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Thursday August 17th 2017

JACQUES PREVERT

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Blog di Viviana Vivarelli

“Mesdames e monsieurs, amantes e macros, et voila: Jacques Prevert!”
Piove su Parigi! E’ primavera su Parigi! E’ notte a Parigi!
Andiamo nei bistrot, scendiamo nelle caves, fumiamo Gitanes, beviamo calvados!
Tavolini di ferro, esistenzialisti in noir che dissacrano il mondo con visi pallidi e occhi di noia; sul grigio assito un passerotto patetico, Edith Piaf, canta con voce roca ‘la maladie d’amour’, canta dal cuore profondo ‘le desespoir’, con le parole di Prevert. Sulle panchine des Champs Elisees due giovani amanti soffrono e ridono e un omino solitario li spia, mordicchiando un havana bruciato: Jacque Prevert. Da una finestra la voce scanzonata di Ives Montand strascica la sua canzone e le parole sono di quell’omino con la giacca a quadretti e il maglione sformato. Nel cinema addormentato gli ultimi spettatori piangono sul Porto delle nebbie e un Jean Gabin, amaro e scettico, parla con le parole di Jacques Prevert. Cosa sarebbe Parigi senza Jacques Prevert?

Luoghi comuni di una Parigi esistenzialista: le grandeur, l’amour, le flick, le chepi, i monumenti solenni, i baci rapiti, la morte, la vita, la disperazione, la malinconia, le bancarelle sul boulevard… Il cielo porta nuvole grevi su una Parigi che piange, che ride, nel cielo ora azzurro ora grigio, comme la vie. Parigi si prende in giro come un clochard, ironizza il suo amore e il suo pianto, gonfia la sua fierezza e libertà, deride les generals che vogliono fiaccarla coi loro cortei… e l’omino si beffa di tutti i comuni e li canta come un ragazzo di strada.
Prevert saltella e piange, con tutte le belle figliole che lo fanno soffrire e tutti gli amanti che vogliono legarle come schiave, e rotola le sua RRRR su Parigi, e allarga i suoi ONNN su Parigi, e tutto viene preso in giro come la giostra di Montmartre: filosofi e amanti, miserucci e spiantati, sognatori e dimenticati…Parigi è la vita, e la vita è nostra finché possiamo ridere del nostro dolore e piangere sulla nostra gioia. Acchiappa la rondine, Parigi, il cuore dell’innamorato, le lacrime della panchina, il generale a cavallo, il ciarpame che passa, l’eterno che resta…! Acchiappa la rondine, o Parigi! Clown enfatico che ride, mentre gli sboccia una margherita sotto la lacrima. L’immortalità è ruzzolata sotto il marciapiede, mentre una ragazza di 16 anni mette in vendita la sua miseria. Io ti stropiccio, Parigi, ti strapazzo, ‘mon grandeur’, tiro gli orecchi ai tuoi pachidermi permalosi, butto su un palco grigiognolo i mostri sacri delle tue tragedie e gli striscio sopra una giva da gigolo.

E anche il pubblico esistenzialista ride, sotto la guache pallida, ride alle lacrime e le lacrime sciolgono ‘le bistre’ in rigagnoli nerastri, smette il nero luttuoso, perché Prevert non è mai nero, nemmeno quando stride i denti, e si commuove quando è più feroce, perché è l’anti poeta, è ‘le divertissement’, è qui col suo buffo basco e la faccia a patata, per burlarsi di tutto, in primis di se stesso, col suo sigaro in bocca e il cuore in mano e col cuore ci gioca a palla; metti da un lato Sartre, il cuore oggi passeggia, si intenerisce o si indigna. Comm’en va? Je suis comme je suis! Io sono come sono. La sua teneritudine Prevert ve la dà saltellando. Ora è lo spettacolo. Musica o film, teatro o libro, per lui è lo stesso. Vi regala la parola che libera. Ora è lo spettacolo. Potete partecipare a buon diritto perché VOI siete lo spettacolo! Il gioco è proprio far parte della vita e crederci, ridere o piangere, indifferentemente.

Credere a tutto, ma come a un sogno, perché la vita è la cosa più seria che ci sia purché non la si prenda sul serio! Spillate il vino beaujolait, Ridete fino a prendere il fazzoletto! Chaplin arriva saltellando sotto l’occhio di René Clair. La vita è un po’ su e un po’ giù, come l’omino buffo. Asciugati, lacrima, moderati cuore, la vita ricomincia sempre, o anche peggio.

