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Tuesday December 12th 2017

OLTRE LO SPAZIO E IL TEMPO

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(Le immagini sono da Vincenzo Balsamo)

MASADA N° 1435. OLTRE LO SPAZIO E IL TEMPO

Parapsicologia, lezione 9
Viviana Vivarelli

Oltre lo spazio e il tempo – Immagini ipnagogiche – Premonizioni di guerra – Segni di morte: la farfalla – La psicometria – Qual è la posizione mentale necessaria a uscire dallo spazio-tempo? La vacuità – Psicometria ambientale – Il deja vu

TESTIMONIANZA
PROBABILE IMMAGINE IPNAGOGICA

Ho visto una volta una immagini che alcuni avrebbero interpretato come un’apparizione mariana o una visione fantasmatica. Propendo a credere si trattasse di una immagine ipnagogica.
La nostra mente svolge continuamente un’attività bioelettrica, le onde mentali sono visualizzabili come variazioni elettriche di campo e possono posizionarsi su varie frequenze; quando da una banda si passa a un’altra si hanno situazioni intermedie molto interessanti.

In India e in Tibet si studiano da migliaia di anni queste situazioni intermedie, mentre noi conosciamo 4 o 5 stati di coscienza, connotati da frequenze diverse, in India già duemila anni fa si studiavano 121 stati di coscienza diversi ed essi venivano insegnati nelle università indiane.
In Tibet gli stati intermedi sono detti bar-do=passaggio. La vista stessa nel suo insieme è un grande bardo, cioè una condizione dell’energia tra uno stato, prima dell’incarnarsi, e un altro, quello in cui saremo dopo la morte. All’interno della vita una situazione di variazione di coscienza è quella tra la veglia e il sonno (stato ipnopompo) e quella al momento del risveglio, dopo il sonno (stato ipnagogico). Ambedue queste situazioni possono produrre visioni realistiche. Quando la coscienza si trova nel crinale tra uno stato a un altro, in qualche modo è come se fosse divisa tra entrambi senza distinguerli. Delle immagini che possono assalire il dormiente prima dell’addormentamento non diciamo molto perché sono in genere residui molto forti della situazioni diurna, forme di incubi non significativi, per quanto a volte altamente disturbanti.
Sono invece interessanti le immagini del risveglio, quando usciamo dallo stato di sonno profondo ma ancora non siamo completamente svegli. Può accadere allora che le visioni del sogno invadano la stanza e anche a occhi aperti o seduti o addirittura in piedi si abbiano visioni che sembrano reali e oggettive ma sono solo proiezioni della nostra mente sognante nell’ambiente esterno, fantasmi mentali proiettati fuori di noi, come se la mente fosse un proiettore cinematografico e l’ambiente intorno a noi lo schermo.

Vi racconto cosa mi accadde.
Mia figlia diciassettenne era partita per un campo scout in Dalmazia, quindi oltre il confine, il tempo era terribile, era venuto un furioso temporale ma i ragazzi erano partiti intenzionati a fare un campo di tende all’aperto. Tutto questo mi aveva agitato abbastanza. Non era la prima volta che gruppi scout avevano agito con leggerezza e si erano trovati poi in difficoltà.
Quel giorno avevo rivisto un vecchio film su Bernadette Soubirous, non so perché questa vecchia pellicola mi mette sempre in uno stato molto strano, soprattutto resto colpita ogni volta dal modo con cui la Vergine si presenta come una forma diafana sull’albero, c’è qualcosa in me che si agita e si smuove come se dovessi ricordare qualcosa che non ricordo, come se la cosa mi appartenesse ma mi sconvolgesse.

Così ero andata a dormire in uno stato d’animo particolare, mentre la tempesta infuriava e io pensavo agli scout che rizzavano le loro tende in quel ciclone e me li vedevo, non so perché vicini al mare, in una zona di scogli, molto in pericolo.
Alle due e venti in punto qualcosa mi ha svegliato di colpo come fosse una forte presenza e sono scattata a sedere nel letto. Alla mia destra contro il muro sorgeva diafana un’immagine bianca di donna.
Ora devo spiegare che nella mia casa non ci sono immagini religiose, ho una collezione di angioletti perché mi piace la figura dell’angelo bambino, ma niente Madonne o crocifissi. C’è una sola piccola immagine di Madonna col Bambino, una stampa ingiallita del 1700 che fu ritrovata in una stalla e poi finì, non so come, nel cassetto di un bar e io la trovai sotto la carta del fondo quando mio padre comprò quel bar. La cosa curiosa dell’immagine è che la Madonna ha lo stesso volto elegante e gentile della madre di mio marito che morì di leucemia quando lui aveva 18 anni.
Solo per questa curiosa somiglianza l’abbiamo fatta incorniciare e ce la siamo sempre portata dietro nei vari trasferimenti, come un nume tutelare.
Era proprio davanti a quell’unica immagine sacra che io vidi allora la sagoma di una donna, una giovanissima donna piccola di statura, forse un metro e sessanta, col viso ovale e grazioso, sospesa per aria, vestita di bianco con un velo bianco che le copriva il viso scendendole attorno. Vedevo con chiarezza i suoi occhi e confusamente i capelli legati dietro. La figura teneva le braccia stese verso il basso leggermente aperte e mi guardava tranquillamente in silenzio. Non era proprio solida come una persona reale ma densa e insieme nebulosa come fosse fatta di una luce al neon molto chiara ma non forte e non trasparente. L’immagine ebbe la persistenza di alcuni secondi, ma a me sembrarono minuti, perché guardai la sveglietta digitale, che dà una leggera luminosità nella stanza, la guardai due o tre volte e lessi e rilessi l’ora, e per farlo dovevo sporgermi in avanti, quindi distolsi lo sguardo diverse volte dall’immagine, poi tornai a guardarla ed era sempre là.
Io avevo i capelli ritti in testa per lo spavento e gridai forte: “Nicoletta!” perché pensai che era successo qualcosa e quello era il fantasma di mia figlia. Non pensai minimamente a Madonne o fantasmi ma a una premonizione di morte.
L’immagine sostò quietamente nel mio sguardo per un tempo che a me parve lunghissimo poi, lentamente, prese a sparire.
Per il resto della notte non potei chiudere occhio e continuavo a guardare la parete vuota, completamente terrorizzata.
In realtà nulla era successo. Mia figlia aveva dormito in un convento. Tutto era andato bene. Forse il rumore di un tuono mi aveva svegliata, non il lampo perché le tapparelle erano chiuse. L’immagine apparteneva probabilmente al genere delle visioni ipnagogiche, la paura per mia figlia si era unita all’immagine vista nel film della Madonna di Lourdes, il risultato era stato un’immagine persistente, oltre il livello onirico, che la mia mente aveva proiettato nella stanza con grande realismo.

