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Monday February 19th 2018

MASADA n° 1545 13-7-2014 ROMANZO – UNA SECONDA POSSIBILITA’- CAPITOLO 1

MASADA n° 1545 13-7-2014 ROMANZO – UNA SECONDA POSSIBILITA’- CAPITOLO 1

Viviana Vivarelli

Annarita è venuta da me e ha detto: “Curami!” . Non si dice di no a una tua amica a cui hanno appena tolto le ovaie e l’utero e che è ancora una ragazza impulsiva e piacente. Non le dici di no anche se non sai che fare. Anche se la domanda ti coglie impreparata. La curi. E basta. E’ come un bambino che ti porge la mano per attraversare la strada. La prendi e basta. E vedi di attraversare con attenzione cercando di arrivare incolume al di là. Solo che io non so dove sto andando. E’ come inventarsi una sicurezza che non hai, perché tu non sai più chi sei tu e chi è lui, o dove state andando. E forse è il bambino che porta te e non tu che porti lui. E nessuno dei due sa quale sia la meta. Sappiamo solo che siamo qui insieme per fare qualcosa e la facciamo. Ma siamo avvolti entrambi in un mistero in cui una cosa sola giova: abbandonarsi.
Così l’ho fatta sdraiare sul divano chiaro, l’ho coperta con un telo bianco, l’ho fatta rilassare, seduta sul tavolinetto basso, chinata su di lei parlandole piano in modo monotono, partendo dai piedi, facendole fare prima tre lunghi respiri profondi con la bocca semiaperta e cercando di allungare più possibile i tempi dell’espirazione. Tutto il fiato dentro, dentro, dentro e poi fuori, fuori, fuori e poi dopo mezzo istante di nuovo tutto dentro, dentro, dentro, e poi fuori ancora! Tre volte. Poi ho aspettato che la respirazione tornasse regolare e le ho detto con voce monotona e sonnolenta che ogni volta che espirava doveva farlo in una parte del suo corpo in modo che questa si allentasse e si rilassasse. Le ho detto che il suo piede destro era caldo e pesaaante, allungando le parole, poi il sinistro, poi via via su, lentamente, per ogni parte del corpo: caldo e pesaaante, rilassato, caldo e pesaante. E anche io mi rilassavo assieme a lei, con gli occhi chiusi, seduta sul tavolinetto accanto al divano, piegata verso di lei, per raggiungere quello stato di calma lenta in cui entrambe saremmo andate in stato alfa, onde mentali molto basse e lente, dove le nostre parti profonde avrebbero comunicato, come in un’altra dimensione. Poi, quando è stata tutta rilassata dalla punta dei piedi su su fino alla testa, le ho detto piano di incrociare lo sguardo sotto le palpebre chiuse e di appuntarlo al centro della fronte, dove avrebbe trovato una zona nera calma e tranquilla.
Poi le ho chiesto di andare all’origine dei suoi problemi.

Le ho detto, allora, un po’ alla volta, di guardarsi le mani e i piedi, e i vestiti, e di dire cosa vedeva, e poi di guardare in alto e attorno, e davanti a sé. Le ho chiesto chi era. E Annarita, stesa sul divano con gli occhi chiusi e tutta rilassata, ha cominciato a raccontare….

Faccio questa cosa da un po’. Dura circa mezz’ora e quasi tutti parlano e raccontano, quasi tutti, con gli occhi chiusi, vedono, si vedono, e a volte sono uomini, a volte donne, a volte sono giovani, a volte vecchi, a volte sono a metà di una vita, a volte sul punto di una morte, sempre sono esseri umani di molto tempo fa, e, interrogati, dicono faticosamente la loro età, il loro nome, con difficoltà l’anno, o il luogo e descrivono ambienti, eventi, destini, particolari, a volte strani, a volte banali. Parlano piano, quasi non muovendo i muscoli del viso, perché sono molto rilassati, con difficoltà, a voce appena udibile che io registro, non sono ipnotizzati, sono solo profondamente rilassati e cominciano a disegnare una storia. Spesso è una vita insignificante, perché, se pure prima di noi qualcosa che chiamiamo anima ha percorso molte vite, molte di queste, come sempre accade, non sono vite significative sul piano della storia. Ma noi non siamo qui a cercare Napoleone o Cleopatra, siamo investigatori delle cause del presente, siamo qui a scoprire un filo rosso che leghi queste diverse vite ormai annegate nell’oblio del passato per capire se qualcosa è arrivato a oggi, al noi di oggi, che possa spiegare quel problema che oggi ci angustia: il male fisico, quello affettivo, la mancanza morale, l’oggetto che plachi la sete infinita..
Andiamo nel passato per cercare quella parte di noi da cui dipende, forse, il nostro io di oggi. Forse. Ma non sappiamo niente. Facciamo un viaggio senza mappe o garanti, senza nemmeno avere la minima certezza, la minima convinzione di avere le carte giuste per imbarcarci, così, con un senso di inconsapevolezza e semplicità, come se andassimo al guardaroba a vedere cosa è rimasto delle morte stagioni o come dei novelli Cristoforo Colombo che vanno alla ricerca di una terra ignota.
Quelle parole che escono dal dormiente interrogato, quelle storie che cominciano a dipanarsi non sappiamo nemmeno se appartengono a un mondo reale o immaginario, alla storia di questo mondo o a un altro mondo.
Sappiamo solo che siamo in due e ci teniamo per mano.

Dopo i 16 mesi dalla morte di mio marito, non ho fatto che correre per pratiche e vendite e uffici e banche e traslochi e acquirenti e inquilini. Non avrei mai creduto che dopo i 4 anni terribili della sua malattia in cui sempre l’ho assistito, rifiutando ogni infermiera, giorno e notte, sarebbe venuto un tempo così lungo in cui io, che non mi occupavo di amministrazione e di pratiche burocratiche da anni, avrei dovuto supplire in tutto Fabrizio, che prima faceva tutto lui, che si occupava di tutto lui, combattendo ogni giorno contro uno Stato padrone, e mi lasciava tranquilla davanti ai miei libri e al mio computer, addossandosi la parte più pesante dell’esistenza in-civile. Perché il tempo in cui viviamo, se ha alleggerito l’uomo dal peso fisico delle cose materiali, lo ha ammazzato col peso delle pratiche immateriali, la forma subdola con cui il potere comprime la libertà togliendoti anche il tempo di viverla.
Siamo vissuti insieme 57 anni.
Sembrerebbe, a dirlo, un tempo infinito. E invece è come se fosse tutto lì, e lui avesse ancora 14 anni, come me, io con le calzette corte bianche, lui, coi calzoni corti al primo giorno del liceo, ci vestivamo come dei bambini a 14 anni quando ora la mia Sofia che ne ha 6 si veste come una teenager. E lui mi stringeva la vita con le mani, tra i banchi, quasi meravigliandosi di riuscire quasi a toccarsi le punte per come ero snella e sottile e quando mi prese le mani la prima volta in classe, è come se risentissi ora la stretta fresca e liscia delle sue mani lunghe, bellissime. Ci sono amanti che si riconoscono dallo sguardo, dal coito, noi ci stringemmo le mani e ci suggellammo per sempre, in un riconoscimento che andava al di là dello sguardo, dell’odore, del sapore. In quel momento in cui le mani si incontrarono, e la pelle fresca si unì alla pelle fresca e i muscoli e le ossa serrarono, quelle non furono più mani, e ci riconoscemmo, suggellammo la nostra unicità, l’essere due in un corpo solo, la nostra alterità da qualunque altra persona esistente al mondo, l’essere una cosa sola. E’ molto strano riconoscerlo, tanto più che io avevo deciso da sempre di non sposarmi mai, di vivere come una single, del mio lavoro, dei miei libri, senza la sudditanza ad un marito. Ma quando lui mi prese le mani, tutto svanì come nebbia al vento e dopo non fummo più gli stessi. E’ molto strano dirlo ora, che tante cose sono successe e alcune non proprio belle, e ci furono litigi e minacce di separazione e odio reciproco a volte, come si possono fortemente odiare quelli che si amano, e insofferenze, e tutte quelle cose più brutte che belle che formano la vita a due. Ma ora che lui è morto, tutte quelle cose sono state spazzate via e io sento ancora le sue mani fresche che mi stringono la vita. Fu quel giorno, lo dico banalmente, che io misi la mia vita nelle sue mani. E non era una metafora.
Quando lo penso, ha ancora 17 anni o 18. Ed è alto e snello, coi i suoi tanti capelli lisci lisci color platino, come uno svedese, col ciuffo che gli piombava a mezzo il viso come una cortina, la pelle liscia e gli occhi nocciola, quasi d’oro. Aveva un sorriso bellissimo anche all’ultimo, quando il cancro lo aveva divorato e gli avevano tolto varie parti del corpo, e prima la laringe, per cui era muto, ma riusciva lo stesso a sorridere, a comunicare, a farsi capire.
Quando vedo certi tromboni logorroici in tv penso sempre che non dicono niente, echeggiano in suoni sgraziati il loro vuoto interiore. Mio marito era muto, ma parlava.

