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Thursday August 17th 2017

L’ONDA – UN FILM INQUIETANTE

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MASADA n° 1464 21-5-2013 L’ONDA – UN FILM INQUIETANTE

(Goya: Il sonno della ragione genera mostri”)

Viviana Vivarelli

Dal Film:
Quello che manca alla nostra generazione è qualcosa che crei coesione, un obiettivo comune.”
.
“Questo è il nostro simbolo, e come un’onda travolgeremo tutta la città.”

Com’è stato possibile che un intero popolo come quello tedesco, per di più capace di profonda cultura, sia stato affascinato a tal punto dal nazismo da perdere ogni concetto di moralità e ogni autocritica? Il tema del film è dimostrare quanto sia facile riprodurre l’attrattiva del fascismo, per di più con pochi mezzi, tutti esterni, in cui non interviene nulla di ideologico o di filosofico.
Come nasce una dittatura? Quanto è facile passare da una democrazia a un sistema dispotico?

Per spiegarne la genesi del fascismo, il professore di un liceo, insegnante di educazione fisica con un passato da anarchico rockettaro e con un complesso di inferiorità nei confronti degli altri insegnanti, fa uno strano esperimento su una classe di 30 ragazzi, che ha esiti che oltrepassano ogni intenzione pedagogica e finisce in tragedia. Comincia cercando di far capire in pratica cosa sia l’autocrazia ma poi suscita qualcosa di terribile che esce dal suo controllo.
La cosa più grave è che questo esperimento didattico è stato realmente realizzato da un professore americano della California, Ron Jones, alla Cubberly High School di Palo Alto, come parte dello studio della Germania nazista nel 1967.
Da questo fatto è stato tratto un romanzo per ragazzi, che è stato tradotto in italiano. In Germania questo libro è diventato classico della letteratura tedesca per ragazzi. Il film traspone il tutto nel 2008 in un liceo tedesco con nomi tedeschi. L’esperimento avviene in un tempo brevissimo: sei giorni, e nasce dalla domanda: “Quanto è solida la nostra democrazia? Credete che da un Paese democratico, civile e moderno possa scaturire una dittatura?

Non a caso, l’esperimento reale ebbe luogo negli anni ’60, quando si discuteva molto sull’ubbidienza a ordini malvagi, in seguito al processo di Eichmann che aprì una forte polemica sui meccanismi che guidavano i nazisti come degli automi senza alcun senso di autocritica o di morale, che ubbidivano senza alcuna autocritica agli ordini.
Dieci anni dopo un esperimento psicologico simile venne effettuato da un gruppo di universitari di Stanford sui prigionieri di un carcere, anche qui in un tempo brevissimo. Bastarono sei giorni per trasformare quegli studenti in aguzzini, facendo cadere i carcerati in una depressione e stupefazione profonda. Com’era possibile che in così poco tempo un gruppo di persone normali, intelligenti e colte diventassero dei mostri?

(Goya: Sabba)

