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Saturday June 24th 2017

BANSKY- GUERRILLA E POESIA

STERN-BANKSY-1200-4

MASADA n° 1493 5/11/2013 BANSKY- GUERRILLA E POESIA

Collage di brani tratti dal web da Viviana Vivarelli

Fondamentale la tesi in semiotica di Francesca Gilardino: “Bansky, un comunicatore sociale”:

Non abbiamo bisogno di comunicazione, ne abbiamo fin troppa. Abbiamo bisogno di creatività.
Chi comunica non in presenza deve far sì che ciò che viene detto sia comprensibile al primo impatto e memorizzabile istantaneamente.
Ciò che deve colpire il destinatario di un’immagine non è il tema trattato, ma il modo in cui esso è presentato.
La Street Art nasce di fronte all’immobilità della comunicazione e al torpore dei cittadini rispetto ad argomenti sociali particolarmente caldi. Gli attivisti no-global trovano un nuovo linguaggio per proporre le proprie idee. I nuovi artisti della strada prendono spunto dalle forme di comunicazione convenzionale per elaborare un nuovo codice espressivo. I nuovi messaggi hanno nuova forma, risultano originali e riescono a saltare all’occhio, a differenziarsi, cioè, dalla molteplicità dei messaggi in cui siamo immersi. L’arte della strada ha carattere di abusivismo: non si inserisce all’interno dell’arena dei media tradizionali, non ha risorse e intenti economici, ma trova come supporto il suolo comune, il paesaggio metropolitano. Diventa in tal modo strumento di comunicazione di attivisti sparsi in tutto il mondo e visibile da tutti, sia a livello urbano in maniera diretta, sia a livello planetario indirettamente, poiché la Rete ha permesso che i diversi artisti potessero esporre in vetrine telematiche, come siti e blog, i propri lavori. Internet ha contribuito a rendere unitario il nuovo movimento artistico – sebbene vi siano differenze da paese a paese – per un nuovo tipo di dialogo interculturale
”.

(Zingarate)

In questo panorama, Banski è l’autore più versatile e originale, post-graffitista degli ultimi anni divenuto famoso in tutto il mondo per aver sfidato l’Autorità anche in contesti di repressione come la Palestina, tratta tematiche diverse: principalmente la critica al consumismo e ai prodotti mediale e l’antimilitarismo, in sostanza l’attacco alla globalizzazione e ai modelli culturali che essa impone.
Il pubblico viene addestrato al consumo tramite i mezzi di comunicazione e la pubblicità. La merce è centrale in tutti gli ambiti della vita sia pubblica che privata, sul luogo di lavoro come nel tempo libero; tutto è filtrato attraverso l’industria culturale. Il consumo è un aspetto cruciale di
quest’invasione della merce che riduce tutto a merce. Opporsi a questa massificazione crea di colpo una sfera culturale diversa, in grado di produrre una propria visione del mondo, un sistema di valori e una struttura alternativi.

