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Saturday May 26th 2018

MASADA n° 1766 22-5-2016 IO SONO VECCHIA E TU?

MASADA n° 1766 22-5-2016 IO SONO VECCHIA E TU?
Blog di Viviana Vivarelli

La vita non è altro
che una lunga giovinezza
”.

Lessi una volta di una ultracentenaria che, richiesta su quale dote l’avesse aiutata a raggiungere un così tardo traguardo, disse: “Ci vuole molta vita per vivere la vita”. La capisco, perché le fasi della vita che ho passato in depressione sono state tante e non tutte sono venute con l’età, ché anzi da ragazzina stavo molto peggio di ora, per cui posso dire che tutte le tempeste che ho superato mi hanno temprata ad accettare un tempo di bonaccia.

Così, dopo i 74 anni, dopo aver attraversato diverse fasi, tante lotte e tante sconfitte, la vedovanza, la figlia lontana, i nipotini che crescono senza di me, la solitudine, l’abbandono, l’amarezza, l’insoddisfazione, l’impotenza e la fragilità, ho deciso di mettere “più vita nella mia vita”, perché, se l’infanzia è l’età degli istinti e la giovinezza quella delle passioni, la maturità può anche essere il tempo del bilancio superato, ma la senilità deve essere per forza l’età della ‘pace del cuore’, qualcosa che dipende solo da noi vivere con slancio alternato a momenti di riposo, di beatitudine, di pacatezza, uscendo da tutti gli stereotipi che la società ha confezionato per noi, ‘gente di età’, per estrometterci dal vivere, nostro malgrado.
Nei fatti questa società euro-americana ad un certo punto ha deciso che il potere doveva essere ‘dei giovani’, cosa più di propaganda che reale, ha messo apparentemente ogni riconoscimento nel rampantismo dei pueri, nel giovanilismo (grande mito americano), nella velocità, nella presa rampante delle poltrone, nell’arroganza e nella sfacciataggine di chi ha predicato che il potere non può essere retaggio dei vecchi, vecchi che questa società in nome del giovanilismo arrogante ha deciso di emarginare, e che non sono certo i vecchi del economico che stanno ben saldi in sella, tanto più quanto meno il mondo che conta crede di aver bisogno di loro. Occorre perciò che gli ‘ancora verdi’ facciano la loro rivoluzione culturale e soprattutto si riprendano la loro rivincita di vita, se non per se stessi almeno per il mondo che, anche quando non lo sa, ha parecchio bisogno di loro.

Così un bel mattino ho fatto una forte cura ricostituente di erbe amazzoniche e sono ripartita a riorganizzarmi l’esistenza, perché se aspetti che te le riorganizzino gli altri, sei perduto, salvo che non abbiano bisogno di te come balia o badante o cassa continua, e, non avendo più io nessun malato da curare e nessun bambino da allevare, sono ripartita alla riscoperta di me stessa, una riscoperta che può avvenire solo nel mondo del fare nuovo e del guardare diverso, convinta che, come io avevo bisogno del mondo, il mondo avesse bisogno di me.
Così ora scrivo di politica sul mio blog, faccio conferenze e corsi a chi mi vuole ascoltare, perché le gambe sono deboli ma la testa è ancora vivace e in 74 anni di cose ne ho viste e imparate parecchie e non mi va di non mettere a frutto tutto quello che ho appreso. Per cui ho gettato via l’idea che io avevo bisogno del mondo e ho pensato ardentemente che il mondo non lo sapeva ma aveva bisogno di me. Dunque mi sono resta utile. E, diventando utile agli altri, ho rivissuto in me stessa.
Così ho ripreso a dipingere, ma non da sola, con le amiche, perché anche dipingere, come cucire o ricamare, ballare o fare la maglia, raccogliere e preparare erbe medicamentose o scrivere poesie, può non essere un passatempo solitario e diventare una impresa comune, in uno scambio di impressioni ed emozioni, memorie e speranze, come un tempo si faceva accanto al camino o sulle aie o nelle stalle, perché qualsiasi attività è più bella se ci stacchiamo dallo zombismo televisivo che ci aliena dal mondo ed è ben diverso dallo scambio sociale. Questo si può fare sempre, purché si smetta di aiuto in dare aiuto e si cominci a darne, cambiando il subire in agire, l’essere amati in amare.
E scambio, naturalmente, è il volontariato (nel mio caso è, per es., raccogliere e sistemare abiti smessi per i medici della Sokos che spesso sono più vecchi di me e hanno scelto di dedicare il loro tempo ulteriore agli emarginati sociali e raccogliere non solo abiti ma soldi per loro), così che non ci sia solo scambio di parole ma anche di cose in quel riciclo o redistribuzione di beni che si chiama ‘mondo in comune’.
La mia amica Liliana accorre quando qualcuno è malato e gli fa la spesa o lo assiste, è vicina anche solo per telefono o per email ai suoi amici, si preoccupa di un sacco di persone, prodiga informazioni che raccoglie con gran cura su tutto ciò che concerne il vivere (telefono sempre a lei se voglio sapere quale mezzo pubblico prendere o quale medicina comprare), con le vicine di casa si ritrova a fare la magia o l’uncinetto, con le parenti vicine fa la spesa o va a guardare i negozi.
E, in questo nuovo tempo della rinascita e della condivisione, si può riscoprire la bellezza dello stare insieme a chi è meno giovane o meno fortunato di noi, anziani che aiutano altri anziani.

Siamo nove miliardi. Non si può essere soli in un mondo di 9 miliardi. La solitudine è una scelta, non è un destino. Ma se la scelta dipende da noi, noi possiamo cambiarla.
Così, via via che mi riapro al mondo, mi reinvento cose che un tempo non potevo fare ma a cui ancora posso dedicarmi, pur nei ristretti limiti delle mie possibilità fisiche ed economiche, senza più quei legami famigliari che prima mi assorbivano quasi totalmente, e ho scoperto che aprirsi agli altri porta un incredibile arricchimento, perché l’altro, chiunque egli sia, ti aiuta a sua volta e la nuova vita che si intreccia è una vera vita a cui, quando avevo una famiglia e un lavoro, pensavo distrattamente.
Insomma quella che ricominciava a zampillare era una sorgente infinita che rinasceva proprio da me, senza molto aiuto di istituzioni superiori, per il semplice motivo che se metti in moto la vita, la vita si rimette in moto e ti ripaga.
E da questo movimento nuovo è nata tanta ricchezza di vita che quando arrivo a sera sono stanca felicemente di una giornata bene assestata, perché chi vive in un mondo di nove miliardi di persone non può essere solo, salvo che non lo voglia veramente.

Una mia allieva adulta, Laura bionda, uscendo da un complesso materno negativo, aveva superato la sua situazione dicendo: “Se non ho avuto la madre che volevo, posso però essere la madre amorosa di me stessa”. Io scoprivo che, entro certi limiti, potevo imparare ad essere la madre amorosa di quelli che incontravo, compito nuovo per una brusca e scorbutica come me, che non aveva certo imparato in famiglia la simpatia umana e la dolcezza. Ma quell’esercizio sociale del ‘prendermi cura di’” era come un muscolo fino allora poco utilizzato fuori della famiglia e che ora poteva tornarmi utile come un compito e uno scopo ulteriore, mentre cercavo di diventare più flessibile e armoniosa, più ricettiva dell’ignoto altro, insomma, più aperta al noi e a me stessa.
Del resto mio marito l’aveva detto, dopo morto, durante il rito dell’ayahuasca, quando gli avevo chiesto quale fosse il mio compito, ora che lui non c’era più e con la figlia lontana.
E lui aveva detto: “Devi essere la madre che abbraccia”, e questo mi aveva scioccato tanto più che vengo da una madre molto anaffettiva e sono cresciuta più rude che gentile. Ma dovevo capire che, al di là dei miei titoli di studio e delle mie competenze professionali di cui il mondo ora non sapeva che fare, c’erano altre doti che potevo e dovevo sviluppare a partire da me stessa, rivolte affettivamente verso il genere umano, e che ognuno di noi a un certo punto può guardare a quelle, qualunque sia la sua età e forza o il reddito, e scoprivo quel qualcosa poteva trascendere la bellezza delle forme e la giovinezza, la capacità economica o materiale, e stava in cose che fino a quel momento avevo poco considerato: il sorriso, l’ascolto, la partecipazione, la gentilezza, la voglia di aiutare, l’accoglienza, l’apprezzamento, il dono, il tempo… Ed era come imparare a suonare uno strumento dolce e sconosciuto, esercitando su di me quelle facoltà che avevo poco ricevuto e che richiedevano non attitudini native o patrimoniali ma un capovolgimento del mio ruolo nel mondo, un rivolgimento ideale.
Da allora io non esco più di casa al mattino per comprare o vendere, vincere o guadagnare, ma vado “a caccia di sorrisi”, “in cerca di occasioni”.
Diciamo che dai giovanotti non ne raccolgo molte, di più dai bambini, parecchie da anziani più anziani di me.
C’è chi va con la macchina fotografica a caccia del mondo, mentre io il canto del mondo non dovevo solo cercarlo, dovevo suscitarlo e reinventarlo a partire da me stessa.

