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Friday November 17th 2017

MASADA n° 1834 3-3-2017 TRAVAGLIANDO

MASADA n° 1834 3-3-2017 TRAVAGLIANDO
Blog di Viviana Vivarelli

Amici suoi – Devitaliziamoli – La la Renz – Per chi stona la campana- Ecco le sette verità per demolire Mani pulite – La ragione ha torto –

Dire che sono una fan di Travaglio è poca cosa. Non lo considero il migliore giornalista italiano. Lo considero l’unico.

Citazioni da Marco Travaglio:

La Costituzione è molto più avanzata dell’Italia e di noi italiani: è uno smoking indossato da un maiale.
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Quando uno si informa è molto più difficile prenderlo per il culo.
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È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un evasore passi per le porte di un carcere.
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Se in America il giornalismo è il cane da guardia del potere, in Italia è il cane da compagnia. O da riporto.

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C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso perché ha paura di dover cambiare opinione.
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Antipolitica è dire «ce lo chiede l’Europa», ma se poi l’Europa ci chiede la legge anticorruzione, allora l’Europa si faccia i cazzi suoi.
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Raccomandati, riciclati, condannati, imputati, ignoranti, voltagabbana, fannulloni del nuovo Parlamento.

AMICI SUOI
Quello di ieri era cominciato come il solito, tranquillo giorno di ordinaria follia. I giornaloni sprizzavano altro sdegno contro il magistrato Michele Emiliano che osa candidarsi alle primarie Pd senza gettare quella brutta toga né vergognarsi degli sms che gli inviava Luca Lotti per raccomandargli Carlo Russo, compare di babbo Renzi (lo scandalo è riceverli, gli sms, non inviarli). Poi, purtroppo, a turbare la quiete prima della tempesta, è giunta la notizia dell’arresto di Romeo (Alfredo, quello che finanziava Renzi, non Salvatore, quello che non finanziava la Raggi) e delle perquisizioni chez Russo. E tutti quelli che avevano ignorato, nascosto, minimizzato l’indagine svelata il 22 dicembre dal Fatto sulle tangenti alla Consip (e non solo) per truccare il più grande appalto d’Europa e sulle soffiate che l’hanno guastata sul più bello, hanno dovuto parlarne con appena due mesi di ritardo. La storia i nostri fortunati lettori la conoscono bene. L’anno scorso, indagando sui lavori all’ospedale Cardarelli di Napoli, i pm s’imbattono nei traffici dell’imprenditore Romeo per agguantare la fetta più grossa di una mega-commessa Consip da 2,7 miliardi. E scoprono che a introdurlo ai vertici della società del Tesoro che fa gli acquisti per la PA è stato un giovane carneade di Scandicci, Russo, presunto imprenditore farmaceutico che fa coppia fissa con un vecchietto di Rignano sull’Arno dal cognome impegnativo: Tiziano Renzi, babbo del premier Matteo.

