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Friday November 24th 2017

MASADA n° 1581 ROMANZO- UNA SECONDA POSSIBILITA’ -CAPITOLO 22

MASADA n° 1581 ROMANZO- UNA SECONDA POSSIBILITA’ -CAPITOLO 22

Viviana Vivarelli

Aspettare colui che non ritorna – Apparizioni – Allucinazioni – Fobie

Avvengono miracoli
Se siamo disposti a chiamare miracoli
Quegli spasmodici trucchi di radianza. L’attesa è ricominciata
La lunga attesa dell’angelo
Di quella sua rara, rarefatta discesa.

Sylvia Plath

Sono 19 mesi che mio marito ha finito la sua vita terrena. Mi ha visitato spesso in questo tempo e ogni volta la sua presenza mi ha dato conforto. I morti perdono tutti i difetti, le debolezze, le patologie dei viventi. E’ come se si purificassero. Dopo la sua morte, mio marito è tornato il ragazzo d’oro di cui mi ero innamorata da ragazza, dolce e armonioso. Erano sparite non solo le sofferenze del cancro che lo aveva dilaniato per quattro anni immobilizzandolo a letto e trasformando il suo corpo così bello in uno scheletro martoriato, erano spariti anche i vizi di quando era sano, ma come intossicato dal troppo lavoro, dalla troppa ambizione, dall’alcool e dalle sigarette, con quelle scenate isteriche di chi vive una vita squilibrata e scarica sulla moglie le intolleranze di scelte diventate dissennate ma su cui si è perso ogni controllo. Immagino che gran parte di questa patologia dipendesse dal suo carattere, nella sua brama spasmodica di essere il primo e il migliore e una parte derivasse dall’atmosfera competitiva e massacrante dell’IBM, visto che alcuni dei suoi colleghi, al tempo in cui stavamo a Milano, si suicidarono. Quante donne si innamorano di un uomo e poi lo vedono cambiare in una trasformazione che uccide tutto quello per cui lo avevano amato! Eppure, se non lo lasciano, è per il tentativo di voler continuare a vedere nel suo profondo la forma di un tempo.

Ma dopo morto, tutto tornò come prima. La figura che ora amo come mio marito è il meglio che lui sia mai stato. E’ un essere idealizzato dove posso finalmente e con tranquillità proiettare tutto il mio desiderio d’amore. Ovviamente non posso parlare di questo con nessuno o sono presa per matta. Mia figlia non vuole nemmeno sentirne parlare. Si chiude in un silenzio assoluto se accenno a suo padre come se fosse presente, non lo sopporta. Ma per 19 mesi la sua vicinanza saltuaria mi ha impedito di impazzire. Poi è arrivata questa settimana di buio in cui l’avevo perduto e sono stata così male. Ma, dopo una settimana, ecco che è tornato. L’ho risentito mentre parlavo su skape con mia figlia e guardavo sullo schermo i bambini giocare nel suo tinello, ed è arrivato di colpo dopo tanti giorni di assenza, con i soliti segnali noti nella stanza. Riesco perfino a sentire dell’affetto o dell’ironia o del compatimento in questo suo scricchiolare del legno. Ovviamente può essere solo la mia immaginazione che lavora. O la mia disperata solitudine. Teoricamente, come lui è tornato, non mi sono sentita più sola, per quanto sia bizzarro chiamarsi non più soli solo perché si parla con un morto e si sente la sua compagnia. Ma nessuno è solo che non voglia restare solo. La solitudine di se stessi non dipende dallo stare o non stare con qualcuno, ma dall’odiare di restare soli in sé senza avere la forza di reggere gli altri.
Bizio mi ha dato un messaggio per Nico, sembra preoccupato dei suoi rapporti col marito, ma mia figlia ha fatto finta di non sentire. Ogni volta che accenno alla mia parte paranormale reagisce con mutismo e imbarazzo. Fabrizio faceva lo stesso. Sono sempre stati simili, loro due, due persone molto razionali, che hanno sempre preso per fantasie i miei vaneggiamenti fingendo che non ci fossero. Ma io non posso rinnegare una parte così importante di me. L’ho fatto per dieci anni poi ho deciso che… a quel paese chi non mi crede! Io devo avere il coraggio di essere me stessa. Noi dobbiamo essere come siamo e non come piace al mondo.
E oggi io non sono sola. Sono con mio marito. Ma quando non lo sento, il senso dell’inutilità della mia vita mi distrugge.
Riesco a capire quei coniugi che muoiono dopo pochi anni dalla perdita del compagno. Colui con cui hai condiviso carne e sangue ti porta morendo con sé. Sembra che tu sia sopravvissuto rimanendo vivo, gli altri continuano a crederti vivo perché vedono la tua impronta mortale, il movimento che tracci nella stanza, ma non è vero, sono solo sequenze di fotogrammi fisici, la morte ti ha ucciso a metà, in parte ti ha risucchiato via e tu cerchi invano di ricostruire i cocci rotti di cui hai perso l’insieme.
Dicono che due amanti uniscono gli ovali delle loro aure creando una forma a cuore. Ma cosa resta quando uno se ne va? Si porta via anche l’energia dell’altro.