I beni pervadono la nostra intera esistenza. Essendo prodotti culturali, portano con sé dei significati simbolici, dei valori, che vanno a sommarsi al loro valore d’uso. Ma l’occupazione della merce del centro delle nostre attività è una minaccia: l’uomo è sottomesso alla produzione. E’ forzatamente assoggettato dalla domanda, e fa le sue scelte di vita in relazione a ciò che la produzione offre. La merce è un mezzo tramite il quale manipolare le persone, proponendo loro determinati prodotti e quindi determinati stili di vita preconfezionati. Le merci sono un feticcio a cui la gente si sottomette e da cui si fa manovrare. I beni vengono sono utilizzati per demarcare i rapporti sociali, per creare legami sociali o distinzioni. Il godimento dei beni non è relativo al loro consumo fisico, ma ne fa dei marcatori sociali: godiamo nel condividere le marche di prodotti con gli altri e al tempo stesso le utilizziamo per differenziarci da altri gruppi. Le preferenze di consumo e di stile di vita comportano un giudizio identificativo e discriminatorio. Possedere un certo oggetto significa possedere una certa posizione sociale. I beni diventano organizzatori della realtà in cui viviamo e costituiscono un sistema di segni. I beni di consumo permettono dunque un alto grado di distinzione sociale: vengono usati come segni culturali in modo liberamente associativo dagli individui per produrre un determinato effetto espressivo in una sfera sociale in cui le vecchie coordinate stanno rapidamente scomparendo. L’individuo si crea un proprio stile di vita facendo un’attività simile a quella del bricoleur, ossia scegliendo fra i prodotti culturali offerti quelli che meglio si sposano con l’immagine di sé che egli intende comunicare. Lo stile di vita adottato è effetti di scelte, e queste sono in continuo mutamento poiché la cultura del consumo propone sempre nuovi beni desiderabili. La cultura del consumo fa dunque leva su diversi punti deboli dell’uomo
contemporaneo: il bisogno di condividere, il suo desiderio di definirsi e la spinta a rinnovarsi continuamente, la voglia di provare delle emozioni forti senza però mettersi in gioco. La cultura del consumo ha fatto sì che l’immagine dominasse la contemporaneità. La gente, frastornata dalla saturazione segnica della realtà, diventa riflesso delle immagini mediali.

Gli outsider costituiscono una minoranza che si oppone alla cultura dominante: coscienti della standardizzazione dell’identità all’interno del postmodernismo, si contrappongono alla cultura dominante tramite la quale la gente comune, gli insider, costruisce il proprio Sé. Questa minoranza adotta strategie sovversive: cerca una differenza e discontinuità con la cultura dominante; cerca la rivoluzione del sistema proponendo un ritorno ai valori universali per individuare il vero significato di una tradizione e le strategie per creare uno spazio per loro stessi e spiazzare gli affermati. Gli outsider tentano di legittimare nuovi settori, come le nuove forme d’arte, e di minare le anguste definizioni tradizionali del gusto fornite dalla cultura. Essi si presentano come quelli che tentano di sovvertire l’intero gioco. Il loro primo passo è il tentativo di risvegliare le coscienze assoggettate al consumo. di chi non costruisce autonomamente la propria identità. Gli outsider cercano di far capire alla gente che le scelte di vita non sono che il frutto di una sottomissione al
sistema e l’adesione a modelli prestabiliti che quest’ultimo propone.
I muri cittadini sono il primo luogo dove le multinazionali tentano di influenzare le nostre decisioni economiche e le nostre coscienze, sono il mezzo più semplice per presentare ai cittadini ciò che è desiderabile, ciò che si deve assolutamente avere. La pubblicità è comunicazione persuasiva finalizzata al consumo che influenza desideri e valori, sia estetici che morali, con un proprio linguaggio basato sull’immagine.

La Street Art si ribella a quest’invasione con gli stessi identici mezzi: per prima cosa, è invasiva, crea un’ infinità per le superfici metropolitane; poi è spudorata e seduttiva, capace di attrarre l’attenzione sulla propria creatività. Sceglie le modalità del marketing e anche quelle della guerriglia e le loro stesse tecniche di costruzione del messaggio, proprio per contrastare ciò che l’advertising promuove: la spinta al consumo. Ma il linguaggio commerciale è trasformato dagli artisti in messaggio di protesta contro l’invasione della pubblicità per contrastare la società dei consumi.
Le aziende che pubblicizzano prodotti non sono le uniche ad essere attaccate: oggetto di critica sono anche i mezzi di comunicazione di massa.
Distorcere un messaggio interiorizzato e riproporlo in modo paradossale genera effetti di shock e turbamento nel destinatario. Lo destabilizza. Così il nuovo messaggio non potrà essere dimenticato.
Per tutto questo, la Street Art non può essere intesa solo come vandalismo. L’attività degli artisti non è fine a se stessa, ma si configura come attivismo politico-sociale.

