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Monday December 11th 2017

THOMAS STEARNS ELIOT- L’ETA’ DELL’ANSIA

Thomas_Stearns_Eliot

MASADA n° 1492 2/11/2013 THOMAS STEARNS ELIOT- L’ETA’ DELL’ANSIA

Blog di Viviana Vivarelli

Nei miei Masada cito di frequente i versi di Eliot, che ben s’attagliano al periodo storico che stiamo vivendo e a tutta la crisi di valori dell’Occidente.
Nella sua “Storia della letteratura inglese” Mario Praz chiama il periodo tra le due guerre “L’età dell’ansia”, ma un non diverso periodo stiamo passando noi, sospesi tra l’implosione dell’età industriale, sfociata nel turbo capitalismo, e una nuova era sociale ed economica di cui intravediamo a stento i lineamenti e che non potrà nascere senza una rivoluzione culturale che si generi dall’interno e rovesci tutti i paradigmi conosciuti che hanno posto nuovi idoli al pensiero.
Per la prima “Età dell’ansia“, quella fra le due guerre, la punta poetica più illustre fu, appunto, il poeta americano, poi trasferito in Inghilterra, fu Thomas Stearns Eliot (1888-1965).

Al primi del ‘900, Freud inaugura con “L’interpretazione dei sogni”, il mondo moderno, svelando i segreti di un inconscio che ci domina come un mandante sconosciuto. La scoperta sconvolgente per cui l’uomo decade dal suo trono di certezze e viene svelato nella sua psiche più profonda, è una rivoluzione copernicana che infrange lo specchio illusorio dell’Io assoluto. Dopo questa rivelazione, ai poeti e agli scrittori sarà impossibile descrivere solo l’apparenza dei comportamento umano e dovranno mettersi ad esplorare i subbugli e le esplosioni dell’inconscio, i recessi invisibili della psiche, le radici oscuri da cui sorgono gli atti che impropriamente attribuiamo alla volontà o al raziocinio, il luogo misterioso e criptico del non detto e del non rivelato.


I pionieri di questa speleologia della psiche profonda saranno Joyce, Virginia Woolf, Lawrence… L’uomo cessa di vedersi come la perfetta creazione di Dio e si riconosce di colpo come un povero animale disperato.
Le due guerre mondiali, con tutto il loro carico di orrori, dettero il loro peso al senso di insicurezza e di disgregazione, che impregnò i tempi e le opere in una
apocalisse di angoscia e di impotenza. L’età dell’ansia! Così il nuovo secolo delle scienza e del progresso tecnologico esordiva come un’eco scomposta del pessimismo di Schopenhauer.
Gli scrittori dell’Ottocento erano stati borghesi concreti e solidi, sicuri e soddisfatti, con una educazione rigida e un’infanzia repressa che rifiutava mostri e fantasime.
Gli scrittori del primo Novecento furono ancora dei borghesi satolli, ma, come dice Praz, la torre delle loro certezze non era più verticale ma pendula. Totale disagio. Ira. Autocommiserazione. Disperazione. Insieme all’incapacità sostanziale di uscire dall’unica realtà conosciuta, per creare un mondo totalmente nuovo. Prigionieri ancora di una educazione stilizzata, di una classe claustrofobica, inchiodati alle sicurezze del capitale, ai loro vestiti scuri, alle convenzioni formali dei loro salotti, potranno solo sfogarsi in opere piene di contrasti e amarezza, o fuoruscire dai binari del perbenismo per immergersi nel fango di un’umanità reietta. Essi attaccheranno, sì, con sarcasmo, la borghesia, ma senza impegnarsi veramente a rovesciarla restando profittatori in eterno di quella stessa società che insultano.
Massima evasione sarà il linguaggio, il gergo del contadino e dell’operaio, lingue bastarde che essi non conoscono e strumentalizzano.

Essi non avevano nulla di stabile su cui posare gli occhi, nulla di pacifico da ricordare, nulla di certo da attendersi nel futuro… Si destò quindi in loro la coscienza della mutazione di tutto, della decadenza, forse della morte di un certo ordine delle cose” (Praz).