Lunedì la settimana di buio è stata strattonata violentemente, per lo sforzo imponente che ho fatto per non manifestare la mia voragine interna al gruppo a cui insegno Jung. Una insegnante di psicoanalisi depressa non è il meglio per la conversazione, a meno che non sappia buttare in autoironia il proprio tarlo interiore e metterlo sul tavolo deridendolo come un oggetto altro da sé, e la cosa ha momentaneamente funzionato, funziona sempre per un po’ come per una specie di sfacciato outing, pubblica esternazione del proprio lato B, autoderisione che dovrebbe provocare il distacco del dente rotto senza fare così male, ma poi tutto crolla di nuovo nell’impotenza e nella fragilità e non sai masticare la vita. Un impegno di lavoro è il modo migliore che hai per decentrarti dall’arpia che tenta di stritolarti dall’interno ma poi resti invasa da una specie di rigetto per la gente, i suoi casini, il suo inconscio egoismo. Comprendo Yuri che ogni tanto vuole restare solo, scappa nella natura come se fuggisse dall’inferno. Ma l’unica fuga che io conosco è l’abbrutimento della televisione che può, a volte, essere una specie di catarsi. O di narcolessi. Ma c’è comunque una sorta di quiete passiva a lasciarsi prendere da altre storie, altre vite virtuali e per un po’ dimenticarsi della tua che forse è virtuale anch’essa.
Ogni tanto ho questi periodi in cui proietto il mio peggio e lo vedo riflesso attorno. So di avere scontentato due amici che avevano bisogno di me trovando una scusa per non vederli, ma io non ero in grado di sopportare me, figurarsi loro e poi sostenerli… ! Incredibile come gli altri non capiscano che io a volte proprio non ce la faccio ad accoglierli e continuino ad attaccarsi a me come sanguisughe per scaricarmi i loro casini, come sono abituati sempre a fare, quando io non ce la faccio neanche a sopportare i miei. Incredibile come per loro sia una specie di diritto usarmi per sfogarsi, buttarmi addosso tutti i loro guai e così stare meglio loro, come quando si buttano le proprie porcherie in una discarica, così sicuri che il mio senso di amicizia verrà loro incontro come obbligato e anzi appagato da questo dovere gratuito ‘in nome dell’amicizia’, come se io avessi l’assoluto ‘dovere’ di addossarmi tutte le loro amarezze, scaricandole da loro e prendendole in cura, e offendendosi se non sono sempre pronta per loro, a subirli. La nausea sociale mi prende, allora, come una specie di rigetto universale. Basta che senta suonare il telefono che, quando mi avvicino, mi viene una sorta di vertigine da rifiuto, da vomito. Non so nemmeno chi ci sia dall’altra parte che già lo odio. Lasciatemi morire in pace!