Centrale è il tentativo di risvegliare la coscienza critica del consumatore e metterlo in guardia dal mondo fantastico che propone la pubblicità e dal torpore mediale in cui lo immerge.
Alla base del pensiero di Graffitismo e del Postgraffitismo c’è il rifiuto dei modelli di legittimazione del potere dell’industria culturale, mediatica, politica ed economica.
I post-graffitisti reclamano la libertà di esprimersi e sono contrari all’arte contemporanea, che riduce tutto a merce. Proprio per questo la nuova arte viene presentata sul suolo pubblico, alla portata di tutti, fruibile ai cittadini senza dover pagare un biglietto, senza mediazioni culturali, economiche o politiche. La Street Art appartiene alla città e si mantiene al di fuori dei processi economici e mediali proprio perché è abusiva, illegale, non ha il diritto di esistere. La sua illegalità è la sua forza e la sua libertà.

La forza creativa dell’arte della strada sta proprio in questo: sfidare il mondo dei media in una maniera alternativa e lanciare la propria critica alle istituzioni e al potere
Generata dalla passione, dalla creatività e da una forte ideologia anti-globalizzazione, la Street Art
si presenta a tutta la città e urla il suo messaggio. Non è solo vandalismo o critica fine a se stessa, ma una nuova forma di attivismo sociale che vede coinvolte personalità diverse che condividono lo stesso pensiero.
La libertà è infatti minacciata dalla costante presenza dei media all’interno della nostra vita quotidiana. La globalizzazione è una minaccia all’individualità personale, ma anche culturale. Il sistema mediatico manipola le coscienze. La distorsione dell’informazione favorisce il dominio sugli individui.

Internet ha un ruolo cruciale per l’unione del movimento. Gli artisti più famosi hanno un proprio sito o blog, così le loro opere possono essere viste da tutti nelle diverse parti del mondo.

“BANKSY C`E`. DIPINGERE DOVE NON POSSO E` MEGLIO DEL SESSO.”

Bansky comincia facendo stencil di topi sui muri di Bristol. Ora i suoi dipinti valgono migliaia di sterline e li comprano anche Brad Pitt e Angelina Jolie. Ma ancora nessuno sa che faccia abbia l`artista che sta sovvertendo le regole dell`arte
Ieri destavano curiosità, oggi i murale di Bansky sono finiti in un museo.
Lo stencil è una mascherina, un foglio da cui sono stati ritagliati dei pezzi, per cui il colore dato a pennello o spry o pistola a spruzzo escono dalle parti tagliate. Il disegno è replicabile in tempi molto brevi. In pratica si crea un negativo fisico del disegno da creare.
I graffiti in stencil hanno spesso messaggi politici.

I muri dei palazzi di Londra sono pieni di stencil dell’artista, che si nasconde alla luce del giorno per portare avanti la propria guerrilla art, mandando dei messaggi forti contro le multinazionali, le istituzioni, la guerra.
Nessuno sa chi sia Banksy, è un pacifista che esprime la propria concezione dell’arte libera da schemi preconfezionati, dal mondo dei critici dell’arte, da chi delibera che un’opera può essere famosa o meno. E anche l’artista stesso rifugge la fama: nessuno conosce la sua vera identità, il suo volto, la sua voce, opera di notte quando la città dorme e occhi indiscreti non guardano. Talvolta si maschera da pensionato o da turista ed entra nei musei famosi e mentre le guardie sono distratte appende i propri quadri con cartelli esplicativi annessi, come per dire che è il pubblico a determinare la fama e non i potenti, che dietro la cultura ci dovrebbe essere libertà.

Banksy racconta come è nato il suo graffito che raffigura delle donne ebree in un campo di concentramento mentre indossano un rossetto rosa acceso. “E’ basato sui diari di un colonnello che liberò il campo di Bergen Belsen – ha detto in un’intervista al Guardian – Il colonnello liberò il campo e in una cassa di aiuti che portò loro c’erano 400 rossetti. Lui si irritò, ma poi li diede alle donne e loro lo misero, poi si pettinarono i capelli; e forse quella fu la cosa che le fece sentire di nuovo vive, la cosa migliore che i soldati avrebbero potuto fare. Questo è quello che intendo quando parlo della differenza che può fare l’applicazione di colore, di pittura”.