Ora non è più qui, nella cave sotterranea, la tua faccina buffa, Prevert, un po’ molle, da mimo, la tua magniloquenza piena di niente, i tuoi discorsi interminabili o le tue frasi dissacranti, il tuo maglione sformato, il basco a scacchetti… immiserite le idee che dovevano far tremare il mondo: la revolution, la mort, la guerre…. I ragazzi, oggi, non sanno più Juliette Greco con la sua maschera tragica e, quando dico a mia figlia: “Edith Piaf…”, “Edit Chi?” Ma i ragazzi continuano a baciarsi, immemori, negli angoli, e i generali continuano a sfilare sui boulevards, immemori anch’essi, e, in questo vuoto di memoria generale, io sono ancora qui, sola con la mia disperazione, oggi come vent’anni fa, e ancora al mattino continuo a mettere il caffè nella tazza, il latte nel caffè, lo zucchero nel caffellatte, e, dopo che tu sei uscito, ancora piango…

In fondo solo la Storia è passata, con la S maiuscola, la vita è rimasta sempre la stessa e sempre tu me la canti come io la sento, a me riconoscente. Merci, Jacques Prevert!

Se ne fuggano i poeti impegnati… ‘quelli che la poesia solo di sera /quelli che la poesia son cavoli amari/quelli che hanno il cuore straziato/ quelli che a me ma non mi amano/ quelli che i VATE/ quelli che i vater/ quelli che i water/ quelli che i pater/quelli che anche gli ave e le glorie/quelli che battono le rime come gli zoccoli i fabbri/quelli che danno la targa/quelli che gliela levano per eccesso di velocità…’

E dunque Prevert: uomo di cinema, sceneggiatore, paroliere, dialogatore, insomma uno che gioca. I ferri del mestiere? Le parole. Surrealismo? Prevert ci passa in mezzo ma per dirla con lui: “Il concerto non era riuscito”.

Compagni dei cattivi giorni
vi auguro la buona notte
e me ne vado… dormite
svegliatevi… io me ne vado
”.

Inforca le parole sotto braccio come un ombrello e le parole piovono fitte di tralice, come sugli innamorati di Peinet. ‘S’en va’, la parola è quotidiana, come la baguette, sa di pane caldo e di strada sporca al mattino. Satira? Un po’ meno. Dissacrazione? Meno ancora. Scherzo? Forse. Come sopportare, altrimenti la vita?!

Ceux qui croient….
Ceux qui croiente croire
Ceux qui croa-croa

(quelli che credono
quelli che credono credere
quelli che cre-cre…)

La poesia non è per prendersi sul serio. Far critica o dibattito su Prevert è non senso. La poesia va e viene, è estro, divagazione, è l’uccello-lira, con la lunghezza estenuante di una giga interminabile o la battuta di un motto spiazzante, la poesia è quel che viene: satira, polemica, sentimento, favola, elegia, flash, così come un bambino ora gioca a palla, ora al funerale.. né catarsi né trasfigurazione, mangiatevi la poesia finché è croccante, il pane rinasce ogni mattina. Prevert è Prevert, come ognuno è ognuno, io sono io e magari voi siete voi. Le nuvole si specchiano nel bicchiere….

E i vetri ridiventano sabbia
l’inchiostro ridiventa acqua
i banchi ridiventano alberi
il gesso ridiventa falesia
il portapenne ridiventa uccello.

Scrivo come parlo, parlo come passeggio: poesia, antipoesia, argot, naturalezza, doppi sensi, falsi proverbi, sentenze, si disgrega il sistema, si sciolgono le accademie, les savants inciampano, i mezzibusti pencolano, e non c’è niente di più brutto di un mezzobusto di trasverso, tutto si scioglie in un rigagnolo che riflette il sole anche quando non c’è sole. Basta poco per capire, anche la casalinga che si tira a caffellatte e intanto apre la finestra, basta mettere un fiore alla statua baffona, il parapioggia sull’immagine sacra. Ridere distrugge il potere, nulla regge ‘à le rire’, la risata è il nuovo pensiero, vi lava la testa, vi dà la grazia felice di un felice andare. Il pensiero stanca, la città tormenta/ ma se l’uomo ride /l’uomo si accontenta.

Sono andato al mercato degli uccelli
E ho comprato degli uccelli
Per te
amore mio
Sono andato al mercato dei fiori
E ho comprato dei fiori
Per te
amore mio
Sono andato al mercato dei rottami
E ho comprato catene
Pesanti catene
Per te
amore mio
Poi sono andato al mercato degli schiavi
E ti ho cercata

Ma senza trovarti
amore mio

LA BELLA STAGIONE

A digiuno sperduta assiderata
Tutta sola senza un soldo
ferma in piedi una ragazza
Età sedici anni
In Place de la Concorde
Il quindici agosto a mezzogiorno

PARIS AT NIGHT

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
mentre ti stringo fra le braccia

IL DISCORSO SULLA PACE

Verso la fine di un discorso estremamente importante
il grande statista incespicando
davanti al vuoto di una bella frase
ci casca dentro
e smarrito con la bocca spalancata
ansimante
mostra i denti
e la carie dentaria dei suoi pacifici ragionamenti
mette a nudo il nervo della guerra
la delicata questione del denaro.