Ogni tanto, raramente, immagino di dipingere un quadro. Oggi farei una notte blu chiaro su una tela rettangolare, grande, una piccola luna bianca di lato, molto piccola ma bianchissima, scoli verticali di cera di candela coperti dallo stucco da muro grosso, e poi trasformati in spettri di rami, schizzi di argento e neri. Nei rami spessi incastrerei dei pezzi di vetro blu per far scintillare la notte. Immagino di trovare un bicchiere spesso e grosso, blu scuro, e di farlo a pezzi col batticarne, e incastrare poi questi frammenti di vetro un po’ paurosi, un po’ pericolosi, un po’ splendenti. Se mi uscisse del sangue nell’operazione sarebbe perfetto. Lo vedrei solo io ma impastare la mia pittura col mio sangue sarebbe un segno che non sto solo dipingendo. Vorrei che ci fosse la notte ma fosse chiara, come se ci si vedesse, di un blu tenero, non pauroso, come poco prima dell’alba, non ho voglia di mostri, non ho voglia dei miei mostri. Ci deve essere da qualche parte un poco di luce, per esorcizzare i propri mostri. Lo sanno tutti che con la luce il mostro si squaglia, ma il problema è trovare la luce. Questo lo sanno anche i bambini. Oggi, al ristorante cinese, un bimbetto mi si è avvicinato e mi ha fatto una scherzosa aggressione con le mani ad artiglio, fingendosi un mostro, ecco, io vorrei artigliare così il mondo, imprudentemente, come per gioco e sarei io il mostro che distruggo la paura diventando lei. Una delle prime parole che la mia nipotina ha detto, ed era molto piccola, è stata ‘artigli’. Cosa ci sarà che ci attrae nel mostro evocato o recitato fin da piccoli?
Vorrei che nel mio quadro ci fossero dei rami neri come grandi graffi di lacrime ma che lucessero d’argento. Ci deve essere la luce anche di notte. Bisogna trovarla.

Curioso che mio marito a cui chiedo frasi per i miei visitatori non abbia frasi per me.
Le cose che mi dice e che trasmetti a loro sono strane.
A una ragazza ha detto: “Apri quella mano che tieni sotto il tavolo chiusa a pugno”.
A una madre: “Quanto rosso! Quanto fuoco! Un pericolo si avvicina per te, un pericolo per tua figlia!” Come si fa a ripetere frasi simili?
Ho bisogno di lui. Prima la mia vita era troppo piena di lui, anche se non c’era mai. Ora è troppo vuota ma nel suo vuoto lui campeggia come una eterna presenza. Nulla è più vicino dell’amore tuo che manca. Quella mancanza ti invade tutta.
Come dice Vivian Lamarque:

Con questa luce forte
si vede a prima vista che l’amore mio non c’è
l’amore mio manca così tanto che non vedo l’ora che sia buio
buio pesto per non vederci più
Al buio certe volte
l’amore mio col suo profilo appare
non mi dice parole
né si lascia toccare
comunque al buio certe volte
l’amore mio col suo profilo appare
»

Al ristorante cinese ho ascoltato Bruna che mi raccontava ampiamente della sua casa nuova. Era eccitata. Non l’avevo vista così eccitata dalle due ultime volte che si è innamorata. Ha voluto assolutamente che andassimo a vedere questa casa ancora vuota, un po’ desolata. Ho cortesemente consentito, facendo gli elogi di turno. Quella casa per lei è come l’inizio di una vita nuova. Per cui, sicuramente, lo sarà. La capisco. Nessuna gioia è una gioia se è non condivisa, ma perché condividere il dolore? Nessuno mi capirebbe. Il dolore è noioso, allontana la gente. Nessuno vuole sentirlo. Da una che aiuta gli altri poi…

Mi chiedo in quanti modi un morto può esserti vicino.
C’è il profumo, certo, il suo profumo, il dopobarba dalla Atkinson che ho sentito tante volte, c’è la sua foto che volteggia nell’aria, ci sono gli scricchiolii significativi, nel mobile che più amava o nel tavolino che ha costruito lui, o all’ora in cui sempre lui tornava a casa quando era in pensione. Mi chiedo se non sia solo una coincidenza, un desiderio di una persona troppo sola, o se quello che immagino sia vero, e c’è il suono laterale che sento quando la televisione dice una frase che devo capire meglio, come la sottolineasse, come se lui parlasse con quella. Come è labile e sottile il velo che separa la realtà dal sogno, come è profondo quell’ingannare se stessi che ti tiene in vita! Poi ci sono le frasi, brevi, risposte nella mente alle mie domande e che qualche volta sono così strane, e mi fanno trasalire. C’è la scrittura automatica che non faccio affatto volentieri perché la temo come se nella mano che scrive ci fosse qualcosa di artificiale, di innaturale, estraneo a me.
Mi chiedo se riuscirò mai a vederlo come una volta, a sognarlo.
Mi chiedo se diventerà mai, per me, una apparizione.
Mi chiedo se nel buio, qualche volta, la sua immagine ci sarà.
Sto aspettando il miracolo, ma forse sono troppo debole per produrre il miracolo.