Ora non crediate che quanto dico mi venga facile e naturale per vocazione perché sono sempre stata ambiziosa e di forti passioni, più brusca che femminile, più volitiva che tenera. Ma i riguardi e i limiti dell’età mi costringono a una virata verso una creatura socialmente e affettivamente migliore.
Beh, non crediate che questo mutamento da tigre ad agnello sia facile ma ci può essere della grandezza anche nel trattenere quello che non ti serve più e fissarti su quello che sarebbe bene diventare. Insomma, se la matita è spuntata e non scrive più puoi farne una bacchetta d’orchestra per la tua musica interiore. E potevo scoprire che la matita aveva due punte e ciò che non puoi più scrivere con una puoi scriverlo con l’altra.
Potevo scoprire che le facoltà e le doti della natura umana sono infinite ma cangiano con la situazione per cui ogni età deve valorizzare le proprie.
Come diceva Eraclito: “Per quanto tu puoi andare avanti nella tua anima non finirai mai di stupirti”. Dunque arrivava il tempo in cui l’anima doveva variamente stupirmi.
Certo le scaramucce non mancavano, dovevo combattere molto spesso con la mia irruenza, il desiderio di prevalere, la rabbia verso chi nel mondo ti rifiuta perché non più giovane, il lavoro che non ti danno, la fiducia in te che non si riaccende perché il tuo aspetto ti tradisce o non hai abbastanza fede o pazienza…ma erano aspetti marginali che aspettavano solo che io li rielaborassi superandoli.

La mia amica Annarita davanti alla mia protesta perché quel centro sociale neanche aveva preso in considerazione la mia offerta culturale, ha detto: “Se ti arrabbi, è potere che cedi”.
Il problema è che la mia capacità di arrabbiarmi mi ha tenuto in vita finora contro un padre-padrone e un marito prevaricante, la mia rabbia è continuamente insorgente, mi arrabbio contro i politici corrotti, contro le inutili pratiche burocratiche, contro le tortore che mi inzaccherano di cacca bianca il giardino, contro l’imbecille di quartiere che fa strisciate di olio puzzolente davanti alle porte sperando che qualcuno scivoli e si rompa una gamba, contro l’altro imbecille (e forse è lo stesso) che strappa i miei volantini appena li affiggo e me ne ha strappati più di 6000 in tre anni! Mi arrabbio e mi arrabbio. Ma mio padre era un uomo arrabbiato e io penso che non ho voglia di finire come lui.
E sempre Annarita ha detto che una volta ha avuto in casa una invasione di blatte e non sapeva come debellarle perché sembravano inattaccabili a qualsiasi sostanza e allora ogni sera rivolgeva una preghiera mentale alle blatte pregandole gentilmente di andarsene da un’altra parte e alla fine quelle “se ne sono andate”.
Ma io ho troppi oggetti della mia rabbia e dovrei stare sveglia tutta la notte a dire novene.
Quando qualcosa ci fa arrabbiare, pensiamo sempre che sia eterna come un muro invalicabile e invece non c’è nulla di eterno, nemmeno noi, per cui la rabbia non serve a niente, serve la pazienza, o, più spesso, serve imboccare una via magari strana ma totalmente nuova rispetto a quelle che abbiamo usato fino adesso. Per cui io non so se cambierà il mondo o se io potrò cambiarlo in quello che non mi piace, ma posso cominciare a cambiare me stessa che sono parte del mondo, posso rovesciare il mio modo di pensare e forse questo cambierà anche il giro delle cose.
Certo mi è facile dirlo, meno farlo, per ora il progetto è solo ragionato, perché le cose le ho sempre prese di petto e mi risulta duro cambiare il mio modo di pensare e di fare. Ma comincio piano piano a credere che anche con le persone tante battaglie sono state perse perché ripetevo ossessivamente sempre la stessa azione e reazione, come un meccanismo comandato, mentre non ho mai provato a essere creativa e insolita e a stupire l’avversario con qualcosa che per lui, ma anche per me, poteva essere stupefacente.

Vecchi non si nasce, vecchi si diventa e, come tutte le cose, può essere un’arte.

Per superare la mia rabbia, devo pensare a un aneddoto che racconta il Buddha.
C’era un uomo che camminava per la sua strada e arrivò davanti a un fiume, e allora si costruì una zattera e poté attraversarlo. La zattera era stata molto utile e allora l’uomo se la mise in testa e continuò il suo cammino ma certo con la zattera in testa non poteva avanzare agevolmente e doveva decidersi ad abbandonarla perché non gli serviva più. Così io mi sono trovata a dover sopravvivere a un padre padrone, a una madre anaffettiva e a un marito possessivo e ho potuto farcela nutrendo una gran rabbia. E quella rabbia l’ho scagliata contro la vita, contro il mondo, e per un po’ ha funzionato salvandomi dalla depressione e dalla sconfitta. Ma ora che queste figure impositive non ci sono più e che io stessa sono cambiata e non devo più guadare fiumi, ecco che mi ritrovo con questa rabbia in testa che non mi serve più ma mi impiccia e devo decidermi ad abbandonarla. Questa rabbia io l’ho imparata da mio padre che è dovuto partire dal basso, molto in basso, per farsi strada nella vita e ha dovuto combattere ogni sorta di guaio finché quella rabbia è diventata parte di lui e lo ha stritolato così che, quando in vecchiaia, si è trovato in un’oasi di pace di bellezza che poteva godere interamente e che era il suo grande orto-giardino al mare, sogno di tutta la sua vita, non è riuscito più semplicemente a godere del suo tempo ritrovato e la rabbia ha avvelenato i suoi ultimi anni finché un infarto se lo è portato via.
Io non voglio finire come lui. Voglio imparare dal tempo una consapevolezza nuova, voglio guardare tutti i passi della mia vita con uno sguardo diverso e accorgermi, almeno adesso, di quanti doni ho ricevuto e non li ho goduti, perché non era quello che volevo in quel momento lì, e capire che godere di quello che si ha, in ogni istante, quello è il segreto del bene vivere, se non si vuole che tutto diventi una corsa verso l’impossibile e non si vuole ritrovarsi a rimpiangere quello che avevamo ma che è stato perduto.
E così io avevo l’amore di un uomo quando non volevo nemmeno sposarmi, e avevo poi un marito forte e bravo ma soffrivo di non potermi realizzare nel lavoro… E adesso che guardo le cose all’indietro tutto mi appare diverso e persino i tempi della mia lunga malattia mi sembrano ora, a guardarli a ritroso, tempi sprecati, perché chiedevano la mia riflessione e io ci vedevo solo la mia morte. Così anche i doni mai voluti della chiaroveggenza avrei potuto usarli un po’ meglio e ora che non li ho più quasi li rimpiango, ma li associavo alla paura, perché ogni cosa che ti vene data si porta con sé la sua parte ombra, come l’amore che si porta dietro anche tutte le sue sofferenze, ma senza una cosa non c’è l’altra, devi prendere sempre il pacchetto completo, e l’intero ti è dato perché tu ne impari qualcosa da tutte le sue parti.

