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MASADA n° 1546 17-7-2014 ROMANZO-UNA SECONDA POSSIBILITA’ CAPITOLO 2

MASADA n° 1546 17-7-2014 ROMANZO-UNA SECONDA POSSIBILITA’ CAPITOLO 2

Viviana Vivarelli

CAPITOLO 2

Da Daniela
Quando curi una persona puoi vincere o perdere, quando ti prendi cura di una persona puoi solo vincere” .
Patch Adams

“ Noi viviamo la vita come un sogno. E qualche volta per sfuggire al sogno della vita entriamo in un altro sogno. Ma in questo sogno o in un altro, siamo sempre noi e l’importante non è avere certezze, ma sognare bene”.
Viviana

Sabato mattina sono andata dalla parrucchiera per sistemarmi un po’ prima della partenza.
La parrucchiera si chiama Sandra ed è una snella e gentile persona, olivastra come una Sioux, graziosa, dall’ascolto attento e gentile. Ho sempre il vago sospetto che mi vizi un po’, la sento vicina, attenta, ma probabilmente il suo è il giusto atteggiamento di chi lavora in un luogo dove noi donne passiamo il tempo come in un confessionale. Non a caso molti film di storie di donne, di complicità al femminile, di aiuti e di solidarietà, si svolgono in un negozio di parrucchiera. Credo che un barbiere sia diverso: gli uomini conoscono raramente questa gioia del parlare di sé, di confidare cose personali e magari intime, ma per una donna questa è una grande liberazione. Il negozio della parrucchiera spesso è il nostro confessionale, lo studio casalingo dell’analista. Lo diceva anche Flaiano, che era un buon osservatore del materiale umano. In ‘Caramel’ anche il cinema arabo parla di confessioni tra donne. …donne che parlano tra loro, si confrontano, si ritrovano solidali, in un mondo che le vorrebbe silenziose.
Un altro film ‘La parrucchiera di Kabul’, racconta la storia vera di una parrucchiera americana che va a vivere a Kabul, come volontaria in una organizzazione no-profit e decide di aprire una scuola per estetiste. La sua è un’ impresa eroica e coraggiosa che si scontra con una mentalità del tutto lontana dalla sua. Nel libro che precede il film si racconta di un mondo a noi in parte sconosciuto, dalle feste allucinanti di sole donne, alle abitudini igieniche, ai tipi di make-up, alle modalità di depilazione, alle preparazioni estetiche delle spose. Il tutto costellato di storie, al limite tra l’assurdo e l’incredibile, di donne vere. E’ la prima scuola per estetiste in tutto l’Afghanistan, raccontata dalla statunitense Deborah Rodriguez, una storia che vale davvero la pena di leggere.
Davvero, ci sono parrucchiere che sono meglio di tanti psicologi e dovrebbero essere stimate per questo e pagate per il doppio lavoro. E in fondo c’è una forte attinenza tra i capelli e il pensiero e, quando sogniamo i capelli, è sempre delle nostre idee che si parla.
Sandra lavora sotto padrone. Il padrone è uno svaccato e inutile nullafacente che serve solo per riscuotere i conti e passa il tempo baloccandosi col computer. Non sa far nulla, non è buono a nulla, campa lautamente sul negozio della madre, che si è fatta vari negozi come parrucchiera dove lavora ancora, malgrado la vecchiaia e il pessimo carattere, mentre lascia che questo zitellone vacuo e inutile riscuota i conti, dopo essere fallito in altri impieghi.
Sandra è sottopagata, come sempre avviene sotto padrone, e chi gestisce il suo lavoro la sfrutta, le fa fare turni gravosi, lasciandola spesso sola in negozio, per risparmiare su un aiuto che sarebbe necessario. Lei resiste ma rode al suo interno.