Dirò, per distrarmi, due parole sulle apparizioni. In fondo, a parte la vista dei morti, in 29 anni di paranormale, di grandi apparizioni ne ho avute solo due. E riesco a definirle o a spiegarle anche peggio della vista dei morti.
Dopo tutto, questa storia scritta adesso mi serve per distrarmi, a 19 mesi dalla morte di mio marito, a pochi anni dalla mia morte, quattro mi immagino con impazienza, come quando nell’anticamera del dentista si inganna il tempo con qualche lettura futile e inutile per non pensare il pensiero fisso del trapano o dello strappo netto del molare. Non è curioso che la morte di un famigliare sia rappresentata nel sogno dalla perdita di un dente? E’ come se avessimo bisogno dei nostri amati per masticare la vita.
Quando l’ignoto si presenta noi proviamo a razionalizzarlo, ma il terrore senza nome, quello, resta radicato in noi, al di là di tutte le spiegazioni della mente. Siamo allora in una notte senza tempo, come esseri primitivi privi di difese

Riguardo la mia prima apparizione, vi racconto cosa mi accadde.
Mia figlia Nicoletta, diciassettenne era partita, per un campo scout in Dalmazia, quindi oltre confine, il tempo era terribile, era venuto un furioso temporale ma i ragazzi erano partiti intenzionati a fare lo stesso un campo di tende all’aperto. Tutto questo mi aveva agitato abbastanza. Non era la prima volta che gruppi scout avevano agito con leggerezza e si erano trovati in difficoltà.
Quel giorno avevo rivisto un vecchio film su Bernadette Soubirous, non so perché questa vecchia pellicola mi metta sempre in uno stato molto strano, soprattutto resto colpita ogni volta dal modo con cui la Vergine si presenta come una forma diafana sull’albero, c’è qualcosa in me che si agita e si smuove come se dovessi ricordare qualcosa che non ricordo, come se la cosa mi appartenesse ma la sua memoria mi sconvolgesse.
Così ero andata a dormire in uno stato d’animo inquieto, mentre la tempesta infuriava con grande fragore e io pensavo agli scout che rizzavano le loro tende in quel ciclone e me li vedevo, non so perché, vicini al mare, in una zona di scogli, molto in pericolo.
Alle due e venti in punto qualcosa mi ha svegliato di colpo come fosse una forte presenza e sono scattata a sedere nel letto. Alla mia destra contro il muro sorgeva diafana un’immagine bianca di donna.
Ora devo spiegare che nella mia casa non ci sono immagini religiose, ho una collezione di angioletti perché mi piace la figura dell’angelo bambino e gli amici mi regalano spesso degli angioletti, ma niente Madonne o crocifissi. C’è una sola piccola immagine di Madonna col Bambino, una stampa ingiallita del 1700 che fu ritrovata in una stalla e poi finì, non so come, nel cassetto di un bar e io la trovai sotto la carta del fondo quando mio padre comprò quel bar. La cosa curiosa dell’immagine è che la Madonna ha lo stesso volto elegante e gentile della madre di mio marito che morì di leucemia quando lui aveva 18 anni. Solo per questa curiosa somiglianza l’abbiamo fatta incorniciare e ce la siamo sempre portata dietro nei vari trasferimenti, come un nume tutelare.
E proprio davanti a quell’unica immagine sacra io vidi la sagoma di una donna, una giovanissima donna, poteva avere 14 o 16 anni, piccola di statura, forse un metro e sessanta, col viso ovale e grazioso, sospesa per aria, vestita di bianco con un velo bianco che le copriva il viso scendendole attorno. Vedevo con chiarezza i suoi occhi e confusamente i capelli scuri legati dietro. La figura teneva le braccia stese verso il basso leggermente aperte, come l’immagine di Maria, e mi guardava tranquilla in silenzio. Non era proprio solida come una persona reale ma densa e insieme nebulosa come fosse fatta di una luce al neon molto chiara e palpitante ma non forte e non trasparente. L’immagine ebbe la persistenza di alcuni secondi, ma a me sembrarono eterni, perché guardai la sveglietta digitale, che dà una leggera luminosità nella stanza, la guardai due o tre volte e lessi e rilessi l’ora, e per farlo dovevo sporgermi in avanti, quindi distolsi lo sguardo diverse volte dall’immagine, poi tornai a guardarla e lei era sempre là, che mi fissava tranquilla. Io avevo i capelli ritti in testa per lo spavento e gridai forte: “Nicoletta!” perché pensai che era successo qualcosa e quello era il fantasma di mia figlia. Non pensai minimamente alla Madonna ma a una premonizione di morte.
L’immagine sostò quietamente nel mio sguardo per un tempo che a me parve infinito poi, lentamente, si dissolse.
Per il resto della notte non potei chiudere occhio e continuavo a guardare la parete vuota, completamente terrorizzata.