Quando l’ignoto si presenta noi proviamo a razionalizzarlo, ma il terrore senza nome, quello, resta radicato in noi, al di là di tutte le spiegazioni della nostra mente. Siamo allora in una notte senza tempo, come esseri primitivi privi di difese e anche solo ricordarlo, molto tempo dopo, ci getta nello stesso sgomento come in un oceano vuoto di certezze.

PREMONIZIONI DI GUERRA

Molti popoli pensano che esista un luogo possibile, dove spazio e tempo non sono separati e distesi come noi li conosciamo, ma contratti e unificati in un tòpos senza misura, ovvero una situazione o caratteristiche adimensionale e, se anche spazio e tempo non fossero quello che noi diligentemente conosciamo, come sequenze ordinate di vicini e successivi, ma avessero una valenza che si situa nella qualità e quantità della vibrazione, sempre accadrebbe tuttavia che certe vibrazioni del vitale sarebbero più forti delle altre, tanto forti che un sensitivo potrebbe captarle anche prima del loro accadere, così come la caduta di un sasso in mezzo a un lago potrebbe essere colta da chi la coglie dalla riva del prima e da chi la vede dalla riva del poi come onda che si allarga. Per noi è facile immaginare un’onda che si propaga nello spazio, più difficile pensare a un’onda che si propaga nel tempo.
Potremmo immaginare un piano dell’esistente dove le cose non conseguono ma brillano istantanee per sempre, come un universo di luci eterne. In quell’universo le luci più vivide sarebbero quelle del cambiamento dell’energia, i punti di passaggio, la morte, la guerra, il male, il trapasso della luce nelle tenebre o il viceversa. La mia ipotesi allora è che le informazioni più forti sarebbero quelle delle forti varianze di energia, i bruschi cambi d’onda.
Queste luci potrebbero irradiarsi tutt’attorno ed essere percepite nel nostro universo dimensionale prima dell’accadimento stesso, solo perché la loro varianza crea una risonanza maggiore.
Per questo sono sempre state molto forti nella storia della veggenza le premonizioni relative alla guerra.
Una di queste, molto celebre, viene citata da Terzani nel suo libro “Un indovino mi disse”.

“In Cambogia non dormivo mai bene. C’era qualcosa nell’aria che la notte, con il silenzio, tornava a galla, mi alitava attorno, mi faceva stare in guardia e mi impediva di abbandonarmi alla profondità del riposo. Anche quando mi addormentavo era sempre per un sonno breve, leggero, da cui mi svegliavo in continuazione per risentire quella presenza, per guardarmi attorno a non vedere niente. Nessuno.
Durante la guerra non mi era mai capitato. Incominciò, viaggiando nel paese, la prima volta che ci tornai poco dopo la caduta di Pol Pot.
Quello che era successo in Cambogia dal 1975 al 1979, sotto il regime dei Khmer Rossi, sfidava ogni fantasia dell’orrore, era più spaventoso di qualsiasi cosa un uomo potesse immaginarsi. L’intera società era stata rovesciata, le città abbandonate, le pagode distrutte, la religione abolita e la gente regolarmente massacrata in una continua orgia purificatrice. Forse due milioni di cambogiani, un terzo della popolazione erano stati eliminati. Cercai quelli che avevo conosciuto e non trovai nessuno
. Erano tutti finiti a “fare da concime nei campi”, dicevano i Khmer Rossi, dovevano, almeno come cadaveri, servire a qualcosa.
Viaggiai per un mese attraverso un paese martoriato a raccogliere testimonianze di quella follia. La gente era così atterrita, così inebetita dall’orrore, che spesso non riusciva a raccontare o non voleva farlo. Nelle campagne mi venivano indicati ”i centri di raccolta per l’eliminazione dei nemici”, di solito vecchie scuole, dove restavano tracce delle torture, i pozzi dove non era possibile più bere perché riempiti di morti, le risaie dove a volte non si poteva camminare senza pestare le ossa di quelli che a colpi di bastone, per risparmiare le pallottole, erano stati massacrati. Dovunque si scoprivano nuove fosse comuni… alcuni non riuscivano a salire su una palma da quando i Khmer Rossi avevano usato gli alberi per mettere alla prova le loro vittime e decidere chi dovesse vivere e chi morire
. Quelli che riuscivano ad arrivare fino in cime erano considerati contadini da utilizzare, gli altri intellettuali da eliminare.
Da allora la Cambogia non fu più la stessa, l’invisibile carica di dolore che si era accumulata nei 4 anni di Pol Pot riempiva l’aria, appesantiva ogni silenzio, rendeva insonni le notti….
Da centocinquanta anni si era diffusa in Cambogia una predizione, compariva in varie stesure ma diceva sempre le stesse cose.
“ Ci sono le case
ma non gli abitanti
Ci sono le strade
ma non i passanti
Ci sono le scale
ma non chi le sale
I corvi neri

appaiono inermi
ma dentro il frutto
ci sono i vermi
Solo ad Angkor si fa festa
ma dell’umanità non resta
che chi sta dove poggia
l’ombra di un albero
della pioggia

