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Saturday November 18th 2017

MASADA n° 1733 4-2-2016 LA MORTE BELLA

MASADA n° 1733 4-2-2016 LA MORTE BELLA
Viviana Vivarelli

Vorrei darvi la mia testimonianza sulla morte, perché credo che ogni cosa che ci accade nella vita abbia uno scopo e che lo scopo di certe esperienza che abbiamo sia quello di essere raccontate.
Sono una insegnante e ho passato tutta la vita a insegnare e a studiare, in questi ultimi 34 anni della mia vita ho insegnato soprattutto psicoanalisi junghiana, ma ci sono cose che ho imparato attraverso vie strane, che non erano quelle dell’insegnamento o dello studio.
Per 29 anni sono stata una sensitiva, forse non una grandissima sensitiva, ma, come accade a molti, mi si sono aperte vie paranormali, senza che lo richiedessi.
Secondo il dottor Piero Cassoli, che ha studiato il paranormale per tutta la vita, sarei stata una sciamana naturale.

La parola ‘sciamano’ viene dal tunguso šaman, a sua volta dal pali samana, derivato dal sanscrito sramana che significa ‘monaco’. Da notare la radice indoeuropea sa, legata al verbo ‘sapere’ e mánu con significato di ‘uomo’. Lo sciamano è una persona che ‘sa’ in modo immediato qualcosa che per gli altri uomini è ignota. E non c’è nulla di più ignoto della morte.
Si dice che lo sciamano abbia doti paranormali fin dalla nascita oppure perché è morto e rinato, è un ‘nato due volte’. Spesso è qualcuno che è morto e poi tornato in vita, ma quel ritorno ha significato l’apertura di una consapevolezza maggiore, accompagnata da doti di chiaroveggenza. Andare nell’altro mondo e tornare in questo è una esperienza molto strana che cambia le persone.
Io non sono morta nel senso medico del termine, ma a 35 anni ho ricevuto una diagnosi di morte a breve termine, perché le mie capacità respiratorie si erano troppo aggravate e, secondo i medici, potevo al massimo sopravvivere due mesi se mi fossi spostata da Milano a una città più a sud con l’aria meno inquinata. I dottori non potevano fare più nulla per me, perché avevo 4 bronchi per una malformazione congenita e irrisolvibile. Dopo la broncoscopia, il primario di Ornago chiamò gli altri medici del sanatorio mostrando le lastre dei miei bronchi come fossi un fenomeno da baraccone. E mi dette la diagnosi funesta con modi spicci, per cui le sue parole furono un vero trauma.
Solo che in quel momento accadde qualcosa di inaspettato e inspiegabile: guarii di colpo. Nessuna ha mai potuto spiegare cosa successe. Un momento prima uscivo da 35 anni di salute precaria con gravi difficoltà respiratorie, un momento dopo ero risanata, guarita, senza più nessuna malformazione, nulla di quello che mi aveva avvelenato la vita per 35 anni.
La lastra ai bronchi successiva mostrò che avevo due bronchi normalissimi come tutti gli altri. E da quella diagnosi in sanatorio uscii guarita e non ebbi più bronchiti croniche o asma, nulla.
Posso chiamare questa cosa solo con la parola ‘miracolo’, ma, nel momento stesso in cui il mio corpo veniva risanato e io ero riportata in vita, la mia mente è cambiata, ho cominciato a percepire cose che fino allora non vedevo e, tra le altre cose, ho cominciato a vedere i morti e a produrre vari effetti speciali che hanno attirato a me un fiume di persone, col passa parola, da tutte le parti d’Italia. Purtroppo non ho mai accettato questo improvviso aprirsi di nuove percezioni. Quello che vedevo e sentivo mi spaventava, pensavo di essere schizofrenica, e ho fatto di tutto per chiudere la porta che si era spalancata. Dopo 29 anni, casualmente, ci sono riuscita, per cui adesso non ho più gli effetti speciali, non vedo più i fantasmi, non sono più una sensitiva con effetti fisici.
Mi è rimasta solo una cosa: parlo con mio marito, che è morto tre anni fa e che, se richiesto, può dirmi delle cose anche su chi mi sta davanti ma devo dire che anche questa cosa sta lentamente svanendo.
Ovviamente, la prima cosa che gli ho domandato è cosa fosse la morte. Poi gli ho chiesto previsioni di vari tipo che finora si sono avverate, come se lui vedesse quello che io non vedo e avesse cognizione anche del futuro. Il contatto è mentale. Io chiedo qualcosa, la sua voce, col tono e l’inflessione che aveva da vivo, nella mia mente risponde, poi devo verificare se quello che dice è vero.

Prima dei 35 anni, avevo un’idea della morte come fine totale, non ho mai capito bene la resurrezione dei corpi, mi sembrava strana l’idea di paradiso, purgatorio e inferno e accettavo genericamente che ognuno di noi avesse una sola vita, secondo le credenze occidentali.
Dopo l’apertura improvvisa al paranormale e il mio ingresso nei 29 anni di sensitività, le mie concezioni sono cambiate di colpo e la mia idea della morte ha subito un profondo mutamento. Anche adesso io non so cosa la morte sia, ma una cosa so con certezza: che la morte è bella.
Dopo la mia trasformazione fisica e mentale, ho allucinato in una specie di rivissuto ad occhi aperti tre vite precedenti, due morti e una prigionia, qualcosa che non era un sogno, ma come un film che si srotola e in cui avevo modi di pensare e di vedere molto diversi dai miei attuali. Le tre esperienze mi hanno turbato molto, per cui ho cominciato a leggere ogni sorta di libro sulla reincarnazione, con testimonianze specialmente indiane e ho cominciato a fare domande ai bambini, quando mi capitavano.
Nella prima allucinazione: “Sono un bambino di otto anni, scuro di pelle, olivastro, con capelli scuri, lunghi e untuosi, in un’isola tipo la Melanesia. Quasi nudo, con qualcosa intorno ai fianchi. Corro con grandissimo piacere su una spiaggia lunga e arcuata, come una falce di luna, bianchissima, molto bella. Fa caldo, il mare e il cielo sono di turchese. So che in qualche modo il mare mi è proibito, perché rischio troppo per la mia età, ma il suo richiamo è troppo grande. Mi vedo che nuoto sott’acqua con grandissimo piacere, con le braccia aderenti al corpo, taglio l’acqua come fossi un pesce e fendo dei branchi di pesciolini piccolissimi argentati, mentre i capelli mi vanno tutti indietro. Poi la scena cambia di colpo e divento una presenza incorporea che guarda dall’alto. Guardo in modo neutrale una scena che mi riguarda o che riguarda il mio corpo, da cui sono staccato: il bambino è morto affogato e un uomo porta in braccio il corpicino che cade giù, cadono i capelli bagnati, la testa. L’uomo sale degli scalini naturali fatti un po’ di sassi, un po’ di radici che vanno dal mare a un piccolo villaggio. Le case sono aguzze, di legno grigio, tutte storte e misere. Arriva molta gente. Una donna grida e piange con i capelli sconvolti. Forse è mia madre, ma non mi importa gran che”.
Questa è la prima morte per affogamento.