E allora, poiché il rimpianto del tempo andato non può giovare a nessuno, io ho ora il compito, il piacere e il dovere di trovare la bellezza dei miei ulteriori anni esattamente ora, mentre li sto vivendo.
Se da giovane ero proiettata nel futuro, non voglio essere da vecchia ripiegata sul passato, ma voglio vivere il qui-ora con la massima intensità permessa dai miei anni, perché il giovane si proietta nel futuro e il vecchio resta agganciato al passato ma il saggio vive il suo momento nella pienezza del presente, che non corre o non fugge ma si estende, perché se non dominiamo il momento di ora’, rischiamo di perderlo per sempre.
Dunque sia lode all’invecchiare che ci riporta a ciò che siamo qui e adesso, perché invecchiare bene è una forma d’arte che possiamo imparare e perfezionare, la vecchiaia può essere il capolavoro di se stessi, le donne più degli uomini, le persone generose più di quelle meschine, gli amanti del genere umano più di chi lo aborrisce.
Il giovane non possiede mai abbastanza e il vecchio soffre di quello che ha perduto ma il saggio gode la bellezza del momento e la assapora nella lentezza di chi dilata l’attimo per renderlo prezioso.

Dunque ho deciso, nei limiti del possibile, che la mia vita dipenderà da me e che ogni giorno andrò “a caccia di sorrisi”, occasioni di contemplare, occasioni di incontrare, occasioni di accettare, occasioni di crescere perché si cresce, all’infinito, anche nell’ultimo minuto prima della prossima vita, occasioni, occasioni….

C’è uno spot in cui una vecchia signora molto bizzarramente agghindata ricorda che da giovane qualcuno le disse: “Non sei bella, non sarai mai bella, ma puoi avere dello stile”. Vivere bene a qualsiasi età vuol dire trovare il proprio stile ed esserne fieri.
Come una specie di fame, fame mentale. Stare con gli altri e capire. Trovare soluzioni anche di un piccolo problema e goderne. Vocarsi all’assistenza del mondo che ha bisogno e curare di più se stessi come persona che pure ha bisogno.
Dice Hillman che gli anni servono a mostrare il carattere, e gli anni dovrebbero, dico io, far imparare la grazia, far scoprire l’anima che si ha dentro.
C’è una immagine globale dell’io che supera l’insieme del corpo materiale, del corpo eterico (energie vitali) e di quello astrale (Steiner). Col passare del tempo dovrebbe essere sempre meno importante attaccarsi ai primi tre corpi, perfezionando l’immagine del nostro io ricevuta dagli altri. In fondo sorridere al mondo significa far sorridere se stessi. La nostra individuazione passa sempre meno attraverso la nostra parte materiale e sempre meno si attacca alle energie vitali grossolane per imparare dal corpo astrale il distacco verso le vite ulteriori che ci aspettano. A tal fine occorre allontanarsi dall’ego come egoismo, egocentricità, egomania. Amarsi ma attraverso altre persone, altre cose, nell’innovazione di ciò che siamo.
Gli anni ci dovrebbero servire a mostrare e perfezionare il carattere e io penso che con gli anni dovremmo “imparare la pazienza, l’ascolto e la grazia”. Ormai tante cose non le posso più fare ma l’inventiva e l’evoluzione umana sono infinite. In fondo anche da bambini c’erano tante cose che non sapevo o potevo fare ma questo non mi scoraggiava, perché ero concentrata sul positivo, nella scoperta e nella crescita. Non veniva spesso il giudizio critico sul limite e l’impossibilità e la curiosità del conoscere del fare mi portava poi di nuovo sulla vita “attiva”.
Qualunque cosa faccio o so fare, posso sempre farla meglio, posso imparare di più, esplorare cose nuove, cambiare il modo con cui guardo il mondo, scoprirne l’anima.
Dice Elliot: “I vecchi sono esploratori, il luogo e l’ora non importano”.

Le culture antiche guardavano agli anziani del gruppo con reverenza, poiché in loro era la premessa per diventare antenati, cioè prossimi agli dei. La lingua inglese conosce tre aggettivi per dire anziano: adult, ancient e ancenor…
Nella Bibbia ci sono 9 modi per dire ‘vecchio’:
olam sono i tempi antichi
qedem è il tempo prima del tempo
rachoq vuol dire remoto
zachen sono le persone anziane
zignah è la vecchiaia
(“Non mi respingere nella mia vecchiaia ora che la mia forza langue, non mi lasciare!”.
Sebah è una buona vecchiaia
baleh una vecchiaia triste
artik vuol dire essere avanti con gli anni
yashan è la frutta o i cancelli o i pozzi.
Lasciate che io sia vecchia come la nonna che racconta fiabe ai nipoti o di quando loro erano piccoli, o era piccola la loro madre o lei stessa. Lasciate che io sia vecchia come la bambolina rosa di celluloide che si spaccava in due e che le braccine e le gambine legate con gli elastici. Lasciate che io sia vecchia come la conchiglia che mia madre portò con sé la prima volta che vide il mare.
Lasciate che io sia vecchia come il tronco contorto dell’ulivo che ancora dà frutto.
Lasciate che io sia vecchia come il neonato che riassume in sé le passate generazioni.
Lasciate che io sia meno vecchi di ieri e più di domani perché ho imparato che invecchiare è migrare verso est dove inizia una terra nuova.

Nelle comunità antiche gli anziani godevano di rispetto e considerazione, erano i depositari dei valori e delle tradizioni della tribù, conoscevano la sua storia e portavano in loro stessi il legame tra il futuro e il passato.
Noi siamo una civiltà senza memoria che non ha rispetto per i suoi padri e accantona le proprie radici, ignora dunque da dove è venuta, ma senza conoscenza del passato non può esserci costruzione di futuro.
Nelle tradizioni culturali contadine come nelle dinastie nobiliari il culto verso gli anziani è stato macinato dal culto della velocità e della superficialità, che fa scambiare per buono tutto ciò che è nuovo e moderno e in ciò fa immani disastri. Il giovanilismo, specie nelle società europea e anglosassone, ha portato a un rimbecillimento che si spaccia per nuovismo ed è solo distruzione dei valori dell’esistente, perché i valori di un popolo non si inventano sul momento né possono risultare dalla fretta e dalla rapidità d’azione ma si sedimentano come le montagne.
Diceva Gandhi: “Mantieni i tuoi valori positivi perché i tuoi valori diventano il tuo destino”. Così è per un popolo. Il Paese che dimenticherà i propri valori etici, seguendo capi irresponsabili e senza profondità di principi, non uccide solo la propria storia ma distrugge il proprio futuro.
Quello che scambiamo per modernità è spesso solo una distruttività superficiale e rovinosa che frantuma ogni valore, prima di tutto l’esperienza del tempo e un tale tipo di modernità non è progresso ma regresso, non emargina solo la saggezza dei vecchi ma chiude anche ogni domani per i giovani.
Senza rispetto del tempo, senza conoscenza della storia, senza consolidamento dei principi, senza un’etica che travalichi il passato positivamente, non ci può essere evoluzione.
L’apparente modernità e velocità vanno a scapito della maturazione e della giustizia, precipitando in una involuzione. Quello che chiama se stesso ‘moderno’ può essere il corridore pazzo che distrugge totalmente ogni futuro, lo smemorato di ogni passato che si fa saggezza solo quando viene elaborato così da non ripetere errori futuri per andare non verso il nuovo in quanto nuovo ma verso il nuovo in quanto migliore.
Se non impariamo e non rispettiamo la lezione della storia, rischiamo di ricadere in epoche cupe per un mondo che corre ubriacato di velocità come il mulo cieco attorno all’albero a cui è legato, e al posto del valore della memoria o della saggezza dell’esperienza avremo la corsa folle e scompisciata dei nuovi gerarchi, ignari di ogni consapevolezza e senza inibizioni morali e pronti senza rimorsi a rinnovare passate forme di inciviltà. In luogo degli anziani che insegnano avremo la cecità risoluta dei giovani che distruggono, come se il mondo dovesse nascere dalla insensatezza degli immemori. Un potere frettoloso e senza saggezza farà a pezzi il mondo antico senza crearne di nuovi ma prospettando solo la fine delle vecchie certezze e delle antiche tutele.