Veniva chiamata la profezia di Buddha. Terzani aveva cercato uno studioso del buddhismo khmer che gli aveva detto un’altra versione, trovata in manoscritti di duecento anni prima e forse ancora più antica.
Verso la metà dell’era buddhista (Buddha nasce nel 543 a.C. e la sua era dura 5000 anni, la metà è appunto il 1957) un palazzo d’oro e d’argento nascerà all’incrocio dei quattro fiumi (Sihanouk aveva fatto costruire un casinò all’incrocio del Mekong con altri tre fiumi).
Dopo di quello ci sarà nel paese una grandissima guerra e il sangue delle vittime arriverà fino al ventre degli elefanti (la guerra americana e poi i massacri di Pol Pot.)
La religione verrà eliminata (Pol Pot mise la religione al bando, distrusse le pagode e uccise quasi tutti i monaci).
Poi arriverà un uomo travestito da cinese (Sihanouk quando tornò da Pechino) accompagnato da un elefante bianco con le zanne blu (i veicolo bianchi dell’ONU con i soldati coi berretti blu, bianco e blu sono i colori dell’ONU).
Ci sarà un’altra breve guerra finché un monaco non riporterà le sacre scritture dalle montagne Kulen (una delle basi dei Khmer Rossi) e cambierà il nome del paese da Kampuchea in Nagar Bankat Puri (il primo nome del paese era Kampuchea che vuol dire ‘kahrma di dolore’).
Solo allora regnerà la felicità, tutte le malattie spariranno, ogni uomo avrà 5° mogli e vivrà fino all’età di 220 anni.
Beh, insomma…

FARFALLA (testimonianza di Livia)

La mia strada si è intrecciata con quella di Carla, molto tempo fa. Ho cominciato a lavorare con lei in primavera, nel periodo in cui si rinnova il ciclo vitale e tutto ricomincia in un cerchio senza fine. Come collega già la conoscevo ma non avevamo mai lavorato insieme. Ciò che mi ha sempre colpito in Carla fin dalla prima volta è stato il contrasto tra il suo modo di vestire colorato quasi zingaresco ma sempre armonioso, e il suo modo di essere, riservato, controllato, ma con un qualche cosa di triste, come raggelato. Una donna ferita.
Nel tempo siamo diventate amiche: io a parlare spesso di me, della mia vita, delle esperienze fatte e ultimamente degli incontri speciali: Stanley, Duane Hollow Horn Bear.. di questo cercare un qualche cosa nuovo o antico, un percorso interiore che avevo cominciato nel 97. Lei ad ascoltarmi paziente, con il suo modo di parlare più pacato, riservato
.
Questa amicizia nel tempo è cresciuta bella stima e rispetto reciproci.
Nell’estate del ’96 Carla viene operata d’urgenza di un tumore; non so come, ma ‘sento’ che questa storia non è finita, la spalla sinistra mi ‘ pizzica’ troppo.
Carla affronta la malattia con coraggio.
Siamo vicine; a volte lei parla della sua malattia, delle cure, di ciò che potrebbe succedere, della vita, della morte, della fede. Oppure restiamo in silenzio. Io continuo a parlare della spiritualità, di quello che mi succede, dei sogni che faccio: in alcuni c’è anche lei. Mi fa molta tenerezza, mi sembra un fiore che si è dimenticato di essere tale.
Gennaio 98, un altro intervento per cercare di portare via quel tumore che si è trasferito altrove.

Tenera, dolce Carla! Sul comodino in ospedale c’è il piccolo angelo e la stellina che Luisa ed io le abbiamo regalato per Natale.
Il giorno del mio compleanno arriva un regalo a sorpresa: una acquasantiera in terracotta con un biglietto: “Che la gioia di vivere non appassisca mai! Carla” Mi è sembrato il regalo più bello che Carla potesse farmi. Poco tempo prima mi aveva detto che sua madre era nata il 28 febbraio.Proseguono altre cure e periodi di assenza dal lavoro.
Ritorna la primavera, i suoi colori, i primi caldi. Quest’anno le farfalle mi sembrano tantissime e bellissime.
Giugno: Carla è a casa per le cure. Il fine settimana le telefono per un saluto; non risponde nessuno, spero che siano in montagna. Dubito però, la spalla mi ‘pizzica’ troppo.. Richiamo la domenica sera, Carla è in ospedale e le cose non vanno affatto bene, è peggiorata.

Vado a trovarla, mi sorride e fa un gesto come dire: “Visto cosa mi succede?” . Al momento non so che dire, a volte le parole non servono più di tanto, ma penso che essere lì sia importante per me, per lei.
Esco dall’ospedale e tutto il dolore che ho provato esce con forza e lo lascio andare. Piango e tutto piange. Sono una lacrima, un fiume di lacrime. Carla sta morendo.
E ritorna un antico dolore, un’altra lunga malattia, un’altra morte: mio fratello. Sento che c’è un perché in tutto questo che sta accadendo- nulla accade per caso- perché la mia strada si è incrociata con quella di Carla.
E’ come se mi fosse stata offerta un’altra opportunità, di riparare a un qualche cosa del passato. Comincia così questo accompagnamento alla morte: un giorno sì uno no verso sera vado in ospedale, da Carla
. Tutto sembra così strano e nello stesso tempo tutto è così normale. Dicevano che sarebbe stata un’estate calda, caldissima, è vero. Il caldo sembra dilatare ogni cosa. Ogni giorno alle 14 esco dal lavoro, vado a casa, mi rinfresco poi mi parcheggio sul divano. Non posso fare altro, 40° in casa. Quasi sempre entro in una specie di dormiveglia, chiudo gli occhi e dopo un po’ compaiono i colori, luci viola stupende. Mi sento protetta, sostenuta da qualcosa di superiore che chiamo Gerarchia Spirituale.
In luglio Carla è trasferita in una casa di cura. Ormai vado tutti i giorni. E’ peggiorata e ha bisogno di assistenza 24 ore su 24: ha sempre l’ossigeno, non parla più ma è lucida e sento che soffre molto. Comunica con gli occhi, sembra cercare qualche cosa, con disperazione.
E allora piccole carezze sulla fronte, sulla mano cercando di trasmettere calore, luce, qualche cosa di positivo.
Sento che Duane e Stanley mi sono vicini.