Occorreva rompere col passato, ma come?
In poesia un punto notevole di questa rottura su Eliot. Egli aprì un nuovo quadro di valori e si fece punto di riferimento per i poeti anglosassoni e i loro disagi esistenziali.
Nasce con lui la “psicologia della crisi” e quella poesia moderna che è essenzialmente un piangersi addosso, un piagnisteo, come dice sarcasticamente lo stesso Eliot.

Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimè!
le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita”
O come zampe di topo sopra i vetri infranti
Nella nostra arida cantina

Questa è la terra morta
Questa è la terra dei cactus
Qui le immagini di pietra
Sorgono, e qui ricevono
La supplica della mano di un morto
Sotto lo scintillìo di una stella che si va spegnendo.


Fra l’idea
E la realtà
Fra il gesto
E l’atto
Cade l’ombra


Perché Tuo è il regno

Perché Tuo è
La Vita è
Perché Tuo è il

E’ questo il mondo in cui finisce il mondo
E’ questo il modo in cui finisce il mondo
E’ questo il modo in cui finisce il mondo
Non già con uno schianto ma con un piagnisteo
“.

Ora dovrei parlarvi di Eliot, ma Eliot è uno dei poeti più complessi e difficili e ci vorrebbe ben altra preparazione che la mia.
Così parlerò, invece, di un film “TOM E VIV”, di Brian Gilbert, che racconta il difficile amore di Eliot per la moglie Vivien. Non so se il film sia filologico, cioè se segua fedelmente l’esistenza dei due personaggi, ma sicuramente esso offre uno spaccato attendibile della vita della borghesia inglese tra le due guerre.

Nello stesso momento in cui venne pubblicato “Il Profeta” di Gibran, uscì “La terra desolata” di Eliot, a cui appartengono i versi sopra citati.
L’Inghilterra ha messo Eliot tra i sommi poeti, come noi abbiamo fatto con Dante. Egli raccolse lo spirito del suo tempo e fu un modello per tutti i poeti successivi, ritenendo se stesso un Dante redivivo.
Certamente fu un intellettuale erudito, dalla scrittura complessa e sofisticata, pieno di riferimenti colti.
Ogni suo frammento rimanda a citazioni illustri, per cui si dovrebbe leggerlo con l’accompagnamento delle sue stesse note esplicative.
L’autore attinse abbondantemente alle sue conoscenze classiche, per cui nella sua poesia nulla risulta casuale ma ha un riferimento colto e letterario che richiederebbe la stessa corrispondenza culturale anche nel lettore.

Eliot nasce in America nel 1888, da un’antica famiglia del New England, puritana e di origine inglese. Studia alla Harvard University, appassionandosi di filosofie occidentali e orientali. Poi va in Europa, viaggiando molto e si stabilisce in Inghilterra, prendendovi la residenza. Muore a Londra nel 1965, a 77 anni.

Egli è la quintessenza dell’intellettuale, schivo, taciturno, introverso, cerebrotico, teso a dominare i propri impulsi e a razionalizzare le proprie passioni nella forme classica dell’armonia e dell’equilibrio. L’elemento dionisiaco fu in lui sempre dominato da quello olimpico.
L’istinto vitale e pulsionale venne reso cristallino ed eburneo, sotto il rigore di una razionalità analitica e dominatrice, che si teneva il più possibile lontana dalla volgarità e dal disordine, tendendo quasi ossessivamente a purificare e sublimare il caos della vita e della storia in forme distaccate e impersonali.

(a teatro)

L’ambiente iniziale di Boston pullulava di dantisti e stilnovisti. Erano gli anni in cui Boston diventava centro del secondo rinascimento americano. Prevalevano Dante, i poeti metafisici inglesi del ‘600, le ricerche etnologiche di Fraser (“Il ramo d’oro”), i simbolisti francesi..
Eliot conobbe personalmente Ezra Pound, che lo indirizzò al classicismo, alla poesia provenzale, al dolce stil novo, a Dante Alighieri. Ebbe anche un grande interesse per i simbolisti francesi come Laforgue, che seguiva il decadentismo di Shopenhauer e stava ai margini dei Rimbaud, Mallarmé, Beaudelaire, con un linguaggio costruito e complesso, allo stesso tempo popolare e gergale, colto e imprevisto, letterario e scientifico, con rime umoristiche e sarcastiche, da giocoliere delle parole o dissacratore dei simboli, non famoso in Francia ma riscoperto in America da Pound. Ed Eliot e lui lo considerarono decisivo per il rinnovamento della poesia anglosassone.
Eliot ne viene conquistato, riesce a fonderlo con i poeti elisabettiani e con John Donne, cogliendo inattese affinità. Tutto il suo percorso poetico fino alla “Terra desolata” è un portare avanti motivi di Laforgue, spingendoli ad un’intensità totalmente nuova.
In lui si unirono dunque la riscoperta della letteratura elisabettiana e giacominiana, cioè i poeti mistici inglesi del 600, la purezza equilibrata e classica dell’umanesimo italiano e il simbolismo francese.