Ha un marito e una bambina che adora e fa i salti mortali perché non le manchi niente, vorrebbe avere anche un altro bambino, ma chissà….
Da un po’ di tempo le sta venendo una psoriasi che si allarga partendo dai gomiti e ormai le fiorisce dappertutto sul corpo. Ha fatto varie cure, spendendo troppi soldi, per medicine temporanee che lasciano il tempo che trovano senza risolvere completamente il problema. La sua pelle diventa rossa e raggricciata come se fosse bruciata con un ferro da stiro. Sandra è giovane e non merita questa tortura. Il suo corpo grida qualcosa e non è difficile capire cosa.
Sono convinta che la psoriasi sia una malattia psicosomatica, il modo con cui il corpo esprime un disagio che non è organico ma psicologico.
Ho scritto un articolo, tempo fa, su questo argomento e sembra interessi molti perché ogni giorno il mio blog mi segnala almeno 150 letture, per cui devo aver messo insieme migliaia di lettori, e lo riporto, perché ho un’idea per Sandra.
E un po’ gliel’ho già raccontata.

Noi siamo formati da molte parti. Ognuna di queste parla il suo linguaggio. Abbiamo un linguaggio del corpo, della psiche, dell’anima, dello spirito. Se vogliamo comunicare con una di queste parti, dobbiamo imparare il suo linguaggio, come fosse una lingua straniera.
Nulla è a caso e il corpo ci manda dei messaggi usando il suo linguaggio che è corporeo, per cui non ci ammaliamo mai a caso ma secondo un significato; bisogna dunque imparare il codice per capire che cosa il corpo ci sta dicendo. Ognuno di noi ha delle parti bersaglio che si fanno carico di comunicare qualcosa alla mente, secondo il nostro temperamento, le nostre abitudini, o magari il nostro segno zodiacale.
Quando qualcosa nella nostra vita non va, il corpo ce lo dice usando il sintomo. E’ quello che si chiama ‘somatizzazione’. Attraverso il sintomo, qualcosa ci parla, il sintomo è un indicatore, la spia di un disagio esistenziale. Dunque quello che il corpo dice ha un significato inconscio che può anche entrare nella nostra consapevolezza. Questa fu l’intuizione non solo di Freud ma anche di un brillante medico, suo contemporaneo, George Groddeck, che introdusse il concetto di ‘malattia psicosomatica’.
Groddeck riteneva che quasi tutte le malattie organiche fossero modi con cui l’inconscio parlava. Analizzava quindi i propri disturbi, per esempio una tonsillite, e ne usava il sintomo come una metafora, perché il linguaggio dell’inconscio è figurativo. Una gola gonfia poteva significare, per esempio, il rifiuto di mandar giù un boccone amaro della vita.
Mistero è la malattia. Mistero la vita. Mistero la morte.
Pecca la ragione che vuole riportare tutto a semplicismo, visibilità e logica, togliendo all’essere la sua parte ombra, senza la quale la vita non è nulla.
Dice Pirandello:
“Una realtà non c’è e non ci fu data, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e indipendentemente mutabile”.