Una mattina sotto la mia finestra due passerotti (getto sempre delle briciole per la colazione degli animali), uno dei due continua a postare del cibo all’altro, nutrendolo. Nelle mie ‘sieste’ pomeridiane continuo a vedere le luci viola, nel nucleo luminoso una volta appare un copricapo indiano, un’altra volta un bastone luminoso, intagliato, forse una pipa.
Sabato 18\7 arrivo in montagna, parcheggio la macchina in garage, entra una farfalla dorata, mi vola intorno per un po’ e poi se ne va.
Domenica 19\7, nel pomeriggio, sto caricando la macchina per rientrare a Bologna, e di nuovo una farfalla dorata (la stessa?) è tornata a trovarmi. mi è volata intorno per un po’ e poi se ne va.
Lunedì 20\7 nel pomeriggio un presagio: tornando a casa ad un incrocio ho visto un piccione appena travolto e ucciso.
Pomeriggio tardi, vado da Carla. Tutto è legato a un filo
. C’è Anna, un’amica, parliamo di Carla, delle persone care che non ci sono più: io le penso in un luogo pieno di luce, dove non c’è più dolore e sofferenza.
Mercoledì 21\7, mattina, apro a caso il libro “I colori dell’anima” di R. Althea e a pag. 67 leggo la frase in cui Aquila grigia dice: “Gli Apache credono… riconoscono…che la farfalla è il simbolo dell’eterna gioia e felicità”.
Alle 13,50, in ufficio, arriva la telefonata di Bibi, sorella di Carla, per dire che Carla è morta alle 13. E’ finita la sua sofferenza e il dolore è violento.
Alle 14 usciamo dall’ufficio, c’è un senso di smarrimento, parliamo per un po’ su ciò che si pensa di fare. Poi torno a casa. Davanti al portone cerco le chiavi per entrare, ed ecco che arriva una falena grande, stupenda; i colori delle sue ali sono incredibili, sono nero-bianco, mi vola intorno per diversi minuti poi si va a posare sotto il voltone. Le sue ali sono di polvere d’oro. Ero felice: ho pensato all’anima di Carla che mi era venuta a salutare.
In casa apro il libro “Il Tao per un anno”, a caso, e a pag. 237 leggo: “SOGLIA- Perché disperarsi per il bozzolo, quando la farfalla prende il volo?”
E’ stato un buon giorno per morire, a Carla piaceva il caldo, l’estate con i suoi colori, le sue atmosfere.
Il giorno dopo il cognato di Carla telefona per comunicare che il funerale è fissato per giovedì 21\7 alle 11 e che fino alle 10,30 è possibile accedere alla camera mortuaria, per dare l’ultimo saluto. Per un attimo penso che preferisco ricordarla come era, poi ho deciso di andare perché ho sentito che era l’ultimo pezzetto che mancava a completare un cerchio. Il giovedì sono andata là, sono entrata, sola: ho guardato quel corpo, vestito con abiti vivaci, colorati, come piacevano a lei
. Quel corpo aveva le fattezze della mia amica, ma lì non c’era più nessuno, c’era un involucro e basta.
Quel soffio divino, quell’anima, era volato via e lì, davvero, c’era solo il bozzolo.
E Carla, ora, è ovunque intorno a me o in quel luogo pieno di luce e di pace.
Sono uscita alla luce, al caldo, nell’azzurro e una farfalla bianca mi è volata incontro. Buon giorno, farfalla! Buongiorno Carla!
E’ stato bello camminare, per un tratto di strada, insieme.
Ci vediamo (come dicono i Nativi).

Livia

PROVE DI PSICOMETRIA

Abbiamo parlato di psicometria. Esemplifichiamo con prove pratiche fatte con Fabio, un ragazzo dotato.
Quello di cui parliamo è pur sempre la comunicazione, comunicazione tra contenuti mentali di menti diverse, tra una mente e un oggetto, tra una mente e un luogo, tra la nostra mente e altre dimensioni. Abbiamo visto che certi oggetti attivano esperienze mentali. Questo è emerso nei test rapidi che abbiamo fatto insieme:

Fabio ha sollevato le mani tendendo gli occhi chiusi e senza toccarlo su un fagotto che conteneva un sassolino piccolo di una spiaggia dell’isola d’Elba. Poiché io avevo preparato molti fagotti simili dello stesso tipo e poi ne ho preso una a caso, possiamo diminuire l’effetto telepatico, perché io non sapevo di quale oggetto si trattasse. Mi mancavano alcune informazioni che ho avuto dopo dalla persona che mi aveva portato il sasso, era stato preso al tramonto di una bella giornata calma con mare piatto, e la persona in questione aveva dovuto discendere un crinale frastagliato, camminando con difficoltà sulle asperità.
Fabio ha detto: “Lago.. piattume…acqua piatta…eruzione, escrescenza.. qualcosa che si erge su qualcosa di piatto.. granuli…rosso arancione…tante punte.. qualcosa di frastagliato.. tante punte in piano .. sostegno al piede.. qualcuno che cammina… formicolio… né positivo né negativo”
.

Un altro fagotto conteneva una collana d’oro con un pesante Tao d’oro rotondo con i segni più o meno, che all’interno è formato da un metallo magnetizzato, la cui funzione è quella di rovesciare i vortici energetici del quarto chakra quanto siano disturbati riequilibrandoli. Devo dire che questo pesante Tao si comporta in modo strano, a volte ruota rapidamente, e all’inizio mi stava perpendicolare sul petto come incerto su quale posizione prendere. Per complicarmi la vita ho messo il ciondolo con catena dentro una scatolina di porcellana a forma poligonale con punte.
Giusy dice: “Qualcosa che si impugna.. di lungo… con due estremità tondeggianti, dentellato .. che gira tipo trapano”. (il dentellato è riferibile alla scatolina, il trapano che si impugna e gira mi ha fatto pensare alla bacchetta del rabdomante che pure si orienta sui vortici magnetici).