Su molti di questi temi, Eliot tenne conferenze, scrisse saggi critici, ispirò la sua vita. La sua cultura, l’autocontrollo, la profonda capacità poetica lo resero presto celebre nella raffinata società inglese.
Amico di Bertrand Russel, Virginia Woolf e celebri filosofi e scrittori, partecipò alla vita colta della società bene, intellettuale e ricca dell’Inghilterra fra le due guerre e ne ebbe fama e ricchezza. Entrò in circoli molto all’avanguardia, come gli imaginisti.
Fu esonerato dal partecipare alla prima guerra mondiale, ma ne restò egualmente schiantato per la desolazione in cui l’Europa sembrava caduta.
Erano tempi in cui si idolatrava il militarismo e il patriottismo, e Russell scandalizzava i benpensanti dichiarando che la guerra era un abominio e non un’avventura eroica.
In questo mondo disagiato e sconvolto, Eliot cerca un ordine interiore che si realizzi in una bella logica esteriore, per questo si converte al ramo cattolico della chiesa anglicana. E’ perfettamente inserito nelle convenzioni aristocratiche e intellettuali di una società che pone l’autocontrollo e lo stile sopra ogni altra cosa.

Inizialmente povero e ignoto, sposa una ragazza molto ricca dell’alta borghesia: Vivien Haigh, che lo introduce in un ambiente di eleganza, stile e raffinatezza intellettuale a lui molto consono.
Mentre Vivien è urtata dall’ipocrisia e dal formalismo di questa borghesia ricca e vacua, Eliot ne è conquistato e vi si adatta perfettamente.
Quando era povero fece, ogni tipo di lavoro, dando lezioni di tutto anche di baseball, infine accettò un lavoro in banca, contro la volontà di Vivien che lo voleva artista puro.

Vivien è la sua ispiratrice e il suo amore travolge il compassato Eliot oltre le sue barriere, ma l’urto delle due personalità è una sofferenza sin dalla prima notte.
C’è tra loro una incomunicabilità troppo forte che l’amore non riesce a temperare e produrrà un menage allucinante.
Vivien è preda di crisi nervose, mentre Eliot ha bisogno di silenzio e concentrazione. Lei gli dà caos e disagio mentre lui vorrebbe ordine e armonia.
Vivien ha una intelligenza vivacissima, è ironica, arguta, effervescente, brillante, eccentrica. Rapisce Eliot con la sua passione e la sua impulsività, ma tutto in lei è sopra le righe, è un soggetto disdicevole per la morale rigida del tempo e disturba il mondo controllato ed equilibrato di Thomas..

Solo 25 anni dopo, un medico americano capirà che gli eccessi temperamentali di Vivien dipendono da uno squilibrio ormonale, che le produce due o tre mestrui la settimana, creandole un’eccitazione nervosa febbrile, con emicranie continue che lei tenta di placare con l’etere o farmaci pericolosi. Purtroppo la medicina del tempo è totalmente all’oscuro delle dinamiche femminili; la sua eccitazione viene addebitata a una disfunzione della ghiandola pituitaria e lei viene diagnosticata come pazzia.
Oggi sarebbe curata in breve tempo e con la sua personalità estrosa e sfavillante, sarebbe una stella dell’intelletto e dell’arte, brillando di luce propria, ma nella compassata e imbalsamata società britannica inizio secolo, dove ogni dama della buona società ha un ruolo contegnoso e preciso, i suoi comportamenti bizzarri e le sue eccentricità risultano solo scandalosi.
Nemmeno gli amici sono capaci di comprendere l’ironia, l’acume, l’inventiva e anche gli scatti isterici della povera Viv.