Sono arrivata a Poggioraso. Fa freddo. Piove a dirotto. In albergo ci sono solo vecchie signore che giocano a pinnacolo o dicono piccole cattiverie. La mia vicina di tavolo, di rosa vestita con capelli da damina incipriata, mi ha fatto subito sapere che era contenta che se ai Mondiali della sera prima i Brasiliani avessero picchiato duro sui Tedeschi, però i Tedeschi “avevano picchiato di più”. E mi ha detto con sorridente sorriso che “non li sopporta quelli là”. Mi sono sentita immediatamente solidale con “quelli là” , chiunque essi fossero.
Questa è la prima vacanza che faccio nella mia vita senza Fabrizio, da sola, e sento che qualche cosa succederà. Ho avuto troppo mal di testa nell’ultimo mese e penso che stare fuori casa, in un posto come questo, tranquillo, che è stato l’ultimo posto di vacanza dove siamo venuti insieme, mi aiuterà. Forse.
Quando sono arrivata nella hall, ho cercato automaticamente Fabrizio dietro di me, ma non c’era. La sua assenza fisica mi ha dato un leggero senso di stordimento. Diventerò anch’io una turpe vecchietta di rosa vestita che gioca a pinnacolo e odia “quelli là”?
Non c’è senso. In realtà lui è sempre vicino. Ma non c’è qui il tavolino di noce costruito da lui dove mi saluta la sera. Quale altro segno userà?
La prima notte la sveglia si è messa a suonare furiosamente a mezzanotte, è vero che mezzanotte è l’ora dei fantasmi, ma credo di aver smesso sbadatamente l’allarme, per quanto quando mai ho messo la sveglia a mezzanotte?
Ricordo che Fabrizio continuava a dire che voleva passare un periodo da solo, in una baita, fuori dal mondo. Lui, sempre così ossessionato da mille cose da fare e così sempre in mezzo alla gente, sognava questa baita, che io gli disegnavo scomodissima per il riscaldamento, gli approvvigionamenti, la sua pigrizia del camminare in posti disagevoli, la mancanza di luce elettrica o di acqua corrente, la solitudine.. ma lui vagheggiava come un luogo di silenzio che lo chiamava a sé.
Non capiva che la baita può essere ovunque tu sia, anche in metropolitana, anche in un albergo pieno di vecchiette tutte elegantine e un po’ sorde, abbandonate qua da figli che vogliono essere lasciati in pace.
Fabrizio aveva la fissa della baita. Tornava e tornava su questo sogno finché, seccata, gli dicevo: “Ma vacci” in questa baita! Togliti lo sfizio! Che aspetti? Vacci! Io, però, non ci vengo”. Così non c’è andato mai. Era stato in un monastero da ragazzo, per una settimana di silenzio, ma c’era andato con l’amico del cuore e, la notte, chiudevano con una coperta gli spiragli della porta e passavano le ore e bere, a ridacchiare soffocando le voci e a giocare a carte come due scemi.
Forse io in questo albergo di Poggioraso sono venuta a cercare la mia baita.

Il mistero della sua morte è stato indicibile. Non avevo mai visto nessuno morire e non so se riuscirò mai più a togliermi dagli occhi l’evento sconvolgente che fu. Ho assistito a tutti i momenti della sua morte, ora per ora, istante per istante, fino agli ultimi tre profondissimi respiri che gli sollevarono il torace scheletrico, dopo cui restò immobile con la bocca aperta e gli occhi spalancati.
Erano stati, quegli occhi, negli ultimi momenti, fissi verso l’alto davanti a sé, come se vedesse qualcosa di straordinario. Che lo chiamava.
Quanta vita ci fu in quella morte!
Lo abbiamo tenuto per mano, io e Nicoletta, fino all’ultimo, io seduta su una sedia al suo fianco, lei accoccolata sul letto, tenendogli le mani per accompagnarlo in questo ultimo sforzo.
Era venuta da Londra per una settimana per vedere il padre e doveva ripartire ma lui stava così male che aveva deciso di rimandare il volo. Così rimase. A vederlo morire. Non si sarebbe perdonata se non fosse stata lì con lui fino all’ultimo.
Dopo che ebbe esalato l’ultimo respiro, entrammo in confusione, io non sapevo cosa fare per accertare che fosse morto e stupidamente gli misi uno specchio sotto il naso, come se negli ultimi tempi avesse mai respirato col naso, mentre era senza laringe e respirava per un buco che aveva nella gola.
Lo tenemmo per mano ancora per un’ora, aspettando la dottoressa dell’ANT, che sarebbe venuta a fare il certificato e parlavamo quietamente tra noi ricordando tante cose come se anche lui potesse sentirci. E in quell’ora non riuscimmo a chiudergli gli occhi né la bocca, e lui rimase in quella posa, come un povero teschio di avorio giallino, scarnificato dalla malattia.
Quando la dottoressa dell’ANT arrivò, andammo in salotto a firmare i documenti.
Ma quando tornammo in camera, era successa una cosa meravigliosa.
Il viso era disteso. Gli occhi si erano chiusi, la bocca si era chiusa, la pelle aveva un colore rosato e fresco come non la vedevo da un anno e le labbra creavano un sorriso bellissimo, molto ampio, piegandosi all’in su, in una incredibile dolcezza e felicità. Così dolcemente e con questa intesta felicità la morte lo aveva accolto. Come una Madre.