I due “facilitatori” del Giglio Magico si aggiungono al consulente fisso di Romeo, Italo Bocchino, ex deputato finiano con entrature politiche a destra e nei servizi segreti (era membro del Copasir). Le tecniche d’indagine antimafia – microspie ambientali e Trojan nei cellulari – vengono applicate alle mazzette: l’idea è dei carabinieri del Noe comandati fino a pochi mesi prima dal capitano Ultimo, poi trasferito altrove contro la sua volontà dal comandante Tullio Del Sette. Già a settembre Romeo sa da fonti istituzionali dell’indagine e persino del Trojan nel suo iPhone: parla solo a quattr’occhi e non fa nomi, che scrive su pizzini che poi butta nella spazzatura. Non sa ancora che i militari pedinano pure la sua monnezza e recuperano tutto in discarica. Ma a fine novembre viene informato anche di questo: gli inquirenti han trovato un suo pizzino con nomi e cifre. Il primo nome è quello del dirigente Consip Marco Gasparri, che lui tiene a libro paga (100 mila euro in tre anni, ora confessati da Gasparri e sequestrati dai giudici) perché sa come si scrivono le offerte tecniche alle gare per vincerle (“il prototipatore”).
A Gasparri, Romeo propone di concordare una versione di comodo per sviare i sospetti dei magistrati. Un giorno Gasparri gli domanda: “Ma chi è che ti aiuta?”. Romeo: “Sono arrivato molto in alto”. G: “In alto quanto? Ma chi è, il Papa? Un contatto in Vaticano?”. R: “Meglio“. G: “Ma chi è, Renzi?”. E Romeo zitto. Ma le altre sigle e tariffe sui pizzini sono eloquenti: “30.000 per mese” a “T.” (per i pm, Tiziano Renzi), “5.000 ogni 2 mesi” a “C.R.” (Carlo Russo). Scrive anche di “due incontri tenuti da T.” con “L.” (l’allora sottosegretario Lotti, secondo gli inquirenti) e con “M.” (Luigi Marroni, ad di Consip). Ma, prima degli eventuali versamenti, ecco una seconda fuga di notizie su indagini e cimici negli uffici Consip, che Marroni davanti ai pm attribuirà a quattro amici di Matteo Renzi: il comandante dell’Arma Del Sette avverte il presidente Consip Ferrara; Lotti, Saltalamacchia (comandante dei Carabinieri in Toscana) e Vannoni (presidente di Publiacqua a Firenze) avvertono lui, Marroni. Questi fa bonificare gli uffici e rimuovere le cimici. Così quei lauti stipendi in nero che – secondo la Procura di Roma – “Tiziano Renzi e Russo si facevano promettere” restano sulla carta. Anche babbo Renzi e Russo sanno dell’indagine, infatti si muovono con prudenze e accorgimenti da banditi braccati (lo scopre La Verità a novembre: terrorizzato, Tiziano smette di frequentare il bar del paese e si nasconde nel bosco per incontrare gli amici fidati). Il governo Gentiloni, anzi il ministro Orlando, si rimangia l’impegno sottoscritto con l’Anm dal governo Renzi, anzi dal ministro Orlando, per prorogare di un anno i capi degli uffici giudiziari prepensionati: così il procuratore di Napoli Colangelo, che coordina l’indagine prima che passi in parte a Roma, viene spedito anzitempo ai giardinetti.
Ora per la fuga di notizie (favoreggiamento e rivelazione di segreti) sono indagati Lotti, Del Sette, Saltalamacchia e Vannoni. Per le tangenti Consip invece è in carcere Romeo (corruzione) e sono indagati Gasparri (corruzione), babbo Renzi e Russo (traffico di influenze illecite, cioè mediazione di tangenti). La storia non si fa con i se, ma la politica forse sì. Chi mai darebbe retta a un tal Tiziano, se non fosse il padre di Matteo Renzi? E chi si filerebbe un tal Russo, se non fosse pappa e ciccia con i genitori di Matteo? E quanti dei personaggi succitati sarebbero in gattabuia a tener compagnia a Romeo, senza le soffiate di quattro amici di Matteo svelate sotto giuramento dall’amico Marroni e in parte confermate sotto giuramento dall’amico Vannoni? E Matteo conferma o smentisce che anche lui sapeva dell’inchiesta, come ha giurato l’amico Vannoni ai pm? E, se non smentisce e non querela, ci dice chi gliene parlò? E a quale titolo?
Viene in mente l’immortale risposta di un altro fiorentino illustre, il Sassaroli di Amici miei, all’architetto Melandri che gli chiede la mano di sua moglie: “È tutta una catena di affetti che né io né lei possiamo spezzare”. E in cima, anche se tutti lo nascondono, c’è Matteo Renzi. Tirare la catena per credere.

DEVITALIZIAMOLI
Essendo, come diceva Leo Longanesi, dei buoni a nulla capaci di tutto, i nostri politici stanno spendendo un capitale per acquistare la corda a cui qualcuno li impiccherà.
La nostra proposta di riforma dei vitalizi, o come diavolo si chiamano adesso, serve più a loro che a noi. Il risparmio non sarebbe stratosferico e non aiuterebbe a ridurre il debito pubblico, né la spesa pubblica, né tutto il resto. Non è una questione di soldi, ma di principio. Un principio chiamato equità.
Una classe politica ai minimi storici di credibilità, anzi la più sputtanata del pianeta, che approva continue riforme previdenziali, vieppiù allungando l’età pensionabile e assottigliando gli assegni, dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e una sul portafogli, convocare d’urgenza gli uffici di presidenza delle due Camere e approvare subito, all’unanimità, quei quattro ritocchi al regolamento che abbiamo suggerito. Possibilmente prima di settembre, quando scatterà il trattamento privilegiato per lorsignori. Così potranno decidere la data delle elezioni senza il sospetto di inseguire il proprio tornaconto. Invece è bastato che i 5Stelle si intestassero la riforma, con una proposta che peraltro ignora i privilegi degli ex parlamentari, molto simile a quella presentata due anni fa dal renziano Matteo Richetti, per scatenare la solita cascata di dichiarazioni demenziali.