In realtà nulla era successo. Mia figlia aveva dormito in un convento. Tutto era andato bene. Forse il rumore di un tuono mi aveva svegliata, non il lampo perché le tapparelle erano chiuse. L’immagine apparteneva probabilmente al genere delle visioni ipnagogiche, la paura per mia figlia si era unita alla figura della Madonna di Lourdes vista nel film, il risultato era stato un’immagine persistente, oltre il livello onirico, che la mia mente aveva proiettato nella stanza con grande realismo. Non so chi fosse quella giovane donna velata. Ma anche solo ricordarla, molto tempo dopo, mi getta nello stesso sgomento come in un oceano vuoto di certezze.

Bene. Questa visione ipnagogica è durata solo pochi secondi e probabilmente è da considerarsi una normale allucinazione tra veglia e sonno, anche se mi ha colpito in modo indicibile, ma l’altra che andrò a raccontare durò la bellezza di sette ore e non ho altra spiegazione che credere che vi siano delle droghe naturali secrete dal cervello i cui effetti siano simili a quelli prodotti dall’Ayahuasca o dal Peyote, cioè da quelle sostanze psicoattive che da millenni fanno parte delle ritualità primitive come vie per contattare il divino. In verità ci furono, in quella visione, delle caratteristiche che la assimilavano a visioni ancestrali di primitivi. Mi chiedo a volte se nella mia capacità di vedere cose invisibili non ci sia il frutto di qualche ormone che funziona in modo allucinatorio o comunque psicoattivo.

Avevo a quel tempo la fobia dell’auto, come di tutte quelle cose, come un ascensore o una scala mobile, che potevano muoversi sotto di me senza che io ne avessi il controllo. Era, lo scoprii poi con diagnosi freudiana, panico per i miei impulsi sessuali non realizzati che si facevano sentire e, appena scoprii questa causa, il sintomo sparì immediatamente, ma a quel tempo avevo forti sofferenze a stare su un’auto guidata da altri e reggevo finché il panico mi costringeva a chiedere a mio marito di fermarsi per scendere e riprendermi un po’. Così accadde che dovevamo fare un lungo viaggio di auto da Salerno a Milano e, per sfuggire a questi attacchi di panico che irritavano mio marito costringendolo a delle soste indesiderate, realizzai l’intenzione di abbandonarmi all’inconscio per sfuggire alla mia fobia e feci da sola e con mezzi miei quello che Jung chiamava ‘sprofondare nella Nekuia’, la discesa agli Inferi. Non è una possibilità che si può sperimentare a piacere. Qualcosa deve essere pronto fino alla fine a lasciarsi andare e qualcosa dalla parte dell’inconscio deve essere pronto ad accoglierla, come due partner potenti che decidano di incontrarsi pur sapendo che nell’incontro uno dei due potrebbe perire. La discesa agli inferi, la ‘nekuia’, durò sette ore, in pratica tutta la durata del viaggio da Salerno a Milano, fu un sogno lucido continuo in cui ero sveglia e nello stesso tempo vivevo in una realtà altra, da cui uscii diverse volte, scendendo anche dalla macchina, per compiere varie attività (andare in bagno, prendere un caffè..), ma come in trance, una realtà in cui mi rituffai immutabilmente come rientrassi in un mondo oggettivo parallelo. La durata fu spaventosamente lunga per un sogno o per qualsiasi fantasia, ma insieme il tempo fu contratto e gli eventi che in esso si realizzarono furono molto pochi, numericamente, come avvenissero in un tempo deformato. La vividezza dei colori, delle impressioni e delle emozioni fu sfolgorante e insieme il racconto non era raccontabile e perse, nella sua valutazione a posteriori, gran parte dei suoi contenuti pregnanti e della sua forza immane. Più che un sogno sembrava una esperienza arcaica cosmica, connotata da un carattere sacro, come se vivessi una esperienza divina, con un simbolismo grandioso riferito a qualcosa di geologico o archetipico più che umano.