E allora non resta agli anziani emarginati che diventare spettatori inerti di una nuova decadenza portata avanti con spavalderia e arroganza da giovani incapaci e anaffettivi che non sanno cosa farsene di loro e di ciò che essi hanno imparato in tutta una vita. Il potere giovanile può essere più feroce di altri se crede di dominare da solo, rifiutando ogni apporto e ogni saggezza, e può buttare il buono sedimentato dal tempo e dalle lotte umane per ricostruire un mondo rapido e senza radici, fatto di rovine.
Cosa fa l’anziano allora?
L’ultima delle sue scelte sarebbe arrendersi alla futilità e alla velocità e scimmiottare il giovane ripetendone atteggiamenti e scelte non consoni a lui. In Parlamento come nella vita sarebbe uno scimmiotto non umano che ha rinnegato se stesso.
Il vecchio può restare come lo spettatore giudicante che attraverso i social fa sentire la sua voce e partecipare come opinione pubblica facendosi massa in un mondo dove i suoi diritti e le sue potenzialità non sono certo isolate. Può attrarre anche a sé per i propri valori l’umanità cangiante e disordinata che ha davanti. Può alimentarla con una calma tranquilla, rinnovando le sue conoscenze e il suo pensiero come un’antica sorgente senza la quale tutto si inaridisce, e, se non può dare al giovane corridore la sua esperienza rifiutata, può dargli un’immagine di imperituri sentimenti, la calma della saggezza, l’ironia dell’intelligenza, il rispetto del perdono, affinché il mondo che gira convulsamente in una fittizia irrealtà artificiale ritrovi le proprie basi, le proprie fondamenta.

Certo che ci vuole molto carattere per diventare vecchi e molta resistenza per durare ed essere, e oggi ce ne vuole più di ieri, proprio perché questo modo di velocità impazzita rischia di sorpassare sé medesimo, prillando come la trottola senza limite che non sa più dove sta andando. Nel mutevole mondo che gira, l’anziano può essere il punto fermo, specie per le vite nuove, per quei bambini dimenticati e disorientati dalla corsa di genitori troppo impegnati.
E’ un valore il nonno che osserva quietamente il nipotino, l’infermiera che assiste il malato, la consigliera che raccoglie le lacrime della ragazza, infine colui o colei che mostra al mondo che ci può essere bellezza nel fare nei mille modi che la natura e la società ci permettono al di fuori dei circuiti obbligati del lavoro e del guadagno.
E’ fatto prevalentemente di anziani il variegato mondo del volontariato, dell’associazionismo, della cura, dell’esempio, del lavoro famigliare, del recupero e dell’abbellimento del mondo. Milioni e milioni di gesti, di parole, di pratiche, di sorrisi con cui milioni e milioni di anziani mettono ordine, riparano, creano bellezza, costruiscono pace.
Siamo dunque anziani positivi! Con tutti i milioni e milioni di possibilità che a qualunque età e in qualunque modo si possono usare, anche solo con la pazienza.
Ecco che allora la terza età, se non affranta da patologie e da impedimenti gravi, può essere l’età del servizio, dell’amore, del sentimento, del tempo libero ritrovato, della contemplazione, dell’assistenza, dell’aiuto, dell’ascolto, del sorriso, del bene vivere.
E il ‘quanto’ può trasformarsi nel ‘come’.

Siamo una società che ha dato il potere ad alcuni, non so se veramente giovani, ma che, con la scusa del giovanilismo, ha tolto diritti ai vecchi come ai giovani e rischia di finire in un classismo di censo e di potere inaccettabili in una democrazia.
Se saremo tanto fortunati da conoscere in futuro una democrazia più allargata di questa che rischia totalitaria che nega se stessa, avremo una società veramente progressista che darà il giusto riconoscimento e i giusti diritti ai vecchi come ai giovani, bloccando il nuovo medioevo in fieri che oggi crea solo emarginati e defraudati.
La velocità di ricambio della tecnologia non può diventare il metro temporale e morale della velocità di ricambio delle leggi, dei costumi, delle tradizioni, dei valori… Tutto deve avere la sua misura. Se cambi tutto è come se non cambiassi niente, ma crei solo distruzione. Se non rispetti i diritti del tempo, il tempo ti divorerà. Una società non può deflagrare in un presente troppo rapido e tumultuoso o potremmo perdere l’immagine di noi stessi prima di crearne un’altra.
Sbollita la furia del lavorare, calmata la passione del desiderare, divenuta inutile la spinta a generare, resta molto tempo, anche se le energie sono scemate, ed è proprio quel tempo la vera ricchezza se diventa un ‘buon’ tempo da godere, un buon tempo dove vivere diversamente se stessi e gli altri, tanto più che la vita si allunga e i vecchi aumentano di numero e allora, se la società è tanto sorda e sciocca da trascurare il loro patrimonio potenziale, dovranno essere loro a ritrovare il loro valore sociale.
Dice Theodor Roszak: “E sia allora il tempo dei vecchi! Aiuteranno a passare dal predatore capitalismo dello sfruttamento ambientale ed umano alla sopravvivenza del più mite, porteranno nel mondo i loro valori: l’alleviamento della sofferenza, la non violenza, la giustizia, l’accudimento, la conservazione, la giustizia, la bellezza, il rispetto…”
Ma in tal senso bisogna illuminare la vecchiaia, farne una rinascita!
Intanto, come abbiamo più volte detto, se gli anziani hanno tempo come i bambini, imparino come loro a farsi esploratori di realtà. In una società dove nessuno ti ascolta imparino ad ascoltare, dove tutto corre follemente imparino a passeggiare e a contemplare, dove tutto è usa e getta imparino a conservare e a curare.
Le regola fondamentali della natura sono conservazione e evoluzione. Sono entrambe indispensabili. Se ne manca una, la natura perisce.

Senza la conoscenza del passato non si crea futuro. In una società che ha distrutto la storia e non si cura del futuro, il tempo, congelato nell’attimo presente, crea solo la morte.
Come può crescere la pianta se si tagliano le radici?
Ma l’augurio è che l‘anziano non viva la vita come nostalgia e rimpianto! Insegni al giovane il senso della bellezza che ha conosciuto perché anche il giovane ricrei se stesso in una bellezza nuova. E gli insegni il valore della lotta per gli ideali che ha amato affinché anche il giovane abbia i propri ideali e impari a lottare per quelli.
Non esiste generazione che non possa innestarsi fruttuosamente sulla generazione successiva per creare una pianta migliore per prendere il meglio del passato e creare un futuro migliore, mentre la pianta senza radici fa solo foglie non fa frutto né lascia al futuro semi di civiltà di libertà. Colui che non conosce la storia è destinato a ripeterla nel suo peggio.