Breve florilegio.
Giuseppe Lauricella (Pd).
“Il referendum del 4 dicembre ha già dimostrato che, nonostante la riduzione del numero dei senatori, gli elettori hanno fatto una scelta diversa. Eviterei di incentrare la nostra posizione sul tema lanciato dai 5Stelle, mi concentrerei su questioni più urgenti”. Lauricella è alla prima legislatura: se nulla cambia di qui a settembre, a 65 anni (contro i 67 e mezzo di noi comuni mortali) porterà a casa una pensione di 900 euro netti con 5 anni o meno di contributi versati. Comprendiamo il suo sgomento al pensiero che ciò non accada, ma suggeriremmo di lasciar perdere il referendum: se si fosse votato solo per tagliare i senatori, il Sì avrebbe vinto col 101%. Se ha straperso è perché i senatori non li avremmo più eletti noi, ma li avrebbero scelti i Lauricella. Quanto ai problemi più urgenti, i benaltristi ne troveranno sempre uno utile a rinviare la soluzione di qualcun altro: ma, di grazia, cos’ha impedito al Pd, che governa ininterrottamente dal novembre del 2011, di risolverli?
Roberto Formigoni (Ncd).
“I vitalizi non esistono più dal 2012. Bisogna uscire dalla demagogia e dal populismo, altrimenti ci ritroveremmo un Parlamento di ricconi e di miliardari”. I vitalizi esistono ancora, solo che ora seguono il sistema contributivo, con l’aggiunta di vari privilegi. Che Formigoni non ci faccia molto caso, è comprensibile: sia perché ha fatto voto di povertà (infatti i giudici che l’han condannato a 6 anni in primo grado per corruzione gli hanno sequestrato appena 6,6 milioni di euro). Sia perché, se la condanna diventasse definitiva, la pensione gli verrebbe revocata. Incuriosisce però quell’accenno al Parlamento dei ricconi: parla di se stesso, o del padrone che ha servito servilmente per vent’anni per poi mollarlo dopo la condanna (quella del padrone, non la sua)?
Lucio Malan (FI).
È una cosa surreale: la gente chiede lavoro, sicurezza e pulizia nelle strade”. Vero. Ma sfugge il motivo che impedirebbe alla gente che vuole lavoro, sicurezza e strade pulite di pretendere anche parità di pensioni per i parlamentari e per i comuni mortali.
Lia Quartapelle (Pd).
“I 5Stelle fanno tanti annunci, ma poi non fanno accordi su nulla. Se volessero cavalcare l’onda populista per tornare al voto domani, ci sarebbe un’altra strada: sedersi al tavolo con noi e scrivere una nuova legge elettorale”. Anche la nuova legge elettorale è un’ottima cosa, ma che c’entra con i vitalizi? Anzi, che c’entrano i 5Stelle? Se il Pd ha presentato con Richetti una proposta analoga sulle onorevoli pensioni, e Renzi ha chiesto di votare subito per non far scattare i vitalizi, perché non fa pesare la sua maggioranza e non vota la riforma, sfidando gli altri ad approvarla?
Fausto Bertinotti (ex Prc).
“A un signore di 90 anni la cui vita dipende solo dal vitalizio, secondo voi glielo si può togliere per lasciarlo così, senza alcun sostentamento? ”. Non sappiamo chi sia quel signore di 90 anni. Casomai si trattasse di Bertinotti fra 13 anni, la nostra proposta gli garantisce 5 mila euro al mese: ce la può fare perfino lui.
Alessia Morani (Pd).
“I 5Stelle pensano di fare copia e incolla della proposta Richetti. Che le pensioni dei parlamentari debbano essere equiparate a quelle di tutti gli altri lavoratori lo diciamo da tempo e dove governiamo l’abbiamo anche messo in pratica”. Siccome i pidini governano l’Italia e hanno la maggioranza in Parlamento, perché accusano i 5Stelle di non aver approvato una proposta che non hanno mai approvato neppure loro?
Alessia Rotta (Pd).
“Di Maio di cosa parla? Di Quarto, dei soliti giochini con le mail o con le chat? Piuttosto Di Maio ci spieghi meglio la vicenda Muraro o quella di Marra. Potrebbe chiedere scusa anche a Berdini, reo di aver detto la verità sulla giunta e sulla sindaca”. Noi, che pure abbiamo un debole per l’argomentare cartesiano della Rotta, stentiamo a cogliere l’attinenza dei casi Quarto, Muraro, mail, chat, Marra e delle frasi sessiste di Berdini (tanto piaciute alla signora deputata) con i vitalizi dei parlamentari. Ma dev’essere un nostro limite.
Intanto ci sale u n’inguaribile nostalgia per i berluscones che, a qualsiasi obiezione su qualsivoglia questione, rispondevano, a scelta: “E Stalin?”, “E Mao?”, “E Pol Pot?”,“E Castro?”.
Un Gasparri, al confronto, è Voltaire.