Bansky comincia ad apparire negli anni ‘80 prevalentemente a Bristol, città dove si pensa sia nato, firmandosi in principio come Kato e Tes.

Riconosciuto successivamente dal mondo dell’arte, ha anche dipinto un grande graffito sul muro di Gaza, e nel 2006 ha divulgato cd copie di Paris Hilton, rappresentata col muso di un cane. La fama connessa alla sua firma si è diffusa così tanto nel mondo che una casa la cui facciata abbia un Banksy vale tantissimo e questo a Londra non è difficile.
Camminando per i canali che conducono a Camden ci si può imbattere per esempio nel Wallpaper hanger o nel Fishing Boy, in Old Street in We will win o in Rat Bridge.

I suoi stencil arrivano poi a Londra, in particolare nelle zone a nordest, in seguito appaiono nelle maggiori capitali europee, non solo sui muri delle strade, ma anche nei posti più strani come le gabbie dello zoo di Barcellona.
I soggetti sono animali, scimmie, ratti, panda, ma anche poliziotti, soldati, bambini e anziani.
Bansky fa anche adesivi e sculture, come la famosa “cabina telefonica assassinata”.

Gilardino: “E’ a Bristol che compare per la prima volta ‘il Lanciatore di Fiori’, un’opera che ha acquisito negli anni una grande notorietà. Dipinta più volte sui muri inglesi, è anche uscita dall’ambito nazionale, divenendo un’immagine popolare a livello planetario. Il Lanciatore di Fiori è stato utilizzato come simbolo della contestazione giovanile: presente su volantini di manifestazioni universitarie, su Internet, su magliette e vari oggetti di merchandising, l’opera ha acquisito i caratteri di un’immagine pop.

E pensiamo ad un altro stencil, il cui soggetto principale è certamente famoso: il panda in posizione eretta, che impugna due pistole. C’è un richiamo al WWF, associazione internazionale che vuole salvare l’ambiente e usa, appunto, un animale che è stato portato all’estinzione dal progresso industriale. Il panda rappresenta lo sfruttamento dell’ambiente da parte dell’uomo. Ma qui la situazione si rovescia, il panda è rappresentato in una posa violentemente reattiva.

La distribuzione delle immagini di Banksy attraverso la Rete e tramite vari oggetti (magliette, portachiavi, poster) ha aiutato a mettere in circolare una cultura alternativa, attraverso l’input immediato di una serie di immagini culturalmente modificate che non hanno bisogno di grandi spiegazioni ma che colpiscono immediatamente l’immaginario dello spettatore.

La Gioconda che imbraccia il bazukua o il panda con le pistole il Gesù bambino con una cintura di bombe rappresentano delle sfide. L’oggetto decontestualizzato si fa portatore di un messaggio paradossale. La serena Gioconda diventa simbolo inquietante. Il panda, animale in estinzione diventa l’eroe della ribellione dei dimenticati

Gilardino: “Il posizionamento illegale dell’immagine nel tessuto urbano muta la sua funzione: ne fa un mezzo di rivolta al sistema. Questa de-contestualizzazione è significativa in quanto la proposta di un’immagine culturale in un ambito libero da filtri economici e culturali attiva un meccanismo di sfida, ma è anche una svalutazione dei mezzi di informazione, non ritenuti più idonei alla loro funzione, percepiti come vuoti e falsi.

Una delle caratteristiche che ha reso famoso Banksy è la sua abilità di entrare nei musei più importanti del mondo e appendere le sue opere tra le altre già presenti. Spesso passano giorni prima che qualcuno si accorga dell’intrusione. I suoi temi preferiti in questi casi sono quadri dipinti in perfetto stile settecentesco, con l’aggiunta di alcuni particolari completamente anacronistici (nobili del Settecento con bombolette spray, dame di corte con maschere antigas, ecc.).