Ho chiesto a Fabrizio, dopo morto, com’è il nuovo mondo in cui si trova, ma esita a rispondere, mi dice che non ho gli strumenti per capire. Sembra che sia tutto diverso ma anche diversamente uguale, senza giorno né notte. Ci sta bene in quel mondo. Ha le sue attività che lo tengono fortemente occupato come qua. Capisco che prima o poi se ne andrà, sarà chiamato a una nuova vita, ma spero che non sia prima che io vado dove è lui. Mi piacerebbe che ci fosse ad accogliermi. Capisco che la sua esistenza, ora, è fuori dallo spazio e dal tempo, che può vedere tutto e capire molte cose, che vede anche il futuro ma che questo non è tutto visibile e certo perché ci sono momenti in cui possiamo cambiare tutto, noi, come dei demiurghi, il senso della nostra vita. Capisco confusamente anche che non ha più una unicità come abbiamo noi, anch’essa costituita di spazio e di tempo, e che può essere in molti posti contemporaneamente e può rispondermi ogni volta che lo interrogo e aiutarmi ovunque egli sia, perché non esiste questo ‘ovunque’ nel suo universo, ma un unico presente qui, e un’unica energia, che è, sempre.
Allo stesso modo, egli è ora insieme alla sua famiglia di sempre, più forte e grande di quella in cui è nato come corpo terreno, e unita da uno scopo che si realizzerà in vite successive, in modi preesistenti alle anime.
Gli faccio delle domande la sera e a volte ride senza rispondermi, come fossero domande senza senso. A volte mi risponde in modo molto preciso e mi dice il futuro di Nicoletta, di Matteo, di Sofia, di Davide…riempiendomi di stupore. E’ per questa sua presenza costante che non ho pianto mai in questi 16 mesi. Non è morto. E’ solo al piano superiore, ma è vicino appena lo chiamo. E’ presente. Solo fuori dal mio sguardo.
Ma mille volte vorrei prendergli la mano. E sentire la sua pelle fresca e liscia, ancora una volta.

Tre giorni dopo che mio marito morì, dopo il funerale, era di mattina, stavo in cucina che sciacquavo le tazze della colazione e lo sentii improvvisamente accanto, o meglio dire, attorno, come una energia dinamica, un vento allegro, mobilissimo che mi attorniava come una girandola. L’ultimo anno era stato sempre teso a letto senza nemmeno potersi sedere, mentre il corpo si piagava. Il cancro lo aveva preso a un’anca, con dolori terribili, prima di diffondersi in tutto l’intestino. Continuava a interrogare i dottori su questo dolore terribile all’anca, ricevendone solo risposte evasive. Ma ora il dolore non c’era più. E non solo poteva muoversi, poteva danzare. Era come un prigioniero liberato. Straripava la sua grandissima gioia, il suo stare bene, l’esaltazione del suo nuovo stato, il potersi muovere ovunque, la curiosità del nuovo mondo, della sua nuova, bellissima, condizione. Mi pareva quasi di vederlo, come quando aveva 35 anni, bellissimo, sano e pieno di benessere, con ancora tutti i suoi capelli, la sua forza e tutta la soddisfazione di una persona che sta bene. La morte era bellissima!