Dire che siamo cresciuti insieme per 57 anni sembra oggi un’offesa. Oggi le relazioni sono brevi, gravate sempre da una insofferenza che chiamiamo libertà, dove l’intolleranza per l’altro nasconde il disagio di sopportare se stessi. Ci siamo perduti da qualche parte. Abbiamo perso il sacro di una coppia, che non è quello sancito da una religione, ma la condivisione voluta di una speranza, di una responsabilità, spesso di una sofferenza. Le coppie deresponsabilizzate di oggi non sanno nemmeno cosa vuol dire abbracciare un’altra vita, in tutto il bello e brutto che può avere, come ha la tua vita. E i preti, oggi, hanno dimenticato che l’amore è la cosa più bella che esista, la più naturale, la più pulita.
Ho sempre avuto la percezione che il suo corpo fosse pulito, anche quando era sporco e sudato, anche quando era vecchio e malato. Era pulito di una pulizia interiore per cui tutto ciò che lo riguardava era sano, non portava macchia.

Dopo il ‘trattamento’, Annarita mi ha detto: “Ora vado a Dobbiaco 5 giorni per riprendermi dall’intervento prima della chemio. Curami a distanza!”.
Ho galleggiato subito nel vuoto con un senso di vertigine ma ho stretto i denti. Farò quello che chiede. Non l’ho mai fatto, non so nemmeno come si fa, ma tante cose si fanno per la prima volta. Poi si impara.
Così le ho fatto due foto davanti ai gerani del mio giardino, e le ho stampate col pc. Una è a figura intera con le braccia distese. Porta pantaloni bianchi e una t shirt bianca. Ha tagliato i capelli a caschetto, “per abituarsi”, dice, a quando le cadranno i capelli per la chemio. Sembra una ragazzina anche se non lo è. La foto è un A4, ma penso che farò fare un ingrandimento.
Dopo la visualizzazione di due vite precedenti, l’ho fatta restare sul divano, coperta dal telo chiaro, e ho passato le mani sul suo corpo senza toccarla, con gli occhi chiusi.
Questa cosa delle mani cominciò quando avevo 37 anni e invece di morire mi miracolai, e se mi si avvicinava qualcuno sofferente, le mani cominciavano a bollire, a friggere, come fossero smaniose di fare qualcosa, ma finora queste mani non hanno mai fatto niente di quel tipo per una sorta di timidezza, che ora non trovo più. E ‘vidi’ subito che la destra era rossa e dava energia e la sinistra era blu e la prendeva, ed entrambe formavano un circuito completo dove l’energia poteva passare, ma non ho mai pensato di essere una pranoterapeuta e gli eventi presero altre direzioni percettive in cui tutto un mondo paranormale mi si rivelava spaventandomi. Nei primi tempi, quando ero terrorizzata dalle allucinazioni di cose non di questa Terra, stavo bene attenta a non incrociare mai le mani tra loro, come se questo atto in apparenza semplice scatenasse un circuito pericoloso, eppure non è che il semplice gesto della preghiera.
Paolo, un mio allievo anziano del mio ultimo corso su Jung, mi ha detto che il fondatore di Damanhur, Oberto Airaudi, era un guaritore così forte che se metteva i palmi ai lato della testa di qualcuno, questo si scansava come se fosse colpito da due mazzate. Ha detto che guariva anche 200 persone al giorno e che sentiva il cancro come un grosso bozzolo quasi materiale, e la mia amica Donatella dice di sentire il cancro come un ‘odore’. Ma io non aspiro a tanto. Non so nemmeno se sono capace di fare qualcosa. Mi presto solo docilmente agli eventi. Sarei già contenta di creare una suggestione che faccia stare la gente meglio. C’è fin troppo dolore in questo mondo. E vedere come mio marito è stato martirizzato da questa malattia maligna che ricresceva in tutto il suo corpo e non si placava nemmeno con la morfina, mi ha dato una pena tremenda, insostenibile. Non so cosa farò, ma qualcosa devo fare.

Quando ho passato le mani sopra Annarita stesa senza toccarla, ho sentito che da tutto il suo corpo, dalla punta dei piedi fino ai capelli uscivano come tante molle elettriche, vive, brucianti, che formicolavano nell’aria e arrivavano ai miei palmi. Solo sulla parte destra del costato non sentivo nulla, eppure lì lei diceva che stava male, perché all’ospedale, diceva, le avevano messo delle calze corte e non lunghe per migliorare la circolazione. Quel formicolio che usciva anche dalla sua testa mi dava noia e così ho cercato di mandarlo via con gesti della mano come se diradassi una nebbia.

E’ un mese che ho mal di testa. E’ un dolore sordo e cupo proprio nel sommo della testa. Non passa mai. E se faccio il minimo sforzo fisico o mentale, aumenta, si fa quasi insopportabile. Ho preso inutilmente ogni sorta di analgesico, Moment, Oki, Ibufren, Tachipirina, Nisidina…. Il dottore ha parlato di cefalea tensiva, che non vuol dire niente e mi ha consigliato un ansiolitico. Ho fatto tutta la malattia di Fabrizio senza prendere niente. L’ultimo anno in cui dovevo assisterlo anche la notte perché non respirava e dovevo aspirargli continuamente gli umori interni con una macchina, è stato terribile, non dormivo quasi mai, ma non ho preso medicine né mi sono fatta aiutare. Il cibo mi disgustava e sono andata avanti a barrette Kinder. Stavo in piedi grazie all’adrenalina. Non mi sono ammalata mai. Né un raffreddore, né un banale mal di schiena, niente! Quando lui è morto, di adrenalina ne avevo così tanta addosso, che era come una droga, per cui continuavo a correre, a fare, ad agitarmi e continuavo a non dormire. Il ritmo del sonno si era interrotto. Molte cose si erano interrotte.
Poi ci sono state tutte quelle cose da fare, che mi occupavano tutto il tempo e mi ammazzavano di fatica. Sempre da sola, perché mia figlia vive a Londra e tra famiglia e lavoro è stressata per la sua parte.
Poi, dopo 16 mesi, le mille cose che sembrava non finissero mai hanno cominciato ad andare al loro posto. Ho ripreso anche a fare i miei corsi, pittura e psicoanalisi, diretti da me, con pochi allievi ma estremamente necessari per far riprendere la vita. Poi anche quelli sono finiti. E’ arrivata l’estate. Un giugno piovoso e bizzarro, quasi freddo. E non avevo da fare più niente. Niente che riempisse le mia giornata e mi desse più un senso. Quando per 57 anni vivi in funzione del tuo amore, nel bene e nel male, e lui non c’è più, dov’è mai il tuo senso? E allora è arrivato il mal di testa, secco, duro, al sommo del capo, come una mazzata. Ho fatto persino una TAC, che non ha rilevato niente. Poi mi sono piegata a prendere un ansiolitico, 10 gocce di Xanax la sera, e ho ricominciato a dormire.
Mi sembra che una enorme energia si sia accumulata in cima alla mia testa, nella zona dove i bimbi hanno la fontanella, e prema per uscire. E’ come un parto. Ho le doglie di testa, come Giove che aveva un gran mal di testa e poi la sua testa si spaccò e ne uscì Minerva armata con tanto di lancia. Io non so cosa sto partorendo ma qualcosa deve pur succedere.

Quando ho messo le mani sulla foto di Annarita senza toccarla, ho sentito con stupore che le percezioni erano le stesse di quando ho passato le mani sul suo corpo. Ma, prima di fare questo, ho passato sulla foto un biotensor, tenendolo tra l’altro palmo e la foto. Il biotensor è una antenna da rabdomante. E’ una bacchetta di metallo amagnetico del colore dell’ottone, formata da una stretta impugnatura cilindrica e da un filo oscillante alla cui estremità c’è un anello piatto dello stesso metallo. Si tiene con la mano destra in modo che tutti i polpastrelli tocchino l’impugnatura posizionando l’anello oscillante a circa 30 cm dall’oggetto che si vuole testare e si tiene il palmo della mano sinistra sopra di esso senza toccarlo per creare una contrasto. E’ il primo strumento che si usa in radioestesia e serve per valutare se l’energia di un oggetto, una persona, un luogo, è compatibile con la nostra. L’ho usata per la posizione del letto, per gli alimenti, per i medicinali. Non esce da una scienza ma da una tecnica, che si basa sul concetto che ogni ente è radiante, emana radiazioni e lo strumento dice se queste sono compatibili con noi. Così parto dalla presunzione di essere sana, e comparo l’energia di Annarita con la mia. Malattia contro salute.
Quando l’anello piatto oscilla in modo orizzontale, è come se dicesse no, è un brutto segno, vuol dire che l’oggetto testato non è in buon rapporto con te. Se oscilla verticalmente, è come se dicesse sì, il rapporto è buono.
Sopra la foto di Annarita, il biosensore oscillava negativamente in ogni suo punto, ma oscillava meno sulle cosce. E’ strano come la foto conservi tutte le frequenze della persona in carne ed ossa e dia le stesse informazioni, ma lo si può constatare. Non c’è spiegazione ma è così. La radioestesia è una tecnica che non si dimostra, si sperimenta.
Poi ho imposto entrambe le mani sulla foto cercando di mandarle energia positiva
Ho fatto questo per 5 minuti.