Poi ci sono gli stencil dei topi, i famosi Rat, apparsi in molte città. I topi sono stati scelti in quanto esseri senza potere, ultimi tra gli ultimi, odiati, cacciati e perseguitati, eppure capaci di mettere in ginocchio intere civiltà.
“Se sei piccolo, insignificante e poco amato allora i topi sono il modello definitivo da seguire”.
Insomma, i topi siamo noi.

Uno dei suoi più famosi murales, quello con gli attori di Pulp Fiction che stringono banane anziché pistole, è stato recentemente rimosso: il suo valore stimato si aggirava intorno ai 400 000 euro.

Nel settembre 2006 Banksy fa circolare in 48 negozi sparsi in tutto il Regno Unito, delle copie parodia dell’album Paris di Paris Hilton. Oltre a presentare delle versioni modificate sia nel titolo che nella musica delle canzoni della starlet, nell’album si possono
vedere delle immagini che ridicolizzano la Hilton; in una il suo volto è sostituito da quello del suo cane.

La sigla della puntata dei Simpson andata in onda il 10 ottobre 2010 porta la sua firma.
L’artista ha disegnato lo storyboard e diretto la sequenza che segue la celebre “gag del divano”: lavoratori asiatici, tra cui anche bambini e specie animali protette, producono in condizioni disumane i fotogrammi del cartone animato e il suo merchandising. La sequenza mostra provocatoriamente immagini di sfruttamento della manodopera minorile e violenza sugli animali (l’imbottitura delle bambole raffiguranti Bart Simpson è infatti ricavata dalla triturazione di gatti) e si conclude con il celebre stabile della Fox (quello che appare all’inizio di ogni film) trasformato in carcere di massima sicurezza.

Scrive la Gilardino:
E’ chiaro che Banksy si muove all’interno dell’area della critica socio-culturale. I suoi messaggi hanno l’obiettivo di svegliare la coscienza critica dei cittadini.
In Wall and Piece l’artista afferma: “L’arte non è come l’altra cultura perché il suo successo non è prodotto dal suo pubblico. Il pubblico riempie le sale dei concerti e dei cinema ogni giorno, legge romanzi a milioni e ascolta dischi a miliardi. La gente influenza la produzione e la qualità di maggior parte della cultura, ma non influenza l’arte. L’arte che guardiamo è fatta da una selezione. Un piccolo gruppo decide chi deve avere successo. Quando si va
in una galleria d’arte, si è solo turisti che guardano un armadio di trofei che appartengono a pochi, l’arte dovrebbe essere di tutti, ma i collezionisti la fanno propria. I musei sono accusati di privatizzare l’arte,di sottrarla ai cittadini, di commercializzarla. I graffiti, al contrario, sono disponibili a tutti, non sono elitari e non si paga un biglietto per vederli.
Fare graffiti non è vandalizzare un muro: è mettere l’arte a disposizione di tutti senza obiettivi di profitto.
Banksy attacca i musei perché privatizzano ciò che dovrebbe essere pubblico e ne nasce una critica nei confronti del consumismo in generale

Il protagonista della scena, quasi sempre un personaggio umano, è rappresentato con l’uso di un unico colore. ma un oggetto inserito nella scena cambia il significato finale dell’immagine ed esso, a differenza del testo principale, è rappresentato con colori vivaci

Tipico è il famosissimo ‘Lanciatore di fiori”, lui è bianco e nero, i fiori sono colorati.
Il lanciatore di fiori è inscrivibile all’interno di in quadrato.