E faccia l’anziano tutte quelle cose che ha sempre desiderato di fare e che stanno nel suo DNA, non attuate ancora per le necessità della famiglia e del lavoro e della sopravvivenza, come chiacchierare e stare insieme ad altri felicemente, e giocare, dipingere, scrivere, cantare, suonare, imparare, ballare, scoprire, contemplare…!
Eserciti la comprensione, il consenso, l’aiuto, il sorriso! Anche quando non ha l’energia della materia, la forza del potere o il lampo della bellezza, abbia la calma dall’ascolto, la confidenza dell’accettazione, la grazia dell’aiuto, la curiosità dell’apprendere!
Rivivere diversamente la vita sulla sua ultima onda può essere un’incredibile scoperta, un’avventura gioiosa, una nuova esplorazione di vita.
Scrive Hillman: “Abbiamo dunque l’audacia di immaginarci come in un rito, e con la speranza dei nostri pensieri e della nostre parole invochiamo una benedizione divina. Immaginiamo che stia per iniziare una consacrazione!”.

Noi siamo unici. Per tutta la vita abbiamo lottato per essere integrati, assimilati, omologati. Ora possiamo prenderci il lusso di essere originali, eccentrici, individuati. Ed è allora che l’immagine di ciò che veramente siamo può emergere in ciò che è più nostro, singolo, originale.
Ecco cosa voglio pensare: “Qualunque sia stata la mia vita, poiché la vita è eterna, la mia vita comincia ora”.
Le vite sono tante. Non ne esiste la fine, sono innumerevoli, io vengo da tante vite e tante mi aspettano. In questa mia fase io getto i semi della mia vita che sarà, per cui ogni cosa che sono ora sarà l’inizio della mia sorte futura. Non solo il kahrma è il proseguire in una vita successiva delle mie scelte presenti ma ogni inizio ora di cose nuove potrà essere l’anticipo di sviluppi futuri. Per cui imparerò ora a fare i primi esercizi di piano per il compositore che diventerò rinascendo. Mi porto avanti col lavoro. Preparo le fondamenta del mio destino che sarà. In tal senso nessun tempo sarà tempo perso.
E farò pace con i miei nemici affinché non me li ritrovi, mutati i panni, davanti domani.
Non esiste la fine, esistono infinite rinascite e bisogna prepararsi a quelle.
Un tempo i vecchi erano depositari di saggezza, oggi noi possiamo essere scrigni di affetti e se quelli famigliari sono ostici e livorosi, possiamo dare il nostro cuore a chi ci avvicina in qualunque modo ciò avvenga.
Per quanto ci possiamo ritrovare soli, inabili e poveri, possiamo sempre essere utili agli altri con un ascolto, un sorriso, un aiuto, una storia, un dono…

Tanto tempo fa io e mio marito andavamo in un poverissimo paesino delle Alpi Marittine, lontano dai circuiti ufficiali e nei primi anni senza luce elettrica, collegato alla valle solo con una sassosa mulattiera. Là trovammo una grande amica, una vecchina di più di 90 anni che era la cercatrice di funghi del paese. Piccola e povera, con una faccetta minuscola e rubizza, piena di grembiuli a fiorellini e la pezzolina legata attorno alla fronte, con vivacissimi occhietti azzurri e la faccia piena di piegoline, stava in una casa misera che non era stata imbiancata da mezzo secolo, affumicata dalla stufa a legna e aveva per gabinetto la stalla. Silvia, la donna dei boschi, viveva con una pensione sociale, coltivando un piccolo orto, raccogliendo funghi e curando le sue galline. Andava anche a raccogliere erbe medicinali che uno di città veniva ogni tanto a comprarle. Non aveva studiato, aveva lasciato il paese poche volte da giovane per scendere in piano per fare la mondina. Sposata giovanissima, il marito l’aveva lasciata subito per andare emigrante in Sudamerica e non si era più fatto vedere formandosi là una nuova famiglia con figli, poi, vecchio e malato, era tornato da lei per morire. Silvia non aveva studiato, non aveva vissuto, era stata anche emarginata dal paese per la sua intelligenza e la sua lingua tagliente, ma, quando nel paesino cominciò ad arrivare qualche villeggiante, attratto dal fresco, dall’aria buona e dai grandi boschi, i migliori la scoprirono e la amarono e per me e mio marito Silvia divenne una grande amica. Ci sedevamo volentieri nella sua cucina scura, accanto al fuoco, tra i gatti e i cani, sul divano di legno, pieno di cuscini e sfondato dal tempo, tra le mosche abbondanti, e Silvia ci divertiva raccontandoci le antiche saghe del paese che nella sua fantasia diventando sagaci storielle che portavano al riso. Ci faceva un caffè lungo lungo che qualche volta era solo acqua e a me fece una volta gli sfriciolin, delle frittelle di ortica . Noi ricambiavamo con regali, cibarie e altro. Nella sua cucina che sembrava più l’antro di una strega ci sentivano a casa e noi, come credo altri, abbiamo raccontato a questa vecchia donna i segreti e i dolori della nostra vita come si fa con un confessore, uno psicologo, una grande amica.
Per quanti regali le portassimo, era lei che era un regalo per noi, ci divertiva, ci deliziava, ci ascoltava. Era un grande cuore. Portava mio marito nel buio dell’alba sul monte con la pila a cercare funghi e gli svelava i posti segreti che a quelli del paese teneva nascosti e mio marito ricordava quelle escursioni meravigliose col sole nascente e lei che così vecchia gli dava dei punti nel camminare. I bambini l’adoravano. Noi villeggianti cercammo di migliorare la sua casa imbiancandola tutta e pulendole la canna fumaria, volevano costruirle un gabinetto in casa ma non ci fu verso. Con la pioggia o con la neve continuò a servirsi della stalla. Silvia era meravigliosa. Ho raccontato a lei delle cose che non avrei raccontato nemmeno a me stessa. Quando cominciò a non stare bene, tentammo di portarla a vivere a casa nostra per poterla accudire ma, arrivati con la macchina ai piedi del monte, si spaventò e chiese di tornare a casa sua. Poi sapemmo che altri amici l’avevano costretta ad andare in un pensionato, perché non era più autonoma e non seppe opporsi. Morì dopo poco.
Non credo di avere avuto mai un’amica così buona. Eppure era povera, vecchia, senza istruzione e sola. Era sola ma non era triste e non può essere mai solo chi è ospitale e offre il suo cuore.

Per quanto possiamo essere soli, malati, poveri, debilitati.. ci sarà sempre qualcosa che possiamo fare per gli altri, ci sarà sempre nel nostro cammino qualcuno che potrebbe essere ascoltato, confortato, divertito con una indicazione, una storia, un sorriso, un dono…e anche sotto una vecchia quercia che non dà più frutto può essere piacevole sostare.

Sappiamo tutti che la aspettative di vita sono molto aumentate, dunque, per quanta vita le statistiche ci possano dare come possibilità, quando avremo raggiunto quel traguardo avremo davanti altra vita che aspetta e le statistiche ancora ci daranno altra vita possibile. Dunque la vecchiaia come meta finale non esiste. Esistono degli inizi, ognuno con le sue caratteristiche e le sua capacità me nessuno vuoto di niente a meno che noi non lo vogliamo.
Un adolescente avrà speranza di vita fino ai 70 anni e arrivato là si sentirà dire che ora la sua aspettativa di vita è salita a 78, ma a 78 gli diranno che è 86 e via così ad aumentare per cui possiamo solo rassegnarci a questa lunga vita e sperare di poterla passare nel modo meno acciaccato possibile e godendo a ogni tempo di tutto quello che quel tempo potrà darci in una scoperta infinita. E tante più cose faremo e penseremo, tanta più vita migliore sarà nelle nostra possibilità. Insomma, più a lungo abbiamo vissuto, più a lungo vivremo. E più a lungo avremo fatto e inventato, tanto più intensamente useremo il nostro tempo, perché ogni tempo ha la sua gioia.