Fabrizio morì al mattino. Ma due notti prima del suo cambiamento era avvenuta una cosa straordinaria. Praticamente era stato un sogno e io non lo avevo nemmeno capito bene. Non dormivo ormai da un anno, brevi parentesi di sonno profondo alternate a lunghe veglie e alzate improvvise per aspirargli i catarri che lo soffocavano o fargli una iniezione calmante o raccogliere le sue urine prima che gli mettessero il catetere o passargli l’arnica quando il dolore era troppo forte, come se l’arnica potesse superare la morfina. Ma all’ultimo ero terrorizzata dall’idea che morisse nel sonno mentre io dormivo. Lasciavo accesa la luce del bagno e, stesa al suo fianco, protesa verso di lui, ogni tanto aprivo gli occhi per guardare se respirava ancora. La sua cassa toracica ormai ridotta alle sole ossa si stagliava contro il barlume che proveniva dal bagno e io guardavo se si alzava e abbassava nel respiro.
Ma quella volta mi addormentai di colpo profondamente. Ed ecco che tra me e lui apparve una luce incredibile, tenue e intensa allo stesso momento, calda di un giallo-rosa molto delicato, una cosa che mi pareva di non avere mai visto, occupava tutto lo spazio che ci separava ma in qualche modo sembra molto più grande, infinita, dolcissima. L’emozione mi svegliò completamente e spalancai di colpo gli occhi, spaventata.
Al mattino raccontai a mia figlia che avevo sognato “un angelo”.
Solo dopo mi ricordai improvvisamente che quella luce io l’avevo già vista.

Dopo la diagnosi di morte che mi fecero a 35 anni, dopo una vita segnata da continue malattie bronchiali, per cui avrei dovuto morire entro due mesi per difficoltà respiratorie ormai irrisolvibili, non ero morta ma avevo passato 7 anni terribili in attesa della morte e anche desiderandola come una maledizione in cui non si vede l’ora di buttarsi dentro.
Un’estate in particolare fu insopportabile, mia madre che avevo curato nei suoi ultimi anni, era morta, ma io ero voluta tornare a Zocca lo stesso dove avevamo preso un appartamento per i mesi estivi, in montagna, per scansare il caldo umido di Bologna, ma non troppo in alto per lei e vicino alla città. L’appartamento era stato fissato anche quell’anno e ci volli andare lo stesso, contro il parere di mio marito che non amava quel posto di commercianti falsamente gentili ma attenti solo al lucro, dove era troppo difficile farsi degli amici e non c’erano passeggiate o parchi dove stare.
Così mi ero ritrovata sola e frastornata in una casa vuota, troppi pensieri e un senso di solitudine schiacciante.
In quel mese di agosto la tosse ritornò, e siccome non avevo perso la paura di morire per cause respiratorie, la cosa mi spaventò molto. In realtà ero stata miracolata e non avevo più quattro bronchi come alla nascita ma due come tutti gli umani normali, ma ancora non lo sapevo.
Dunque la notte, sola nella mia camera vuota, ero squassata dalla tosse, col pensiero ossessivo della morte.
Di giorno ero a pezzi e dopo pranzo mi buttavo sul letto per un breve riposo.
Dunque accadde che, per tutto quell’orribile mese di agosto, come chiudevo gli occhi, cominciava la corsa nel tunnel. Io ero senza corpo, ero solo movimento rapidissimo e correvo a grande velocità dentro un tunnel. Non so se fosse veramente un tunnel. Era una profonda oscurità che percorrevo in modo obliquo, salendo a velocità pazzesca e con l’impressione di avere qualcuno dietro, dalla parte destra, che era legato a me. La traiettoria era definita in modo circolare perché vedevo dei brevi sprazzi di luce attorno. Ma quello che mi attraeva in misura indicibile era la luce che mi aspettava dall’altra parte, alla fine della corsa, una luce giallo-rosa, molto delicata ma insieme intensa. E la cosa straordinaria era che quella luce sembrava una persona e irradiava un infinito amore, palpitava dolcemente, come se mi chiamasse e io sapevo che, se l’avessi raggiunta, avrei provato una infinita felicità.
Ma, ecco che, poco prima, di arrivare a lei, mi svegliavo di colpo, come risucchiata da una energia meccanica di vita ed era una impressione sgradevolissima, come se quella parte di me fosse ‘costretta’ a rientrare nel corpo ma anche come se vedessi il mio corpo materiale come qualcosa di basso e inferiore, il corpo di una lucertola, di un rettile, dove il mio Io vero veniva ‘vomitato’ rispedito dal basso verso l’alto, come in un pozzo oscuro.
Ecco, la luce che avevo visto quella notte tra me e mio marito era la stessa luce giallo-rosa palpitante che avevo visto in fondo al tunnel.
Dunque potevo capire la sua gioia: era arrivato a uno stato di felicità e di amore totali. Aveva raggiunto qualcosa di meraviglioso che nessun umano può sperimentare, qualcosa di soprannaturale, che ci aspetta come una Madre amorosa, sanando tutte le nostre ferite.