Citiamo un bellissimo libro “La banalità del male” di Hannah Arendt. L’autrice aveva seguito il processo Eichmann a Gerusalemme, analizzando l’incapacità di Eichmann di ragionare correttamente e di dare giudizi di valore sul proprio operato. I suoi condizionamenti erano così potenti da renderlo incapace di capire quello che aveva fatto. Eichmann si presentava come una persona ‘normale’, ma nella sua normalità c’era l’assoluta incapacità di distinguere il bene dal male.
La Arendt scrisse il suo libro traendolo dalle osservazioni fatte, come corrispondente del settimanale New Yorker, al processo ad Adolf Eichmann, gerarca nazista catturato nel 1960, processato a Gerusalemme nel 1961, condannato a morte il 15 dicembre 1961. La sua esecuzione avvenne il 31 maggio del 1962 per impiccagione.
Il suo processo aveva suscitato molte polemiche: prima di tutto Eichmann non era stato arrestato legalmente ma rapito dai servizi segreti israeliani in Argentina, dove godeva dell’asilo politico, e fu fatto passare clandestinamente in Israele, contro la volontà dell’Argentina. In secondo luogo Eichmann era accusato di crimini contro l’umanità, ma fu giudicato da Israele, che non poteva costituirsi parte civile, perché al tempo dei fatti Israele non era nemmeno uno Stato. Inoltre, dal momento che era Israele a giudicalo e non un tribunale internazionale,il processo risultava la vendetta delle vittime contro un carnefice, perdendo ogni imparzialità.
Il titolo originale del libro era “Eichmann in Jerusalem – A Report on the Banality of Evil”. Dal dibattimento in aula, la Arendt ricavò l’idea che il male perpetrato da Eichmann – come dalla maggior parte dei tedeschi corresponsabili della Shoah – fosse dovuto non a malvagità, ma ad una completa inconsapevolezza.
Il Pm disse: “Noi non facciamo distinzioni etniche”, ma ciò era falso. Il processo fu un vero spettacolo voluto da Ben Gurion, strumentalizzato e offerto al mondo e in particolare ai nemici di Israele, l’imputato, infatti, era accusato di crimini contro il popolo ebraico e di crimini contro l’umanità commessi sul corpo del popolo ebraico.
Eichmann risulta uno studente svogliato, un impiegato poco solerte, una persona banale, di scarsa cultura e bassa estrazione sociale, non sembra un efferato criminale ma una persona mediocre, che andava avanti a forza di inerzia e subiva i condizionamenti sociali perché era poco individuato, privo di iniziativa di scarsa cultura, pronto a vivere di idee altrui, che parlava con frasi fatte. Il Reich gli offrì degli strumenti per sentirsi realizzato.
Secondo la Arendt: nessun Tedesco si sentì responsabile dell’Olocausto. I bravi Tedeschi avevano solo fatto il loro dovere. Eichmann stesso si sentì vittima di un’ingiustizia, ed era profondamente convinto di star pagando per le colpe degli altri: dopotutto, lui era solo un burocrate che faceva il proprio lavoro, ed incidentalmente, questo coincideva con un crimine. Ricordiamo don Milano che comandava il dovere della disubbidienza quando questa coincide con l’esecuzione di un ordine che viola la propria coscienza. Ma la coscienza non è qualcosa di innato, è un conseguimento che si ottiene da una personalità ben strutturata e individuata. La dote più spaventosa di Eichmann era la sua spaventosa “normalità”, la “normalità” dell’uomo comune che è incapace di pensare eticamente in proprio e ha un istinto all’omologazione molto maggiore di quello all’individuazione.

Chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza idee, come lui. Prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee e non si rendeva conto di quel che stava facendo. Era semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, riordinare numeri sulle statistiche, ecc. Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di immaginare cosa stesse facendo”.