Ero un punto di energia senza corpo che guardava da molto in alto il ventre della Madre Terra, lo vedevo all’inizio come una enorme pancia, un ombelico e una vagina, ma stranamente le pieghe delle cosce formavano una V elegante come le ali di un gabbiano e quelle ali diventarono poi un Crocifisso molto stilizzato. L’identificazione del Crocifisso col ventre della Dea Madre mi sembrò una visione estatica, di cui percepivo la bellezza e lo splendore in maniera orgasmica e verso cui avevo un atto di riconoscenza assoluto, come di una verità indubitabile che era sempre stata lì anche se non me n’ero mai accorta. A velocità supersonica piombavo come una freccia di luce arancione sulla vagina per fecondarla e questa, avvicinandosi, diventava una enorme foresta circolare con chiome cupoliformi fitte di alberi altissimi, come fossero alberi preistorici, euforbie serrate e rotonde. In questa selva verde sfrecciava quella cosa arancione, freccia di energia velocissima, che ero io, che si rovesciò dal bordo della terra e cadde nell’oceano azzurro diventando una specie di mezzo nautico velocissimo sulle onde. Tutto il sogno fu sperimentato come una corsa rapidissima come fossi un getto di colore con una coscienza passiva ed estatica insieme. E tuttavia ero pervasa dal senso turbinoso di questo sfrecciare e da un senso orgasmico di grande pienezza e gioia quasi incontenibile. Io che nella vita non avevo mai avuto un orgasmo sessuale ne avevo uno psichedelico di tipo cosmico e divino in cui ero uomo e donna allo stesso tempo, il getto di seme che feconda e la terra fecondata. La mia corsa sulle agitate onde turchesi finì in un vortice che mi afferrò e risucchiò in una specie di buco o voragine nera che stava sotto il bordo scosceso della vagina della Terra. Così cominciai a sprofondare nelle sue acque sempre più profonde. Mi trovai, sempre viaggiando a enorme rapidità, in un silenzio abissale, un mondo d’acqua celeste lattiginoso, e vedevo apparire e scomparire lentamente grosse sagome rotonde, come uova antidiluviane informi, celate in una lanugine morbida ondeggiante e animali tipo dinosauri statici come addormentati, sempre avvolti in qualcosa di morbido e fluttuante. Il viaggio nell’acqua fu lunghissimo, alla fine cominciai a intravedere una luce sempre più chiara e mi trovai sbalzata nell’aria, in un cielo turchese con nubi bianche sfilacciate e una luce oro-arancio che mi chiamava, non proprio un sole, ma come una luce piatta, vivissima e sfilacciata. Avevo vissuto il mito della fecondazione e della nascita..

Pochi giorni dopo questo evento, ricevetti una cartolina di Lori, molto strana, che presentava un mondo subacqueo azzurro e nebuloso con forme ondulate e evanescenti come quelle che avevo visto nel mio viaggio sotterraneo. Che strana tanta rispondenza!