“Anche la seconda morte è per affogamento. Sono una ragazza russa di 17 anni, potrei chiamarmi Sonia. Non sono granché bella, di altezza media, senza nessun carattere speciale. Ho un vago innamoramento per un giovane che ha un nome che suona come Alecsiei o Alioscia, forse è un militare, perché lo penso in divisa, è più grande di me, l’ho visto qualche volta ma non credo mi ricambi.. Mi piacciono le canzoni molto sentimentali, quelle che si suonano con una specie di chitarra rotonda. Io stessa suono un po’ il pianoforte non molto bene, questo fa parte della mia educazione perché sono di famiglia benestante. Porto un abito bianco lungo, non molto largo, con delle gale in quadrato sul davanti del corpetto. Ho una fascia alta in vita col fiocco dietro. I capelli sono un po’ ricci, castani, legati dietro, molto comuni.
Siamo nel 1917 in una città che si chiama allo stesso tempo Pietroburgo e Pietrogrado, mi sembra che questa cosa del doppio nome sia importante. E’ novembre ma non fa ancora freddo. Il cielo è bigio. Vedo la nostra sala da pranzo, grande e un po’ austera, non molto illuminata, la famiglia sta seduta attorno a un tavolo rettangolare per il pranzo. Dicono che ci sono disordini in città e io chiedo se abbiamo distribuito ai poveri il pane avanzato come il solito. Sentiamo tumulti. Io sono in piedi e vado sulla veranda. Ci sono delle colonne dei grandi vasi con delle felci. Vedo una folla di gente molto povera, con abiti grigi e scuri, molte barbe, silenziosi e disperati. Ho paura. Mi accuccio in terra dietro le felci. Poi non vedo più nulla. Ma so che quella gente uccide tutta la mia famiglia e che io vengo affogata nel fiume. Posso vedere il fiume dall’alto, un fiume molto ampio con ampie curve, dal nome breve, di due sillabe.
Di altro posso dire che quando ero piccola, tutte le mie bambole si chiamavano Sonia, che chiedevo a mia madre che era sarta di cucirmi delle casacche bianche abbottonate sulla spalla, col collo dritto e sottile. A 14 anni ho letto con morbosità Dostoievski, mi interessava particolarmente la vita borghese dei salotti, come una cosa che avevo già conosciuto, immaginavo i samovar, i divani, le canzoni molto tristi e sentimentali. La musica della balalaika mi fa piangere ancora. In un convegno a Riccione ho comprato una cassetta di voci medianiche in cui una signora canta vecchie romanze norvegesi e russe; la registrazione è penosa ma l’ho sentita un sacco di volte per lo struggimento che mi procura quando canta in russo.
I miei incubi infantili, quando avevo la febbre alta erano sempre scene di affogamento, affogavo in un fiume gelato e sentivo l’acqua fredda saturarmi la gola.
La paura dell’affogamento esattamente ‘nel fiume’ è sempre stata così forte da impedirmi di imparare a nuotare. A Pavia camminavo con terrore sul marciapiede opposto ai canali, dove peraltro l’acqua è profonda solo poche decine di cm. , ma ciò bastava a darmi un terrore fobico.
Insieme a questo, ricordo delle scene confuse, come degli spezzoni: il giorno di Natale si andava in slitta in chiesa, vedo il riflesso rosso delle fiaccole sulla neve azzurra, sento i campanellini. Era bellissimo.
Oggi Pietroburgo si chiama Leningrado. Io ci sono stata nel ‘78. Ho visto la bella città color pastello, barocca e neoclassica, molto simile alle città europee, ho visto la Neva, ampio fiume largo e freddo con grandi curve. Ho cercato invano qualcosa che avesse un significato per la mia memoria. Sono andata giù sul fiume in battello in un crepuscolo rosa. Non mi ricordavo nulla di quello che vedevo, ma quando sono ripartita da Leningrado avevo una gran voglia di piangere.

Nella terza memoria vivo un momento di grande crisi. Sono un uomo piuttosto alto e corpulento, con spalle a scivolo e un po’ di pancia, tra i 40 e i 45 anni, un inglese, di pelo biondo rossiccio, vedo la peluria sulle mie mani. Le mie iniziali sono O.W., il che farebbe pensare a Oscar Wilde, ma Oscar Wilde non avrebbe mai portato abiti così andanti. Porto un abito grossolano di lana, forse di tweed, e un panciotto con orologio a catena. Sono chiuso in una piccola stanza. I mobili sono al minimo: un letticciolo, un piccolo tavolino con materiale da scrivere, una sedia, una stufa di ghisa nera a botticella. La finestra è piccola e con sbarre nere. Si vede una campagna mossa a collinette d’erba, senz’alberi, nessuna forma di vita.
Vivo un momento di disperazione. Sono stato accusato e condannato e ora sono distrutto. So che la mia vita è finita. Penso parole molto belle e accorate che ora non sono in grado di ripetere; penso che ho voluto provare tutto nella vita, anche cose non consentite dalla morale, perché mi sentivo libero e potente, sopra la morale comune, so che ora questa mi condanna per qualcosa che riguarda un adolescente, ma io non ho fatto nulla per fare del male, volevo solo provare tutto, conoscere tutto, per curiosità, per sensualità, per amore della bellezza. Sembra che questo amore della bellezza sia molto importante per me. Di tante parole che dico mi ricordo una frase: “Volevo sentire la stilla della vita che scendeva nel calice”. Lo dico in modo molto visivo, immaginando di essere una calla, fiore leggermente femmineo, simile a una vulva delicata e spessa, color crema, la stilla che le cade dentro è miele, assaporo le parole come fossero un godimento sensuale. Ho un profondo senso della musicalità e della perfezione delle parole, che sgorgano da sole come fossero atti voluttuosi. Le parole hanno una grande vivezza visiva e percettiva, sono immediate sensazioni, come di persona per cui le esperienze percettive sono estremamente importanti e che è in grado di gustare sfumature sottili ed intense. La sensazione è insieme mentale e fisica e si muove sull’onda delle parole, anche in un momento di disperazione. Il termine che mi viene in mente per questo tipo di pensiero è ‘squisito’”.
Non so se costui sia veramente Oscar Wilde, il grande dandy e drammaturgo inglese, che fu rinchiuso in carcere per atti di sodomia con un giovane aristocratico e la cui vita fu distrutta per questo. Ma ho saputo poi che veramente la calla era il suo fiore preferito, e lo stesso il colore crema, aveva voluto una casa tutta color crema. Altre cose forse non significative: ho sempre avuto la passione per gli aforismi, le mie fiabe preferite erano ‘Il gigante egoista’ e ‘Il principe povero’, odio però le commedie teatrali e il teatro in genere da cui mi sono sempre tenuta lontana…
In molti paesi del mondo la reincarnazione fa parte delle credenze abituali e faceva parte anche della cultura dei primi cristiani per almeno tre secoli; fu eliminata nel 553 d.C. nel Concilio di Nicea che volle differenziarsi dal paganesimo, ma riferimenti alla reincarnazione appaiono in vari passi della Bibbia e degli stessi Vangeli.
La maggior parte delle persone di questo mondo credono alla reincarnazione o perché essa appartiene alla loro fede o per esperienza personale. I bambini prima dei 10 anni hanno spesso reminiscenze di vite precedenti.