Marco tra il pubblico, di lontano, per lo stesso oggetto ha detto: “Vortice.. raggi discendenti luminosi… rosso e nero…spirale …rotolamento”. Donatella invece ha sentito una collana con qualcosa di rotondo sul petto.

– Un terzo fagotto conteneva una pietra ovale piatta e bucherellata di circa sette cm un po’ rossiccia presa in un bosco presso Saturnia da una tomba etrusca.
Alessandro dice : “Solida.. scuro.. metallo ferroso … aria … qualcosa che possa volare ..qualcosa che passava e che volava..cilindro… una parte appuntita… negativo …non mi piace forse anche per la sua funzione”. Paolo: “Spiaggia con persone che giocano a palla, un ragazzo di colore tipo brasiliano, sotto la sabbia c’è una lancia e si feriva il piede”..
Giusi nel pubblico di lontano ha visualizzato una bara bianca portata da uomini vestiti di rosso.
Livia ha visto un vasetto oblungo tipo urna con due teste di cavalli ai lati.

Io con mia figlia, mi mette sotto un tovagliolo il pennello da barba del padre col manico di metallo che sta sopra una mensola di legno, dico: “Una faccia scura, una faccia di scimmia pelosa, non gli occhi, la parte sotto gli occhi, una scimmia pelosa dietro delle sbarre metalliche cilindriche.. riscontro.. rispecchiare ma non è lo specchio… qualcosa che fa riscontro.. qualcosa che ripete , come fa una scimmia, scimmiottare, ripetere dei gesti…si vede qualcosa che ripete dei versi ma non è uno specchio.. peloso.. pelo, la scimmia pelosa sta sopra il legno, sta sopra un sostegno di legno ma c’è anche una sbarra di metallo.”
Nicoletta mi chiede se l’oggetto è mio? Nego vigorosamente. Chiede se serve a me, Di nuovo nego con forza. Chiede se serve a qualcun altro. Dico di sì “ma nemmeno tanto”, in realtà mio marito è un biondo poco peloso che non ha molto bisogno di farsi la barba. Insomma l’oggetto rifiuta di dire chi è, parla di sé per vie traverse.

Nuovo test, mia figlia mette un Gesù Bambino che fa parte di un presepe napoletano, preso nella famosa strada dei presepi di Napoli, il bambinello ha una fascia traversa sull’inguine e sta in una cestina di creta che lo circonda. Io:
“Un grande cielo stellato, in mezzo una macchia nera e in questa una piccola astronave, un oggetto sferico metallico con tante protuberanze. Il cielo stellato e la macchia nera al centro. Qualcosa di ovale con una fascia traversa in mezzo.. forse è uno stemma, lo stemma di qualche cosa di cavalleresco, con una striscia attorno ovale e una fascia che lo taglia di traverso. Cavalleria, nobiltà, lotta alle inimicizie, simbolo antichissimo, forza del cuore, segno assolutamente vincente. Vedo anche una ragazza giovane non molto alta, semplice, è un’artista, dipinge qualcosa, ha molta fantasia, lavora attorno a qualcosa. Attorno ci sono delle casette ma molto piccole, come di un paese di fiaba e c’è sempre il cielo stellato sullo sfondo.

QUAL’E’ LA POSIZIONE MENTALE PER USCIRE DALLO SPAZIO-TEMPO?
LA VACUITA’

Nessuno è solo, nessuna cosa è isolata, vivere vuol dire interagire e le modalità con cui ciò avviene sono infinite. Incredibili dialoghi si sviluppano tra forme di intelligenza diverse, l’energia nei suoi molteplici aspetti comunica con l’energia in molteplici modi. Noi siamo costantemente permeabili a questi messaggi e solo la nostra pervicace focalizzazione sul mentale logico o sul percettivo ordinario o su forme acculturate restrittive ci chiudono le antenne. In altro modo, vivendo in modo più ricettivo, l’universo si apre attorno a noi ricco di inesplorate possibilità, è comunque avventura e visione.
A volte il messaggio ci colpisce con tanta forza da riuscire a scalfire i nostri sensi ovattati, a volte l’uomo decide di vivere la sua vita secondo spessori più ricchi, modulazioni più variegate, espansioni della coscienza imprevedibili.
Anche l’ordinarietà, con le sue palizzate, è uno scudo che ci impoverisce, un guscio di miseria e di ignoranza. Di esso possiamo fare anche uno scudo di forza, di fanatismo e di offesa. Il potere è sempre semplice, brutale, minimale. Il vivere è invece una ricchezza multiforme, tutt’altro che lineare, tutt’altro che rassicurante, ci rende umili nei giudizi proprio perché non è giudicabile, non è definibile. Il vivere è il paradosso dinamico che contiene tutto e il contrario di tutto e non si assoggetta a leggi istituzionali o a normative storiche, non si assoggetta a nulla che non sia la sua libertà incontrollata ma mai caotica; il vivere è il pullulare dell’energia in una totalità mai analitica, se pur di perfetto dettaglio, ma sovrabbondante e sincretica, pronta a rovesciare la nostra logica e a sorprenderci con i suoi inganni.
Se pure volessimo allargare la nostra coscienza oltre la banda dell’ordinario, se volessimo intraprendere questa via d’infinito, senza aspettare che l’ignoto irrompa per suo conto, perché ciò è assolutamente imprevedibile e non soggetto ad alcun volere e potrebbe non avvenire mai, potremmo sempre tentare la via del silenzio.
Poiché affinché qualcosa entri, occorre che vi sia un vuoto che lo accolga, una via preliminare per una variazione di contenuti potrebbe essere lavorare sulla vacuità.
Togliere e lasciar andare. Lasciare andare. Lasciare andare. Lasciare andare.
Finché avanziamo tutti pieni di noi, pieni del nostro essere proprio, del nostro orgoglio, della presunzione, dei beni, delle persone, pensieri, ricordi, pretese, obblighi, possessi, culture, sensi, nervi, muscoli, amori, bisogni, paure… nulla accade, io credo. Finché siamo solo pieni di noi, nulla può entrare. L’ignoto arriva spesso in momenti di estrema solitudine, quando sei così solo, che tu stesso non ti fai più compagnia e sei abbandonato dalle cose e da ogni cosa che tu stesso credi di essere o di avere e, non contenendo più niente, non attaccandoti più a niente, momentaneamente il tuo guscio difensivo conservativo si rompe. In questo stato di abbandono totale, di resa totale, di remissione totale, in cui il tuo ‘io’ e il tuo ‘mio’ si fanno a pezzi e brandelli e se ne volano via, allora, forse, può darsi che qualcosa accada.