L’immagine ottenuta dall’operazione di bricolage da parte dell’artista si configura anch’essa come analogo della realtà, ma ha carattere di irrealtà. Che significato avrebbe lanciare un mazzo di fiori, nel contesto di una manifestazione? Il gesto è estremamente simbolico: il mazzo di fiori indica una cultura di pace, armonia, vita, dono. fiori sono natura coltivata. Bisogna evidenziare il fatto che il manifestante lancia un mazzo di fiori: un oggetto profondamente culturale e dunque artificiale; il mazzo di fiori è da identificare come prodotto dell’uomo, è l’incontro a natura e cultura ma i fiori rappresentano la “cultura che produce del bene”. Essi si trovano in contrasto con la figura del manifestante, che rappresenta il conflitto, la violenza, ovvero un ambito in cui l’uomo produce del male. I fiori sostituiscono l’arma anche se sono trattati allo stesso modo dal soggetto. In tal modo cambia il suo ruolo: la sua azione diventa portatrice di pace.”
Le categorie dell’immagine sono due ‘mitezza e violenza’ ma il modo rapido e incisivo con cui le immagini sono accostante rovescia il senso del gesto.

Banksy ha stampato delle false sterline con lady Diana al posto della regina Elisabetta, ma con carta e grafica simili alle banconote vere. Lo scopo era di lanciarle da un palazzo per vedere l’effetto, ma resosi conto della pericolosità insita nel gesto le ha poi tenute nel suo studio.

Il 3 giugno 2013 un murale attribuito a Banksy e noto come Slave Labour è stato venduto all’asta per 750.000 sterline, l’opera era stata rimossa dalla sua originaria collocazione nel febbraio dello stesso anno.

Nell’agosto del 2005, Banksy realizza dei murales sulla barriera di separazione israeliana, costruita dal governo israeliano nei territori della Cisgiordania (soprattutto a Betlemme, Ramallah e Abu Dis), combinando varie tecniche. Crea dei veri e propri squarci nel muro realizzandoli sempre con la tecnica del trompe l’oeil, che permettono di “vedere” cosa c’è dall’altra parte o di sognare un’apertura che non c’è. Rendono possibile l’utopia.
Nel 2007 Bansky ritorna a Betlemme per fare altri murales.

Il muro di Israele è una pesantissima e grigia barriera che gli Israeliani hanno costruito nel 2002 per separare anche fisicamente il proprio Paese dalla Palestina. Con questo costruzione essi hanno anche occupato abusivamente parti della Palestina. Il muro è guardato da soldati, con una serie di checkpoint e torri d’osservazione. Ma Bansky riesce a eludere la loro sorveglianza. Il muro è alto tre volte il muro di Berlino, 8 metri, ed è lungo 700 chilometri, la stessa distanza che c’è fra Londra e Zurigo. La Palestina è oggi la prigione a cielo aperto più grande del mondo e la destinazione ultima per gli artisti di graffiti. Non c’è luogo migliore per un graffito con una valenza sociale così importante e luogo più attrattivo per i writer. Ma le guardie delle torri d’osservazione sono un problema. Bansky riesce ad eluderle e con la tecnica dello stencil realizza le sue opere.
Davanti alla paralisi delle Nazioni Unite e al fallimento delle soluzioni politiche per la questione palestinese, Banksy propone il proprio medium per evidenziare l’urgenza dell’intervento.
Ancora una volta, è il contesto a spingere Banksy ad operare. La tecnica qui utilizzata è leggermente diversa dal classico duetto stencil-bricolage. L’artista rappresenta sul muro di Betlemme dei veri e propri squarci nel muro che, tramite la tecnica del trompe l’oeil, che sembra mostrare allo spettatore quel che sta al di là del muro. Paesaggi esotici, montani, altre persone, cieli azzurri. Banksy si serve dell’assemblaggio per i paesaggi: all’interno delle finte aperture nel muro, incolla le gigantografie di paesaggi altri. Ciò permette risparmio di tempo e una precisione impensabile con lo stencil. I graffiti del muro di Israele sono dunque violati con la massima eco mondiale. L’effetto di realismo che scaturisce da questo uso integrativo di media è molto forte. Ma non viene rappresentato soltanto un al-di-là: al di fuori della spaccatura troviamo gli enunciatari dell’opera che sembra facciano parte del nostro mondo. Essi hanno il compito di presentarci ciò che è contenuto all’interno dell’apertura nel muro, sono un tramite fra mondo vero e fantasia. Questi murales assumono allora il carattere di enunciazioni enunciate. La dichiarazione politica dell’artista è chiara: occorre demolire il muro; occorre finire l’occupazione israeliana.