E’ chiaro che il corpo cambia e anche la mente. E cambiano le cose che facciamo e che faremo, la nostra storia, il nostro destina. Ma se tutto cambia, cos’è che dura? C’è qualcosa che cresce e si conserva ed è il nostro carattere. Mutano tutte le cellule, un corpo si sostituisce all’altro. Ogni due settimane noi cambiamo la nostra pelle. Ogni tre mesi i globuli rossi. Ogni anno e mezzo il fegato. Ogni 10 anni lo scheletro e ogni 15 i muscoli, 15 anni e 9 mesi per l’intestino. Ogni 7 anni noi cambiamo interamente tutte le cellule del nostro corpo e continuamente cambia la nostra mente. Sono le cellule staminali che operano questo cambiamento. Così, ogni 15 anni, noi siamo dal punto di vista cellulare organismi totalmente diversi. Ci sono solo alcune cellule che non cambiano mai e sono quelle della corteccia cerebrale, degli occhi e del cuore.
Se viviamo in un ambiente sano, mangiamo poco, ricerchiamo frutta fresca e secca e verdura cruda che riducono gli ossidanti, se riduciamo la carne che è cancerogena, e conduciamo una vita sana e soprattutto attiva, se riduciamo i radicali liberi che danneggiano le cellule, se non fumiamo, non beviamo alcoolici, evitiamo le droghe e lo stress, se non mangiamo cibi grassi e poveri di conservanti, se continuiamo ad amare.. avremo forti probabilità di vivere fino a 120 anni. Ma anche qui non conta il quanto. Conta il come.

E la cosa straordinaria, oltre al ricambio continuo di cellule che è il nostro corpo, c’è una cosa che permane ed è il nostro io, che cambia se pure molto lentamente restando con una base comune, per cui a 70 anni abbiamo lo stesso carattere fondamentale che avevamo a due anni, ovviamente con tutte le modificazioni dell’evoluzione o dell’involuzione della nostra esistenza. In qualche modo essenziale, pur nel continuo flusso di cambiamento materiale che è il vivere, l’io è sempre il nostro io, lo stesso nel neonato come nel centenario e in qualche modo, da centenari, rimane in noi tutto ciò che siamo stati, il neonato, il ragazzino, l’adolescente, il giovane, l’uomo maturo..così come la pianta conserva in sé la sua impronta originaria, il suo genere, il suo essere proprio, in ogni fase del suo sviluppo, per cui la ghianda contiene la quercia.
Ma allo stesso tempo, pur nella persistenza di un carattere, di un io, che sottostà ad ogni cambiamento, quel carattere, quell’io è destinato a una evoluzione, ha il compito naturale e soprannaturale di migliorare se stesso, di tendere al proprio implicito fine, per cui non credo, come fa Hillman, che vi sia anche un seme di Hitler che attuandosi diventa Hitler, non credo e non voglio credere nella potenzialità moralmente sbagliata così come non posso credere che la quercia storta e malriuscita possa essere la vera realizzazione di un qualche tipo di ghianda che era nata per essere esattamente così. Sono convinta che allontanarsi dallo scopo originario non sia un vizio dell’origine ma la somma di una serie di scelte e situazioni negative senza la cui considerazione non esisterebbe libero arbitrio né giudizio morale né possibile cura. Perché, come ipotizzo che vi sia in ognuno una possibilità di variare, e la vedo, devo ipotizzare che vi sia anche una capacità di evolvere, e la devo cercare e nutrire e questa capacità penso che esista in ognuno in ogni istante della sua vita.

Certo che desta totale meraviglia pensare alla persistenza in me, nel continuo variare di tutto, di un principio essenziale che è sempre lo stesso anche se può svilupparsi e cambiare e farsi via via più complesso, nel processo di crescita del corpo e del mutare della mente, un unicum che è il mio io, la ‘forma’ o ‘eidos’ o ‘impronta’ fondamentale che mi contiene e mi sospinge, che è insieme atto fattuale e causa efficiente, mi rappresenta, mi fa vivere, mi fa conseguire a cause ma anche tendere a scopi, il progetto originario che mi viene consegnato ab origine perché lo tenga al meglio, ne abbia la maggior cura, lo porti alla sua totale attuazione, secondo quello che Jung chiama “principio di individuazione”, processo psichico unico e irripetibile di ogni individuo che consiste non solo nel completamento della crescita fisica ma nell’avvicinamento dell’Io al Sé, in quella crescente integrazione e unificazione dei complessi psichici che formano la personalità. Questa idea dell’io non riguarda solo l’Io conscio e inconscio, non si riferisce solo alla formazione del carattere apparente, è ciò che fa di ognuno un qualcosa di unico e irripetibile di cui devo aver cura e rispetto, per cui il delitto maggiore è trascurare se stessi, non riconoscere le proprie esigenze e i propri diritti, non darsi il proprio bene lecito, trascurare le proprie finalità superiori.

Vivere è un’arte. Noi siamo il capolavoro in fieri su cui sempre stiamo lavorando e dimenticarselo o dichiarare forfait, arrendersi, è l’errore maggiore,
Allo stesso tempo non può esistere individuazione dell’Io che non sia insieme compito sociale, vivere con gli altri e per gli altri, non solo perché viviamo in aggregati sociali, ma anche perché l’uomo, come diceva Aristotele, è un animale sociale e dunque può e deve realizzarsi con l’aiuto degli altri o dando aiuto agli altri. Questo concetto di socialità e solidarietà è per me fondamentale non solo per l’individuazione, cioè per l’attuazione di ciò che siamo, ma anche per la felicità del compito, cioè per ciò che siamo chiamati ad essere.

Se invecchiare è ancorarsi al cuore delle cose, l’invecchiamento deve portare il senso del distacco, della meraviglia e dell’essenziale ritrovato.
Come la vecchia pietra del torrente levigata dal passare delle acque finché splende come una gemma riflettendo i colori dell’iride sia la nostra faccia che si flette sotto la levigatezza degli anni e risplenda di luce interiore.

E non dimenticarti mai di camminare! L’aria, il sole, il contatto col mondo, la natura.. incontrare, amare, contemplare, sorridere.. non c’è età dove finisca tutto questo. Non c’è tempo dove puoi non essere curioso, attento, partecipante. Non c’è tempo in cui non puoi sorridere dentro e fuori. E ciò che irradi attira il simile.
Metti dentro di te tutto ciò che ti è piaciuto della vita, il sorriso, il gesto gentile, la pazienza, l’ascolto, il conforto. Ciò che di bello hai ricevuto o desiderato rispecchialo! E se non òo hai mai avuto, crealo!
L’io è molto di più di un corpo e di un tempo. E’ un insieme di pensieri, di scelte, di atti di volontà.
E più ameremo il buono e il bello in noi, più lo regaleremo agli altri, perché trasparirà da tutto quello che facciamo.

Mio marito era ormai immobilizzato e provo della voce, eppure tutte le infermiere lo adoravano per i suoi occhi dolci, il suo viso sorridente, la sua pazienza e sopportazione del dolore. Fino all’ultimo mi scriveva su un blocchetto di essere gentile con loro, di capire la loro stanchezza, di ringraziarle, di onorare il loro lavoro e di comprare loro cioccolatini o fiori. E loro gli volevano bene, amavano lui che trasformava anche la sua agonia in un dono. Perché è così che accade. Il nostro stress stressa. La nostra accettazione ci fa accettare. Lo spirito amorevole travalica la malattia e si effonde.
Così da lui dovevo imparare che anche nell’impossibilità più dolorosa del dare e del fare, se nel tuo cuore c’è posto per l’altro, l’altro nel suo troverà posto per te.
Ci è stato dato questo cammino. Prima del compiersi di questa tappa dobbiamo portare a frutto il nostro carattere. Ormai non si tratta più di raggiungere conquiste o successi, arricchimenti materiali o poteri. Al compimento della tappa il kahrma chiede di essere superato, le reazioni standardizzate devono essere rinnovate, il moto del pensiero rovesciato, i pesi e i vincoli nobilitati.
E quelli che riusciranno a portare a compimento il Sé, se ne serviranno come punto di partenza per risorgere dopo, in un’altra vita, e il punto dove arriveremo sarà il punto di partenza per la nuova partenza di luce.
Per cui ogni perdita sarà un conseguimento. Ogni accettazione del limite, lasciando cadere le antiche battaglie, sarà una nuova vittoria. Ma soprattutto lasciar andare con il perdono ‘soave’ quanti non abbiamo ancora perdonato ci renderà il passo leggere per una ripartenza felice.