LA LA RENZ
Ha vinto La La Land! Anzi no, scusate, c’è stato un disguido, il vincitore è Moonlight!”. In una sola notte, quella degli Oscar, è successo quello che in Italia è accaduto negli ultimi tre anni, al rallentatore. Pareva che avesse vinto (non gli Oscar e neppure le elezioni: solo le primarie del Pd) un giovane rottamatore, un quarantenne che avrebbe rimesso al centro la questione morale, svecchiato la stagnante democrazia italiana e sbloccato i problemi fermi da decenni: il pie’ veloce Matteo. Invece c’è stato un disguido: il ragazzo non ha rottamato niente e nessuno (a parte un paio di compagni che non gli leccavano i piedi), anzi ha replicato i vecchi vizi della casta partitocratica, non ne ha azzeccata una e ora si ritrova con la sua famiglia e il suo clan inseguiti dai magistrati, in piena questione immorale. Eppure si ripresenta in tv (come l’altra sera da Fazio) sempre uguale a se stesso, anzi sempre più imbolsito e bollito, a ripetere sempre le stesse cose, più qualcuna di seconda mano (tipo il “lavoro di ci ttad ina nza ”, copiato addirittura dalle supercazzole di B., che nessuno sa cosa sia). E le tv e i giornaloni continuano a trattarlo come se non avesse governato e fallito per tre anni. La gente non lo sta più a sentire, i piani alti dell’economia lo considerano rottamato, il tour in America ha lasciato indifferente l’Italia (figurarsi l’America), il suo partito si spacca, molti renziani si buttano su Emiliano e persino su Orlando, Mattarella e Gentiloni fanno come se non esistesse.
Gli unici luoghi dove continua a spadroneggiare e a dettare la linea sono la Rai (nominata da lui), Mediaset (salvata da lui), il tg di Sky (mistero) e i giornaloni (ri-boh), come gli ultimi giapponesi che combattono nella foresta ignari della fine della guerra. E così l’inchiesta Consip sul più grande appalto (truccato) d’E uropa rovinata dalla più grave fuga di notizie istituzionale, che vede indagati i suoi parenti e amici più stretti, rimane una notizietta che compare e scompare dai radar, senza che nessuno approfondisca i fatti, a prescindere dal rilievo penale: un tragicomico ritratto di famiglia in vari interni. Ancora l’altra sera Fabio Fazio gli ha servito la domandina su un piatto d’argento, invitandolo a commentare l’i ndagine e ottenendone la non-risposta più scontata: fiducia nei magistrati, fare presto i processi in tribunale e non sui giornali. Ma che c’entrano i magistrati? Anche le indagini sulla giunta Raggi le fanno i magistrati, eppure i 5Stelle han dovuto spiegare sui media i fatti e i dubbi che emergevano dalle nomine, dalle polizze, persino dagli sms e dalle chat private.

Ma vi pare normale che tutti sappiano tutto delle polizze di un funzionario del Campidoglio, e persino dei furbetti del cartellino a Napoli, e nessuno sappia nulla dell’appalto da 2,7 miliardi che stava a cuore agli uomini più vicini a Renzi? Vi pare normale che ad assegnare l’appalto nelle prossime settimane sia lo stesso ad di Consip, il renziano Luigi Marroni, che fu avvertito dell’inchiesta e delle intercettazioni – dice lui – da Lotti e da due generali, bonificò gli uffici dalle microspie, mandò in fumo il lavoro degl’inqui renti e viene lasciato al suo posto da Gentiloni insieme al ministro e ai generali che lui stesso accusa per la soffiata? Vi pare normale che il favorito ad aggiudicarsi tre lotti (con la l minuscola) di quella gara, roba da 609 milioni, sia Alfredo Romeo, indagato per associazione camorristica e corruzione, finanziatore di Renzi, amico di babbo Tiziano e del suo mediatore Carlo Russo (indagati per traffico d’influenze)? E vi pare normale che l’altro giorno sia stato arrestato per bancarotta nel disinteresse dei media il faccendiere massone Valeriano Mureddu, residente a Rignano sull’Arno e vicino di casa di papà Renzi, che presentò un altro babbo famoso, Pier Luigi Boschi al bancarottiere Flavio Carboni per salvare la decotta Banca Etruria? E vi pare normale che queste domande non vengano mai poste a Renzi, Boschi &C. quando vengono intervistati (si fa per dire)? Se qualcuno le ponesse, dovrebbe poi riscrivere daccapo la storia del pie’ veloce Matteo. “Ag giornare lo storytelling del renzismo”, direbbe chi ha fatto le scuole alte.
Basterebbe applicare a Renzi le frasi che pronunciò ai tempi del governo Letta sul ministro dell’Interno Alfano che, nei guai per il sequestro Shalabayeva, disse in Parlamento di non essersi accorto che i suoi diretti sottoposti avevano rapito e deportato in Kazakhstan la moglie e la figlioletta di un noto dissidente: “Se Alfano sapeva, ha mentito e questo è un piccolo problema, se non sapeva è anche peggio”,“Non è vero che bisogna aspettare un avviso di garanzia per dimettersi”, “Il nuovo Pd credo che non difenderà più casi di questo genere”. Perché ciò che valeva per Alfano non dovrebbe valere oggi per Renzi? Delle due l’una. O Renzi non sapeva nulla dei traffici che suo padre e l’amico di famiglia Russo, forti l’uno il cognome che porta e l’altro della sua amicizia con la Family, intrecciavano in giro per l’Italia, da Napoli (con Romeo) a Roma (con Consip) a Bari (tentando di agganciare Emiliano, raccomandati da Lotti): e allora – adesso che sa tutto – dovrebbe già aver levato il saluto al funambolico genitore e al fedele ministro, prendendone le distanze (come la Raggi con Marra e l’altro Romeo) e denunciandoli per millantato credito. Oppure sapeva tutto e lasciava fare, e allora vorrebbe dire che: ha mentito (piccolo problema); è il capo di un clan familiar-amicale che usa la politica per fare affari (grosso problema); e non può scaricare nessuno perché sono tutti sulla stessa banda (enorme problema). Nel qual caso, altro che primarie: non potrebbe fare politica un giorno di più. Premio Oscar per il miglior trucco.