All’inizio del secolo Freud aveva guardato con interesse le isteriche della Salpetriere, le povere alienate che costituivano l’immondizia sociale di Parigi. E si costruirà un personalissimo successo proprio curando come isteriche le signore bene della ricca borghesia viennese, che possono permettersi lunghe e costose analisi. Ma in Inghilterra chi dà segno di isteria viene internato e basta.
La malattia di Vivien, non riconosciuta e non curata, nelle condizioni claustrofobiche in cui è costretta a vivere che la rendono incognita e le impediscono di realizzarsi, ne fanno una vittima predestinata.
La famiglia la tratta con visibile disagio. Il padre, morendo, lascia la sua parte di patrimonio alla tutela del marito e del fratello. Eliot, chiuso nelle sue difficoltà caratteriali e incapace di comprenderla come di aiutarla, la ama di un amore solipstico ed entrambi restano incapaci di incontrarsi e di aiutarsi, come due naufraghi chiusi in una solitudine feroce, in cui l’amore senza comprensione crea l’angoscia maggiore.

Eliot vuole ordine e forma, deve e vuole comparire alla buona società secondo i canoni di questa, e ne accetta le regole nello stesso istante in cui ne critica il vuoto morale. Viv è più autentica e sincera, giudica ipocrita e conformista il proprio ambiente e cerca un tipo di amore che l’introverso e intellettuale Eliot non può darle. Vittime entrambi dei loro problemi personali e delle stilizzazioni sociali, sono incapaci di salvare la loro unione. Alla fine, Eliot consente che la moglie sia internata come pazza. E la povera Viv, lucida e disperata, viene rinchiusa in un elegante manicomio per 11 anni, continuando ad amare il marito, che si è separato da lei anche legalmente e non andrà a trovarla mai. Ma Viv continua a leggere i suoi scritti, ad ascoltare alla radio i suoi versi, a seguire la sua fama che diventa sempre più grande, senza che mai un pensiero negativo le sorga nei suoi confronti.

Eliot intanto diventa una celebrità. Ricco e affermato, continua a piangere con disperato e gelido dolore il suo amore lontano in poesie di grande bellezza.
Ma a Viv non scriverà nemmeno una lettera. Non l’andrà mai a visitare, finché, dopo 11 anni, Viv muore stroncata da un arresto cardiaco.

Nel film che abbiamo citato appare spesso un quadro, il San Sebastiano di Antonello da Messina, uno dei più bei quadri del Rinascimento, che rappresenta un martire trafitto da frecce, sublimato in un dolore rarefatto, troppo bello per creare una partecipazione sincera, distaccato nella sua rigidità marmorea, incapace di sciogliere la sua posa estetica in vera sofferenza, un martire rarefatto e metafisico. E così era Eliot, nel suo universo rarefatto, dove tutto era controllato, anche le passioni, anche l’amore, anche il dolore.
Così i suoi versi sono fatti del materiale del Partenone, crisoelefantini…ma algidi.

Il filosofo Bradley, su cui Eliot scrisse la sua tesi di laurea, tracciò i lineamenti della sue poetica: la realtà non può essere rappresentata né oggettivamente né soggettivamente perché è troppo astratta e incomprensibile. Essa può solo frantumarsi in una fissità di prospettive contraddittorie. Per Bradley era impossibile mettere in comunicazione idee o cose, era assurdo lo stesso concetto di relazione e questo in campo filosofico significava vedere la realtà come un insieme di elementi paradossali non ordinabili né comunicanti. Nel campo sociale ciò negava qualunque relazione affettiva tra diversi. Nel campo psicologico creava una frattura insanabile tra l’intelletto e il cuore.