Ne ‘Il lato attivo dell’infinito’ Castaneda dice:
“Don Juan definiva il silenzio interiore come uno stato peculiare dell’essere in cui tutti i pensieri vengono cancellati e in cui si vive a un livello diverso da quello della consapevolezza quotidiana. Il silenzio interiore significa sospensione del dialogo interiore, il compagno sempre presente dei nostri pensieri, ed è quindi una condizione di completa pace. Gli antichi sciamani lo chiamavano silenzio interiore perché è uno stato in cui la percezione non dipende dai sensi, ma da un’altra facoltà dell’uomo, la facoltà che lo rende un essere magico e che è stata depotenziata… Nello sciamanesimo il silenzio interiore è il punto da cui nasce ogni cosa. In altre parole tutto ciò che facciamo ci guida verso tale stato che, come sempre accade nel mondo degli sciamani, non emerge se non veniamo scossi da qualcosa di gigantesco.
Ogni singolo individuo possiede una soglia diversa di silenzio interiore per quel che riguarda il tempo: ciò significava che il silenzio interiore, prima di poter funzionare, dev’essere mantenuto da ciascuno di noi per tutto il tempo necessario a varcare tale soglia.
Il silenzio interiore inizia ad agire nell’attimo stesso in cui cominci ad accumularlo.
Ad alcuni, i più esperti, bastavano solo pochi minuti di silenzio; altri, meno capaci, ci riuscivano solo dopo periodi più lunghi, magari più di un’ora di completa tranquillità E tale risultato era ciò che gli antichi sciamani chiamavano ‘fermare il mondo’, l’attimo in cui tutto ciò che ci circonda cessa di essere ciò che è sempre stato. Questo è il momento in cui gli sciamani tornano alla loro vera essenza. La definivano anche libertà totale. In quell’istante l’uomo schiavo diventa l’uomo libero, con capacità percettive che sfidano il nostro pensiero lineare. Il silenzio interiore è la via che porta alla vera sospensione del giudizio, al momento in cui i dati sensoriali inviati dall’universo non vengono più interpretati dai sensi e la cognizione cessa di essere la forza che, attraverso l’uso e la ripetizione, decide la natura del mondo…. In un determinato momento la continuità della loro esistenza deve interrompersi per permettere al silenzio interiore di entrare in gioco e diventare parte attiva della loro struttura..

Don Juan disse:
Nella tua vita non sei mai stato solo, questo è il momento di farlo. Resterai in questa stanza finché non sarai morto. E’ la tua persona che deve morire… la tua persona ha ben poco a che fare col tuo corpo: è infatti la tua mente.
E, devi credermi, la tua mente non ti appartiene affatto.

PSICOMETRIA AMBIENTALE E REINCARNAZIONE

Nella casa di Firenze forse fui soggetta a fenomeni di psicometria ambientale. Possiamo supporre che certi ambienti restino impregnati di informazioni, specie se in essi si sono attivate forze molto drammatiche e qualcosa di noi potrebbe percepirle.
Così è facile avere delle sensazioni particolari e anche delle visualizzazioni in ambienti la cui energia è stata devastata da fatti di sangue, oppure è possibile sentire delle energie negative in forma fisica là dove ci sono cimiteri o acque sotterranee.

Nella mia vita ho cambiato casa una ventina di volte. La peggiore dove ho abitato è stata a Pavia, una casa cupa dove ho avuto una lunga e continua depressione. Prima di andarci l’ho sognata, come faccio spesso prima di ogni nuova casa; ho visto una specie di castello con due torri laterali che era di una sola proprietaria, una donna impossibile. Sotto l’edificio passava dell’acqua torbida e al primo piano ardeva un fuoco d’inferno.
Il palazzone aveva realmente due ali laterali che potevano far pensare a un castello ed era gestito da un’unica donna, una ex ballerina che aveva sposato un uomo molto ricco, e che ora gestiva tutto, avida e veramente impossibile. Io in quella casa sono stata molto male, ma la cosa curiosa è che, prima di andarmene, ho scoperto che c’era veramente un corso d’acqua sotterraneo che passava sotto la casa.

Della casa di Firenze ho parlato in altro luogo. Poi finalmente sono venuta a Bologna. Ma anche qui ci sono alcuni luoghi preoccupanti.

In V. Gorki c’è un teatro, le due o tre volte che ci sono stata mi sono sentita molto male, sofferenza, vertigine e mancanza di fiato, la visualizzazione è che sotto il teatro ci sia un lago di acqua nera, ferma, in cui galleggino dei cadaveri, li vedo neri come fossero smozzicati e coperti di nafta. Questa sensazione di disagio e di vertigine mi è stata confermata anche da altre persone. Questo teatro mi dà la nausea. La mia idea è che l’edificio sia stato costruito in un luogo dove ci sono acque sotterranee e che nella costruzione dell’edificio siano morte delle persone oppure che ci siano dei morti sepolti nelle sue viscere. La sofferenza è così forte che dopo le prime volte l’ho evitato.