La mattina dopo, alla stessa ora, ho ripetuto il tutto. E ho visto che stupore che c’erano dei cambiamenti. La zona della salute si era allargata e comprendeva le cosce interamente mentre il biotensor oscillava un po’ meno negativamente sulla parte bassa delle gambe.
Le ho telefonato e gliel’ho detto. Ora ogni mattina alle 8 farò questo trattamento ed è giusto che lei lo sappia e terrò nota dei progressi.

Quando faccio questa cosa, non sento più il mal di testa.
Cammino ancora nella nebbia e non so dove sto andando e cosa troverò, ma c’è come un suono che mi chiama.

Oggi è venerdì 11 luglio. Lunedì parto per la montagna. E’ la prima vacanza che faccio senza mio marito e mi sembra tanto strano organizzare e fare una vacanza senza di lui, tanto più che lui decideva e organizzava sempre tutto.
Torno in un albergo di montagna a mille metri sotto Sestola, a Pian del Poggio, dove eravamo stati due volte insieme, quando già non parlava e si muoveva poco anche in macchina per il dolore all’anca dove la bestia aveva cominciato a morderlo ma ancora camminava. Nell’ultimo anno il dolore lancinante non gli permetteva più di stare in piedi o seduto. Avrei voluto ci fosse una droga tanto forte da levargli tutto quel male, perché la morfina non bastava.
Pian del Poggio non è le Dolomiti con le sue cime e i suoi paesaggi mozzafiato, ma è il posto più alto e vicino a Bologna dove potevamo andare. E poi ha una bella piscina con vista panoramica e un personale così gentile e affabile e una cucina così buona che merita andarci solo per quello.
Ma è chiaro perché andrò lì, per cercare un poco di lui.
Non so cosa farò tutta sola. Il caldo dell’estate non è ancora arrivato quest’anno e invece del sole ci sono state piogge e tempeste distruttive che hanno mandato sott’acqua mezza Italia.
Ma, quando è arrivata qualche rara giornata di splendore, la nostalgia mi prendeva delle nostre ultime gite.
Come veniva il caldo, andavamo in campagna, vicino a Bologna, in qualche bel prato e da ultimo nel parco di Castelletto di Serravalle, dove non c’è mai nessuno. Il parco è ampio e in lieve pendenza verso un laghetto artificiale e ci sono alberi, tavoli e panchine. Spesso l’erba non tagliata era alta e oscillava dolcemente al vento.
Ci mettevamo nel nostro posto preferito, un grande albero basso e largo con una ampia chioma protettiva, molto simile all’albero di Mondrian, che all’inizio era una cupola di fiori, poi diventava sempre più verde e protettivo.
Stavamo sul tavolone di legno grigiastro, con giornali, libri, la radio per la musica, le bibite.
I fiori profumavano, l’erba verde ci amava, le vespe ronzavano dolcemente solo per noi.
Nulla ci sembrava più bello.
Poi, dopo aver ben mangiato con poca spesa nel ristorantino locale, a Ca’ Bellato, dove il gestore ci coccolava e ci dava qualche meraviglia, come una trota appena pescata, i funghi appena trovati o il suo famoso fritto misto dolce-salato con 20 ingredienti diversi, tornavamo al nostro albero, aprivamo le sedie a sdraio e magari facevamo un pisolino, gravati dal cibo buono, dal vino e dal sole. Io mi addormentavo sempre un pochino mentre ascoltavo ‘Un giorno da pecora’ alla Radio, ridacchiando tra me. Non c’era mai nessuno in quel parco, solo qualche persona isolata che portava a spasso il cane. Un silenzio pieno di sole e di verde e di vento leggero come una carezza. C’era sempre una leggera brezza come se l’aria scivolasse lietamente sul prato in pendio. Non avevamo bisogno di parlare, non facevamo niente di speciale, stavamo seduti vicini o ci sdraiavamo su una coperta nell’erba, ma quest’anno, quando sono arrivate le prime giornate di primavera e mi sono ritrovata da sola, la nostalgia mi ha preso come una mazzata insopportabile per quel parco dove mi sembrava di non essere mai stata così bene. Nulla è così bello come il paradiso perduto.
Erano dei giorni di rara bellezza. Stavamo vicini, zitti e in pace. Lui leggeva i suoi romanzoni fantasy, un tanto al chilo, e io i miei giornali di politica, leggevo e scrivevo i miei appunti che avrei trasformato in blog. Tornavamo a sera ubriachi di sole e di aria verde. Come si può essere felici! Mi viene un groppo in gola se ci penso.
Ora i miei sabati e domeniche sono i giorni più tristi della settimana. Non c’è niente. Non succede niente. Non sono niente. Non posso nemmeno uscire per fare la spesa. Tutte le persone che conosco escono a coppie, tra loro. I single non li vuole nessuno. E se esco da sola, mi sento ancora più sola. Allora mi riempio di film in televisione per vivere qualche vita degli altri o battibecco sui blog con altri disgraziati che nei giorni di festa non hanno nessuno da amare.