Notiamo anche che una personalità poco strutturata manca anche dell’empatia, la possibilità di immedesimarsi nell’altro che allontana l’uomo dalla vera realtà e che lo fa agire come un automa, coma l’ingranaggio di una macchina. L’appartenenza vince sull’individuazione, l’ubbidienza sul senso critico, l’omologazione prende il posto della coscienza. Non esiste coscienza nell’uomo omologato. Per questo, tutti i sistemi fascisti, come la stessa democrazia, tendono a trasformare l’uomo da essere pensante attivo in consumatore passivo (Berlusconi, in un suo discorso, invece di dire “elettori”, disse “consumatori”). per questo i media tendono a rendere passive e omologate le persone fin da quando sono piccole, subissandole di messaggi pubblicitari (si vedano le pubblicità nei programmi per bambini sulla tv italiana che non esistono, per es., nella tv inglese), così che fin da piccolo uno sia abituato a credere che la sua felicità consista nel possesso di oggetti o nell’imitazione di modelli di mercato. La scuola prosegue quest’opera di subordinazione e passività, imponendo didattiche e pedagogia atte a perpetuare il “non pensiero”, la massificazione e punendo l’individuazione, l’originalità la creatività, il senso critico, la diversità. Tutti i media partecipano a questo lavoro di omologazione, in cui la politica si impone attraverso il marketing, la moda, la chiesa, il martellamento mediatico, la disinformazione come strumento di governo, il rispetto della gerarchia, la divinizzazione dei leader, la carriera come premio al raccomandato, all’omologato, le imposizioni del partito o del lavoro o dell’ambiente, l’uso di pregiudizi, lo smantellamento progressivo di ogni strumento di democrazia dal basso.
Da tutto questo risulta che ciò che chiamiamo democrazia non è che una riverniciatura superficiale su un quadro di dispotismo, del resto i primi e fondamentali articoli della nostra Costituzione non sono mai stati realizzati in 65 di Repubblica, mentre i partiti hanno sempre più assunto caratteri totalitari antidemocratici di difesa di una “casta” e di offesa al cittadino e ai suoi diritti. Se la democrazia può facilmente cedere all’autocrazia, è perché i suoi fondamenti sono fragili, proprio perché il sistema impedisce, dalla casa, alla scuola, al lavoro, ai media, al mercato… che questi fondamenti si radichino nel cittadino mostrandogli la sua natura effettiva di “suddito” e spingendolo a una rivendicazione di quel potere dal basso che solo può risiedere in personalità libere e consapevoli, informate e giudicanti, e che solo costituisce la vera natura della democrazia contro ogni piramide di potere che si spaccia per tale. Ne è prova l’attacco che la partitocrazia italiana sta oggi sferrando contro “i Movimenti” e tutto ciò che nasce dal popolo contro il totalitarismo del potere, concentrato e perpetuato in modo addirittura ereditario. Purtroppo, finché la massa dei sudditi non si renderà conto che 65 anni di falsa democrazia non sono stati altro che l’imbrigliamento della volontà popolare sotto una Casta consolidata a vita che ha esercitato di fatto una oligarchia, parlare di democrazia sarà solo una beffa. La democrazia può nascere solo dal desiderio di autonomia morale e indipendenza critica dei cittadini. Finché queste doti non emergeranno e non si consolideranno in un numero abbastanza alto di persone, avremo solo autocrazie travestite da democrazia, che della democrazia conservano solo l’apparato formale.

Scrisse la Arendt : “La manifestazione del pensiero non è la conoscenza; è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto.

“Eichmannn non era stupido, era semplicemente senza idee. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme. Ma era una lezione, non una spiegazione del fenomeno, né una teoria.”

Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.”

Vi furono solo poche persone, nel Terzo Reich, che approvarono incondizionatamente i crimini, ma furono molti assolutamente quelli pronti a commetterli.” Molti di loro dissero che avevano delle responsabilità sociali, che ognuno doveva fare il proprio dovere per il bene di tutti, che non si poteva fare diversamente, che gli ordini dovevano essere obbediti.
La debolezza dell’argomentazione sta nel fatto che essi non capirono che, scegliendo il male minore, sceglievano comunque il male.

Ogni organizzazione esige obbedienza. Nessun uomo malvagio di potere può fare quello che fa senza l’aiuto di altri. Ma nella coscienza non esiste la morale come ubbidienza. La legge morale dovrebbe essere al di sopra di qualunque potere e di qualunque ubbidienza. E dovrebbe implicare la disubbidienza dell’ordine se questo è malvagio.

William Allen, nel 1965, scrisse una ricerca su “Come si diventa nazisti”, sui modi, cioè, con cui una democrazia può arrivare alla dittatura.

Cristopher Browning, nel 1992 (in “Uomini comuni”) ha analizzato il battaglione 101 della Ordnungspolizei, 200.000 vigili urbani, gli Schutzpolizei, che costituirono la scorta di molti convogli di deportati verso i campi di concentramento nazisti e alcuni di loro compirono anche massacri di ebrei civili inermi. Per quanto fossero inorriditi dagli ordini e per quanto sapessero che avevano l’impunità se non compivano i massacri, li fecero lo stesso al 90%, per quel distacco disumano che si prova in guerra, per il senso di appartenenza al gruppo e per ubbidienza cieca all’ordine e i pochi che rifiutarono furono emarginati con disprezzo dagli altri.