I RAGAZZI CHE SI AMANO

I ragazzi che si amano si baciano
In piedi contro le porte della notte
I passanti che passano se li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
E se qualcosa trema nella notte
Non sono loro ma la loro ombra
Per far rabbia ai passanti
per far rabbia disprezzo invidia riso
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Sono altrove lontano più lontano della notte
Più in alto del giorno

Nella luce accecante del loro primo amore

NON BISOGNA

Non bisogna lasciar giocare gli intellettuali con i fiammiferi
Perché Signori miei se lo si lascia solo
Il gran mondo mentale miei Sssignori
Non è per niente allegro
Lavora arbitrariamente
Innalzando tutto per sé
Con tante chiacchiere generose sul lavoro dei muratori
Un auto-monumento
Ripetiamolo dunque miei Sissignori
Se lo si lascia solo
Il mondo mentale
Mente
Monumentalmente

LE PIU’ CORTE CANZONI

L’uccello che mi canta nella testa
e mi ripete che t’amo
e mi ripete che m’ami
l’uccello dal noioso ritornello
l’accopperò domattina.

FIESTA

E i bicchieri erano vuoti
e la bottiglia in pezzi
E il letto spalancato
e la porta sprangata
E tutte le stelle di vetro
della bellezza e della gioia
rispendevano nella polvere
della camera spazzata male
Ed io ubriaco morto
ero un fuoco di gioia
e tu ubriaca viva

nuda nelle mie braccia.

LA DISPERAZIONE E’ SEDUTA SU UNA PANCHINA

(La imparai a memoria in francese, in terza media,
la recitavo con tutto il nero della pubertà
E ogni volta che, poi, mi sono seduta depressa su una panchina,
mi è riapparsa nelle orecchie
e mi sono rivista come la figurina grigia del mio grigio libro di scuola
E mi sono sentita un po’ patetica
un po’ ridicola,
un po’ Prevert)

In un giardinetto su una panchina
C’è un tale che vi chiama se passate
Ha un paio d’occhialini e un vecchio abito grigio
Fuma un piccolo sigaro è seduto
E vi chiama se passate
O più timidamente vi fa un cenno
Non bisogna guardarlo
Non bisogna ascoltarlo
Ma tirar dritto
Fingere di non vederlo
Fingere di non averlo neppure sentito
Passare via frettolosi
Perché se lo guardate
O se gli date retta
Vi fa un suo cenno e niente nessuno

Vi può impedire di sedergli accanto
Allora vi guarda in faccia vi sorride
Facendovi soffrire atrocemente
E lui continua il suo sorriso
E voi sorridete esattamente
Di quel sorriso
Più sorridete e più soffrite
Atrocemente
E più soffrite più sorridere
Irrimediabilmente
Restando fissi là
Come congelati
Sorridendo sulla panchina
Bambini giocano a due passi da voi
Passanti passano
Tranquillamente

Uccelli volano
Volano via da un albero
Si posano su un altro
E voi restate là
sulla panchina
E già sapete bene
Che non potrete più
Giocare come quei bambini
Sapete che non potrete più
passare come qui passanti
Tranquillamente

Né che mai più potrete volar via
Lasciando un albero per l’altro
Come quegli uccelli.

TANTE FORESTE

Tante foreste strappate alla terra
massacrate
finte
rotativizzate
Tante foreste per fornire la carta
ai miliardi di giornali che ogni attirano l’attenzione dei
lettori sui rischi del disboscamento.

PRIMA COLAZIONE

Lui ha messo
Il caffè nella tazza
Lui ha messo
Il latte nel caffè
Lui ha messo
Lo zucchero nel caffelatte
Ha posato la tazza
Senza parlare
S’è acceso
Una sigaretta
Ha fatto
Dei cerchi di fumo
Ha messo
La cenere

Nel portacenere
Senza parlarmi
Senza guardarmi
S’è alzato
S’è messo
Sulla testa il cappello
S’è messo
L’impermeabile
Perché pioveva
E se n’è andato
Sotto la pioggia
Senza parlare

Senza guardarmi
E io mi sono presa
La testa fra le mani
E ho pianto.

LA METEORA

Tra una sbarra e l’altra del luogo di detenzione
un’arancia
s’infila come un fulmine
e nel pitale
piomba come una pietra
E il prigioniero
tutto schizzato di merda
risplende
illuminato in pieno dalla gioia
Lei di me non s’è scordata
Lei pensa sempre a me.

MASADA n° 1490 13/10/2013 JACQUES PREVERT

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