Esempio n°2: A parco Talon all’ingresso, salendo nei boschi di sinistra, c’è una radura con un tavolone in mezzo. Una volta abbiamo fatto una riunione là e siamo stati quasi tutti male. Ho visualizzato delle scuderie di poco sotto il livello della terra, perché si scendeva appena per entrarci, non c’erano cavalli, e gli stalletti laterali, sulla sinistra entrando, erano vuoti, nel corridoio c’era un ufficiale tedesco con i pantaloni gonfi che entravano negli stivali che camminava avanti e indietro, agitando un frustino e nel locale c’era solo una sedia e un tavolino. Ho pensato che era un posto dove si interrogavano i prigionieri.
Un’altra sensazione di grande disagio fisico e psichico, di paura violenta e di caos, l’ho provata davanti alle Caserme Rosse, entrando nel giardino, davanti all’edificio dove ora c’è il prato.
Forse qualcuno che conosce la storia di Bologna può darmene spiegazione.
Queste sensazioni sono fortissime con effetti fisici e psichici.

Un caso celebre di psicometria ambientale riguarda due signore che stavano passeggiando nei giardini di Versailles, improvvisamente camminando nei viali si imbatterono in un servitore in costume del 1700 e poi ne videro altri, e videro anche un piccolo padiglione, davanti a cui stava seduta una dama col parrucchino. Rimasero sorprese e pensarono forse che si stava girando un film. Ma niente di tutto questo. Nessuno poté spiegare loro che cosa avessero visto. Dalle descrizioni accurate risultò che esse avevano visto un padiglione dove era solita andare la regina di Francia, edificio che però non esisteva più e che esse riconobbero poi da una stampa. Era come se fossero entrate in un altro tempo, e tutto quello che avevano visto aveva il sapore della realtà. I servitori in cui si erano imbattute le avevano guardate in modo strano, stupiti degli abiti che portavano così come loro erano stupite dei loro. Nessuno riuscì a capire questo fenomeno allucinatorio del tutto realistico che era durato abbastanza a lungo, come se due dimensioni si incontrassero, come se due canali televisivi si confondessero e un film attuale si mescolasse a uno d’epoca.

In alcuni casi si ha l’impressione che il luogo ci mandi dei segnali, delle informazioni, in modo più ampio di quanto possa fare un oggetto. In altri casi invece sembra che in quel luogo ci sia qualcosa che ci ha riguardato in passato e che stentiamo a ricordare, come se esso facesse parte di una nostra storia dimenticata.

Un mio amico di Firenze si chiamava Alessandro Baglioni. Faceva un sogno ricorrente: era un soldato della seconda guerra mondiale, si vedeva in divisa, in una radura, armato, che correva avanti col mitra in pugno, vedeva un filo spinato e cercava di superarlo ma veniva tranciato da una raffica di proiettili e moriva rimanendo appeso al filo spinato. Il sogno si ripeteva più volte angosciosamente.
Un giorno Alessandro era con degli amici su una jeep in campagna, a un certo punto è diventato pallidissimo e ha gridato che si fermassero, è sceso come un sonnambulo e si è inoltrato nel bosco, è arrivato a una radura e si è messo a raspare per terra con le mani, dal terreno sono emersi dei pezzi di ferro, dei residui bellici.

Invece mio marito, che è allergico a tutto quanto richiama il paranormale, mentre eravamo a Montecassino e salivamo la scalinata, a un certo punto, quasi tra sé, ha detto un nome e cognome tedeschi, “Ma cosa dici?”, saliamo ancora un po’ e leggiamo su una tomba lo stesso nome e cognome. Combinazioni ?

Non solo ci sono luoghi che sembrano mandarci messaggi o ci producono delle emozioni o sensazioni sconvolgenti, ma a volte capita che, arrivando in un luogo nuovo, si sia assaliti dalla certezza di averlo già visto, di avere familiarità con quel luogo, e diciamo: “Io qui ci sono già stato!” Non solo il luogo in qualche modo ci è noto, ma spesso esso ci provoca una forte emozione.
La stessa situazione può attivarsi, oltre che a contatto di un luogo nuovo, a contatto di una persona che vediamo per la prima volta. Si agita allora dentro di noi una ridda confusa di emozioni, come se qualcosa stentasse a essere ricordato ma premesse per venire avanti. La persona che ci colpisce così tanto può essere associata a emozioni tanto buone che cattive, può attirarci o spaventarci o ambedue le cose, abbiamo emozioni che non mettiamo bene a fuoco, di una cosa siamo certi: che noi quella persona l’abbiamo già conosciuta in un modo importante.
Questo fenomeno si chiama ‘deja vu’= già visto, e il 95 % delle persone lo ha provato almeno una volta nella vita.
Pitagora ne parlò già 2500 anni fa e lo considerava una prova della reincarnazione.
Gli psicologi naturalmente negano questa possibilità, parlano di elaborazione mentale di ricordi simili, o di paramnesia, cioè errata archiviazione dei ricordi, dicono che potrebbero esserci ricordi indicativi che si collegano a emozioni rimosse e le risvegliano. Dicono anche che questi fenomeni sono più frequenti negli epilettici, che hanno una carenza nell’ippocampo di un neurotrasmettitore, l’acido gamma amino butirrico. Ciò può provocare una scarica nervosa incontrollata che dà disturbi della memoria, e qui mettono anche i luoghi che ci sembrerebbero familiari. La sede della memoria è posta nel sistema limbico, che governa anche le emozioni. E nel sistema limbico c’è una zona detta ippocampo che archivia i ricordi. C’è una memoria a breve termine che registra l’evento e una memoria a lungo termina che lo archivia, la prima è come una lavagna che via via si cancella, la seconda invece mette via fatti più importanti per ritirarli fuori poi anche dopo molto tempo, di solito questa rievocazione viene fatta seguendo linee associative, analogiche. Per questo gli psicologi ritengono che in ciò che ci sembra familiare ci sia qualcosa che somiglia a reali ricordi o si associa ad esso, ma queste teorie non spiegano come mai sia possibile sapere prima cose particolari non ancora percepiti (dietro questa svolta c’è un mulino ecc.), e la possibilità di conoscerli non come preveggenza, ma come memoria del passato. Soprattutto non si capisce come mai questo fenomeno del ‘riconoscimento’ prima della percezione sia più forte nei bambini.