PER CHI STONA LA CAMPANA
Mesi e mesi a parlare di codici etici, a discettare di responsabilità politiche e morali da non confondere con quelle penali, a chiedere ai nemici di giustificarsi per un paio di nomine, di polizze e di sms (peraltro tagliuzzati), poi promuovono Micaela Campana nella Commissione Congresso del Pd, appena costituita dal presidente Matteo Orfini per fissare le regole delle prossime primarie del partito.
Micaela Campana, chi era costei? La deputata Pd, responsabile Welfare della segreteria Renzi, che ha collezionato 39 “non ricordo” al processo Mafia Capitale durante la sua cosiddetta testimonianza in aula. E che, alla fine del dibattimento a carico di Carminati, Buzzi & C., verrà indagata per falsa testimonianza (la strana tempistica è prevista dalla sciagurata “riforma” di quel reato varata nel 1995 per abolire l’arresto in flagranza voluto da Giovanni Falcone), visto che la Procura ha chiesto al Tribunale di trasmetterle gli atti della scena muta. Ma oggi siamo buoni e vogliamo far finta che sul capo della Campana non gravi quella spada di Damocle penale. Parliamo di fatti e delle questioni etico-politiche conseguenti. E partiamo dal 2 ottobre 2016, quando l’allora premier Matteo Renzi, alla scuola di formazione del Pd, se ne esce con questa sparata: “Pensate che avrebbero detto se Paola Muraro fosse del Pd. In fondo la svolta della Raggi è dare la gestione dei rifiuti a una donna collegata totalmente a Mafia Capitale, a quelli che c’erano prima. La doppia morale dei 5 Stelle fa ridere i polli”.
È appena uscita la notizia di una telefonata intercettata anni fa tra la futura assessora della giunta Raggi e Salvatore Buzzi, a proposito di certe carte mancanti all’offerta presentata in una gara d’appalto che una coop di Buzzi avrebbe poi perso. Nessun reato, nessun favoritismo e nessuno scandalo: una storia di ordinaria burocrazia, talmente innocente che la Muraro non è stata mai sentita, neppure come teste, dai pm di Mafia Capitale. Ma tanto basta a Renzi per associare “totalmente” la Muraro a Mafia Capitale (beccandosi una querela per diffamazione).

Passano due settimane e il 17 ottobre Micaela Campana viene sentita al processo Mafia Capitale. Deve spiegare perché al telefono chiamava Buzzi “grande capo”. Perché gli chiese di finanziare le cene elettorali di Renzi, fornendogli via sms il codice Iban del Pd (dopodiché Buzzi bonifica 15 mila euro e avverte la Micaela). Perché gli chiese soldi anche per suo marito Daniele Ozzimo (poi condannato a 2 anni e 2 mesi per corruzione in Mafia Capitale). Perché fece da tramite col viceministro dell’Interno Filippo Bubbico (Pd) per sbloccare in Prefettura un appalto vinto dalla coop buzziana Enriches e ostacolato da una ditta rivale. E poi una serie di altri contatti e richieste al limite dello stalking, roba da far sbottare Buzzi con un collaboratore della deputata:
“È una mucca che, per essere munta, deve mangiare”.
Tipo quando la Campana – annota il Ros – “chiama Buzzi e riferisce che a Colli Aniene devono sgomberare un appartamento da alcuni immigrati” e Buzzi si mette a disposizione del di lei cognato, consigliere Pd al IV Municipio. O quando un uomo di Buzzi si sente chiedere aiuto dallo staff della Campana per un trasloco e Buzzi gli dice di lasciar perdere perché quegli scrocconi “non vogliono pagare”. O quando Buzzi manda uno dei suoi a incontrare la Campana che “sicuramente vorrà dargli qualche nominativo da assumere”. O quando le chiede di presentare un’interrogazione parlamentare, peraltro senza esito.
A ogni episodio che il pm Luca Tescaroli le rammenta, la Campana risponde “non ricordo”. Anche a proposito della gara sbloccata in Prefettura grazie alla sua intercessione presso il viceministro: ora non ricorda, ma all’epoca dei fatti schioccava a Buzzi un bel “Bacio grande capo!”.
Per la Procura tutti questi fatti (ma non l’improvvisa perdita di memoria) sono penalmente irrilevanti. Ma sono avvenuti e pongono al Pd una gigantesca questione politica e morale. Invece Renzi, Orfini & C. lasciano l’amicona di Buzzi in Direzione e ora la promuovono in Commissione Congresso. Del resto si tengono pure al governo il sottosegretario all’Agricoltura Giuseppe Castiglione (Ncd), addirittura imputato per turbativa d’asta, falso, abuso e corruzione elettorale in un altro filone di Mafia Capitale, quello sulla gara truccata del Cara di Mineo. E non hanno mai restituito i 15 mila euro versati da Buzzi, ora imputato per mafia e corruzione, alla cena di finanziamento del novembre 2014 (l’ha fatto solo la fondazione renziana Open per altri 5 mila euro).
Nessun imbarazzo neppure per le intercettazioni in cui il presunto boss di Mafia Capitale aderiva entusiasta al renzismo: “Siamo diventati tutti renziani… a me me piace Matteo Renzi, che cazzo vuoi?… Er problema è un altro, er problema è che non ce stamo più noi… una cosa incredibile: Grillo è riuscito a distruggere il Pd”. Il che non gli impediva una certa trasversalità nelle donazioni: “Noi abbiamo finanziato legalmente Rutelli, Veltroni, Alemanno, Marino, Zingaretti, Badaloni, Marrazzo, tutti praticamente, anche Renzi: tutti contributi dichiarati in bilancio”.
Sette nomi su 8 sono del Pd, uno è di destra, mancano solo i 5Stelle. Ce n’è abbastanza per ribaltare la frase di Renzi: “Pensate che avrebbero detto se Micaela Campana fosse dei 5Stelle. In fondo la svolta di Renzi è mettere in Commissione Congresso una donna collegata totalmente a Mafia Capitale, a quelli che c’erano prima. La doppia morale del Pd fa ridere i polli”.
Questi, come diceva Leo Longanesi, credono che la morale sia la conclusione delle favole.