Mia figlia vive a Londra E’ sposata con un ragazzo scozzese, bello e alto, buonissimo, più giovane di lei di 4 anni, Dave. Hanno due bambini terribili, Matteo, di 4 anni e Sofia di 6. Sono la mia gioia e la mia meraviglia, ma li vedo ogni due mesi quando vado a trovarli. Non li ho visti crescere. E mia figlia da 18 anni non mi sopporta. Ora ha 42 anni anche se sembra una ragazzina e ora mi sembra un miracolo inspiegabile che per 24 anni sia stata la mia migliore amica.
Ci sono molte morti. Quella degli affetti è forse la peggiore, perché ti lascia una speranza, ma è come una scatola vuota che ti morde col suo vuoto e non la puoi riempire con niente.
Qualche volta le persone restano vive ma muoiono per te e tu non te lo puoi spiegare e non ti dai pace. Sono lutti anche questi.
A volte mi consolo pensando che quando una madre e una figlia vivono in troppa simbiosi, la figlia può emanciparsi solo facendo uno strappo brusco da lei, come se se la strappasse di dosso, per non esserne marchiata, per esistere in autonomia, e la via più semplice per produrre questo strappo è realizzare una intolleranza così grande verso la propria madre da dover scappare via lontano per ritrovare se stessa. Mia figlia è scappata a Londra e, anche se mi vede ogni due mesi, la sua intolleranza verso di me è come un macigno di ghiaccio.
E’ una buona spiegazione psicoanalitica, oltre, ovviamente, un attaccamento eccessivo alla figura paterna per cui io a un certo punto sono diventata una rivale, ma nessuna spiegazione potrà consolarmi del suo amore perduto, e nessuna autocritica potrà rendermi quel senso di gioia totale, prima dei 24 anni, quando la sua intelligenza vivissima era per me la fonte di una gioia infinita e il mio pensiero e il suo si alimentavano a vicenda e non esisteva argomento su cui non potessimo parlare amplificandolo in un piacere sconfinato. E’ un’altra cosa per cui provo nostalgia, un altro tempo che non tornerà mai più. Come insegnante, ho sempre gioito delle intelligenze giovanili con cui venivo a contatto e del loro piacere nel sorprendersi in slanci nuovi e creativi, ma il piacere che mi ha dato mia figlia supera qualunque interlocutore. Non ho mai conosciuto un’altra ragazza che fosse versatile, intelligente, straordinaria come lei. Era la mia gioia e il mio orgoglio. E poi era sempre allegra, vitale, positiva. Una cascata di gioia. Sempre piena di amici, pronta a fare cose nuove e incredibili. Una meteora di bellezza. Ora rode. E io non so cosa la rode.
Vedere che passa la sua giornata attaccata a un computer su problemi ambientali in una lingua che gestisce male e in un’altra cultura che sembra così minimalista mi lascia qualcosa di amaro addosso, come di un talento sprecato. Si ammazza di lavoro e fa i salti mortali per stare un po’ coi bambini che la adorano, ma la sua vita, per quanto utile e piena, è come se si portasse addosso una pena che esce con scenate isteriche senza motivo e, se sono presente, si riversano su di me come il suo capro espiatorio.
A 24 anni la sua vita cambiò improvvisamente dopo la scoperta che il ragazzo con cui stava da 7 anni era un mitomane che le aveva raccontato un sacco di balle e aveva pure un’altra ragazza che aveva messo incinta e che poi sposò.
Da allora non è più stata la stessa.
Il padre che svelò l’inganno si è salvato. Io che con tutti i miei poteri non avevo capito niente fui buttata via dal mio ruolo di madre. Ero diventata inutile. Un vuoto a perdere. Di più: qualcuno che, avendo salvato il proprio matrimonio, era un confronto insopportabile.
Mia figlia è una ragazza troppo intelligente ed è troppo complessa. Tutta questa complessità non le fa bene. Le rende difficile anche scegliere un menù al ristorante. Si è rifugiata nell’informatica perché ha problemi di controllo. Continuamente pianifica il futuro. Quando vado da lei a Londra comincia settimane prima a pianificare cosa devo fare, cosa devo cucinare… E’ ossessiva. Vorrebbe pianificare la mia vita, la sua vita. Crede inconsciamente che se lei pianifica tutte le cose, non accadrà nulla di orribile, tutto sarà tenuto a posto, diventerà prevedibile. Il fidanzato non la abbandonerà, suo padre non morirà…non avverrà nulla di brutto o sconvolgente. Sappiamo che non è così. Sappiamo che non si può pianificare tutta la propria vita. Per quanto si possa programmare tutto e cercare di prevedere giorno per giorno, di provvedere momento per momento, l’inaspettato arriverà lo stesso, qualcosa di orribile sfuggirà al controllo. Non puoi fare il tester della tua vita, cercare i bug e ripassare tutto affinché non sfugga niente. E per quanto tu sia attenta e intelligente, qualcosa ti colpirà come una mazzata e non ci potrai fare nulla e tutti i tuoi controlli saranno impotenti a fermare o solo a prevedere l’inaspettato che arriva e non potrai evitare mai.
Mia figlia è una ragazza complessa, che vive la sua vita come fosse un mantra che deve essere pronunciato in modo impeccabile per tenere lontani la delusione, l’abbandono, la morte. Vive la vita in modo rituale, ossessivo, e questo non le fa bene, e non le fa nemmeno godere pienamente delle cose che ha.
E ovviamente, per integrazione, ha scelto come marito un ragazzone semplice, prevedibile, di poche parole, di poca cultura, informatico come lei e di un lindore assoluto, la natura più semplice che si possa immaginare, tanto quanto lei è torbida e complessa.
Ogni vita è segnata dai suoi numeri. I numeri sono le cifre della vita, ma molti ci appartengono. Mio marito aveva sempre eventi interessanti il 17 ed era nato il 17 luglio. Mia figlia rincorre il 72 o il 27 che è il contrario di 72, è nata nel 1972, va ad abitare al numero 27, prende l’autobus 72…Il 27 è il numero della fortuna raggiunta in ritardo e con un lavoro paziente e assiduo, dei desideri che si avverano in ritardo, dei sentimenti gettati al vento, dei treni che perdi. E’ un numero che contiene un forte impegno di vita ma anche una sfortuna sentimentale, un insieme di tempi nervosi e di giornate di pioggia: “Chi si comporta bene sarà premiato con onore. Il saggio aspira solo all’armonia della propria coscienza.” Ma è tutto così difficile, pieno di cose che sembrano belle ma si trasformano in brutte. Contiene la pace e il diavolo. Il bambino a livello fetale ma anche l’eterno ricercatore. Il suo opposto è il 72: “Una vita vissuta all’insegna dell’onore e della virtù conduce ad una vecchiaia nella sacralità della famiglia”, cifra delle intuizioni nefaste, delle sensazioni tragiche, delle disgrazie e dell’esasperazione, numero di sogni terribili: disgrazie, terremoti, litigi con parenti stretti, incidenti, morti, sensazioni angosciose, imprese faticose…Contiene l’intelligenza subacquea del delfino ma anche il verso lugubre del corvo, una frontiera da attraversare, un giardino da coltivare, un tramonto da superare. Io, oggi, ho 72 anni. Li ho fuori, ovviamente, ma la mia mente non segue l’anagrafe. Nella mia mente io sono come un bambino.
Il mio numero è 3, somma delle cifre della mia data di nascita, mentre la data del mio matrimonio è un 9, 3 X 3, come per Jung o Dante. Simboleggia la rinascita, il rinnovamento, la liberazione, la necessità del sonno per lenire il dolore. E anche la reincarnazione, la rinascita, la metamorfosi. Si unisce al lutto ma anche alla culla, alla pancia con le sue reazioni viscerali e il suo istinti protettivo ma anche all’esercito e alla sua disciplina. Riporta allo studio e alle capacità interiori, alla genialità e alla ricerca di una completezza. E’ il numero delle premonizioni e delle indicazioni che arrivano per vie insolite. Rappresenta il santo come tramite del mondo e il sale, ma come sa di amaro questo sale. Il 3 mi apparve per voce diretta all’inizio dei 29 anni di sensitività, quando ‘la Voce’ appariva di colpo nella stanza e parlava con una specie di rimbombo. Il fenomeno durò sei mesi e si esauriva in poche frasi brevi, come ordini. Una voce maschile, giovane, autoritaria. Una delle prime volte esplose di notte svegliandomi dal sonno: “Non è l’UNO”, disse, e vidi la piccola figura da cartone animalo di un uomo, un piccolo Adamo. “Non è il DUE”, e apparve accanto la figurina di una piccola Eva. “Ma è il TRE. E il TRE è il serpente”. E un guizzo di energia a esse passò tra le due figure. Il serpente è l’energia. Tutti i popoli, fin dall’origine dell’umanità, l’hanno rappresentata così. Una spirale positiva o negativa, l’onda di un mare eterno. Dunque il mondo, mi diceva la Voce, non è diviso in polarità, maschio-femmina, yin yang, come nel Tao. Il mondo è l’energia che unifica tutte le apparenti contraddizioni. Jung che passò tutta la vita a riflettere sulle polarità dell’Essere, arrivò in tarda età, alla stessa conclusione: trovare la sintesi di tutti gli opposti. Capire che l’Energia è Uno.
Ma io ho anche uno strano numero che mi perseguita e che è il 29.
29 è il ciclo di Saturno, il pianeta pesante del dolore e della difficoltà. Parla del cambio di strada, della scelta difficile. Riporta allo specchio e dunque alla necessità di conoscere se stessi, ma anche al vero, la verità nascosta. E’ la crepa nel muro, la mosca nella bottiglia, il dubbio, l’attraversamento del fiume, la lucertola che comunica tra sopra e sotto. E’ il numero delle avversità, dei sacrifici, degli ostacoli e dei rifiuti. A questo numero si ricollega il debito esistenziale, la necessità di fare un pagamento alla vita senza averne i fondi, il fallimento. 29 anni è l’ingresso nella tomba ma anche i tarocchi, la lettura dei segni per capire il senso esistenziale.
A 29 anni la mia vita è cambiata perché mi sono sposata, ho lasciato Firenze per chiudermi nell’isolamento di un hinterland milanese, provinciale e alieno, ed è cominciato il tempo dell’esilio e della lontananza. Quando dovevo morire e mi sono miracolata, sono stata una sensitiva per 29 anni.
Tre volte 29 fa 87. Ma io non voglio vivere fino a 87 anni. Altri 15 anni da sola non li sopporterei. Mi sembra che la mia vita sia finita. E non saprei proprio cos’altro fare. Ma l’energia preme sul sommo della testa, come una Kundalini che voglia uscire. La Kundalini è il serpente di energia, che in India si pensa risalga in ogni essere umano partendo dal primo chakra nella zona sacrale e risalendo in due nadi ai lati della spina dorsale, la colonna di Brahma. La mia vita sembra finita.
A meno che non mi sia data una seconda possibilità.

