistemi viventi come vortici nella corrente di un fiume, vortici di energia fluttuante e instabile, che danno informazioni e sono raggiunti da altre informazioni, in questo scambio consumano molta energia, sono cioè dissipativi.
Questo scambio di stimoli/energia/informazioni e’ tale da trasformarli continuamente.
In certi momenti, però, il flusso può diventare così forte da rompere l’equilibrio interno, rendendoli instabili. Insomma quello che può capitare nella vita di un uomo quando gli eventi creano una disarmonia eccessiva e si arriva a un punto di rottura, crisi o depressione.
Quando il sistema aperto diventa troppo instabile, perviene a un punto critico e lo può superare solo in un modo: organizzandosi a un livello superiore.
Possiamo riportare questa legge a noi stessi. Anche noi siamo vortici di energia modificati continuamente dalle informazioni, finché giungono dei momenti in cui le informazioni in arrivo sono troppe o sono difficilmente assimilabili, non riusciamo più a metabolizzarle e arriviamo ad un punto di squilibrio, ecco, quello e’ il punto in cui si apre un possibile salto evolutivo. Possono esserci eventi della vita non facilmente integrabili fino a uno stato di crisi, in cui l’organismo fisio-psichico collassa. Quella crisi è una porta di possibilità. Se non la cogliamo, possiamo cadere nell’esaurimento, nella depressione, nella saturazione, nel collasso. Se la cogliamo, possiamo riorganizzare tutto il nostro essere a un piano più alto. Quello che avvenne a me quando arrivai alla diagnosi di morte. La sopravvivenza, o altrimenti il miracolo, furono possibili solo a prezzo di una nuova ristrutturazione delle energie in un sistema più alto.
Forse l’evoluzione è questo, un insieme di tappe, spesso dolorose, in cui riusciamo via via a realizzare una riorganizzazione ‘altra’ e migliore.
Quando il sistema arriva ad un punto critico, si raccoglie in sé come un sol tutto (molecola con molecola, informazione con informazione), sprigionando forze di auto-organizzazione maggiori, come se ogni sua parte fosse partecipe dello stato complessivo del sistema stesso e tutte le particelle intercomunicassero fattivamente tra loro.
Dunque l’evoluzione del sistema (o dell’uomo) passa per mutamenti successivi sostenibili, causati da continue informazioni, fino a punti critici in cui il sistema può o perire o salire ad un ordine più complesso. Nel secondo caso la crisi diventa trasformazione positiva. L’uomo compie un passo avanti nella sua complessità.
Il caos, allora, non è più il fine dell’universo, ma può diventare matrice di un nuovo ordine esistenziale.
Dal caos la vita, perché l’informazione coscienziale ha di per sé la tendenza a creare strutture sempre più coerenti, più belle e armoniche.
Ordine e disordine creano il mondo. Le culture antiche lo hanno sempre saputo.
In Egitto Horus e Seth ne sono i rappresentanti mitici, come il Kaos e Logos greci, o il Brahma e Shiva indù.
Come dice il filosofo Bergson: “Tutto avviene come se un’ampia corrente di coscienza esistesse ovunque, anche nella materia“.
Tutto può portarci verso una crescente armonia e bellezza, anche le crisi, anche le carenze, gli ostacoli, i dolori, le sofferenze, ma, massimamente, tutte le esperienze che viviamo nel profondo. E veramente la ‘crisi’, allora, come nell’ideogramma cinese, può significare ‘occasione’ e sta a noi far sì che l’occasione di cambiamento sia propizia, non solo a noi, ma al mondo… sia promotrice di crescita, evoluzione e progresso. Non per noi o a causa di noi, ma per la legge che regge tutte le cose e le conduce come un grande fiume verso il mare.
Così le unità di coscienza possono tendere all’auto-trascendenza, fondendosi in unità più’ vaste. Anche noi possiamo arrivare a trascendere ciò che siamo per diventare unità più ampie e armoniche, unità più consapevoli.

Un antico poema narra che il popolo degli uccelli, stanco di una esistenza mediocre e inutile, si lancia alla ricerca del suo mitico re Simorgh.
La maggior parte degli uccelli, spossata o delusa o sedotta dalle sorprese del viaggio o dagli idoli che incontra, si ferma per strada.
Un piccolo gruppo di uccelli ostinati, guidato dall’upupa, attraversando il deserto e le sette valli dell’incanto e del terrore, va avanti.
Esausti, con le ali bruciate, giungono alfine alla presenza dell’uccello-re.
Cento tende si scostano. Una viva luce brilla. Ma essi non vedono che UNO SPECCHIO.
Una voce dice loro: “Questo specchio è la sola verità”.
Il re Simorgh che hanno tanto cercato è loro stessi. Non bisogna attendere altro.
La voce aggiunge una frase magnifica, l’eco della quale risuonerà a lungo nella poesia persiana: “Avete compiuto un lungo viaggio e siete giunti al viandante
”.
..
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