La mia amica Anna che è neurochirurgo è a tavola coi due figli ragazzini. Il più piccolo, Francesco, di colpo si mette a urlare contro di lei: “La colpa è tua, perché non mi hai controllato e quella volta mi hai fatto morire in mare sotto la barca!” Tutti restano a bocca aperta ma il ragazzino non riesce a spiegare quello che ha detto. Pochi giorni dopo vanno a trovare un’amica a Genova. Ha una figlia della stessa età di Francesco. Lo vede per la prima volta e subito esclama: “Tu sei quello che è andato a nuotare e sei morto sotto l’elica della barca!”

Una volta chiesi a un gruppo di bambini molto piccoli di cosa erano morti. Ebbi le risposte più strane. Ricordo quella di una bambina di 5 anni che disse: “Mi hanno incatenato a una ringhiera. Mi hanno sbranato i cani”.

Oggi io faccio fare agli altri varie esperienze e anche di regressioni con un rilassamento profondo e senza ipnosi e possono riemergere reminiscenze di vite precedenti. A volte queste possono essere collegabili a problemi o malattie della vita attuale, a volte i collegamenti non sono affatto chiari. Queste reminiscenze sono in genere più forti nei bambini e scompaiono dopo i dieci anni, oppure si accendono in certe situazioni o luoghi come dejà vu, ma possono riemergere nel rilassamento profondo. Ovviamente è solo una ipotesi. Potrebbero esserci casi in cui una vita precedente sono successe delle cose che si riverberano sulla vita attuale. Jung aveva in sé tracce di vite precedenti di cui aveva avuto dei ricordi da piccolo e pensava di essere un personaggio del 1700 di cui vedeva gli abiti, le scarpe, la carrozza. Credeva anche di essere la reincarnazione di Paracelso, e come lui, fu fortemente attratto dall’alchimia. Scrisse che certe malattie come la tisi potevano derivare da altre vite. E c’è un analista junghiano inglese, Roger Woolger che unisce il pensiero di Jung alle filosofie orientali e usa la reincarnazione per risolvere i problemi dei pazienti. E’ uno psicoterapeuta che basa il suo lavoro sulla ricerca di vite passate e sostiene che esse influenzano il nostro presente. Il paziente può soffrire di ansie immotivate, insicurezze e anche disturbi fisici oppure, può avere fobie, paura di essere abbandonato, paura degli spazi aperti o viceversa dei luoghi stretti ecc.. Se si potesse ritornare alle vite precedenti e rivivere i traumi che hanno originato quelle paure, forse i problemi psichici attuali potrebbero sparire. Freud chiamerebbe questo ‘abreazione’, emersione di emozioni connesse a situazioni traumatiche del passato, solo che Freud si limitava a eventi di questa vita, i reincarnazionisti risalgono ad altre vite. L’analista che lavora sulle vite precedenti tratta questa memoria arcaica come fa coi contenuti rimossi nell’inconscio, porta a galla eventi in genere traumatici che sono stati dimenticati, così che il soggetto rivive le emozioni ad essi collegate e in questo modo si libera della loro energia disturbante. La regressione può far arrivare alle radici del problema e, in molti casi, una volta che la coscienza ha visto la causa del trauma, le conseguenze psico-somatiche sulla vita attuale potrebbero sparire. Ma, lo ripeto, sono solo ipotesi.
Uno dei casi più interessanti dei pochi che ho sperimentati è quello di Franca.
Franca è una signora cicciottella che non era capace di mantenere una dieta. Ci provava ma qualcosa la bloccava per cui doveva interromperla.
Messa in una situazione di grande rilassamento psicofisico, disse, con un filo di voce, di essere un soldato inglese rinchiuso in un campo di prigionia giapponese. Descriveva le condizioni di grande sofferenza del campo, le esecuzioni pubbliche, la ferocia dei suoi aguzzini. Diceva che spesso gruppi di prigionieri venivano fatti salire su un camion con la scusa di far legna nella foresta ma poi non ritornavano e di come lui si era salvato rannicchiandosi sul fondo di un fusto vuoto di benzina. Era in condizioni stremate, di enorme fame. Poi mi sono vista questa signora cicciottella che moriva di fame davanti ai miei occhi. La sua anima balzava in alto e, ormai indifferente alle sorti terrene, si rendeva conto che il campo non era così isolato ma nei pressi c’era un piccolo villaggio con chiese dalle cupole d’oro, e che sarebbe stato possibile evadere. Ma ormai di queste cose non gli importava più nulla.
Se prendessimo questa storia come una memoria di vita precedente, potremmo trovare qui il motivo per cui Franca non poteva fare nessuna dieta, molto controindicata per uno che in un’altra vita è morto di fame.
Qualche volta, però, le memorie non si spingono così lontano.
Anna (non ricordo il nome) era una giovane e bella e sana e non si capiva perché non potesse avere figli, visto che anche il marito era giovane e sano,
Anche qui l’induzione fu “Va’ all’origine del tuo problema!”. Entrata nel rilassamento profondo, la voce di Anna cambiò, divenne quella di una bambina di pochi anni. Piangeva, era disperata. Da quel che diceva, era successo qualcosa in casa di terribile, era morto il fratellino down, teneramente amato da tutti, e la famiglia era piombata in un grave shock. In quel momento di disperazione nessuno si era ricordato dalla piccola Anna, e lei si era rannicchiata ai piedi di un albero, in giardino, e piangeva, perché non capiva cosa stesse succedendo e nessuno la consolava nella sua paura e nel suo stato di abbandono.
Anna si svegliò rapidamente, ancora con le guance bagnate di lacrime. Rapidamente si riprese e scappò via.
Dopo poco tempo rimase incinta..
Sarebbe facile dire che il blocco alle sua gravidanza era il timore di avere anche lei un bambino down, invece era bastato sbloccare le emozioni impedite in un momento cruciale della sua vita e l’energia a bloccata aveva ripreso a fluire.
Roger Woolger narra di una donna inglese che ne soffriva da sempre di depressione, senza che ci fossero cause visibili: «Ho iniziato a farla parlare della sua vita, finché mi ha raccontato della partenza di suo figlio per il college. Non c’era nessuna particolare emozione nella sua voce, ma l’ho invitata ugualmente a rivivere quel giorno, tenendo gli occhi chiusi». L’arrivo alla stazione, le valigie sul treno, il finestrino abbassato e il figlio che la saluta dicendole che si rivedranno a Natale. Poi i singhiozzi. Che succede? «Sento che non lo rivedrò mai più», dice la donna in lacrime. La scena cambia, emerge un’altra vita: il treno è pieno di ebrei ed è diretto verso i campi di concentramento. Madri e figli vengono divisi, e lei non rivedrà mai più il suo. In quella vita era morta due settimane dopo e quel dolore si era impresso nella sua anima alla morte, ripresentandosi nella depressione attuale.
Qualcosa di simile potrebbe accadere nei bambini, spesso molto piccoli, che hanno incubi notturni o presentano schegge di memoria che sembrano appartenere ad altre vite. A volte i genitori raccolgono queste indicazioni, fanno ricerche e scoprono persone che hanno avuto quel nome, o quella morte o quelle vicende traumatiche. E, quando questi riscontri arrivano, il bambino smette di avere quegli incubi, è come se si adattasse meglio alla sua vita attuale.