Ecco le sette post-verità per demolire Mani Pulite
di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio

25 anni dopo – Il racconto dell’inchiesta che ha cambiato il Paese e di quel che oggi resta: tra rimozioni, furbate e vecchi vizi Da domani in libreria e in edicola “Mani Pulite 25 anni dopo”. Eccone un’anticipazione
Mani Pulite fu un’operazio ne politica che eliminò per via giudiziaria un intero sistema che aveva garantito 50 anni di democrazia in Italia.
È stata una grande, ma ordinaria indagine giudiziaria, Mani Pulite, non un’operazio ne politica. Partì da una piccola inchiesta su una tangente da 7 milioni di lire che poi, come nel gioco del domino, si allargò mazzetta dopo mazzetta e portò alla luce un gigantesco sistema della corruzione. E poté svilupparsi grazie a un insieme di concause. L’abilità investigativa dell’ex poliziotto Antonio Di Pietro e degli altri pm a cui il nuovo Codice di procedura penale del 1989 aveva passato la direzione delle indagini e il coordinamento della polizia giudiziaria. La crisi economica, che aveva assottigliato il denaro pubblico da destinare agli appalti e dunque i margini per le mazzette, il che rese gli imprenditori più disponibili a denunciare i politici che chiedevano loro tangenti (…). Poi furono non i giudici nei processi, ma gli elettori nelle urne, a far saltare il sistema dei partiti (…). Tant’è che il primo a beneficiarne fu il più abile figlio dell’Ancièn Regime corrotto, Silvio Berlusconi (…).
2. Mani Pulite ha salvato i “comunisti” e ha annientato gli anticomunisti, cioè i democristiani e i socialisti.
A guardare i fatti, i “comu nisti”non sono stati affatto salvati: il primo politico arrestato da Mani Pulite non fu il socialista Mario Chiesa (amministratore di un ospizio comunale), ma il pidiessino ex comunista Epifanio Li Calzi, asses-giunsero fino al tesoriere nazionale Marcello Stefanini (…), furono arrestati e condannati il funzionario Primo Greganti e il responsabile del settore energia Giovanni Battista Zorzoli. Il pool indagò anche sulle coop rosse e su una misteriosa valigia piena di soldi che Raul Gardini portò nella storica sede del Pci, di cui però non si riuscì a individuare il destinatario (…). Il Psi apparve più colpito da Mani Pulite perché il suo padre-padrone Bettino Craxi risiedeva e operava a Milano, (sotto la competenza diretta di quella procura, diversamente dai segretari degli altri partiti, con base perlopiù a Roma) e perché gli imprenditori (…) di area socialista si rivelarono i più disponibili a confessare (…) Infine, Craxi si rivelò l’unico segretario di partito che rubava anche per sé e senza alcuna precauzione: come raccontano alcuni testimoni, i soldi gli venivano consegnati in grandi buste gialle nel suo ufficio milanese, in piazza Duomo 19.
3. Mani Pulite usò il carcere come forma di tortura e le manette per estorcere confessioni.
La decisione di mandare in carcere gli indagati veniva presa non dal pool di Mani Pulite, ma dai giudici delle indagini preliminari (i gip), come previsto dalla legge. Quanto alle confessioni, molti degli indagati le rendevano senza essere arrestati o ancora prima che scattassero le manette (“C ominciavano a parlare già al citofono”, ricorda ironico Davigo). Chi confessava veniva rimesso in libertà perché erano cadute le esigenze cautelari (…).
4. Mani Pulite ha indotto al suicidio molti arrestati.
È un argomento drammatico e ricattatorio (…). Nessun indagato di Mani Pulite si è tolto la vita in carcere. Erano indagati, ma a piede libero, il segretario del Psi di Lodi, Renato Amorese, e il deputato socialista, Sergio Moroni, entrambi morti suicidi. Era libero anche Raul Gardini, che non sopportò il peso delle accuse che avrebbe dovuto confessare di lì a qualche giorno nell’interro gatorio già fissato in Procura. Morì in carcere, invece, il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, ma il pool Mani Pulite l’aveva già fatto scarcerare: era trattenuto in cella da altri magistrati per una diversa indagine, quella sulla tangente Eni-Sai (…). Moroni lasciò una lettera, in cui non se la prendeva con i magistrati, ma con i compagni del Psi che l’aveva no emarginato (…) Dopo la morte di Moroni, Craxi commentò: “Hanno creato un clima infame”. D’Ambrosio (…) replicò: “Il clima infame l’han no creato loro. Noi ci siamo limitati a scoprire e perseguire fatti previsti dalla legge come reati. Poi c’è ancora qualcuno che si vergogna e si suicida”. (…)
5. Mani Pulite fu ispirata o manovrata da poteri occulti (la Trilateral, la Cia…) che volevano mettere fine alla Prima Repubblica e impossessarsi delle aziende di Stato.
Anche qui, la verità storica è molto più prosaica e banale. Nel biennio 1992-‘93 l’Italia vive una grande trasformazione nel contesto della profonda mutazione geopolitica internazionale (la fine della Guerra Fredda). Molti poteri, italiani e non, cercano di incunearsi in questa svolta storica e provano a pilotarla per i propri interessi (…). Ma non c’è alcun complotto. (…) Dopo l’implo sione dell’impero sovietico, gli americani lasciano che l’Italia segua il suo destino. E le indagini di Mani Pulite possono decollare.
6. Il protagonista di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, era un personaggio spregiudicato e corrotto.