Eliot scrive moltissimo: principalmente saggi critici e poesie, due produzioni connesse. La sua poesia è com’egli dice che deve essere la poesia: impersonale, perché solo allora diventa classica, esce dalla storia individuale per diventare universale. Mentre il gusto del tempo è sfrenatamente romantico e personalistico, Eliot si richiama a canoni classici di ordine e armonia. L’arte per lui deve essere atemporale, un sistema in sé coerente e armonico fuori dal tempo storico, costruito secondo un mondo immutabile di bellezze e euritmia con una sfera fissa di valori. Così difende se stesso e la sua opera dall’attacco disgregante del caos bellico e dal caos famigliare e psichico, prodotto dalle intemperanze della moglie e dalle sue fratture interne, sfuggendo dalle proprie pulsioni e raggelando la propria affettività.

Il protagonista del film si blocca in una maschera facciale sempre più tetra e funerea e dà di sé l’immagine tremenda di ciò che accade quando lo spirito dionisiaco resta imprigionato in un bavaglio sociale e in un controllo razionale e Eliot fa questo per essere accettato da un ambiente rigido che invece rifiuta Viv, come creatura eccezionale, pertanto espulsa come diversa.
L’immagine finale di Eliot nel film è quella di una maschera greca impietrita dietro multiple sbarre mentre opera una discesa nel suo Ade personale.
Nel teatro greco gli attori portavano una maschera, che si chiamava ‘persona’. Essi si innalzavano su coturni altissimi per darsi una statura imponente e mettevano davanti al viso questa maschera di legno o gesso che faceva rimbombare la loro voce. Quando le convenzioni sociali e la sete di gloria bloccano un uomo in stereotipi troppo rigidi nel desiderio supremo di innalzare se stesso, la sua voce risuona falsificata e imponente come dietro una maschera, ma la sua umanità genuina scompare. E questo pare sia avvenuto ad Eliot.

La terra desolata” è del 1922, poemetto sofferto, prodotto con l’aiuto di Ezra Pound,
che suscita immediate polemiche finché non trova il suo rapido riconoscimento accademico, dimostrando come anche una apparente ribellione può essere convenzionale e servire al sistema.
Poema dell’orrore, ha come schema base il mito del Graal, come è visto da Frazer, l’inaridimento della vita fino alla morte, la ricerca di nuova vita fino alla resurrezione. Eliot unisce fonti antropologiche, etniche, cristiane e buddiste, e riferisce il tutto al fallimento della civiltà moderna con la sua desolazione e il suo squallore morale, nel tentativo di porre un ordine etico e un’armonia estetica a un mondo in preda al caos. Libro amarissimo e disperato ma identicamente freddo, che attesta l’inedia emozionale del suo autore, il puritano fatto artista che odia la volgarità e il disordine e ne evade in una ascesi solitaria di studio e riflessione, temendo le forze dell’istinto e sublimando la passione sessuale o l’ardore affettivo in ascesi intellettuale. Libro molto complesso, di non facile lettura, che può essere interpretato in molte chiavi diverse. Vi appare la tecnica del collage, dell’io diviso, della molteplicità dei punti di vista, delle voci discordanti che si distruggono a vicenda, come i lamenti di un coro greco di Menadi, dove la comunicazione è annullata nella riduzione dei nessi logici e nell’intensificazione ellittica, con immagini accatastate come ideogrammi sincronici.
Eliot abbonda di citazioni colte, simboli precisi e tuttavia ambigui, continui cambi di registro e una ironia amara, secondo quella nuova musica di idee che Pound chiamerò ‘logopeia’, gioco logico.
Il poemetto è un insieme di frammenti, come rovine ammucchiate di un mondo in frantumi. Nasce un nuovo classicismo ispirato dalla poesia di Pound, con la tecnica fauve (selvaggia) delle violente giustapposizioni di frammenti contrastanti. Il concetto di base è quello dei Poemi: l’angoscia desolata di chi ha tutto capito, tutto saputo e tutto esaurito, in un continuo sentore di morte.
Poiché il Poemetto risulta oscuro, occorre leggere le note di Eliot per i continui rimandi e le costanti citazioni letterarie, filosofiche e culturali.
Tema centrale è l’inaridimento progressivo di una classe sociale (la borghesia) attraverso i simboli colti del Graal, la Terra desolata, il re Pescatore, i miti del “Ramo d’oro” di Frazer, il Fuoco e l’Acqua, nel ritmo delle stagioni, da morte a rinascita, dove la natura sta per anima e la resurrezione è un eterno e crudele ritorno.
Aprile è il mese più crudele” dice il primo verso, che arresta l’illusione invernale che tutto sia morto nell’inverno del cuore.