Una volta accettata la teoria della rincarnazione, resta il problema: cos’è la morte? Cosa accade tra una vita e l’altra?
Per rispondere alla prima domanda, devo raccontarvi che durante i miei 29 anni di sensitività ci fu un’estate molto dolorosa in cui mi ritrovai da sola, abbandonata dal marito, in una casa in affitto a Zocca, era appena morta mia madre, io caddi in una profonda depressione e per un mese mi tornò la tosse. Era una tosse secca e nervosa soprattutto notturna che non mi permetteva di dormire e che mi spaventava molto, dal momento che proprio per problemi bronchiali dovevo morire. Di notte tossivo, di giorno ero sfinita dalla mancanza di sonno e, siccome sono anche diabetica, come pranzavo, cadevo addormentata. Per un mese ogni giorno, dopo pranzo, si ripeté la stessa esperienza anormale: io ero morta, senza un corpo, e viaggiavo a grandissima velocità in una profonda oscurità verso una zona di luce che mi attraeva. Mi pareva di essere in un tunnel, perché ne vedevo le pareti circolari segnate da sprazzi velocissimi di luce e mi sembrava di avere dietro di me, alla mia destra, una figura protettiva. Ciò che mi attraeva a folle velocità era qualcosa di circolare e palpitante, come una luce giallo chiaro rosata, un neon pallido, che sembrava viva e si muoveva dolcemente. Quella luce era la cosa più amorosa e bella che avessi mai visto, mi attraeva a sé come un grande amore, come una grande Madre protettiva e calda. Ma, poco prima di raggiungerla, venivo ritirata violentemente indietro come un elastico e risalivo nel mio corpo, con grande orrore, con tutta la sensazione di chi è costretto a ributtarsi in una forma inferiore, come se risalissi in un pozzo emergendo in una lucertola, un rettile, comunque una forma di vita inferiore. Lo schifo di questo rientro nella vita terrena era enorme, come se io fossi stata vomitata in qualcosa di spregevole, mentre il tunnel, ovvero l’essere morti, e la chiara luce che mi aspettava al suo termine erano la cosa più bella del mondo. So che l’esperienza che ho provato per tutto un mese di seguito è stata raccontata da molti, e si chiama il ‘tunnel della morte’, ma in genere viene raccontata da persone che sono state dichiarate morte.
C’è anche un dipinto di Bosch che rappresenta questo tunnel. È l”Ascesa all’Empireo” di Hieronymus Bosch (1450-1516), uno dei quattro pannelli con le “Visioni dell’aldilà”, datati intorno al 1500 e conservati nel Museo di Palazzo Grimani a Venezia.