Sono a Poggioraso da tre giorni, il tempo si è rimesso, la temperatura è salita, il cielo è limpido e il paesaggio bellissimo, ma io sono un topo di biblioteca, camminare non mi piace e mi stanco subito, sono fotofobica e la luce forte mi disturba la vista e mi fa venire le borse sotto gli occhi. Sto bene solo all’ombra e seduta davanti ai miei libri e al computer. Poi mi stordisce l’idea di essere qui da sola per la prima volta senza Fabrizio, mi dà un senso di disorientamento e di fragilità, di abbandono anche, che a casa non ho, perché sono circondata da tutte le cose di lui.
In albergo ci sono solo vecchie signore parcheggiate qui dalla famiglia per mesi, la pensione costa solo 60 euro al giorno e si mangia molto bene, le camere sono belle, le due sorelle che gestiscono l’albergo sono molto cordiali e trattano le vecchie signore con molte attenzioni. Ieri la mia vicina sorda ha compiuto gli anni e le hanno regalato un piantina grassa con fiorellini rosa molto bella che lei ha tenuto sul tavolo da pranzo. Le vecchie signore chiacchierano molto e giocano a pinnacolo, camminano anche molto, certo più di me, solo io resto in albergo da sola coi libri e il computer. Molte si conoscono da molto tempo, perché sono anni che vengono qui, alcune sono decisamente sorde. Ho fatto le prime conoscenze e mi hanno anche divertita. Come tutte le donne vecchie e come faccio del resto anch’io, raccontano le loro vite che sono il loro romanzo. Sono vite molto interessanti, le ascolto volentieri. Ma in genere sono sola in albergo e anche qui leggo e scrivo. Mi sono portata dei libri sull’autismo e studierò quello. Infine ho cominciato il mio romanzo partendo da qui, da questo albergo di montagna, da quello che incontro, dalle mail che ricevo.
L’ho chiamato ‘Una seconda possibilità’, di getto, perché questo è ciò che sento.
Passato il momento delle pratiche amministrative e messe a punto tutte le pendenze pratiche, finiti tutti i traslochi, gli spostamenti e le vendite, sono convinta di essere entrata in una fase della vita nuova in cui questo è il mio compito, raccogliere tutto assieme quello che mi è accaduto perché faccia da alveo per la vita futura, se ce ne sarà. Per cui oggi sono dominata da un forte senso di sincronicità: tutto quello in cui mi imbatterò non sarà a caso, farà parte della nuova lezione di vita, si legherà insieme e io lo osserverò con cura, perché la mia trasformazione deve avvenire proprio qui, ora, per ogni cosa che mi toccherà. Ogni cosa sarà importante, perché una nuova vita comincia da un nuovo modo di vedere.
Un detto buddhista dice: “Mangia, bevi, dormi”. Io aggiungo: “Osserva e impara”. Il Buddha è in ogni cosa che incontri. Il Buddha è ovunque. Ma soprattutto osserva te stessa. E impara quanto è rapido il cambiamento in te, se lo vuoi.