Jung è fortemente convinto che, nel ciclo delle rinascite, ognuno di noi viene al mondo con un compito, che non può consistere nel potere, nel sapere o nel comandare, ma che può e deve necessariamente comprendere l’esistenza degli altri uomini nel senso del reciproco aiuto. Notate che quando dico altri uomini non intendo nemmeno dire uomini viventi, nella duplice accezione che ‘uomini’ possono essere anche grandi uomini di altri tempi o anime che non sono più incarnate ma che ugualmente esistono per aiutarci o essere da noi aiutati. Persino gli angeli, per chi si sente in contatto con loro, rientrano nel ciclo dell’aiuto reciproco, in quanto come noi abbiamo bisogno di loro, loro hanno bisogno di noi, all’interno di un cerchio di esistenti totali che comprende tutto l’universo.
In questo cerchio di reciproche corrispondenze non c’è nessuno che sia totalmente scollegato dagli altri e viva solo di sé e per sé, ma tutti e tutto si tengono per mano.
La crescita è un processo collettivo e in questo processo ognuno, ovunque sia e comunque egli sia, a qualunque età e in qualunque situazione di trovi, può collaborare al bene del tutto, se solo lo vuole.
La non collaborazione alla cura del nostro primo assegnatario che è l’io e alla cura del mondo ha la sua sottrazione, sottrazione di senso che è la depressione, sottrazione di bene comune che è la delinquenza, sottrazione di partecipazione comune che è il cattivo potere, sottrazione di vita che è non vita. In tutti i casi, l’uomo ha fallito il proprio compito. E’ stato il cattivo pastore che ha abbandonato il suo gregge alla furia dei lupi.

E quando dico ‘vita’ non intendo nemmeno ‘questa vita’, perché noi non siamo robot, assemblamenti di pezzi in varianza, c’è qualcosa che oltrepassa questa materia e anche questo destino, in questo me attuale sono presenti tutte le forme che la materia-pensiero ha preso nelle vite precedenti, per cui sarò anche tutti i ‘me’ che sono stata e anche, in nuce, tutto quelli che sarò nelle vite successive, in un fluire incessante e dinamico dove io, oggi, metto i semi di quello che sarò poi, per cui ogni mio istante è sacro e prezioso non solo per quello che sarò domani ma per quello che sarò sempre.
La mia forma, che è anche sostanza, travalica il senso di ogni configurazione temporale nell’aspetto di un fluire extratemporale ed extraspaziale.
Ed ecco che il mio dovere di essere in ogni istante ‘al meglio’ supera la mia forma-materia istantanea per farsi riconoscimento e mantenimento della parte di un Io eterno, flusso che perdura per dare un senso a tutto l’universo.
Chiama Aristotele questo carattere perdurante “l’anima”, la nostra amica che rientra nell’anima del mondo, e all’anima i Geci classici attribuivano le virtù principali del genere umano: il Bene, la Bellezza, la Giustizia, il Coraggio, l’Amicizia, la Lealtà e quell’anelito che ci spinge a superare l’io egoico per mettere la nostra vita al servizio di una causa comune.
Il carattere è l’anima in azione. E se qualcuno volesse negare l’anima, dovremmo trovare un altro nome per indicare qualcosa che non è corpo o mente, ma tutti li sovrasta, per indicare l’essere in cammino secondo una pulsione che non può derivare dalla sola materia né dal solo pensiero, e che li unifica in un dover essere, il compito esistenziale che ogni uomo ha, che lo riconosca o no, verso se stesso, verso chi gli sta vicino, verso il mondo, ché tutti facciamo parte di un’unica vita.
E così noi ci serviamo dell’anima per enunciare in suo nome tutte le qualità positive del carattere che ben conosciamo tanto che il solo parlare di anima ci pone nella sfera della morale personale o dell’etica collettiva. E l’anima resta una astrazione bizzarra finché non la pratichiamo incarnandola in pensieri, atteggiamenti, comportamenti, opere.
E’ l’anima l’energia in atto per il Bene comune. Così che in India ogni sua caratteristica viene proiettata in un nume e venerare quel nume significa ricreare in se stessi la qualità che gli corrisponde: la compassione, il coraggio, la conoscenza… così che l’intero e multiforme Olimpo indiano non è che il dispiegamento trionfante e completo dell’anima liberata.
“L’anima- dice Hillman- è l’intelligenza attiva, incorporea e invisibile” ma vivissima e mitopoetica, in quanto è produttiva dalla narrazione del vivere, ché sempre narrazione è la vita, mito sempre presente che drammatizza se stesso, secondo i suoi moduli nativi e il suo kahrma perenne.
Questo comprendere il kahrma nella panoramica del nostro destino è fondamentale per staccare la nostra esistenza dai suoi limiti temporali ed effonderla in un tempo non tempo che contiene tutti i tempi, le vite che fummo e quelle che saremo e gli spazi intermedi della non vita terrestre con i loro squarci di conoscenza diretta e di consapevolezza trascendente.
Certo, di quelle narrazioni archetipiche e di quegli squarci divini il nostro carattere è solo pallido schermo, pur tuttavia la tensione che lo pervade, fortissima sotto il dolore della malattia o il blocco della depressione, pur incastrandosi nella finitezza limitata della carne e della mente con tutti i loro problemi, ha il suo seme nelle grandi “eidos” o forme concettuali terrene e metafisiche a cui attingiamo e che stanno al nostro ego psico-materiale come i prototipi perfetti stanno all’imperfezione necessitata del mondo.

Ed ecco che quando una vita è una buona vita, il carattere con la vecchiaia si perfeziona, perde le disarmonie della crescita, e anche la terza età, con tutti i suoi impedimenti, può essere vissuta come il capolavoro che vogliamo.
Quando siamo giovani, la sostanza di cui siamo fatti è fresca e vibrante ma può essere virtù dell’anziano far emergere, nel declinare del vigore fisico e mentale, la spinta ad affinare e smaterializzare tutte quelle facoltà che appartengono alla creatura disincarnata. Del resto molti santi perfezionarono la propria santità proprio quando la forma-corpo perdeva tutti i suoi caratteri di prestanza, salute e persino movimento.
Svanisce la materia, si affina lo spirito.
Ci auguriamo dunque che la nostra senilità non sia fardello o tempo perso ma porti a compimento quelle facoltà che sono solo dell’anima e che con la vecchiaia possono solo espandersi.
“Il pomeriggio conosce cose che il mattino nemmeno sospettava” (Proverbio svedese).

L’anziano non deve solo autoconservarsi perché si ridurrebbe a materia che si perpetua. deve armonizzarsi con la sua anima liberata, perché il viaggio della vita deve essere percorso da un eccesso di materia in cui si accende l’anelito dell’anima ancora lontana a un difetto di materia in cui l’anima arriva alla sua realizzazione maggiore e si prepara a quel passo avanti che la porterà al prossimo salto.
Si renda dunque sano e bello il seme che porterà alla pianta nuova!
La sola autoconservazione sarebbe sterile attaccamento a qualcosa che tra poco non sarà più. Deve invece farsi fase preparatoria di qualcosa che sarà poi.
Se i bambini sono i meno dotati di pietà, portino gli anziani la virtù della pietà nel mondo!
Ai giovani si dà come meta il successo, ai vecchi spetta il riordino e la conservazione del meglio.
Se vuoi valutare una società, guarda cosa offre alle sue fasce estreme, cosa offre ai suoi giovani e come tutela i suoi vecchi. Se li emargina entrambi, se non offre loro la protezione e le vie necessarie a far sì che esplichino il compito loro proprio, sarà inutile propagandare il giovanilismo o il progressismo, avremo una società destinata a sparire che si fonda in ultima analisi sul predominio di classi ristrette per censo e potere, il cui unico scopo è la conservazione di se stessi, pena la distruzione di tutti gli altri.
L’involuzione della società occidentale e massimamente di quella italiana si misura proprio sulla sottrazione di futuro ai giovani e sullo stato di debolezza dei vecchi, dove tutto è concentrato su una casta di mezzo, avida e meschina che si fa grande sul furto di vita a tutti gli altri. Ma che società civile può esserci se penalizza gli inizi dell’età dell’uomo come la sua parte finale?