Devo dire anche altre cose. Ho conosciuto mio marito il primo giorno del liceo quando avevano entrambi 14 anni e l’ho amato per 57 anni. Il fatto strano è che non l’ho mai considerato un marito, ma una sorella. E la prima volta che l’ho visto, a scuola, non ho visto un ragazzone alto di un metro e 88, ma una donna bionda, giunonica, con un gran seno, e una treccia di capelli biondi, ed era la mia sorella maggiore, mi proteggeva e mi faceva da mamma. Non l’ho vista mentalmente, ma proprio fisicamente. Per 15 anni gli ho detto che non potevamo sposarci, “perché lui per me era come una sorella”.
Mio marito è morto da tre anni. E’ stato malato per 4 anni con il cancro che veniva operato o curato ma che risorgeva in varie parti del corpo finché lo ha preso all’anca e ne aveva sette nell’intestino. Il primo attacco fu alla laringe per cui divenne muto, poi vennero gli altri così che l’ultimo anno era muto e fermo in un letto senza possibilità di movimento. Io l’ho accudito per tutti e 4 gli anni, di giorno e di notte, e sono stata accanto a lui anche in ogni ricovero ospedaliero, senza lasciarlo mai, giorno e notte, e imparando ciò che deve fare una infermiera. Purtroppo produceva in continuazione dei fluidi che dovevano essere svuotati con una macchina o soffocava, giorno e notte. L’ultimo anno fu molto faticoso. Mio marito ha combattuto sempre con la convinzione che avrebbe vinto la malattia, ma due giorni prima di morire capì che non poteva combattere più e si arrese. Io capivo quello che diceva con le labbra e ho cercato fino all’ultimo di dargli coraggio. Mi disse con le labbra: “Questa volta mi sa che non ce la faccio”. Non so come ho fatto a reggere quasi senza dormire per tutto l’ultimo anno, so che non riuscivo più a mangiare nulla, salvo le barrette Kinder, perché mi si era chiuso lo stomaco. Due notti prima che morisse, io gli stavo stesa accanto a lui a mezzo metro, appoggiata su un fianco e mi sono addormentata di colpo per pochi minuti. Tenevo la luce del bagno accesa, e intravedevo il profilo del suo stomaco contro quel debole chiarore e lo guardavo ogni tanto per la paura di non vederlo più alzarsi e abbassarsi nel respiro. A un certo punto, come ho riaperto gli occhi, ho visto una enorme luce giallo rosata che stava tra me e lui. Sono balzata di colpo in piedi, spaventata, e sono corsa nell’altra camera dove dormiva mia figlia, che era venuta da Londra per assistere il padre e che aveva deciso di annullare il volo del ritorno, vedendo che si era molto aggravato. L’ho svegliata e le ho detto: “Ho visto un angelo”. Solo più tardi ho realizzato che quella luce dolcissima che avevo visto era la stessa che avevo visto in fondo al tunnel della morte.
Il giorno seguente mio marito sembrava caduto in un sonno profondo. Ma, quando apriva gli occhi, si illuminava e sorrideva fissando qualcosa di bellissimo che vedeva solo lui.
Gli siamo state accanto fino all’ultimo, io gli tenevo una mano, la figlia accoccolata sul letto gli teneva l’altra. Lo abbiamo guardato finché non ha fatto tre lunghissimi respiri e poi più niente. Per un’ora ancora lo abbiamo tenuto per mano e gli abbiamo parlato ricordando le cose più belle della vita con lui. Ci sembrava che dovessimo tenergli compagnia, perché non si sentisse solo nella nuova esperienza. Mio marito era alto un metro e 88 ed era arrivato a pesare 120 chili. Era molto bello, ma i 4 anni di malattia lo avevano scarnificato. All’ultimo non aveva capelli e il viso sembrava un teschio di avorio giallo. La morte lo aveva lasciato con gli occhi aperti e la bocca aperta e non siamo riuscite a chiuderli. Poi abbiamo chiamato la dottoressa per redigere il certificato di morte e lo abbiamo lasciato solo per un po’. Quando siamo tornate da lui, gli occhi erano chiusi, la bocca era chiusa, la pelle del viso era rosea e fresca e un sorriso meraviglioso lo illuminava tutto come se vedesse qualcosa di bellissimo. Abbiamo chiesto alla dottoressa dell’ANT se quel ritorno dell’espressione fosse una cosa che avveniva meccanicamente dopo la morte, ma non ha saputo rispondermi.
Poi il suo corpo è stato cremato e io e mia figlia siamo andate in un parco che a lui piaceva tanto e abbiamo sparso le sue ceneri su una collinetta d’erba.
Quando tutti sono andati via e sono arrivata al primo mattino da sola, ecco che l’ho sentito accanto. La sua presenza era vivissima e talmente colma di felicità da far girare la testa. Era stato malato per 4 anni e per tutti un anno era rimasto immobile in un letto in preda a spaventosi dolori, insopportabili, malgrado la morfina. E ora stava bene, era vivo, era in un posto bellissimo, poteva muoversi come gli pareva e il posto in cui era fantastico. Era talmente felice del suo nuovo stato che mi girava attorno come una trottola, mi produceva suoni e movimenti in tutta la casa con una ebbrezza totale, era talmente forte che alla fine gli ho chiesto di smetterla e tutti gli effetti speciali si sono calmati di colpo.
Ma potevo parlargli e lui rispondeva mentalmente, anche se rideva delle mie domande e spesso, quando gli chiedevo come fosse l’al di là, mi rispondeva: “Tu non hai gli strumenti per capirlo”. Ma varie cose erano certe: lui vedeva non solo tutto quello che facevo, ma vedeva anche il futuro e le cose che ma erano nascoste, e tuttavia non aveva giorno e notte, oggi o domani, era fuori del tempo, era senza tempo ma vedeva tutti i tempi, tanto che se gli facevo domande su cose che dovevano accadere, mi dava brevi risposte, per cui, da allora, ogni volta che viene da me qualcuno per un incontro io gli chiedo di dirmi qualcosa su di lui. Ma, per esempio, se perdo qualcosa in casa, mi dice dove si trova o se sono in crisi con qualcuno, mi dice cosa devo fare. Per ora ci sono sempre stati dei riscontri sulle sue predizioni su me o su altri. Oltre a questa chiaroveggenza, mi ha detto che ‘lavorava, perché anche nell’al di là ci sono dei compiti. Ha cercato di spiegarmi questi compiti ma è stato come se noi viventi fossimo le piante di un giardino e loro, i morti, i nostri giardinieri, si prendono cura di noi, ci proteggono, ci aiutano, ci sono sempre vicini. Noi possiamo parlare con loro ogni volta che vogliamo e possiamo farci aiutare da loro in ogni cosa.
Io ho studiato radioestesia e ho visto con l’antenna rabdomantica e lavorando sulle foto che l’energia dei morti è enormemente superiore a quella dei vivi. I morti sono potenti. Vedono tutto e possono fare tanto. Quando ci muore una persona cara, dovremmo ricordare che solo il suo corpo non è più con noi, ma resta l’amore e chi muore perde i difetti e le mancanze che aveva in vita per diventare un’altra cosa, estremamente pura e forte. Dovremmo continuare ad amare le persone che abbiamo amato quando erano sulla Terra ma capire che esse non sono più quello che erano prima e hanno adesso caratteri e poteri diversi e maggiori.
Poco tempo fa ho chiesto a mio marito se si era reincarnato, e lui ha detto di sì: “In una bambina cinese”. Ne ho provato un sottile piacere perché in vita non ha mai capito i diritti delle donne. Ma lui ha detto: “Sono molto amata”. Qualche sera dopo gli ho chiesto se poteva vederla. E mi è apparsa mentalmente l’immagine di una bambina dai tratti mongoli ma con un visino lungo lungo e non tondo, come uno si aspetta da un neonato. La madre era giovanissimo e molto sottile con un viso lungo lungo come la bimba, la teneva in collo e la guardava con infinito amore. Penso che fosse della Cina nordoccidentale, Mongolia o qualcosa di simile, e non vivesse in una città, perché portava un abitino blu a fiori molto stretto di foggia antica. Ho chiesto a mio marito come fosse possibile che lui fosse lì che parlava con me e allo stesso tempo fosse rinato in quella bambina, e mi ha risposto: “L’anima è multipla”. Ho capito così che un’anima ti può parlare e insieme può rinascere in una o più creature nuove e che tutte le limitazioni che noi poniamo al corpo fisico per l’anima non esistono. Non c’è nemmeno il senso dell’identità personale come lo conosciamo in questa vita.
Io sono contenta di questo contatto con mio marito, solo che io lo voglia, ma era come se anche quello non mi bastasse. Eppure i segnali sono stati tanti. Da vivo, quando stava bene, lui tornava ogni sera a casa alle sette e voleva che la cena fosse pronta. Dopo morto, tornava lo stesso a casa ogni sera alle sette e io sentivo uno schianto sul tavolino basso di noce che aveva costruito lui. Questo tavolino mi segnala con uno schianto quando arriva o quando ha qualcosa da dirmi. Per molti mesi il tavolino ha fatto il suo schianto ogni sera alle sette, ma una sera il suono è arrivato alle sette e mezzo, al che io ho detto: “Sei in ritardo” e ho sentito la sua mano che mi accarezzava la guancia come a chiedere scusa. Il fenomeno è durato tutto il primo anno, poi è cessato.
Mio marito è morto il 28 febbraio, ma il 28 febbraio dell’anno successivo io mi ero dimenticata questa data. Ero distesa sul divano e ho sentito il profumo del suo dopobarba sotto il naso. In genere sempre per il suo compleanno gli regalavo questo dopobarba della Atkinson. Ma di solito un dopobarba lo senti lì per lì, poi svanisce subito invece quello durò per un’ora, fortissimo, poi come mi alzai dal divano, scomparve.
I segni sono stati tanti. Nelle pratiche di successione quando non trovavo il tale documento mi indicava in quale parte della casa cercare. Subito mi trovai i conti in banca bloccati e mi disse di aprire un certo cassetto e trovai una busta con su scritto “A Viviana” con dentro 200 euro e non ho mai capito quando e come ce li avesse messi e come mai non li avessi trovati prima.
Ma io non ero ancora contenta di queste manifestazioni che era vivo e che mi stava accanto e allora accadde un’altra cosa strana. Io non ho mai fatto in vita mia riti o cose simili, ma durante un mio corso venne fuori che due allievi avevano fatto il rito del Santo Daime, ovvero la cerimonia dell’Ayahuasca, che è antichissima, proviene dalle foreste amazzoniche e mette in contatto diretto col mondo dell’aldilà.
Avevo sentito parlare di questa cerimonia alla Biblioteca di parapsicologia di Bologna dal dottor Bruno Severi, che col dottor Bianchi è stato 4 volte in Amazzonia, risalendo grandi fiumi fino alle tribù amazzoniche dove avevano sperimentato l’uso dell’Ayahuasca nelle cerimonie sacre. L’Ayahuasca è una bevanda psico-attiva derivata di una liana che produce allucinazioni. Il dottor Severi ne aveva parlato e io avevo avuto una corrispondenza con lui per avere altri particolari, era stato gentilissimo e prodigo di particolari ma si era rifiutato di dirmi quello che aveva visto di personale.
Mentre i due allievi parlavano di questa esperienza, ho sentito nella mia mente la voce di mio marito molto allegra che diceva: “Vacci vacci!”, e così, senza nemmeno pensare, sono andata ad Assisi per partecipare a una cerimonia sciamanica. Lo scopo era precisamente quello di comunicare più chiaramente con mio marito. Ma il risultato è stato così scioccante che dopo mezz’ora volevo scappare e sono rimasta lì proprio a forza.
L’esperienza ha stravolto tutto quello che pensavo della morte e di mio marito stesso.
Prima mi ero preparata, avevo letto un libro bellissimo ed esaustivo di Walter Menozzi. “L’Ayuahuasca, la liana degli spiriti” e avevo fatto ricerche su internet.
Il luogo dove si teneva la cerimonia era un capannone gelido, in campagna, vicino a un casolare malandato. I gestori erano delle signore portoghesi molto anziane e gentili che parlavano male l’italiano. C’erano molti visitatori tutti vestiti di bianco. Il tutto è gratis. Il luogo è arredato con simboli cristiani e quel che avviene è una specie di messa con preghiere, incenso e poi i cori in cui si inneggia a Cristo e alla Madonna. Poi comincia la distribuzione dei bicchierini di Ayuahuasca e, dopo una mezzoretta, quando si tengono gli occhi chiusi cominciano le allucinazioni.
La cerimonia è una specie di messa cristiana che inizia con tre preghiere, Ave Maria, Padre Nostro ecc. e finisce 5 o 6 ore dopo con altre tre preghiere, sempre in portoghese.
Nel tempo intermedio si cantano ininterrottamente degli inni sacri in portoghese (ti danno il libriccino degli innari) a volte in piedi, a volte seduti. La musica è ossessiva e ripetitiva per facilitare la trance. Ogni tanto le persone si mettono in due file ai lati verso l’altare di fondo e a ognuno è dato un bicchierino di yagè. La cerimonia si chiama del SANTO DAIME, perché gli inni cominciano tutti nella stessa maniera: “Santo, dai a me la pace, dai a me l’amore….!”
Come io chiudo gli occhi, precipito in una visione fortemente perturbante, tridimensionale con una intensità di colori vivissima. Dicono che quando sogniamo a colori molto forti, questi sogni provengano dall’inconscio profondo e in questo caso quello che vedo è così intensamente colorato, quasi impossibile da definire, che deve per forza provenire dalla parte più profonda di me, ma quelle immagini che si ripetono anche se in forme sempre diverse sono impossibili da gestire e diventano intollerabili. Io ‘odio’ le cose ripetute, ma per ore dovrò affrontare questa tortura delle immagini che si ripetono e si ripetono fino allo spasimo. Le immagini sono come un enorme caleidoscopio tridimensionale dove un certo motivo si ripete in ogni parte come un mandala, i cui colori sono soprattutto il cremisi del velluto cardinalizio e il nero, sembrano enormi rose pressate tra di loro in incredibili e diverse forme cangianti, ma è come se mi assalissero. La visione è fortissima, i colori lussureggianti, le forme perfette come in mandala regali di grande effetto scenico, ma quella successione violenta e dai colori fortissimi mi è insopportabile. La voce di mio marito mi dice che sto guardando il mio cervello, che sto guardando il mio EGO che si riflette in mille schegge su se stesso, un EGO dominatore e smisurato, preda di se stesso, ma la cosa è talmente ossessiva da darmi grande sofferenza, per cui faccio scatti col capo per respingerla, tossisco, sbadiglio fino a slogarmi le mascelle, ho movimenti bruschi. Allo stesso tempo sento tutta l’ossessione dei versi ripetuti ossessivamente degli inni che mi danno tutti lo stesso altissimo di sofferenza. Vorrei sfuggire a questo incubo che si ripete, e se apro gli occhi, le immagini spariscono, ma sono troppo stanca per stare con gli occhi aperti e, come li richiudo, il caleidoscopio ricomincia. Ogni tanto sbircio Mirna che sta sempre con gli occhi aperti, canta come può gli inni portoghesi e si muove dondolando. O sbircio Yuri, che sta nella parte degli uomini e che è come svenuto, col capo riverso all’indietro e un sorriso beato. E’ tutto vestito di bianco e il suo viso sembra fatto di luce. Ma se guardo un altro giovane con la felpa e il cappuccio dietro il tavolo vedo un viso che si deforma in modo orribile (e anche Mirna dirà di averlo visto deformato e mostruoso).
Mi rifiuto di prendere un altro bicchierino di Ayahuasca e anche di stare in piedi quando si deve, sono troppo debole e vorrei solo andare via, vorrei che tutto finisse. Anche Mirna, che non chiude mai gli occhi, vorrebbe scappare ma ci diranno che non possiamo per non disturbare l’energia totale.
Yuri beve fino a 6 bicchierini e ha cominciato a scivolare verso il basso, alcuni aiutanti sono accorsi a prenderlo prima che finisse in terra, lo hanno portato dietro il paravento e lo hanno steso sul materasso coprendolo con un panno di lana. Yuri è sprofondato in un sonno profondo da cui tenteranno varie volte di svegliarlo e lui racconterà ciò che è successo confusamente come una grande gioia, come un momento in cui ha fatto domande molto importanti a Dio e ha ricevuto grandi risposte. Ogni tanto si sentiva la sua voce da dietro il paravento che ripeteva in tono stupito a voce alta qualcuna di queste risposte, ma più tardi lui non ne ricorderà nessuna.
Io stavo molto male, volevo che il caleidoscopio finisse e mi dava noia tutto, sentivo le cose attorno come deformate, i colori continuavo a perseguitarmi in modo massacrante. Era tutto insopportabile. Una vecchia signora dai capelli bianchi è venuta a chiedermi com’era e io ho detto: “Orribile!”. Mi ha chiesto se mi piacevano i canti. E io ho risposto: “Non li sopporto!”
Sembrava che tutto questo non finisse mai. Allo stesso tempo mi veniva impartita una lezione di cui ogni tanto sentivo le parole ma che più che altro agiva dentro di me e quella lezione era che io passavo la vita a dire: “Questo non mi piace! Questo lo odio! Questo non lo sopporto!” ma non era così che dovevo vivere. Dovevo sviluppare L’ACCOGLIENZA anche di ciò che non mi piaceva, soprattutto di ciò che mi sembrava insopportabile. E quel dolore alla nuca, alla testa dietro che avevo avuto per i sette anni di depressione e quel dolore alla spalla sinistra che avevo avuto per due anni erano solo tensioni a cui mi costringevo per non accogliere il mondo. Bastava che io sviluppassi l’accoglienza e sarebbero passate.
L’ACCOGLIENZA E’ PARTECIPAZIONE”, diceva la voce. Ma io non ero capace. E mi pentivo amaramente di aver respinto in quei giorni una povera ragazza che aveva bisogno di aiuto. Quello che provavo era terribile, insopportabile. La purga che avveniva dei miei difetti era immane. L’ayahuasca viene chiama ‘la purga’. Non sapevo come farla smettere, poi ho scoperto che, se passavo in un certo modo, la mano sopra gli occhi chiusi, il caleidoscopio rosso e nero finiva e vedevo una enorme cascata che cadeva dalla destra e, quando passavo la mano sugli occhi, sulla cascata si formava un arcobaleno. E questo mi ha dato un po’ di pace.
Ma io avevo chiesto di parlare con mio marito. Ed ecco che si è aperto un libro enorme, color carne fatto di pelle umana, e al centro del libro c’era come un crocifisso stilizzato e ho sentito la voce di mio marito che rideva come se mi prendesse in giro e diceva: “Ma credevi davvero che mi avresti visto come ero da vivo?” e poi ancora: “Tu chiedi sempre, chiedi sempre, mi chiami perché vuoi sapere, vuoi avere…” E io dicevo: “Ma, allora, come mi devo rapportare a te?” E lui rispondeva: “CON AMORE INCONDIZIONATO”.
Ma io non capivo. E ricordavo solo che ogni volta che mi abbracciava, gli puntavo una mano contro. E lui mi diceva, allora, che io “MI OPPONEVO ALL’AMORE DATO, ALL’AMORE RICEVUTO. Ma davanti all’amore non ci si oppone. Ci si abbandona.“
Ma io scoprivo con orrore che non ero capace di farlo.
E allora compariva a destra una grande montagna nera e in alto si apriva un foro e fluiva giù una cascata di luce calda molto bella… ma io ero a sinistra, in basso, come schiacciata, come fossi una macchia nera di catrame o simile e la luce scendeva, scendeva, ma non riusciva a raggiungermi, perché ero proprio io che non lo permettevo.
Allora io ero disperata e non sapevo cosa fare. E capivo che il problema era tutto per come ero fatta, per le mie resistenze all’amore. “LASCIATI ANDARE” diceva la voce, ma non ne ero capace. Ed ero così disperata per il fatto che quella luce calda non mi raggiungeva che ho cominciato a piangere dentro di me e a dire “Santo Daime, Santo Daime, aiutami! Abbi pietà di me! Io sono imperfetta! Sono limitata! Più di così non so amare! Aiutami”. E non sapevo più se parlavo con mio marito o col Santo Daime. E ho chiesto: “Ma sei tu?” E la voce ha risposto: “IO SONO UNO, MA SONO TUTTI!” E io vedevo una piccola sagoma nera di uomo che diventava tutto il mondo.
Avevo chiesto anche quale fosse il mio compito negli ultimi anni della mia vita. E la Voce ha risposto: “DEVI ESSERE LA MADRE CHE ABBRACCIA!
E mi pareva che intendesse ‘anche fisicamente’. Non c’è sempre bisogno delle parole, a volte si deve andare oltre le parole e accogliere il pianto degli altri e basta, e allora mi sono girata e ho abbracciato Mirna e le ho detto di chiudere gli occhi e di sollevare il viso verso l’alto (perché me lo aveva detto la Voce) e Mirna finalmente lo fatto e subito si è messa a piangere, e tutte e volte che chiudeva gli occhi, ancora le lacrime sgorgavano giù.
E la Voce mi diceva: “PERCHE’ NON HAI PIANTO QUANDO SONO MORTO? ANCHE IL PIANTO E’ SENTIMENTO”.
Così alla fine l’effetto ha cominciato a svanire e ho aperto gli occhi. E mi sembrava tutto un sogno molto strano e terribile, da cui però io non avevo avuto beneficio fino in fondo, come un lavoro fatto a metà, per colpa mia. E per tutto il tempo ho avuto un forte desiderio di vomitare e forse sarebbe stato meglio perché avrei tirato fuori qualcosa che voleva uscire. Tutto questo è durato 6 ore.
Dopo, Mirna ha spiegato che lei, ogni volta che ha cominciato a chiudere gli occhi, vedeva la morte di sua madre ed era intollerabile e capiva che questo significava qualcosa di profondo che lei doveva superare ma non ce la faceva.