Aprile è il mese più crudele
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera
L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi, una vita misera
.

Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono
Da queste macerie di pietra? Figlia dell’uomo
Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto
Un cumulo di immagini infrante, dove batte il sole,
E l’albero morto non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo.
L’arida pietra nessun suono d’acqua.
C’è solo ombra sotto questa roccia rossa
”.

Non esiste opere poetica del ‘900 che abbia avuto tanti commenti e tante interpretazioni come questa. Riporta la necessità del poeta moderno di attingere ai miti e ai simboli dell’inconscio in un tempo che sembra aver perduto le radici degli archetipi e il poeta usa le forme di un sapere storico-letterario arcaico come chiavi per aprire il suo solipsismo incomunicabile.
L’opera, per esempio, comincia e finisce con un verso in sanscrito, ma nessuno conosce il sanscrito. Eliot traduce: “Shantih Shatih! Shantih!” ma ciò non produce emozione o senso, lascia solo interdetti. E il resto dell’opera richiederebbe un esegeta come per Dante al punto che l’entità delle note supera la quantità del testo. Almeno Milton usa riferimenti biblici o classici abbastanza diffusi, Eliot invece ha un suo sapere particolarissimo a significati ristretti e nelle note esplicative arriva ad essere ironico verso il lettore come a dire che solo lui in fondo capisce quello che scrive.
Pound gli ha insegnato Dante, ma il sommo poeta ha immagini limpide, linguaggio luminoso, passioni forti.. Dante riesce nella sublimazione artistica della materia vivente attraverso il filtro di una dotta struttura logica, filosofica, teologica, metrica… che stringe il reale umano in un ordine ferreo che è arte purissima. Usa l’allegoria per visualizzate l’emozione o incarnare il concetto ma con ciò li supera e se ne distacca in un’opera di purificazione molto alta. Usa l’immagine per depurare i sensi e trasformarli in metafisica. La metrica stessa diventa il distillato alchemico dei sensi e delle passioni. E la sua fisica/metafisica, pur usando termini nitidi e netti, desta l’immaginario, stimola in modo sacrale l’inconscio. All’inverso, l’irraggiungibile senso del sacro si reifica, incorporandosi nell’immagine. Ma siamo sempre in presenza di uno spirito potente, che concepisce l’universo con estrema precisione e forza.
Ma tutto il lavoro artistico di Eliot sembra un tentativo mancato di raggiungere l’inafferrabile, di confondere i piani di realtà, di personificare gli esistenti.
E’ come se egli tentasse nei modi più colti di salire a piani sempre più sottili e indistinti, quasi come il simbolismo francese per cui “il n’ya a pas que la musique, rien que la musique”, per entrare in un mondo astratto e impersonale che non ha nulla della solida concretezza di Dante per il quale anche gli invisibili sono concrete realtà.
Ma Eliot è come se non potesse far altro che sfuggire al reale o a se stesso, con la giustapposizione di piani diversi in ogni caso sfuggenti, per cui nel suo teatro, pur avendo i suoi personaggi ogni dettaglio, tutto sfuma nell’indistinto del mito pur conservando qualcosa di mitico e solenne che lo esalta.
Questa capacità di universalizzare l’individuale e di usare il materiale storico in modo metafisico è anche una qualità di Dante, e Eliot la imita per essere il Dante dell’era moderna.
In fondo tutta la sua opera come tutta la sua vita fu un tentativo di spersonalizzarsi, attraverso astrazioni logiche crescenti, dal mondo della sensibilità a quello del raziocinio, per cui il suo ideale era l’artista disumanato, in una sorta di classicismo estetico.
La sua lingua stessa è formata dalle parole più comini che attingono a significati astratti per diventare altro da sé.

