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Saturday April 29th 2017

Il compagno Arturo

Stamattina al solito bar per la solita colazione mattutina: solite anziane che fanno chiacchiere davanti al cappuccino freddo che è più una scusa prenderlo per poi passare la mattina al bar a chiacchierare che altro. Non si consuma per quel che si beve, si affitta la sedia per qualche ora.

Io non connetto prima del solito caffè, preso alle ore più disparate: ma che siano le otto o le dieci della mattina scenografia e figuranti non cambiano; il Bar Sirani si sa è fatto così, anche se il barista lo vuole vendere o chiudere da quando lo conosco, ma poi non ci riesce mai.

Preso il caffè, mentre il barista mi parla di poker noto un’assenza e chiedo: “Ma il Bortolozzi? S’è deciso ad andare in vacanza?”
-”Stamattina non è venuto”.

Nella mia via ci sono molti anziani, sempre fedeli alle loro abitudini: se qualcuno manca di solito è per qualcosa di grave, puzza di morte o d’ospedale. Mi chiudo un po’ in me stesso e vado via.

Torno al bar apposta a pranzo e mangio un panino, e chiedo.
Moreno mi guarda un po’ triste e senza tanti preamboli me lo dice: Bortolozzi è andato, s’è addormentato ma non s’è svegliato la mattina dopo.

Torno a casa e penso un po’ a quell’uomo, un “compagno” d’altri tempi, uno che era stato tenuto tra le braccia da Palmiro Togliatti da ragazzino e ancora ne andava fierissimo. Uno che aveva speso la vita a fare l’operaio alla Menarini, che s’era fatto comunque una cultura letteraria, politica e di cinema, che aveva tirato su dei figli, 4. Era vedovo da un po’ e i figli non lo andavano mai a trovare, alcuni troppo impegnati, la figlia in Olanda c’andava da lui ma veniva sempre meno spesso in Italia.

“Si vergogna del suo paese, e un po’ di ragione ce l’ha”- Diceva il compagno Arturo.

Ricordo una mattina che mi ero chiuso fuori di casa senza chiavi, e l’avevo passata al bar in attesa che qualcuno che le aveva tornasse da quelle parti. Parlammo tutta la mattina, non che fosse un gran chiacchierone ma visto che ero incapace di giocare a carte si adattò alla mia compagnia.

Mi raccontò di come aveva pianto la morte di Enrico, del dolore della svolta della Bolognina, della nausea d’andare a votare i Democristiani nel partito, “come se fossero dei nostri quelli lì, ma verranno tempi migliori!”.

Mi raccontò del volontariato alle feste dell’Unità tutti gli anni finché non aveva iniziato a sentire troppi dolori alla schiena. E poi mi stupì dicendo che lui ormai, nemmeno votava più.

“Non so che sia questo PD, ma se ha preso l’eredità del Partito allora, l’eredità è finita ad un figlio degenere.”

Ed io lo ricordo così.
Addio Compagno.

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