Oggi è venuta Mara. Mara è piccolina di statura e in gruppo si nota poco, ha i capelli cortissimi e chiari e sembra una ragazzina, ma è già nonna. Mara gira Bologna in bicicletta rapida come un folletto e spesso porta con sé, nello zaino o nel cestello cose pesantissime a rischio di sbandate. Mara sa un sacco di cose, medicine alternative, esoterismo, spiritualità. In gruppo è schiva, silenziosa, sta in disparte senza una parola. Ma se le parli da sola, scopri che è un pozzo di conoscenze. Ha chiesto di vedermi senza dire perché. Si è seduta sul divano chiaro e ha cominciato a parlarmi di sua madre che ormai ha 87 anni (guarda caso proprio il numero della mia morte), che è dispotica da sempre. E lei non la sopporta. Quando ricevo le donne per un problema, penso sempre che mi parlino di affetti guasti o aridi o malnati col partner, ma spesso le figlie parlano della madre. La madre eterna che non muore mai e non le libera mai. La madre invincibile. La madre prioritaria. La madre che cura solo se stessa. La madre che le succhia come una mantide. La madre che le fa sentire come serve al suo servizio senza una vita propria, senza una identità propria.
Mara mi ha chiesto di fare una regressione. E sono venute due vite.
Una vita era di una serva, insoddisfatta della sua condizione servile, ma impossibilitata a cambiarla per le circostanze del tempo, una vita infelice sotto padroni ostili, fino alla morte, senza liberazione.
La seconda era più realizzata, la vita di un medico in un piccolo paese, non ricco, senza figli, ma felice del proprio lavoro di servizio agli altri.
Il servizio questa volta non era stato subito ma liberamente scelto.
Si può dunque essere liberi anche nel servizio, quando questo è stato scelto e sia diretto alla cura.
Mara ha un problema all’anca sinistra. E questo è simbolico. L’anca è lo snodo tra la parte inferiore delle gambe, lo stare in piedi e prendere la propria direzione, e la parte superiore del corpo, la pancia col suo polo della volontà e tutti i chakra superiori.
La parte sinistra del corpo rappresenta i nostri problemi col femminile. L’anca sinistra di Mara rivela la sua soggezione alla madre, che la tiene legata a sé in un servizio indesiderato e le impedisce di essere libera di prendere la sua direzione.
Le due vite che sono venute nella regressione sono significative.
Il compito di servire gli altri si perpetua di vita in vita, ma, solo quando è liberamente scelto come cura dell’altro, diventa libertà.
Mara si realizza molto quando riesce ad aiutare qualcuno coi suoi consigli di pratiche terapeutiche non convenzionali, ma non riesce a trasporre questo servizio liberamente scelto in aiuto alla madre.
A me ha portato dei sali con cui fare dei pediluvi, dice che faranno bene al mio mal di testa. Mi sembra curioso che debba curare la testa partendo dai piedi, ma in fondo tra i piedi e la testa non c’è tutta quella differenza gerarchica che uno crede.
In quanto a lei, io posso vedere il problema, ma è solo lei che può praticare la soluzione.

Ogni volta che mi occupo di un altro, il mal di testa si nasconde.
Spero che il mio mal di testa si sciolga come una Kundalini che esce dalla testa come un leggero venticello.
Il mio vicino di casa che è un odontoiatra silenzioso e si chiama Piero, ogni tanto mi scrive per e mail.
Il suo appartamento confina col mio e i nostri giardini sono separati da un basso muretto ma ho cominciato a conoscerlo solo per email, dopo 27 anni che abito qui.
Piero sembra una persona schiva che si limita a salutare i condomini, e sua moglie e i suoi figli sono schivi come lui, parlano poco coi condomini, qualcuno pensa che siano altezzosi mentre sono solo riservati, ma mio marito, che era speciale per scoprire le persone speciali, aveva una amicizia profonda con lui e Piero gli voleva bene, come a un fratello maggiore.
Da quando Fabrizio è morto, abbiamo cominciato a scriverci per motivi condominiali, poi ho scoperto che con lui posso parlare di tutto, il che, con un medico e considerati i miei argomenti, è piuttosto strano.
Ieri mi ha scritto:
L’idea della Kundalini che esce dalla testa riproducendo l’impressione del venticello è curiosa e divertente. Purtroppo temo che il mal di testa sia qualche cosa di più … terreno. Sono mediatori chimici che il nostro corpo rilascia e che ci causano piccole modificazioni della circolazione del cervello, capaci comunque di darci fastidio, spesso parecchio fastidio. Perché questo succeda e in rapporto a quali stimoli (esterni o interiori, si capisce) non è chiaro.
Ma se vogliamo, tanta, tantissima parte della medicina non è ancora chiara.
Diciamo che non sono chiari i legami fra mente e corpo, fra pensiero e malattia. Rapporti che ci sono, lo vediamo tutti i giorni (il nostro sistema immunitario si indebolisce quando siamo stanchi o preoccupati. Il mal – essere causa malattie, c’è poco da fare), ma che non comprendiamo. O meglio, non spieghiamo con la nostra attitudine razionale.
In teoria cervello e immunità non dovrebbero avere niente a che fare. Un po’ come una lavatrice e un televisore. Però non è così.
Non conosciamo i legami sottili che ci determinano. Considerazione questa che vale naturalmente per tante cose, non solo per il nostro corpo.
E’ come se conoscessimo le città, ma non le strade che ad esse portano.
Insomma, conosciamo la meta, ma non il viaggio.
Non è molto consolante, dato che la vita è il viaggio, ma è così.
Almeno per ora.
O forse per sempre.
E forse, a pensarci bene, è meglio così.
Se non avessimo attorno l’inconoscibile e l’ignoto, se tutto ci fosse chiaro e spiegabile, ma che viaggio, che vita sarebbe ?
Ciao.
Piero

Quando leggo qualcosa che mi piace, la diffondo per e mail. Così capita che riceva indietro altre cose che mi piacciono.
La mia vecchia amica Mariapia, che sta peggio di me, con mille mali, da quando è morta la sorella che ha assistito tanto a lungo e non riesce a riprendersi, mi ha risposto:
“…Molto avanti questo medico, fuori media (all’in su) e quindi capace di comprendere che le cose che non conosciamo sono tantissime, ma spesso noi umani siamo presuntuosi ignorantelli, se però la media degli esseri umani è a questo stadio, non mi permetto più di storcere il naso e vedo l’umanità disposta come un grande triangolo con una base molto ampia. Penso che questa presunzione sia un fattore evolutivo che la Vita ci ha dato, ma a volte qualcuno esagera….
La vita ne sa tanto e noi umani non sappiamo fare nemmeno un frammento piccolissimo di vita anche se ne conosciamo i componenti.
Tu che sei fuori media (un dato di fatto e zitti), hai scelto un discreto numero di persone per la tua scuola del martedì e tutte fuori media.
Nascere con determinate caratteristiche non è un merito, ma esiste una cosa che si chiama empatia e che ci permettere di scegliere chi è più vicino al nostro sentire.
Ti abbraccio.
Mariapia”

La scuola del martedì era il giorno di Jung e per me è stato spontaneo sceglierla come una usanza che si perpetua da quando sono uscita da una depressione di sette anni grazie alla mia offerta di insegnare gratis filosofia a chi fosse venuto a casa mia per mezza giornata. Iniziò allora un nuovo corso stupefacente che durò 9 anni. Era il 1989. Ovviamente un 9. Ovviamente non fu solo filosofia. Noi creiamo progetti, ma la vita ci porta a farne altre cose, che non avevamo previsto o forse erano in nuce ma non lo sapevamo. In fondo la consapevolezza coglie solo una parte di ciò che siamo. Le altre parti di noi possono emergere al momento giusto, se siamo fortunati, ma è come una slot machine e non sappiamo mai se i tre frutti si allineeranno e quando. Mariapia fa parte del primo cerchio che durò 8 anni.
Ancora oggi faccio cosi dei martedì, ma durano solo due ore ognuno, e non possono riprodurre il miracolo che allora avvenne.
Ma ogni cosa che mi viene in mente ora dice la stessa cosa: “Il medico ferito guarisce” (Jung). Se vuoi salvare te stessa, cura gli altri.

Quante persone! Una vita votata alla solitudine e alla ricerca introspettiva, per dovere o per necessità, e in cui spesso mi sono considerata una eremita. Eppure una vita fatta di tante persone che sono arrivate inaspettate come dei doni incredibili. Ognuna ha fatto per me molto più di quanto io abbia fatto per lei. Di questo devo ringraziare.
Come dice Emily Dickinson:
Conosco vite della cui mancanza/non soffrirei affatto/ di altre invece ogni attimo di assenza/ mi sembrerebbe eterno.”

e ancora:

Cesso di farmi male, e tanto piano
che non sentii svanire la mia angoscia-
ma quando mi voltai vidi la luce
là dove s’addensava l’ombra-

E non so quando prese a trasformarsi
perché ogni giorno la portavo
come un bambino il suo grembiule-
ed ogni notte la appendevo al gancio.