“Da che pulpito viene la predica”, verrebbe da dire, citando Davigo: a dare lezioni di etica a Di Pietro e agli altri magistrati del Pool hanno provato personaggi pesantemente coinvolti nel sistema di Tangentopoli. Quanto a Di Pietro, è stato indagato in lungo e in largo senza che sia stato trovato un solo elemento di rilievo penale a suo carico. (…) Quello che resta è il fango messo in circolo in una campagna politica e mediatica durata anni e che alla fine è riuscita a raggiungere l’obiettivo di appannare l’immagine dell’uomo che nel 1992-93 era considerato “l’eroe di Mani Pulite” (…).
7. Bettino Craxi fu un grande statista morto in esilio, a cui sarebbe ora di dedicare una via o una piazza di Milano.
Non è questo il luogo per valutare le qualità politiche di Craxi, il quale ha sempre diviso l’Italia fra ammiratori e detrattori (…). Comunque sia, è stato riconosciuto colpevole in via definitiva dalla Corte di Cassazione (…) di reati gravi come l’illecito finanziamento ai partiti e la corruzione. (…) Lui stesso manteneva saldamente la leadership del partito anche grazie ai soldi delle tangenti, con una grave distorsione del gioco democratico. E utilizzò una parte dei proventi delle mazzette per scopi personali. Lo documenta la sentenza del processo All Iberian (concluso in primo grado con la condanna di Craxi e del suo finanziatore occulto Berlusconi, e in appello e in Cassazione con la prescrizione dei reati accertati): almeno 50 miliardi di lire raccolti per il partito e finiti su tre conti svizzeri intestati allo stesso Craxi furono da lui destinati a finanziare il canale televisivo Gbr della sua “amica” Anja Pieroni, per comprarle l’hotel Ivanhoe a Roma, per acquistare una casa a New York, per affittare una villa in Costa Azzurra per il figlio Bobo.

Marco Travaglio
LA RAGIONE HA TORTO

Un’altra giornata radiosa per il post-giornalismo, in quello che Giorgio Bocca chiamava il Paese di Sottosopra. Si è infatti stabilito, nell’ordine, che:
1) siccome la giunta Raggi aveva sbagliato a revocare la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024, bloccando lo sviluppo della Capitale e dimostrando che i 5Stelle sanno dire sempre e solo “no”, ora ha sbagliato a non revocare il progetto del nuovo stadio della Roma (sia pure con cubature più che dimezzate), sbloccando lo sviluppo della Capitale e dimostrando che i 5Stelle sanno anche dire “sì”;
2) siccome il governatore pugliese Michele Emiliano sarà chiamato a testimoniare dai pm di Roma che indagano sullo scandalo Consip perché era stato contattato mesi fa da Carlo Russo (ora indagato), emissario di Tiziano Renzi (ora indagato) e dell’allora sottosegretario Luca Lotti (ora indagato), per fargli incontrare il padre dell’allora premier interessato a certi affari in Puglia, la sua veste di testimone lo pone in conflitto d’interessi alle primarie del Pd; invece se Renzi ha papà Tiziano, il fido Lotti, l’amico di famiglia Russo, gli amici generali Del Sette e Saltalamacchia, l’amico ad della Consip Marroni e il finanziatore Romeo inquisiti, non c’è problema.
Da mesi, sullo stadio, i giornaloni tenevano pronti due articoli. Uno, da pubblicare se la giunta Raggi diceva no, per spiegare che i 5Stelle sono nemici del progresso, del lavoro e dell’impresa, dunque non possono governare Roma né tantomeno l’Italia. L’altro, da pubblicare se la giunta Raggi diceva sì, per spiegare che i 5Stelle sono dei finti ambientalisti che fabbricano “ecomostri”, prendono in giro gli elettori con false promesse e poi si mettono al servizio e forse al soldo dei palazzinari, dunque non possono governare Roma né tantomeno l’Italia.
Poi purtroppo hanno dovuto cestinarli tutti e due, perché la Raggi li ha spiazzati: si è incuneata nello spazio strettissimo concesso dalla Conferenza dei servizi avviata da Marino e Zingaretti e, giocando con Grillo alla poliziotta buona e al poliziotto cattivo, ha sventolato il vincolo della Soprintendenza sul fu ippodromo di Tor di Valle e il nuovo parere dell’Avvocatura sul possibile ritiro della delibera, si è presentata con la pistola carica sul tavolo e ha convinto il costruttore Parnasi e il patron romanista Pallotta a tagliare oltre metà delle cubature.
Una soluzione molto vicina alle promesse elettorali (“Stadio sì, speculazioni no”) e alla posizione espressa dall’ex assessore Berdini (purtroppo più nelle interviste che negli atti ufficiali).