Dopo la cerimonia, ho cercato di interrogare chi era vicino a me su quello che aveva provato. Tutti erano scossi ma molti erano restii a parlare. Un uomo giovane mi ha detto di essere stato un eroinomane per molti anni e l’Ayahuasca lo aveva guarito di colpo. Ci sono molti giovani tossicodipendenti che vanno lì solo per guarire e dicono che questa sostanza è meravigliosa. Una giovane e bassissima signora brasiliana che veniva da Vienna ci ha dato un resoconto meraviglioso della sua prima volta. Ha detto che per anni era stata preda di una depressione terribile che le dava dolori in tutte le parti del corpo e nessun medico o analista aveva potuto trovarne le cause e guarirla. Nella cerimonia, aveva visto arrivare davanti a lei il ‘Divino’, così come ogni religione se lo rappresenta Buddha, Cristo, Visnù…, poi attorno a lei si è formato un cerchio con tutte le persone importanti della sua vita, aveva perdonato ognuna di loro e ne era stata perdonata. A quel punto una schiera infinita di uccelli era venuta fino a lei da ogni parte del mondo e quando le arrivavano vicino si trasformavano in angeli e l’avevano abbracciata. Queste immagini sono bellissime ma ogni persona ha una esperienza diversa.
Quando lei si era svegliata dalle allucinazioni, la sua depressione dolorosa era sparita. Era guarita.
Da allora, ogni tanto, quando può, ripete l’esperienza, anche, se, per farla, deve fare lunghi viaggi. In Brasile danno qualche goccia di Ayahuasca anche ai bambini.