Io quel dolore conficcato in cuore
come aghi dolcemente
al loro posto in puntaspilli
da mani femminili-

non so trovare più, né so perché
si consolasse, so solo che tace
la pena – che ora è pace.”

Spero che la buona volontà possa integrare quello che non so, spero che la pazienza possa temperare quello che non ho mai fatto. Spero di non giudicare come non sarò giudicata. Spero. Se spero in qualcosa che non conosco, potrò conoscere l’insperato.

Aurora, l’anima solitaria, mi scrive il suo elogio alla costanza:
Rita Levi Montalcini nel suo libro Elogio all’imperfezione afferma con semplicità disarmante che con la COSTANZA tutti possono conseguire i risultati che ha ottenuto lei. I piccioni con cui ho tanto combattuto per l’egemonia del mio terrazzo, con una specie di gazebo prima e la retina apposita poi (esborso di denaro non indifferente), l’hanno avuta vinta. La piccioncina adesso cova tranquilla il suo ovetto (ormai sarà arrivato anche il secondo) su uno dei miei vasi che ha ben provveduto a liberare da una piantina molesta senza tanti complimenti. Ha fatto un buco nella retina ed è entrata. Un mesetto fa me lo ha comunicato che intendeva ritornare perché me la sono trovata nel corridoio di casa per nulla spaventata ed io non sapevo proprio come fosse entrata visto che tutte le finestre erano chiuse, salvo quella porta finestra della cucina che dà sul terrazzo e che ho fatto recintare con la retina. E beh! mi sono accorta del buco, ho cercato di chiuderlo con uno spago ma la retina è talmente fragile che tentando di chiudere un buco se ne forma un altro e un altro. La lascio stare, con un misto di ammirazione e tenerezza e quasi grata per tutte le “lezioni” che questi piccioni tanto molesti mi hanno dato. Tutte le sere la saluto con un ciao e sarà un caso, ma quando la scorgo nel suo angolino, ha sempre la testolina volta verso di me. Che costanza!
Aurora

.. e ancora:
Noi pensiamo di conoscere il viaggio ma non la meta (a meno che non intendiamo la morte) e poi non conosciamo neanche quello perché camminiamo troppo in fretta, dobbiamo arrivare presto (e siamo senza meta…). Viaggiamo per arrivare anche se non sappiamo dove, e il viaggio non viene “assaporato”, non viene “visto”, non viene “sentito”, si vede solo la montagna che si deve circoscrivere, il masso che ostruisce, la pioggia che ci inzuppa i vestiti. Il miracolo della pioggia non lo vede nessuno, le migliaia di piccole vite lì attorno sono scontate, non interessano, un bruco, che schifo, un mille piedi, una lumaca, quelle cime innevate lassù, nessuna mano le ha mai toccate, le vedi senza vederle, purché’ la zanzara non mi punga, la vipera non mi morsichi e quel brusio fastidioso di vespe…
“Non c’é meta senza viaggio”. La meta è quel viaggio che non viviamo. Tutto ha a che fare con tutto. La lavatrice ha in comune con il televisore niente po’ po’ di meno che la loro sorgente di energia.. Il cervello con il sistema immunitario ha in comune niente po’ po’ di meno che il contenitore, una centralina elettrica intricatissima di fili connessioni interconnessioni snodi e nodi e ..
Che disastro di uomo se non ci fosse ogni tanto qualche scintilla che si accende d’improvviso, uomo nonostante.
Auror
a”

Uomo nonostante.
Ecco come la mia posta mi aiuta.
Siamo vicini-lontani. Ma la vicinanza maggiore è quella del cuore.
Così sono arrivata fin qui. E, anche se non decido niente e non so cosa fare della mia vita, anche se non posso scrivere il programma futuro della mia vita, come mia figlia esigerebbe, le cose rotolano velocemente e vengono a me, e mi sembra che non devo scegliere o giudicare, ma solo accettare quello che viene, senza valutare. Non penso di avere qualche capacità terapeutica particolare, non sono e non sono mai stata una guaritrice, purtroppo non sono Airaudi, il grande sensitivo e guaritore che fondò la comunità spirituale (o esoterica) di Damanhur, non so nemmeno se si può guarire con l’imposizione delle mani né da vicino né da lontano, ma se qualcuno crede in me non posso deluderlo: so che la sofferenza umana deve trovare chi le viene incontro e la abbraccia. Spero solo che la buona volontà e il desiderio di aiutare chi sta male siano da sole una forza di bene. In fondo chi sono io per chiedermi e rispondermi su cosa sia la salute o l’energia? Certo sulla malattia non so nulla. Ma di una cosa sono sicura: che se uno mi chiama, devo rispondere. E, se anche in me non ci fosse nemmeno un briciolino di capacità di curare me stessa o l’altro, quel sì di risposta avrà comunque un suo valore nel mistero dell’universo. Arrivati a un certo punto della vita, non ha più molto senso cercare di capire o valutare. Una volta, quando ero una ragazzina, formai un aforisma che mi torna in mente anche ora: “Salvezza è abbandonarsi all’onda che ti riporta a riva”. E questo io spero di fare.

La posta e mail mi dà sempre motivi di riflessione. Scrive un prete: don Antonelli:

In questi ultimissimi anni un accademico di Francia, il filosofo Jean-Luc Marion, professore di metafisica alla Sorbona di Parigi, ha pubblicato un libro paradossalmente intitolato ‘Credere per vedere’. L’inversione dei termini, rispetto al più corrente costrutto «vedere per credere», è interessante e intrigante, e invita il lettore a rendersi conto che al di la dei fenomeni, cioè del visibile, al di là della parete che ci sta di fronte, c’è tutto un mondo “altro” di cui si deve almeno avvertire la possibilità/probabilità, oltre che la differenza. Spiazzando i lettori comuni che siamo tutti noi, egli propugna curiosamente un metodo di approccio alla verità, che non consiste ne] prendere noi l’iniziativa per trovarla, ma nel rinunciare alla prima mossa, cosi che ciascuno di noi non sia più un soggetto attivo, ma lasci al semplice “fenomeno” oggettivo il suo ruolo proprio perché possa mostrarsi come pre-dato, anteriore ad ogni nostro passo. In effetti il contenuto della fede cristiana non sta al termine di un percorso di ricerca, come se essa fosse la conclusione di un teorema, così da corrispondere a certe nostre premesse logiche. Anzi, l’apostolo Paolo polemizza con chi volesse percorrere una sua propria strada, tale da condizionarne l’esito, e insieme a Isaia arriva ad attribuire a Dio questa dichiarazione: «Sono stato trovato da coloro che non mi cercavano» (Rm 10,20)! Infatti nell’adesione al Vangelo si tratta della scoperta insospettata di una novità imprevista e non calcolata».
(Ovviamente don Aldo è un prete e parla della fede cristiana. Io che sono una laica con una spiritualità non ortodossa sono interessata alla frase di San Paolo sia in senso non teologico che in senso lato anche verso altri oggetti di scoperta. Il mondo è davvero sorprendente.)
«Sono stato trovato da coloro che NON mi cercavano» . Non è una frase bellissima?
Come ricorda il mio amico Gianluigi: “L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo.“ (Sofocle)
Lui può ben dirlo. Trapiantato di fegato, dopo due anni terribili in ospedale per pericolo di rigetto, ha promosso per anni una associazione per la diffusione dei trapianti, la raccolta di fondi per specializzazioni ai chirurghi e l’aiuto alle famiglie dei trapiantati. Il mondo è pieno di persona straordinarie. Ma qualcuno è più straordinario degli altri.