La prima lezione che cerco di imparare è l’umiltà. Io sono un giudice terribile. Come vedo una persona, la catalogo, stralcio valutazioni rigide, etichetto in modo assolutistico. Non uso solo metri psicologici, di osservazione comportamentale, ma valutazioni di colore affettivo radicale, simpatia, antipatia, intolleranza, allergia… E non amo in genere le vecchie signore. Così sto imparando, mio malgrado, che le mie osservazioni possono essere sbagliate. Che non è giusto né sensato etichettare gli altri sulla prima impressione. Che basta un ascolto attento dell’altro, un porsi alla sua accoglienza, e l’altro diventa diverso da come sembrava, si apre, si svela, e quello che rivela può essere interessante e insegnare cose che nella tua supponenza non avresti imparato mai. E io sto imparando dalle vecchie signore.
Anzi dovrei proprio smettere di chiamarle ‘le vecchie signore”. Cos’altro sono io a 72 anni? E dovrei smettere di chiamare la mia vicina di tavolo “la damina sorda”. Oggi una signora dal fondo della sala ha detto una battuta comica e tutte sono scoppiate in una risata, anche la mia vicina di tavolo. Io no, perché non l’ho sentita.

Forse non sto studiando l’autismo per caso, al di là della sindrome che può essere gravissima, colpisce nell’autismo la definizione generica di “mancata partecipazione ai significati”. Io sembro in apparenza molto socievole ed estroversa, parlo con tutti, approccio facilmente la gente, ma nel mio avvicinare gli altri c’è sempre la presunzione di parlare di me, di esibirmi, di mostrarmi come ‘brava’. C’è una natura troppo egoica che ha imparato poco a vivere “la partecipazione ai significati dell’altro”.
Ho lavorato tutta la vita sulla comunicazione, sono una insegnante vocazionale e la materia che mi piace di più insegnare è la psicologia, che si fonda sull’osservazione ma implica l’empatia. Mi viene in mente l’etologo Lorenz, che, per studiare le anatre, entrava nello stagno con loro. Come si può capire l’altro, se non si partecipa al mondo dell’altro? Se non si entra nel suo stagno? Ma spesso una forma di blocco mi impedisce questa partecipazione. E allora mi aggiro attorno a loro senza poterli contattare veramente e sfoggio una superiorità che è totalmente fuori luogo e controproducente come fosse la medaglia che viene esibita dal bambino che non sa giocare.
Mi attacco all’alibi della mia storia, per cui non ho imparato a relazionarmi con gli altri perché per 29 anni i miei mi hanno proibito di avere rapporti sociali, costringendomi a vivere nell’isolamento e nel silenzio, da cui uscivo solo per andare a scuola prima e poi al lavoro. La mia unica relazione, tra l’altro segreta, proibita, e strappata con mille sotterfugi, è stata con Fabrizio, dai 14 anni in su, per 15 anni prima di sposarlo. E lui era affascinante, simpatico, dotato di una empatia naturale per cui tutti lo consideravano subito un amico, un fratello, qualcuno di famiglia, qualcuno da amare. E non ho mai capito perché si fosse innamorato di una come me, bizzarra, strana, sicuramente meno bella, capace solo di studiare, scorbutica e che gli diceva sempre no.
Forse cercare di curare è un altro modo per imparare a comunicare con l’altro. Per entrare nella sua energia, nel mondo dei suoi significati. Forse tanti che non sanno proprio comunicare entrano nel mondo della cura, della medicina, dell’assistenza, proprio perché attratti da un rapporto interumano sentito come impossibile. Forse siamo tutti autistici senza saperlo.
I miei allievi-amici mi hanno insegnato tante cose. Una mi ha sempre stupito: io, che ho usato sempre le parole per vivere, per capire, per insegnare, per comunicare, per aiutare, per aggredire anche o difendermi… ho provato dei momenti di totale unione con l’altro solo in situazioni di silenzio, in cui le parole non servivano più, cadeva il loro schermo difensivo, che sembra lanciato come un ponte tra noi e gli altri per unire ma che troppo spesso divide, e in quel silenzio diventato accogliente e calmo come due mani messe a conca, nasceva una serenità inspiegabile, un senso di comunanza al di sopra di ogni suono, uno stare insieme.