C’è un celebre quadro di Goya che tutti conoscono intitolato: “Il sonno della ragione genera mostri”.
Il fatto è che noi siamo il risultato di una lunghissima evoluzione, in cui inizialmente non eravamo umani ma rettili. Poi con un lavoro di millenni, sul cervello rettile si è impiantato un cervello mammifero e sopra questo un cervello superiore.
Creare una struttura di gruppo è un lavoro che affonda nel cervello rettile, una parte di noi ancestrale e primitiva, che non viene mai meno e che può sopravanzare il cervello mammifero o il cervello superiore in determinate situazioni. Uno dei fondamentali e più antichi bisogni umani è la ricerca di sicurezza che si ottiene con l’appartenenza a un gruppo, appartenenza che passa anche per fattori esterni di omologazione, bandiere, slogan, distintivi, comportamenti omologati ecc… Nel film l’omologazione del gruppo passa per il nome, il logo, la divisa, il saluto, ordini brevi e quasi militari, un dato comportamento, una progressiva perdita dell’identità personale.
I due meccanismi psicologici fondamentali in gioco sono l’“appartenenza” e l’“esclusione”.
A poco a poco, ognuno si attacca al gruppo come una sublimazione di se stesso e odia come estraneo e nemico chi non vi appartiene.
Essere accolti, far parte di.., sentirsi uniti a.. , non restare soli, non essere emarginati… è fondamentale per alcuni per combattere un senso di isolamento, disgregazione, paura e di sbigottimento.
Qualche analista ha scritto che il male del nostro tempo è la sindrome abbandonica. Molti di noi si sentono abbandonati, dalla famiglia, dallo Stato, dalla Chiesa, dalla scuola, dalla società, e cercano nel gruppo quelle sicurezze che non sanno darsi come persone. Ci sono ambienti o situazioni o tempi che amplificano la paura e ci riportano alla mente primitiva dell’orda, dove la punizione più grande era essere espulsi dal gruppo, perdere “la pace della tribù”.
Quando l’intorno è percepito come ostile o il futuro si vanifica, l’uomo accentua i propri elementi primordiali: può essere un ambiente suburbano degradato, una periferia metropolitana, gruppi diversi per razza, pregiudizio sessuale, etnia o censo… tempi di insicurezza economica, guerra.. L’uomo ha paura e cerca nel gruppo la sua sicurezza, esaltando nell’insieme la propria identità fragile.
Per cui l’omologazione crea da una parte una effimera sicurezza, dall’altra l’odio al diverso, all’estraneo, che può essere anche solo chi fa scelte etiche diverse o si veste in modo diverso o ha un colore della pelle o uno status o una ideologia che non sono quelli del gruppo.

Questo film pone ognuno di noi davanti a un’analisi personale: quanto c’è nei nostri sentimenti di odio sociale che dipende da pregiudizi ambientali, culturali, dettati dal potere? Quanto c’è nel comportamento di ognuno e nella sua valutazione etica che sia condizionato in modo esogeno?
La domanda è necessaria per poter pensare qualunque etica, che, come tale, esiste solo nel libero giudizio, ma si situa inevitabilmente in un tempo, in un modo, in uno spazio. Ma un giudizio morale, per essere tale, non può dipendere da condizionamenti esogeni, non può esistere come omologazione o pregiudizio, convenzione o omologazione, dovrebbe essere la cosa più persona e individuale in cui ci manifestiamo, qualcosa che in assoluto non esiste, è una utopia, perché siamo esseri comunque condizionati ma è tuttavia qualcosa verso cui dovremmo cercare di andare.