In passato, nei miei corsi, facevo fare a volte delle visualizzazioni. E’ un metodo che nasce con Jung, anche se non ne ho trovata traccia nei suoi libri e viene praticato dagli analisti junghiani e non solo. Ha delle somiglianze col rilassamento per regredire a vite precedenti, che ora ho ricominciato a studiare, ma non conduce a presunte esistenze passate bensì si muove per simboli, come in una esperienza onirica e ovviamente i simboli devono essere interpretati, ma questo può essere difficile se non sono propriamente simboli ma indicatori di futuro.
Jung aveva studiato i sogni premonitori e lui stesso ne aveva avuti di molto forti, a livello di profezia di popoli.
Nella mia vita ho ascoltato migliaia di sogni, cercando in essi il filo rosso che solo il sognatore conosce nel suo inconscio e per cui io posso essere solo l’aiutante che legge qualcosa da un linguaggio universale senza poter attingere all’immensa mole di dati conoscitivi che sta nella psiche del paziente e che non si riferiscono solo a questo vissuto.
Ma si può sognare anche da svegli, con induzioni guidate.
Quando faccio fare delle visualizzazioni, le faccio anche io naturalmente, tutto è più facile se anche la mia mente segue gli input che do agli altri e se metto anche me in stato di rilassamento profondo. Imparare ad entrare in stato alfa è bello e fa bene, distacca la mente dal lavorio quotidiano, la porta a forme di esperienze nuove e insolite.
Faccio fare le visualizzazioni da seduti attorno al tavolo, perché non ho una palestra, ma la posizione del corpo non conta. Conta che la mente si stacchi e vada ‘di lato’, à coté, come dicono i Francesi.
Quando tutti siamo rilassati e tranquilli, mando lo sguardo interiore verso il centro della fronte e do input brevi e scarni che devono aprire la visualizzazione. La mente è un organo che lavora sempre e in genere opera in uno scenario che chiamiamo ‘mondo ordinario’. Se la distogliamo da quello, continuerà a lavorare ma su altri mondi.
In questo caso, l’in put è: “Sei in una casa”.
Quando si è guardato bene attorno e si è pronti a distinguere bene tutti i particolari si passa a un altro piano della casa. Questo viene spiegato prima.
Nella mia visualizzazione mi vedo in una stanza per bambini, con la tappezzeria a piccoli disegni di giocattoli. Non c’erano porte né finestre. Non c’erano mobili. Non c’era nulla. Solo una solitudine infinita. Questi furono i primi 29 anni della mia vita, prigioniera in casa per gli ordini di un padre padrone che mi vietava giochi o contatti con coetanei e mi permetteva di uscire solo per la scuola prima e il lavoro poi, sola con una madre anaffettiva che era come se non ci fosse perché parlava poco e passava il tempo cucendo perché era una sarta.
Nel sogno io scollo a destra in basso un lembo della tappezzeria e trovo una porta. Salgo al piano superiore.
Questa è una stanza ampia, rinascimentale. A sinistra una finestra guarda con nostalgia un paesaggio toscano di colline sfumate, molto bello ma ormai lontano, perduto.
(A 29 anni mi sposai. Lasciai Firenze e la Toscana. Ci trasferimmo nell’hinterland di Milano. La nostalgia per Firenze mi dilaniava. Io amo il Rinascimento, che è la grande epoca toscana, e ho molti mobili di noce pesante che riecheggiano quel periodo).
Nella stanza c’è in una parete una fontana di pietra come quella che mettevano nei giardini rinascimentali, con due scalini per salirvi e un leone che dovrebbe buttare acqua in un’ampia semivasca ma è secco.
(Il Rinascimento è un periodo di rinascita dopo il buio del Medioevo. L’acqua è la vita che riprende, ma su questa ripresa ci sono difficoltà. Il leone di pietra è un simbolo di forza e dominanza ma sta lì immobile e inerte. Sono nel secondo periodo della mia vita).
C’è sulla sinistra un armadio nascosto nel muro, a scaffali, e sopra vedo mucchi di fogli antichi, giallastri. Io prendo questi fogli e li stiro su un’asse da stiro (gesto molto casalingo e comune) e li riunisco insieme facendone dei libri. Li ‘rilego’, cioè li collego. Il titolo di questo libro è “Magia”.
(Questo rappresenta tutti gli studi futuri, la scarsa energia fisica, le difficoltà, la scrittura e la ricerca come unica strada per la ripresa. Sono tutti i libri che ho scritto, elaborando e mettendo insieme tutto quello che trovavo. Le ricerche sulle materie della new age. L’arrivo al mondo del paranormale. Magia viene da mag = forza. Di nuovo l’energia, rappresentata prima dal leone, che però non disseta, e dall’armadio a muro (interiorità, inconscio) da cui traggo scoperte che ho il compito di mettere insieme col lavoro umile e paziente di una stiratrice e rilegatrice.
Ma la terza parte del sogno è la migliore, anche se devo ancora capirla.
Sulla destra della stanza (volontà) appare una coppia di cinesi, marito e moglie, sono vestiti in abiti rituali di seta dipinta e molto cerimoniosi. Si inchinano ripetutamente mostrandomi un passaggio. Io devo passare in mezzo a loro, che si chinano verso di me in segno di onore, senza parlare ma sorridendo, e vedo una porta.
C’è una stretta scala a chiocciola, di quelle dove passa una sola persona, che sale sul tetto.
Sbuco sul tetto con la testa. Ma la mia testa è grande come una cupola e sporge da un quadrato sul tetto formato da un gradone alto, su cui la mia testa-cupola riposa. Ho formato uno stupa, la costruzione rituale indiana che appare in tutte le misure possibili in tutti i posti rituali, e che indica i due livelli della ricerca umana: il livello materiale, il livello intellettuale.. e a questo punto sulla mia testa-cupola nasce una antenna, verso il Cielo: il livello spirituale.

Dunque la visualizzazione mi mostra le tre fasi della mia vita. Due le ho percorse. La coppia indica la fedeltà coniugale, l’elevazione che si può ottenere nello sforzo di adempiere a tutti i compiti del matrimonio, anche quelli più gravosi, la fedeltà al proprio compito. Devo passarci in mezzo se voglio crescere, se voglio essere veramente me stessa. Non importa fare pellegrinaggi ai luoghi santi, andare in India, cercare santoni. Ognuno deve stare al centro della propria vita, il pellegrinaggio è quello. Noi siamo il tempio, la celebrazione, la vita.

Dentro di noi c’è la conoscenza totale. Sappiamo tutti di noi, chi siamo, chi siamo stati e chi saremo. Ma c’è come un velo che ci separa da quella. Abbassando le onde mentali fino alla fase del rilassamento profondo che è vicina al sonno e dandoci una meta, possiamo sollevare il velo, aprire il nostro sguardo nascosto, capire un poco di più.
Continuerò a fare fare regressioni, qualunque cosa esse significhino.
Praticherò quando posso la cura, per quello che riesco a fare.

Ho ripreso l’esame col biosensore sulla foto di Annarita e la percezione con le mani.
Anche oggi la parte alta del corpo formicolava, dall’inguine in su. Ma c’è sul costato a destra una zona fredda. Mi sembra che le gambe vadano meglio ma i piedi oggi erano molto stanchi.

Il tavolino piccolo di salotto ha scricchiolato con forza. Sono andata a scrivere. Da quando mio marito è morto, mi segnala così la sua presenza, tramite questo tavolino rettangolare basso di legno, che ha costruito lui. La mattina dopo che era morto mi stava attorno ovunque, sembrava una meteora, sentivo la sua energia felice che girava attorno a me, come impazzita di gioia. Tutta la casa risuonava della sua energia rinnovata, dinamica, prorompente. Stava bene! Poteva finalmente muoversi bene, dopo un intero anno di immobilità e dolore per cui non poteva stare nemmeno seduto perché il cancro gli divorava l’anca. E ora tutta questa sofferenza era passata! STAVA BENE! Ed era così felice di potersi muovere alla velocità della luce! Così felice di stare bene. E il luogo dove si trovava era così bello! Era tutto straordinario e bellissimo! Pieno di cose interessanti! E pieno di cose da fare! Era di nuovo come quando aveva 18 anni, pieno di capelli biondi e lisci, e senza occhiali. E pieno di energia e di forza. La sua gioia era così esplosiva, così prorompente che ne ero invasa, come la gioia di un bambino che ti gira attorno come un vortice. Ed era tutto talmente vivo e vitale che mi ha impedito di piangere per la sua morte. Non c’era nessuna morte! Avrebbero dovuto dircelo! La morte non faceva finire niente. Si staccavano solo la malattia, la sofferenza, il dolore e anche certe debolezze del carattere e le fatiche del vivere e tutto risplendeva! La morte era solo un passaggio velocissimo e meraviglioso in un luogo di benessere e di forza, un luogo dove si vedeva tutto e si capiva tutto. E nulla su questa Terra poteva eguagliare la sensazione di felicità e di potenza che il suo guizzare felice tutto attorno mi esprimeva.
Era così ingombrante e vistosa la sua felicità che mi ha soverchiato. E allora gli ho detto di non fare tutti quegli effetti speciali perché mi spaventavano, mi avrebbero impedito di fare alcunché. E allora tutti gli effetti si sono spenti di colpo. E non ho sentito più vento e rumori. E’ diventato quieto. Poi la sera, alle sette, tornava. E mi faceva un scricchiolio di richiamo dal tavolino di salotto. Tornava alle sette, come aveva sempre fatto, dacché era tornato a vivere a casa con la pensione, dopo tante trasferte di lavoro. Stava tutto il giorno il giro, occupato in mille faccende in tutti gli aiuti che dava agli amici, come un benefattore perpetuo, amato da tutti e cercato da tutti, sempre pronto a programmare un computer, riparare un guasto, venire incontro a una incombenza, cercare in un catasto, preparare una mozione, aiutare in fogli amministrativi o fiscali, affrontare problemi condominiali o di quartiere, o anche solo a ricevere nel suo ‘Covo’ gli amici col vino, la grappa, la pizza, i biscottini e le altre prelibatezza che faceva lui per amore.
Adesso, ogni sera, prima di dormire lo ringrazio per la giornata che ho avuto e per l’aiuto che mi ha dato. Dico sempre tre preghiere per lui. Qualche volta lo interrogo. All’inizio gli ho detto: “Buona notte!”, ma lui ha riso, dice che dove è lui non ci sono la notte e il giorno. E allora io chiedo cosa c’è. Ma lui ride e dice che io “Non ho gli strumenti per capirlo”. Dice proprio così: “Tu non puoi capirlo”. Dunque molte cose cambiano, non solo la perdita del corpo materiale e di tanti difetti umani.
Sembra che abbia tante cose da fare, anche là, e che veda tutto e sappia tutto. Come dice San Paolo nella Lettera ai Corinzi: “Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.”