Una volta ero con Alessandra, dopo la morte di sua madre, di sera, su un marciapiede buio, fuori del dopolavoro dei postelegrafonici, alla fine di una lezione. E stavamo lì al buio senza parlare. Lei era stroncata dal suo lutto recente. Io non sapevo come consolarla. Ma in quello stare insieme, vicine, in silenzio, nacque qualcosa che ci abbracciò entrambe.

Un’altra volta ero nella navata sconsacrata delle “Sette chiese” con un dolore fortissimo contro mio marito per qualcosa che mi aveva fatto e che non ricordo nemmeno più e mi sentivo a pezzi e disperata. E la mia amica Laura mi prese le mani senza parlare. E restammo così in silenzio, seduti sui banchi, nella navata. E in quel silenzio nacque qualcosa di protettivo, di consolatorio che mi rilassò e mi riportò alla pace.

Noi crediamo, erroneamente, che la cura dell’altro abbia bisogno di parole, siamo affamati di parole, vorremmo essere maestri di parole, crediamo anche che chi ha più parole sia più bravo, riesca meglio nella vita, abbia uno strumento in più. E poi nei momenti cruciali della vita scopriamo che può valere di più un silenzio e che nel silenzio si genera qualcosa che supera l’io come l’altro, che li comprende entrambi, e che in quel silenzio di parole, l’energia del cuore può scorrere più pulita, più diretta, come qualcosa che non viene né da me né da te.
Dopo una vita in cui sono stata maestra di parole, mi piacerebbe, ora, essere un maestro di silenzio.
La cura deve passare nel silenzio. Io credo che qualche cosa passerà, se mi metterò, io, a servizio della cura.

Scrive Piero:
“Tocchi argomenti che da sempre mi fanno molto pensare, come persona e ancora di più come medico. Anche io penso che se tentiamo una cosa, dobbiamo farci cullare dalla convinzione, magari solo nostra, che quella cosa funzioni davvero.
Penso alla tua amica che dovrà fare la chemio . Se davvero ha tanto amato e ricevuto amore il tuo è un modo per accarezzarle l’anima e darle più speranza.
Credo che la speranza sia una cura, sempre, mentre la sua mancanza anticipa sempre la nostra fine.
Se tu sei in grado di regalarle anche solo una goccia di speranza, che così sia. Fa lo stesso se, giustamente, la tua parte razionale poi si interroga e dubita.
Certo, come medico non posso non credere anche alla medicina tradizionale.
Ma ripenso sempre al viaggio meraviglioso di Tiziano Terzani all’interno della malattia e nel mondo delle medicine così dette non tradizionali, che è stato anche un incredibile, inaspettato viaggio all’interno di se stesso .
Mi domando sempre se non sia stato quel viaggio, nello spazio interiore ed esterno, a farlo vivere altri cinque anni, quando tutti gli avevano detto che, al massimo, ne avrebbe vissuto uno solo.

Riserve di forza ne abbiamo più di quanto non crediamo. Tutto sta a far trovare loro la strada per uscire. Se le persone ci possono aiutare ancora meglio. Se aiutiamo gli altri, aiutiamo sempre anche noi stessi.
Devo raccontarti una cosa. Non riesco a dirla a parole ma scriverla spero sarà più facile. La parola scritta è sempre stata il mio mondo, forse davvero un dono che ho avuto, ma anche, fammelo dire, una maledizione. Perché, se sai scrivere, prima devi saper guardare senza voler per forza capire, senza voler per forza dire. Una attività che tanto mi ha dato, in positivo, è vero, ma che mi ha portato anche parecchia sofferenza .
Va’ in montagna e cerca di fare tutto quello che vorresti fare.
La nostalgia più grande che ho è quella di lunghissimi pomeriggi d’estate, in montagna, dai miei nonni, seduto sotto un albero a leggere, per ore.
Un tempo incantato, oltre che l’incanto di un tempo purtroppo perduto per sempre.
Spero, invecchiando, di ritrovarne un pizzico almeno, di quel tempo.
Ciao.
Piero.

..
http://masadaweb.org

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