Luciano Galino, nell’introduzione italiana del libro di Allen, scrive: “La fine della democrazia è sempre possibile. Oggi come allora, i nemici della democrazia circolano numerosi tra noi, ma stanno anche dentro di noi, nel perenne conflitto tra il bisogno di sicurezza, la paura del futuro e del dover scegliere e il desiderio di libertà e la volontà di non sottostare a nessun capo che decide per noi quello che va bene per noi”.

I ragazzi dell’Onda cercano dei simboli esterni tangibili che li caratterizzino come “gruppo” e impongono il loro potere sul territorio attraverso il loro logo, come fanno i felini che “segnano” il territorio, spargono nell’intera città il logo dell’Onda per mezzo di adesivi e bombolette spray, verniciando addirittura il telo dell’impalcatura sul municipio. Praticano l’archetipo “appartenenza/esclusione” “amico/amico” con situazioni in cui solo i membri del movimento sono autorizzati a partecipare, osteggiando e discriminando tutti gli altri.
Un giovane in particolare, Tim, un ragazzo che sin dall’inizio del film mostra come insicuro, disadattato e psicolabile, privo di un contesto familiare, che cerca “l’appartenenza” a un gruppo regalando droga ai compagni, cerca la personalità forte a cui sottomettersi per identificarsi in modo ossessivo col gruppo, visto che solo al suo interno riesce a sentirsi finalmente accettato. Egli si propone perfino di diventare la guardia del corpo di Wenger e cerca di entrare nella sua famiglia o di compiacerlo in ogni modo.
Ma sono interessanti anche gli stereotipi di altri ragazzi: Marco, il bravo cittadino comune, che sogna cose comuni: un lavoro impiegatizio, una casetta, una moglie, dei figli, una casa a schiera. Il ragazzo che si sente isolato perché turco; l’altro che viene dalla Germania dell’est e cerca una unificazione anche simbolica; il ragazzo povero che non può comprarsi la camicia bianca; Karo, l’individualista, che fiuta subito la pericolosità fascista e manipolatoria dell’esperimento.
Il film comincia nel tipico disordine adolescenziale: pub, rock, droga, alcool, abbigliamento alternativo ma omologato, degrado ambientale… Da notare la scena della spiaggia, desolata, incolta, disseminata di resti di auto e immondizia, che tuttavia sembra “bellissima” al ragazzo, perché la festa li unisce e permette ad ognuno di loro di sentirsi di più.
Da notare anche la cura estrema della musica, un rock d’epoca che diventa sempre più frenetico via via che il fanatismo cresce come un’onda, mentre i momenti di riflessione o tragedia si isolano in un silenzio totale.
Via via che rapidamente la manipolazione si diffonde, la forza dell’Onda è sempre più dirompente e ben presto il progetto sembra sfuggire di mano al suo stesso ideatore, il quale non riesce a porvi fine (Wenger, infatti, soffrendo di un complesso di inferiorità rispetto agli altri professori, si sentirà estremamente coinvolto dal gruppo, rendendosi “cieco” a quello che il gruppo sta in realtà diventando, perché attraverso l’esperimento fa venire alla luce la sua stessa vena dispotica finché questa conduce a tragiche conseguenze. Alla fine, quando il professore deciderà di sciogliere il movimento, cercando di dimostrare ai ragazzi che il fanatismo porta alla follia, Tim, vedendo distrutta l’unica cosa in cui credeva e che lo sublimava, precipita la tragedia.
L’iniziale convinzione degli studenti sull’impossibilità della nascita di una nuova dittatura in Germania risulta così clamorosamente e dolorosamente smentita dai fatti. Wenger, responsabile dell’accaduto, viene arrestato.

Nel film il tema del diverso è stata ampliato con l’introduzione di tre nuovi personaggi: Sinan, che è un ragazzo turco; Kevin, che è un bullo aggressivo; Dennis, che proviene dalla Germania Est e viene deriso come “Ossi”, e la conclusione è più estrema del romanzo in cui non c’è un finale così violento.