Dopo il 1925, il suo matrimonio è finito, Viv è ormai chiusa in un manicomio, Eliot ha passato tre anni in un impietrito silenzio. E’ il momento de “Gli uomini vuoti”. Sono ancora gli abitanti della Terra Desolata, i morti che fluiscono per le strade di Londra in un Limbo che oscilla tra la vita e la morte, ed essi lo sanno, e si riuniscono in una cerimonia funebre a officiare il servizio della propria morte.
Lo stato d’animo di Eliot è ormai senza via di uscita. Non si può avere contatto con la realtà, vive sotto una maschera.

Lasciate anche che porti
Travestimenti deliberati

Si procede come nella nebbia e qua si percepiscono voci più lontane della stella che si spegne. I morti camminano, chiusi in un cerchio che non sanno spezzare perché temono di farlo, hanno paura della vita, preferiscono le quiete ottusa dell’ignoranza, non vogliono intendere voci o significati col rischio di essere abbagliati da una stella sicura. La stella di Eliot è come la Beatrice di Dante:

Privati della vista a meno che
Gli occhi non ricompaiano
Come la stessa perpetua
Rosa di molte foglie
Dal regno del tramonto della morte
La sola speranza
Degli uomini vuoti

Ormai Eliot è ricco, grazie al lavoro offerto dalla casa editrice ’Faber and Faber’, di cui diventerà direttore. Prosegue il suo lavoro nella direzione dissacrante della Terra Desolata. le sue immagini bibliche e liturgiche si infittiscono, il sarcasmo è più amaro, il cuore più gelido, in ricerca continua di forme sempre più essenziali e scarificate.

Al culmine del suo sviluppo artistico compaiono “I quattro quartetti”, considerati il momento più alto della poesia religiosa del ‘900.
Qualcuno li ha accostati ai 4 quartetti di Beethoven, armonia che scaturisce dallo specifico formale, con immagini, parole e simboli di un valore preciso e solenne.
I moduli metafisici e barocchi sono inquadrati in precise strutture ternarie.
Mentre “La Terra Desolata” è rotta e dissonante, qua abbiamo una corrispondenza di echi e di armonie profonde, come in Beethoven. Eliot riesce a bloccare la sua critica corrosiva alla società in una visione marmorea e atemporale.

Oltre alle opere citate, Eliot ha composto una miriade di opere critiche, che lo hanno consacrato come il più importante critico inglese del ‘900. Nella critica letteraria è stato un dittatore assoluto e incontrastato, tanto che forse, un giorno, parleremo dell’”Età di Eliot” così come parliamo dell’”Età di Shakespeare”, e la chiameremo “L’età dell’ansia”, come vuole Praz, nella ricerca di un ordine perduto.

Viviana Eliot muore nel 1947 e dieci anni dopo Eliot sposa la sua segretaria.

Il poeta con la seconda moglie Valerie

Nel 1948, a 60 anni, riceve il Premio Nobel per la letteratura.

Una grande cultura, un intelletto superiore, massimo virtuosismo tecnico, perfetto classicismo, gusti raffinati e conflitti interiori, grande perizia letteraria e grandi difficoltà di fare emergere il cuore. E’ facile dire che a questa poesia così amara manca il calore umano, la partecipazione emotiva, quell’impulso che la moglie aveva ma che non riuscì a trasmettergli.
La crisi della società borghese rifletteva la sua stessa crisi esistenziale. L’essenza desolata del cuore inaridiva la terra dell’anima. Il fallimento del suo matrimonio era la discordanza tra la natura e l’intelletto, la gelida disperazione proiettata nel sociale era la sconfitta personale del più grande poeta d’Inghilterra.
Trovare il Graal significava trovare la fede che salva dalla morte e dà la vita eterna.
Ma questa non può essere trovata nell’intelletto, sorge dal cuore.
Per innalzare l’uomo al senso della Vita occorre una trasformazione integrale dello spirito e del cuore. Non a caso la coppa è il simbolo dell’amore femminile.
Quando Parsifal irrompe nelle stanze del re morente chiede. “Dov’è il Graal?” Fa la domanda che doveva essere fatta. Chiede dunque: “Dov’è lo Spirito?” A quelle parole tutto si trasforma: il re si alza guarito, le acque riprendono a scorrere, gli uccelli a cantare, i fiori a sbocciare, il castello e il giardino tornano più belli di prima. Quelle poche parole bastano a rigenerare tutto perché sono l’unica domanda che interessa l’intero mondo. Era come se Parsifal avesse chiesto: “Dov’è il Sacro, dov’è il Centro del Tutto? Dov’è l’anima? Dov’è il Cuore del Mondo?”.
Nessuno prima di lui ha pensato di fare questa domanda centrale e il mondo periva a causa di tale indifferenza metafisica e religiosa. Basta porsi il desiderio della salvezza perché la vita si rigeneri in perpetuo, ché spesso la morte non è che il risultato della nostra indifferenza di fronte all’immortalità.
Se l’uomo occidentale vuole uscire dal suo stato di alienazione, dice Jung, se vuole riempire di senso la sua vita, deve saper riunire le energie divise, deve riscoprire gli elementi alienati della sua anima e renderla di nuovo integra, deve tornare a uno stato di purezza e integrazione. Ma questo è un cammino che si può fare solo col cuore. L’intelletto da solo non basta.
E l’algido Eliot così resterà solo con la propria desolazione. La rinascita gli è interdetta.