Ho sentito varie volte porre la domanda: “Ma come mai uno ha capacità paranormali e un altro no? “ oppure: “Ma com’è che abbiamo fenomeni paranormali in alcuni momenti della nostra vita ma non sempre? “
Io ho avuto la sorte di avere 29 anni di fenomeni paranormali, ma siccome non li avevo dalla nascita e mi sono arrivati dopo i 35 anni, non ero abituata e non li ho presi bene, ho creduto di essere schizofrenica e ho fatto sette anni di depressione. Poi è andata un po’ meglio ma non mi sono mai adattata a quelle esperienze. Le trovavo perturbanti e invasive e ho fatto di tutto per eliminarle finché ho scoperto un espediente nella radioestesia e sono sparite. Ho chiuso la porta. Dopo, ero molto spaventata, perché credevo che, siccome le avevo avuti insieme al miracolo della guarigione, rifiutando il pacchetto, sarei morta. Ma non è successo niente e ora mi è rimasto solo il colloquio con mio marito e una specie di intuizione quando devo parlare di uno sconosciuto davanti a me, ma non è più la chiaroveggenza di prima e non ho più l’antica certezza.
Per 29 anni mi sono arrovellata a cercare qualche risposta e nel corso del tempo ho fatto varie ipotesi sulla domanda “Perché alcuni sì e altri no? Perché in certi momenti sì e in altri no?”. L’ultima ipotesi è un po’ strana e ve la do per quel che vale e l’ho trovata proprio studiando l’ayahuasca.
Mi hanno spiegato che ogni organismo produce delle sostanze che normalmente sono tenute a freno da fattori inibitori, i quali ci impediscono di avere percezioni paranormali. Il succo dell’ayahuasca solleva la soglia di questi inibitori, liberando le capacità di ognuno di mettersi in contatto con lo spirito della pianta, come direbbero in Amazzonia, ovvero col nostro Sé superiore o Dio, come lo chiamano i credenti, o la dea della foresta, come credono gli indio amazzonici.