Il regista ha studiato lo slang dei ragazzi, ha usato un montaggio visivo e sonoro e una tipizzazione dei protagonisti che rimanda ai classici teen-movie americani, tipo videoclip, attento alle tendenze musicali giovanili e usando i più tipici personaggi dei licei, descritti in maniera rossa ma vitale.
C’è un momento in cui il dialogo è forzato e non attinente a degli adolescenti e si parla delle cause che possono condurre al totalitarismo: globalizzazione, crisi economica, disoccupazione, iniquità sociale, nazionalismo e xenofobia.
L’esperimento, che doveva durare solo un giorno, finì per estendersi a tutta la scuola e per sfuggire tragicamente di mano al suo ideatore quando il movimento acquistò vita propria: gli studenti non aderenti furono picchiati o emarginati, gli stessi membri si spiavano a vicenda ed erano pronti a diventare delatori. Si sprigionarono forti istanze viscerali e aggressive. Per impiantare l’autocrazia, ovvero un sistema dispotico e fascista, occorreva eliminare la democrazia, ma questo è una verniciatura così sottile sulle nostre passioni istintuali che può perire in breve tempo. In un sistema democratico ci sono degli anticorpi che dovrebbero svilupparsi: il senso critico, la formazione di un’etica autonoma, lo sviluppo di personalità individuali e non omologate. Per questo i sistemi dispotici non premiano il merito, la qualità, l’intelligenza, ma fanno avanzare l’ubbidienza, la cortigianeria, l’ubbidienza cieca e acritica. Uno dei modi per sviluppare un atteggiamento democratico è, nella scuola, l’applicazione di pedagogie atte a sviluppare la sintesi, il senso critico, il dibattito, la scelta, mentre la scuola è, per sua natura, dispotica, crea gerarchie, situazioni di ubbidienza passiva al superiore, dove non si premia l’individuazione ma l’omologazione (si noti nel film come l’esperimento piaccia subito alla direttrice del liceo, perché rappresenta “l’ordine”).
Il motto dell’Onda era:”Forza attraverso la disciplina, forza attraverso l’unione, forza attraverso l’azione, forza attraverso l’orgoglio“. Sembrano belle qualità, ma, se esasperate, portano al disastro, e infatti al quinto giorno il docente si vide costretto a sospendere la prova.

A questo episodio si è ispirato anche il romanzo di Morton Ruhe, Die Welle (L’Onda), diventato un classico della letteratura tedesca per ragazzi. Ricordiamo anche lo special TV “The Wave” del 1981 e vari adattamenti teatrali Nel 2010 Jones ha messo in piedi uno spettacolo teatrale musicale chiamato “The Wave”, scritto con alcuni degli studenti del corso.

Da wikipedia:
Jones scrive che iniziò il primo giorno dell’esperimento lunedì 3 aprile 1967 con cose semplici come il corretto modo di sedersi, addestrando gli studenti finché questi erano in grado di arrivare dall’esterno della classe fino alle proprie sedie e prendere posizione nel modo corretto in meno di 30 secondi senza fare alcun rumore. Procedette quindi con una ferrea disciplina in classe emergendo come una figura autoritaria e migliorando significativamente l’efficienza.

Jones chiuse la sessione del primo giorno con alcune regole che sarebbero state da intendersi per un esperimento di un solo giorno. Gli studenti dovevano essere seduti attenti prima della seconda campana, dovevano alzarsi in piedi per fare domande o rispondere e dovevano farlo usando tre parole od anche meno ed era loro richiesto di anteporre in ogni caso “Signor Jones”.

Nel secondo giorno organizzò le cose in modo da mescolare il suo corso di storia in un gruppo con un supremo senso della disciplina e della comunità. Jones diede nome al movimento “The Third Wave” (La Terza Onda) derivando questo dalla credenza comune che la terza in una serie di onde è l’ultima e la più larga. Jones creò un saluto simile a quello del regime nazista e ordinò ai membri della classe di salutarsi vicendevolmente in quel modo anche al di fuori della classe. Ognuno di loro si attenne a questo comando.