Scrive la Gilardini: “Non siamo di fronte all’unico graffitista che ha fatto dello stencil il suo simbolo distintivo: Tristan Manco ed El Chivo sono altri due autori piuttosto famosi, ma Banksy l’ha utilizzata così spesso e in modo creativo che ne è diventato quasi l’emblema. La decisione di adottare questa tecnica sorge da un difetto dell’artista: egli è sempre stato molto lento a dipingere. Fare murales richiede rapidità, in modo da non attirare l’attenzione e non farsi arrestare dalla Polizia. Lo stencil è un’ottima soluzione a questo problema, poiché permette qualità e rapidità allo stesso tempo. Si crea una maschera sagomata che riproduce i contorni dell’opera. Essa viene poggiata sul muro che si è scelto di dipingere, quindi il writer può spruzzare la vernice negli spazi vuoti della maschera e il disegno è creato. La vernice del murales viene scelta di un colore che contrasti con la superficie muraria sulla quale va ad imprimersi.

Nel 2008 Banksy organizza il Cans Festival, in un tunnel abbandonato presso Leake Street a sud est di Londra. Per l’evento realizzerà alcune opere insieme ad altri 39 “stencil artists” di tutto il mondo. Il nome del festival fu creato per l’assonanza col festival di Cannes.

Di grande interesse il mese passato dall’artista a New York.
Banksy ha creato opere in giro per la città, gabbando il sindaco che aveva sguinzagliato la polizia sulle sue tracce. Nessuno lo conosceva in viso e così è riuscito a tappezzare la città di disegni e messaggi, senza essere mai preso dalla polizia e soprattutto senza mai essere riconosciuto e fotografato.

(Soho)

Prima di tornare in Inghilterra, ha voluto creare un’ultima opera: un’installazione di lettere gonfiabili posizionata sulla Long Island Expressway, con cui ha lanciato un messaggio in favore di 5Pointz, uno dei luoghi del distretto del Queens, preferiti dai graffitari della zona, che presto sarà demolito per lasciare spazio a delle nuove palazzine: “Grazie per la vostra pazienza. E’ stato bello. Salvate 5Pointz”, il suo messaggio.

Scritte minimali o disegni più elaborati sono stati disseminati per la città di New York, uno al giorno per trentuno giorni. Dopo aver realizzato l’opera, Bansky scattava una foto e la postava sul suo sito accompagnandola da un audio o un video. “Banksy sostiene che ‘fuori’ è dove dovrebbe vivere l’arte”, diceva la voce narrante sul sito dell’artista a conclusione del progetto: “Sono gli ultimi mille anni di storia dell’arte ad essere un breve episodio privo di significato, quando l’arte è entrata al servizio di chiese e istituzioni. Il mondo in cui viviamo è fatto, almeno visivamente, di segnali stradali, tabelloni pubblicitari. Non vogliamo vivere in un mondo fatto di arte e non solo decorato dall’arte?“.

Il progetto dell’artista, chiamato Better Out than In (meglio fuori che dentro) è riuscito in pieno: creare ogni giorno del mese opere al riparo da sguardi indiscreti. Unico giorno di inattività, il 23 ottobre, a causa del serio pericolo di essere fermato dalla polizia.
L’artista ha lasciato la propria impronta in tutti i distretti della città. Sarà ricordato dai newyorchesi per i propri lavori sui muri dei palazzi ma anche per un’opera di bene del valore centinaia di migliaia di dollari: un insignificante dipinto raffigurante una scena pastorale è stato acquistato dall’artista per 50 dollari. Ci ha aggiunto un soldato nazista e lo ha donato a un negozio che vende oggetti usati per beneficenza. La tela, messa all’asta, ha raggiunto la ragguardevole cifra di 615mila dollari. Il titolo dell’opera è “La banalità della banalità del male”. Il ricavato sarà devoluto ai programmi di Housing Works per i senzatetto e alle sue iniziative contro l’Aids.