Come dice Walter Menozzi: “In natura due principi attivi sono su due piante diverse e distinte, l’Ayahuasca li unisce con estrema precisione. Ora, come abbiano fatto degli uomini praticamente “primitivi” a mischiare i due fattori giusti per avere l’effetto allucinogeno è un mistero che ha del magico o del divino. Uno è il principio attivo della DMT o dimetiltritptamina, che normalmente la nostra ghiandola pineale secerne durante il sonno e produce i sogni, è contenuta nella liana, ma viene bloccato, se assunta per via orale, da un enzima MAO nello stomaco che lo blocca e digerisce. Solo assumendo un MAOINIBITORE che è contenuto in un’altra pianta, impediamo questo blocco e abbiamo gli effetti allucinogeni”.

Io sono una studiosa di Jung e lo insegno nei miei corsi. Quando l’infarto lo colpì, a 69 anni, Jung visse per tre settimane tra sogno e estasi. Aveva visioni splendide, scenari di verdi colline. Disse: “Tutto è legato a tutto, fino all’ultimo anello della catena, e la vera essenza di Dio è presente tanto in alto, quanto in basso, in cielo e terra, e nulla esiste al di fuori di Lui” (Sohar).
Jung disse: “È impossibile farsi un’idea della bellezza e dell’intensità dei sentimenti durante quelle visioni. Furono la cosa più tremenda che io abbia mai provato. E quale contrasto il giorno! Ero tormentato e con i nervi a fior di pelle, tutto m’irritava, tutto era troppo materiale, crudo, rozzo, limitato… La vita era una sorta di prigione, fatta per scopi ignoti, che costringeva a credere che essa fosse la realtà… Sebbene in seguito abbia ritrovato la mia fede in questo mondo, pure da allora non mi sono mai liberato dall’impressione che la vita sia solo un frammento dell’esistenza, che si svolge in un universo tridimensionale, disposto a tale scopo“.
La vita terrena gli appariva come una gabbia virtuale costruita per scopi ignoti, con un potere ipnotico, che costringeva a credere che essa fosse la realtà, nonostante fosse conosciuta con evidenza la sua nullità. Definì la sua esperienza dell’eternità come una realtà obiettiva, una condizione non-temporale nella quale presente, passato e futuro, morte e vita, sono una cosa sola, e tutto ciò che avviene nel tempo sta insieme contemporaneamente in un tutto obiettivo, iridescente e indefinibile.
La morte è bellissima, ma noi non lo sappiamo. Finché siamo vivi crediamo in questo sogno che è la vita, crediamo nella sua realtà. Poi ci sveglieremo a una realtà più grande.
Quando ho usato la scrittura automatica, mio marito ha dettato questo:
“Stai a sentire. Non puoi parlare di cose che non sai e non capisci. Capisco il tuo desiderio di mettere in parole l’ignoto. Ma è una perdita di tempo per la vita che conduci. Io non posso parlare di quello che vedo e sento. Tu non puoi capire. Anche nel mondo dove mi trovo ci sono i problemi, le pene, il lavoro, la fatica. Solo che qui tutto è vissuto su una nota più alta che non entra nel tuo universo. L’unica cosa che puoi fare nella vita è viverla: dobbiamo vivere ogni vita in cui siamo, nel modo che ci è concesso, meglio che possiamo, io dove sono, tu dove sei.
Non ti devi preoccupare per ciò che non capisci né forzarti la testa. Tutto verrà a suo tempo. Ma quando capirai non servirà a niente, perché non potrai comunicarlo agli altri. Ma ogni cosa ha la sua ragione e il suo ordine e si può solo accettarla. In realtà la comunicazione è la cosa più difficile che ci sia. Lo sai bene che siamo stati insieme 57 anni senza conoscerci, ma non conoscere l’altro e non comunicare bene con lui è una cosa che deve rientrare nella tua pazienza e nella tua accoglienza. Anche accettare la nostra impotenza è un buon punto di vita. Non ti preoccupare dunque tanto del capire. Non il capire ti chiediamo, ma l’amore
”.

Vorrei finire con una frase non mia ma di profonda bellezza:

Alla fine della nostra vita, non conteranno le nostre prestazioni e le opere compiute, non ci verrà chiesto se eravamo cattolici o protestanti o cos’altro, le testimonianze di esperienze di premorte ci dicono che prima di tutto e soprattutto dovremo chiederci quanto abbiamo amato. Nulla è permanente, niente è duraturo, ma questo è proprio ciò che noi esseri umani non riusciamo ad accettare. Percorrendo un cammino esoterico si comincia improvvisamente a cogliere la fugacità e ci rendiamo fulmineamente conto di quanto ci aggrappiamo alle cose, teniamo alle idee, siamo tormentati da paure, ci accorgiamo dei paraocchi che indossiamo nella nostra vita. Sono convinto che noi esseri umani ci evolveremo fino al punto da non temere più la morte, ma di rallegrarci per l’esistenza successiva. Riconosceremo nella morte la grande trasformatrice e le daremo il benvenuto”.

Chiudo con una riflessione bellissima di S. Agostino

La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia
d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace
”.
.
HAIKU

Tumultuosamente
il torrente sbatte contro la roccia
più in là l’acqua è tranquilla
e riflette la luna

YAMABE NO AKAHITO

Noi non sappiamo ancora cosa chiamare morte e cosa rinascita.

Ora vediamo come in uno specchio in maniera confusa. Ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente come anche io sono conosciuto.”
San Paolo (Corinzi 13,12)
.
http://masadaweb.org

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