Malgrado la lunghezza incredibile della visualizzazione, ciò che sperimentai fu orgasmo allo stato puro, fisico, bruciante, quasi insopportabile, per sette ore. E non credo che mai nessuno, nemmeno il più resistente degli amatori, abbia avuto un orgasmo durato sette ore.
C’era nella visione una simbologia elementare che riprendeva i 4 elementi fondamentali e arcaici della storia dell’uomo, terra, acqua, aria, fuoco, e simulava la fecondazione da parte di uno spermatozoo, le uova e la nascita, ma il tutto sembrava riferito a qualcosa di sovrumano, a una entità cosmica, antichissima, eterna. Credo di aver sperimentato un mito arcaico a un livello preumano, a quel tipo di livello che ha prodotto le visioni primitive sulla natura e sulla vita. E nello stesso tempo ho avuto una esperienza sovrumana, paragonabile a una visione religiosa o psichedelica.
Su quanto successe non so cosa dire. Non ho mai più avuto un’esperienza paragonabile a quella per vigore e potenza. In qualche maniera la mia coscienza ha vissuto una esperienza primordiale, ma non ne vedo lo scopo, non ne capisco il significato, non riesco a ridurla alla mia realtà attuale. Non posso nemmeno definirla ‘mistica’ perché pervasa da un’energia sessuale al massimo livello. Come si fa a definire ‘mistica’ l’allucinazione lunghissima di un orgasmo da cui nasce la vita?
Mi rendo conto solo di quanto sono incapace a dare il senso dell’esperienza ricevuta e di quanto le parole siano totalmente sconfitte rispetto alla violenza di essa. Non ero in trance né addormentata, ero in grado a tratti di essere presente all’auto e al viaggio esterno, addirittura ho aperto gli occhi alcune volte e sono scesa dall’auto, poi il sogno mi risucchiava, come avesse una forza magnetica allucinatoria, autonoma, che sovrastava tutto. Non so proprio che dire. La realtà interiore può avere una energia così grande da prenderti totalmente ma è poi così difficile comunicarla, e forse lo stesso tentativo di farlo non ha senso. Capisco quando Jung dice che il ‘sacro’ è mostruoso. Egli usava il termine ‘ numinoso’ per indicare il divino. La violenza delle immagini interiori non è sempre traducibile a parole, esse sono vissute totalmente dal di dentro e, quando uno diventa interamente l’esperienza, ogni cosa sembra avere un senso intraducibile e assoluto che non riesce a stare nelle parole. Solo chi vive una esperienza simile riesce a capirla. Gli altri si aggirano attorno senza senso.

Certo, avendo studiato psicoanalisi, capisco che molte delle mie paure consce o inconsce possono essere state prodotte da una vita sessuale insoddisfacente e da un isolamento fatale che mi ha distaccato dalla realtà sociale, approfondendo certe diversità forse congenite, ma mi sono domandata anche spesso se i miei attacchi di panico non fossero riferibili alla paura inconscia di avere esperienze extracorporee: essere guidata da qualcosa senza poterlo controllare… Le fobie, il panico… potrebbero nascondere molto più di quello che un analista positivista potrebbe vederci. I nostri livelli sono tanti e ci può essere in noi un vero terrore a viverli tutti come troppo pericolosi per poterli affrontare. Molte delle esperienze che facciamo o che abbiamo fatto in passati ignoti o in corpi diversi potrebbero non essere affatto coscienti e tuttavia perturbarci in molti strani modi, ambivalenze irrisolte, vissuti terrificanti che abbiamo sepolto in noi, eventi dimenticati e risorgenti…
Qualche volta qualcosa esce nelle visualizzazioni regressive, altre volte i nostri mostri escono come sintomi nel mondo reale come panico, vomito, intolleranze, depressioni, fobie. Siamo territori inesplorati e in questi territori sorge la scritta “…hic sunt leones!”

Chiudo con le parole di Castaneda:

“Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore.
Lungo questo io cammino
e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza”

( y la unica prueba che vale es attraversar to su largo!)
“E qui io cammino guardando, guardando senza fiato!”
( y por hai recorro, mirando, mirando sin aliento!)”

Ma quando il cuore si spegne…?
..
http://masadaweb.org

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