Nei 31 giorni a New York Banksy ha visitato tutti e cinque i boroughs della Grande Mela. Un paio di volte i suoi fan sono rimasti convinti di averlo avvistato e la polizia, su ordine del sindaco Michael Bloomberg, gli ha dato senza successo la caccia per arrestarlo per vandalismo. Ma l’elusiva primula rossa dell’arte si è volatilizzato nella notte di Halloween dopo aver lasciato il suo ultimo messaggio: “Save 5Pointz. Bye”

East New York, quartiere nel cuore di Brooklyn, è uno dei pochi luoghi della metropoli a conservare l’anima afroamericana e ad aver posto resistenza alla pulizia del trentennio Giuliani-Bloomberg. Per questo insieme a Brownsville e a East Flatbush resta una delle aree più difficili di New York. Il muro disegnato da Banksy ha subito attirato centinaia di persone. Qui il colpo di genio. Alcuni residenti hanno iniziato a chieder un pizzo di venti dollari ai turisti per poter vedere o fotografare l’opera.

Nella parte sud del Bronx, invece, i ragazzi non hanno chiesto alcuna tangente ma sono stati messi davanti all’opera per vegliarla evitando che qualcuno possa rovinarla. In cambio hanno chiesto una mancia – senza alcun obbligo – e hanno passato giorno e notte seduti su una sedia di plastica senza scollare lo sguardo dal pezzo. Qualcuno ha ritenuto la scritta “Ghetto 4 Life” offensiva (un insulto a chi vive veramente nel ghetto), altri hanno apprezzato (un modo per ricordare le radici a chi è partito da qui). Di certo il proprietario dello stabile è molto contento per quanto successo.

Quando il dipartimento di polizia della città gli ha chiesto di sporgere denuncia, lui non ha esitato: non se ne parla proprio. Qui è stato fatto e qui resta e da oggi ci metto pure i guardiani.

In quanto all’edificio che doveva essere abbattuto, i curatori di 5 Pointz, l’edifico del Queens che ospita graffiti di artisti provenienti da tutto il mondo, hanno chiesto una “buona parola” per fermare il suo destino. Il Comune di New York infatti ha autorizzato l’abbattimento. Dal 1993 i Wolkoff avevano lasciato al collettivo di artisti l’intero stabile gratis, ma adesso la possibilità di costruire due torri con oltre 1.000 appartamenti ha fatto cambiare idea ai due signori. Si attende la risposta di Banksy.

L’artista ha realizzato a Napoli, in Via Benedetto Croce e cancellata da un writer anonimo nel maggio del 2010, uno stencil che rappresentava una reinterpretazione della Santa Teresa del Bernini, raffigurata con in mano delle patatine e un panino, simbolo del consumismo.

Le opere fatte da Bansky a New York sono state definite dal sindaco Michael Bloomberg «un segno di decadenza».

Brad Pitt ha detto di Banksy: “Fa tutto questo e resta anonimo. Penso che questo sia fantastico. Nei nostri giorni tutti tentano di essere famosi. Ma lui ha l’anonimato.”

Sembra dunque che il mercato si sia accorto del valore di Banksy. La direttrice del Bristol Museum è stata la prima a dedicargli una mostra personale dichiarandolo artista a tutti gli effetti. Oggi le sue opere hanno quotazioni elevate, è conosciuto in tutto il mondo, E’ uno dei pochi esempi contemporanei di “artista dal basso”. La sua creatività è la sua chiave vincente.

Ricordiamo l’installazione del clown che si fa pulire le scarpe da un barbine come contestazione di Mc Donald, una delle più efferate multinazionali mondiali, che che la sua spaventosa ricchezza sfritta la miseria del mondo.

http://masadaweb.org

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