Insomma un buon compromesso che il Fatto aveva anticipato mentre tutti strillavano al caos, al fallimento, alla rivolta dei tifosi o della base, alla resa ai palazzinari. E così ieri i giornaloni han dovuto ingoiare il taglio delle torri e del cemento, rosicando per l’ennesima scommessa persa (dopo quelle sulle polizze, la compravendita dei voti, il patteggiamento della Raggi e gli sms di Di Maio pro Marra, anzi anti).
La nostra più sentita solidarietà va al Messaggero, che aveva ingaggiato contro “l’ecomostro” una vibrante campagna ambientalista, trasformandosi nella versione tupamara di Legambiente e Italia Nostra dopo aver magnificato come ottava e nona meraviglia del mondo i capolavori imperituri delle Vele di Tor Vergata e della MetroC, forse perché (ma è solo un’illazione) quelle sono opere di Caltagirone (si vocifera sia l’editore del Messaggero), mentre lo stadio no.
“Raggi cede: primo sì sullo stadio”, “Stadio, dimezzato l’ecomostro”, titolava ieri Caltanews con la bile al posto dell’inchiostro per questa sindaca che si permette di non chiedere il permesso al sor Francesco Gaetano, mentre numerosi camion scaricavano in via del Tritone forniture intensive di Maalox.
Ora, se avete finito di ridere, preparatevi a ricominciare con lo scandalo Consip, che ha scatenato nella redazione di Repubblica un’epidemia di acidità di stomaco per i continui scoop di Marco Lillo sul Fatto.
Tre giorni fa abbiamo scoperto che il duo Tiziano Renzi-Carlo Russo, non contento delle pressioni su Consip per favorire l’imprenditore Romeo nell’appalto più grande d’Europa, si dava da fare per altri affari in Puglia e tentava di agganciare (peraltro invano) il governatore Emiliano, che su quei contatti verrà sentito come teste dai pm.
E ieri Repubblica con chi se l’è presa? Non col governo Gentiloni che ha confermato il ministro indagato, i due generali indagati, l’ad indagato di Consip. Ma con l’unico non indagato: Emiliano. Il putribondo figuro che osa sfidare Renzi alle primarie avrebbe – secondo Repubblica – dovuto correre in Procura per “offrire alla Giustizia gli elementi di cui ha conoscenza” (cosa che farà ora che è stato convocato, mentre non poteva farlo quando non aveva notizie di reato da denunciare) e non avrebbe dovuto “conservare nel suo telefonino” gli sms di Russo & Lotti (così, se qualcuno avesse speso il suo nome a vanvera, non avrebbe potuto smentirlo).
E ora dovrebbe evitare il “cortocircuito” che quegli sms comportano alle primarie, visto che “il testimone Emiliano potrebbe ritrovarsi tra gli accusatori del padre e del migliore amico del suo sfidante”.
Ecco: non è Renzi a dover chiarire a che titolo suo padre, il suo ministro e l’amico di famiglia si impicciavano nell’appalto più grande d’Europa che i pm ritengono viziato da mazzette pagate o promesse da un suo finanziatore. È Emiliano, che subì e respinse le avance dell’allegra brigata, a doversi scusare e possibilmente ritirare a vita privata.
Così impara.

TRAVAGLIO
“C’è una certa nebulosa in questa improvvisa e non prevista e non annunciata prima missione di Renzi.in cui si accompagna ad un uomo d’affari come Marco Carrai. Se poi sento dire che lui è lì per studiare se c’è vita su Marte o un antidoto al populismo, sarebbe bastato andare nella piazza dei tassisti e degli ambulanti che il suo governo aveva deciso di fregare con un emendamento notturno. Non si fa la riforma del traffico o del commercio ambulante con una riforma fatta alle tre di notte con un blitz. Ho l’impressione che per trovare gli antidoti alla cosiddetta antipolitica, bisogna affacciarsi alla finestra in Italia, non in California”.

Mi ricorda una vecchietta di campagna analfabeta ma molto rissosa che ho conosciuto un giorno, che era incazzata contro tutto e tutti e diceva: “Io… li manderei tutti in California!”

Travaglio ed Emiliano

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