Quando le persone vengono da me per gli incontri individuali, per conoscersi e conoscere, ho preso l’abitudine di fargli una piccola domanda su di loro e ricevo una piccola risposta. E’ una frase breve che sento immediatamente nella testa e che devo ripetere esattamente come viene. Sono persone che non conosco, per cui queste frasi non posso averle pensate io.
La prima volta avevo davanti una signora e la sua voce ha parlato commossa, come fosse piena di lacrime e di sorpresa. Ha detto: “Tu non lo sai, ma hai davanti una santa! Lei, il marito e la bambina!” Così le ho chiesto se era sposata e se suo marito era un uomo buono. E se aveva una bambina e se anche la bambina era molto buona. Ed era così. Poi ho saputo che lavorava in una ONG come volontaria.
Un’altra volta, mio marito ha detto: “Dille di scrivere il libro!”. Così ho chiesto alla mia visitatrice se voleva scrivere un libro. E lei si è illuminata e ha detto di avere avuto una madre stupenda e che aveva avuto per lei un grande amore e ora che sua madre non c’era più le era venuto questo desiderio di scrivere un libro sul suo amore per la madre.
Ancora, per una terza persona, Fabrizio ha ordinato che lasciasse l’uomo con cui aveva una relazione difficile. Lo ha detto in modo secco: “Lascialo!”. E’ un consiglio che non do mai volentieri perché sono come sono dure le separazioni, ma ho riferito il messaggio.
Con un’amica che mi chiedeva del figlio più piccolo, ho riferito male il messaggio che era: “Deve stare attento al CAR!”. Io credevo che ‘car’ fosse un termine inglese per ‘macchina e ho cercato di interpretare la frase, e invece il giovane voleva arruolarsi e Car è la prima fase dell’addestramento. Era proprio Car. Per cui ora non interpreto più nulla. Ripeto e basta.
L’ultima volta mi ha detto che la persona doveva stare attenta per non essere investita da un’auto, per cui mi sono raccomandata che stesse attenta quando attraversava la strada e ho avuto la visione diretta di un’auto giallina o molto chiara che la investiva venendo da destra.
Una volta Fabrizio mi è molto arrabbiato. Mi stava telefonando un’amica che si è separata giovane dal marito per una sua infedeltà, crescendo da sola tre bambini. Nel tempo il marito ha preso a vivere sempre più a Cuba, dove ha avuto varie relazioni, tra cui quella con una donna cubana che ha fatto abortire 8 volte e da cui alla fine ha avuto una bambina. Arrivato in tarda età, quest’uomo si è ammalato di cancro allo stomaco ed è tornato in Italia a curarsi e ha chiesto alla moglie di occuparsi di lui. Così lei lo ha ripreso in casa e lo ha curato per dei mesi fino alla morte. Quando hanno aperto il testamento, hanno visto che aveva lasciato una casa che ha nel centro di Bologna proprio a questa bambina cubana, nella speranza che avesse di che vivere e non si prostituisse come la madre. Ma quando ha letto questa cosa, la moglie è esplosa e mi ha telefonato arrabbiatissima per questo lascito, tanto più che nel bell’attico centrale era andato già ad abitare uno dei figli. Io ero seduta in poltrona con davanti la grande libreria di ‘500 che è stata rifatta, dicono, con legni di vecchie sagrestie e che ha un lato destro dove si sentono spesso rumori molto strani, una volta anche quello di un pugno che ha bussato violentemente e ha fatto sobbalzare anche mio marito. Quando ero nella fase della sensitività e ricevevo qualcuno, la libreria a volte partecipava all’incontro sottolineando certi passaggi con scricchiolii che impaurivano i miei visitatori, mentre capitava che la luce della lampada sul tavolino rotondo si accendesse o palpitasse o si sentissero altri suoni o profumi.
Dunque, mentre stavo seduta di fronte alla libreria, e ascoltavo lo sfogo arrabbiato della mia amica, uno sfogo che non finiva mai, ho detto una frase molto stupida che mi è scappata a caso. Ho detto che la cubana era povera e analfabeta e, se loro non avessero rispettato il testamento del defunto, non avrebbe avuto né la capacità né i mezzi di mettere su un avvocato. Ovviamente era una frase molto inopportuna e cattiva, perché avrei dovuto dirle invece che quella bambina era figlia di suo marito così come i suoi figli e che lei aveva dei doveri verso le volontà di un morto e doveva rispettarle.
A quel punto la libreria si è rivoltata. Sembrava che al suo interno, nella parte bassa ci fosse un oggetto metallico grosso e duro, che saltava su e giù violentemente producendo un forte rumore secco e arrabbiato: zac zac zac zac zac.. secco e violento. La telefonata è stata lunghissima e per tutto il tempo che è durata, quella cosa ha continuato a saltare arrabbiata da una parte e dall’altra. Solo con la fine della telefonata il rumore è cessato di colpo.
Poi quando l’amica è venuta da me per un consulto, Fabrizio si è rifiutato di darmi la frase che gli chiedevo.

Queste frasi sono brevi. So che potrei avere messaggi più lunghi, se solo mi mettessi al tavolo e scrivessi, ma sono riluttante a farlo. Odio queste cose e ovviamente ho il pensiero fisso di essere una mitomane ed è forte l’ipotesi che quello che mi sembra che mi accada sia solo frutto della mia immaginazione e che anche le frasi che sento dire da mio marito siano in realtà frutto della mia immaginazione.
Oggi ho sentito lo scricchiolo del tavolino più forte e allora sono andata a scrivere. Stavo pensando che vivo questa settimana in montagna, questa prima settimana in cui decido una vacanza da sola, in modo preoccupato perché non ho fatto mai nulla di simile prima, ma che faccio come una emancipazione.
“…emancipazione, hai detto giusto. Stai attenta a chi incontri! Non sono persone buone. Bene che scrivi queste cose e pubblicale tranquilla. Non c’è nulla che faccia male ad alcunché. Non esaltarmi troppo. Io ti sto accanto e posso aumentare i tuoi poteri. Continua a non far pagare per le regressioni. Ancora non hai capacità terapeutiche ma non importa. La malattia sta ancora lontano ma, come dici tu, ogni aiuto è comunque un aiuto. Fai bene a darlo perché aiuterà anche te. Se viene qualcuno oggi, fallo venire.
Sii fiduciosa nelle cose nuove che arrivano. Scostati dalla politica; ti fa solo male. Io sto bene. E faccio tante cose utili, perché l’energia è enorme, è fatta di cose visibili e invisibili e spesso quelle invisibili sono le più forti. Cerca di pregare un pochino di più, anche se ti annoia. La Voce ti disse di smettere di pregare, ma ora è tempi di ricominciare. Anche pregando la tua Kundalini sale. Ma c’è ancora molto lavoro da fare. Ora puoi avere un aiuto in più perché io ti aiuto.
Ora va’ a fare il trattamento ad Annarita.
Ti voglio bene.

Vado alle e mail. Il pc è una grossa consolazione per una persona sola.
Don Aldo manda una riflessione sulla parabola del seminatore.
Nella chiesa di Gesù non abbiamo bisogno di mietitori. Il nostro compito non è quello di mietere successi, conquistare la strada, dominare la società, riempire le chiese, imporre la nostra fede religiosa. Quello che ci manca sono i seminatori. Uomini e donne, seguaci di Gesù, che dove passano seminano parole di speranza e gesti di compassione. Questa è la conversione che oggi dobbiamo promuovere tra noi: passare dall’ossessione di raccogliere al paziente lavoro del seminare: Gesù ci ha lasciato in eredità la parabola del seminatore, non quella del raccoglitore». (José Antonio Pagola).

Parole di speranza. Gesti di compassione.
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