L’esperimento prese vita per conto suo, con studenti che da un po’ tutta la scuola vi si univano: il terzo giorno la classe si allargò dagli iniziali 30 studenti a 43 partecipanti. Tutti gli studenti mostrarono un drastico miglioramento nelle loro abilità accademiche e una motivazione straordinaria. Ad ogni studente venne fornita una “card per i membri” e ad ognuno fu assegnato un compito speciale (come disegnare lo striscione del movimento, bloccare l’entrata ai non-membri, eccetera). Jones istruì gli studenti su come fare un’iniziazione ai nuovi membri, e per la fine del giorno il movimento aveva già oltre 200 partecipanti. Jones fu sorpreso quando alcuni degli studenti iniziarono a riferire a lui nel momento in cui altri membri fallivano nel tollerare le regole.

Giovedì, il quarto giorno dell’esperimento, Jones decise di porre fine al movimento perché ne stava perdendo il controllo. Gli studenti divennero incredibilmente coinvolti nel progetto e la loro disciplina e lealtà al progetto era sbalorditiva. Annunciò ai partecipanti che il movimento era solo una parte di un movimento a livello nazionale e che nel giorno seguente un candidato presidenziale del movimento ne avrebbe annunciato pubblicamente l’esistenza. Jones ordinò agli studenti di partecipare ad una manifestazione a mezzogiorno del venerdì per testimoniare all’annuncio.
Invece di un discorso televisivo del loro leader, agli studenti venne presentato un canale vuoto, con del cosiddetto “rumore”. Dopo alcuni minuti di attesa, Jones annunciò che tutti loro avevano preso parte ad un esperimento sul fascismo e che tutti quanti avevano volontariamente creato un senso di superiorità che i cittadini tedeschi avevano nel periodo della Germania nazista. A quel punto il professore mostrò loro un film sul regime nazista. Quella fu la fine dell’esperimento.”

Il casting per ricostituire la scolaresca è stato lungo e difficile, quasi un anno di provini per trovare i giusti allievi della classe. Molta cura è stata data alla fotografia, con un forte senso di realismo; lo stesso Ron Jones, dopo aver visto i primi spezzoni del film, ha detto: “Avevo la sensazione di esserci anch’io, dentro quella classe, di farne parte, anziché osservarla da fuori“.

(Posso notare che il film è forte e picchia su parti molto profonde di noi, con immediate identificazioni che portano a galla i nostri problemi. Io, per esempio, ho subito una fascinazione con lo stesso insegnante, esprimendo la mia parte fascista e dispotica. Mi sarebbe “piaciuto” essere io la promotrice dell’esperimento, il che è grave).

Nato quasi come un gioco, l’esperimento di autocrazia cresce su se stesso come una valanga. Gli studenti emarginati si uniscono ai bulli sotto il comando dittatoriale del professore, i più disadattati si sentono finalmente parte di un gruppo che diventa sempre più una sorta di squadrismo, mentre una colonna sonora che pompa musica rock accompagna l’escalation di fanatismo.

Un’esperienza che non rifarei mai” dice oggi Jones (invece la ripeté con dei ragazzi ancora più piccoli). “Mi sono imbattuto in un lato primordiale della psiche umana che potrebbe essere utile conoscere“.
La dittatura trova terreno su cui crescere tra insoddisfazioni, paure, disagi. “L’esperimento ha funzionato perché molti di quei ragazzi – molti di noi, anche – erano smarriti, non avevano una famiglia, non avevano una comunità, non avevano un senso di appartenenza. E a un certo punto è arrivato un insegnante a dirgli: ‘Io posso darvi tutto questo’“.

Ognuno di noi dovrebbe chiedersi: “Ma se io fossi stato al tempo di Hitler, cosa avrei fatto?
E non crediate che i nostri tempi siano totalmente diversi.


..

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