Bisogna dunque guardare gli anziani con uno sguardo particolare, che oltrepassi l’apparenza e miri diritto alla bellezza e alle potenzialità dell’anima nel rispetto verso chi ha molto vissuto e dunque molto sofferto e non col materialismo di chi guarda un corpo valutandone solo, come per una macchina, il bruto rendimento materiale.
Sono i vecchi i custodi del tempo, i possessori della memoria, tant’è che la natura ha messo in loro con lo svanire della memoria vicina la persistenza di quella remota.
Nelle loro membra il trascorrere dell’età ha creato una geografia interessante come per i vecchi olivi centenari o i grandi massi del torrente.
Essi sono i punti fermi di un’umanità frenetica e convulsa, che dimentica troppo spesso il tempo della contemplazione, della meditazione, dell’introspezione, della memoria.
Bisogna guardare ai vecchi con uno sguardo particolare, che oltrepassi l’apparenza del corpo e miri dritto alla bellezza dell’anima, col rispetto che si deve a chi molto ha vissuto e molto sofferto.
Quando si è vecchi, non si è più gli stessi di prima, si è molto di più, e chi ci guarda non deve farlo come a dei diversi o a degli emarginati, ma come a ciò che anche lui diventeranno, trattandoci come loro vorrà essere trattato in futuro.

C’era una storiellina nel mio libro delle elementari che ricordo ancora. Due coniugi maltrattavano il nonno e un giorno la sua scodella di terracotta cadde rompendosi in molti pezzi. Il bambino di casa raccolse questi pezzi. “Cosa fai?” chiese il padre. “Raccolgo i pezzi- rispose il bambino –per darci da mangiare a voi quando sarete vecchi”.

In verità ci sono solo dei personaggi che danno ai vecchi il rispetto che meritano e sono i bambini. Camminano piano come loro, guardano il mondo con curiosità e stupore come loro, hanno un modo spontaneo a carezzevole di averne cura, hanno bisogno di attaccarsi alle loro memorie, di essere nutriti dalle loro storie, di essere consolati nei loro pianti.. sono i bambini le migliori cure che un anziano possa desiderare per non sentirsi vecchio e solo. Bambini e anziani si sono utili e vicenda. Felice quella casa dove ci sono dei buoni nonni e dei buoni nipotini che crescono insieme! Ed ecco che tra vecchi e bambini si completa quel cerchio d’amore che rende bella la vita, quel cerchio che i figli spesso dimenticano o trascurano, per quella regola feroce della vita per cui un figlio si crede emancipato quando non si sente più figlio, mentre una madre o un padre continuano ad essere madre e padre per sempre.

La vita è eterna e può essere bellissima secondo come la si guarda. La vita è eterna e la morte è solo uno stato d’animo. Ogni età ha la sua bellezza, purché si voglia vederla. La vecchiaia potrebbe essere l’età della calma e potrebbe avere le sue gioie, purché non la si voglia contrabbandare per gioventù, si lasci perdere l’ambizione smisurata, la violenza degli appetiti sessuali, l’estetismo falso e rifatto, purché sia onorata e non nascosta e la si prenda esattamente per quello che è senza pretendere quello che non ha.
La vecchiaia bisogna imparare a viverla esattamente come ogni altra età, con la moderazione di chi segue uno stile di vita sano e adeguato, con la capacità di coglierne le gioie e le possibilità, senza voler sembrare ciò che non si è e senza voler occupare posti che non ci competono.

Ha un’altra dote bellissima il vecchio: è unico. Là dove tanti giovani sembrano tutti uguali per come sono omologati tra loro, nello sforzo di apparire diversi e in realtà, spesso, così simili, tutti vestiti di nero, tutti con gli scarponi militari, il piercing, il tatuaggio…, il vecchio ha la bellezza straordinaria di essere unico semplicemente essendo ciò che veramente è. E’ ridicolo che nei giovani a volte tanta energia vitale, tanto slancio passionale, tanta smania di protagonismo si manifestino nell’uniformità della divisa, nell’omologazione del comportamento, nella similitudine delle manifestazioni.
Ma ogni vecchio è fatto a suo modo, unico e irripetibile, come è fatto a suo modo ogni vecchio albero della foresta, che ha vissuto molte stagioni, è stata percosso dal vento e dalla pioggia, ha ospitato famiglie di uccelli, ha perduto le foglie e le ha rimesse e nei suoi nodi serba tutti i segni di suoi anni e delle vicissitudini di una lunga vita e solo grazie a tutto che ha visto e patito può mostrarsi ora in tutta la sua bellezza, in tutta la sua struttura di grande complessità e profondità. Un vecchio è una storia.
Sia dunque il vecchio ciò che vuole essere, la sua forma se l’è guadagnata, destino che in lui si fa originalità e unicità, indipendenza e bizzarria, che lo distoglie dalla massa uniforme dei senza-carattere che proprio per autodifesa e inesperienza da giovani virgulti si fanno tutti uguali, proiettando nell’imitazione del gruppo la sicurezza degli inizi.
Se dunque i giovani si somigliano, sia pure nella baldanza e nell’uguale prorompenza, tanto da sembrare le milizie di un esercito così che quando se ne vede uno si sono visti tutti, ogni vecchio è unico e individuo, come un capolavoro dell’esistere, in sé espressivo e perfettamente riuscito.

Ecco dunque che anche la valutazione del tempo non più giovane può essere travalicata nel senso positivo di chi, in qualunque data della sua vita sia, 2 anni come 90, può sentirsi o parte empatica, attiva, partecipante di un mondo comune, o particella separata e dunque sofferente e fonte di sofferenza per sé e per gli altri. La sofferenza può chiamarsi in molti modo, non sempre è prevaricazione, può essere anche smania, avidità, inquietudine, furia, buco nero che non si soddisfa mai, mancanza, nostalgia, rancore, disarmonia, squilibrio ecc. A tutto questo contrappongo quattro sole parole: armonia, amore, equilibrio, pace.
E quando mai se non da vecchi questi traguardi sono più vicini?

Ho fatto tanti errori nella mia vita. Ma il peggiore è stato di non godere ogni volta quello che avevo, inseguendo quello che non avevo più o che non avrei mai avuto. Adesso non farò l’errore di non godere di quello che la mia età mi può ancora dare per la nostalgia di quello che ho perduto.

A 80 anni Jung scriveva: “Sono stupito, deluso, contento di me, sono afflitto, depresso, entusiasta. Sono tutte queste cose insieme e non so tirare le somme. Sono incapace di stabilire se alla fine valgo o non valgo, non ho un giudizio da dare su me stesso e sulla mia vita. Non c’è nulla di cui mi sento veramente sicuro. Quando Lao-tzu dice: “Tutti sono chiari, io solo sono offuscato” esprime quello che provo io ora, nella mia vecchiaia avanzata…Eppure ci sono così tante cose che mi riempiono: le piante, gli animali, le nuvole, il giorno e la notte e l’eterno che è nell’uomo. Quanto più mi sono sentito insicuro di me stesso, tanto più è cresciuto in me un senso di affinità con tutte le cose. Anzi, è come se quel senso di alienazione, che per tanto tempo mi ha separato dal mondo, adesso si fosse trasferito nel mio mondo interiore, rivelandomi un’insospettata estraneità a me stesso”.

Sentirsi uno col mondo, questa è l’età felice.

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