Il fine di tutto il nostro esplorare
Sarà di giungere al punto da cui siamo partiti
E di conoscere il luogo per la prima volta
”.

MARINA

Quis hic locus, quae
regio, quae mondi plaga?

Marina è la figlia perduta e ritrovata del Pericle di Shakespeare. La poesi si apre con una epigrafe tratta dall’Ercules Firens di Seneca:
Che luogo è questo? Che terra? Che parte del mondo?
Indica il senso di orrore che si prova alla scoperta dei propri crimini, eppure sarà proprio da quell’orrore che dovrà nascere la rigenerazione.
“O mia figlia!” è la speranza che rinasce.

Che mari, che spiagge, che scogli grigi, che isole
Che acqua a lambire la prua
E profumo di pino e canzoni di tordo nella nebbia
Che immagini ritornano
O mia figlia!

Coloro che affilano il dente del cane, significando Morte
Coloro che risplendono con la gloria del colibrì, significando
Morte
Coloro che siedono nel porcile della soddisfazione, significando
Morte
Coloro che soffrono l’estasi degli animali, significando
Morte

Sono divenuti irreali, ridotti a nulla dal vento
Da un respiro di pino, e la nebbia del canto dei boschi
Da questa grazie dissolta nello spazio

Cos’è questo volto, meno chiaro e più chiaro
Il pulsare del braccio, meno forte e più forte
Donato o dati in prestito? Più lontano delle stelle e più vicino dell’occhio
Bisbigli e breve riso fra le foglie e piedi


Affrettati dal sonno, dove tutte le acque s’incontrano
Il bompresso schiantato dal gelo e il colore scrostato dal caldo

Ho fatto questo, ho dimenticato
E ricordo.
Le sartie afflosciate e i ferzi fradici
Fra un certo giugno e un altro settembre
Ho fatto questo senza saperlo, semi-cosciente, sconosciuto, mio.
La travatura dei torelli fa acqua, c’è bisogno di stoppa per le falle
Questa forma, questo volto, questa vita
Vive per vivere in un mondo di tempo che mi supera: potessi
Rimettere la mia vita per questa vita, la mia parola per ciò che non è
detto,
Il risvegliato, le labbra aperte, la speranza, i bastimenti nuovi
.

Che mari, che spiagge, che isole granitiche verso i miei legni
E’ il tordo che chiama fra la nebbia
Figlia mia
.”

CAPE ANN

Oh, svelto svelto, ascolta svelto il passero canoro,
Il passero di palude, il passero astuto, il passero vespertino,
Nell’alba e nel crepuscolo. Segui la danza
Del cardellino d’oro a mezzogiorno. Lascia la scelta
Al pettirosso gorgheggiatore, allo scontroso. Saluta
Con stridulo fischio la nota della quaglia, il piccolo fagiano
Che saltella sui cespi dell’alloro. Segui il piede
Del tordo d’acqua, camminatore. Il volo segui
Della freccia danzante, purpureo martin pescatore. Saluta
In silenzio il caprimulgo. Piacevoli tutti. E’ dolce
dolce dolce
Ma lascia questa terra alla fine, abbandonala
Al vero proprietario, all’ostinato, al gabbiano.
La discussione è finita

..
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