Donatella ha una nipotina che si chiama Andrea. Quando Andrea ha 5 anni, ha colto questa conversazione di lei col suo cuginetto più piccolo. Il bambino dice: “Ma perché si muore? Io non voglio morire!” E la bimba “Ma non si muore per sempre, sciocchino, si muore e poi si rinasce, e poi si muore e poi si rinasce ancora!” E lui: “Ma allora come mai io non mi ricordo nulla?”. E lei serafica: “Perché ogni volta ci si dimentica!”. Allora la zia chiede: “Ma tu dove eri, Andrea, prima di nascere?” “Ero nella casa di Gesù, c’era una buonissima cena, ma non come questa qui, l’acqua soprattutto era buonissima, ma non era come l’acqua che c’è qui. Era un’acqua buonissima!”.

Conosco una persona che si chiama Mery il cui bambino è stato studiato da Irene Pompas che è una psicologa che pratica l’ipnosi regressiva. Il bambino fino ai 12 anni circa ha manifestato delle capacità impressionanti. Quando era molto piccolo e andò con i suoi per la prima volta verso Monghidoro, il bambino sembrava prevedere ogni cosa che avrebbero visto via via per la strada. “Ecco ora c’è un ponte, poi la strada gira… ecc.” come se ci fosse stato tante volte.

Anche altri hanno avuto questa impressione di familiarità “Ecco, io so cosa c’è dietro quest’angolo, c’è un’officina .. e poi un cortile ecc.”
In altri paesi, per es. in India, certe situazioni di ‘deja vu’ sono spiegate con la credenza che l’anima attraversi varie vite e possa, a volte, conservare delle memorie di vite precedenti o che queste memorie possano accendersi a seguiti di eventi traumatici.
(Per leggere di questo argomento vi consiglio “Kharma” di Fausta Leoni, la storia di una giornalista italiana che ha avuto memorie di vite precedenti). Io non so dirvi con certezza se a queste esperienze corrisponda verità, certo è che sono più frequenti di quello che uno immagina. Soprattutto i bambini manifestano a volte richieste strane, come l’insistenza a essere chiamati con un altro nome. In altri casi memorie non appartenenti alla vita attuale sembrano destarsi per caso, a seguito di pericolo di vita, o durante viaggi o esperienze…

Il bambino di Mery le diceva spesso che lei non era sua madre, e che lui aveva un’altra madre con un altro nome. Diceva anche di essere un marinaio che si chiamava Papefogue e di conoscere i nomi delle vele e degli alberi di una nave, questi nomi erano in un dialetto misto di inglese e francese. Il bambino diceva di essere morto affogato.

Ivana è madre di un bambino, Michel, molto intelligente e dotato, di grande sensibilità, lei è dedita alla spiritualità e dice di ricevere messaggi da entità. A 2 o 3 anni Michel diceva di essere vissuto in Amazzonia e di avere un’altra madre di nome Huneya e chiamava così sua madre, a volte. Abbracciava gli alberi perché diceva che erano sacri, l’erba era sacra, e diceva che i vermi bianchi li cuocevano sotto la terra. Quando la mamma gli chiedeva: “Dov’eri piccolino quando non eri qua?” il bambino rispondeva: “In un posto bellissimo pieno di luci”. Michel non gioca con gli altri bambini e ha fatto capire che giocare non gli dà soddisfazione, dice: “Il senso della vita è guardare un bel tramonto o un sasso”. Ha scritto anche un libro, e in prima elementare leggeva i libri di Bevilacqua. Il papà è più concreto e vorrebbe vederlo come tutti i ragazzi. Il bambino disegna fumetti bellissimi e suona a orecchio.

Io non ho dato molto credito mai alla reincarnazione, ma quando a 34 anni mi hanno dato per spacciata per gravi disturbi respiratori dovuti a una malformazione bronchiale congenita e irreversibile, ho ricevuto un tale shock dalla notizia che di colpo ho avuto tre ricordi nitidissimi che non so dove situare. Poiché queste memorie sono venute la notte e possono essere scambiate per sogni , io non posso dire cosa siano esattamente. Certo è che, esse sono le visioni che mi hanno sconvolto di più e che non riuscirò mai a dimenticare, mentre ho dimenticato tutto il resto. Potrei pensare che il mio immaginario volesse proteggermi dalla paura della morte, regalandomi tre esperienze di altre vite.
Io posso solo testimoniare che quelle tre “visioni” furono una cosa diversa dai sogni, e furono connotate da una fortissima impressione.

“Sono un bambino di sette o otto anni, scuro di pelle, olivastro, con capelli scuri, lunghi e untuosi, come fosse di un’isola della Melanesia. Quasi nudo, con qualcosa intorno ai fianchi. Corro con piacere grandissimo su una spiaggia lunga e arcuata, come una falce di luna, bianchissima, là dove inizia il mare. E’ caldo, il mare e il cielo sono di turchese. So che in qualche modo il mare mi è proibito, perché rischio troppo e sono piccolo, ma il suo richiamo è tropo grande. Mi vedo che nuoto sott’acqua con grandissimo piacere, con le braccia aderenti al corpo, taglio l’acqua come fossi anch’io un pesce e fendo dei branchi di pesciolini piccolissimi argentati, mentre i capelli mi vanno tutti indietro. Poi è come se fossi una presenza neutra e senza corpo che sta in alto. Guardo in modo neutro una scena che mi riguarda : il bambino è morto affogato e un uomo lo porta in braccio, il corpo cade giù, cadono i capelli bagnati. L’uomo sale degli scalini naturali fatti un po’ di roccia un po’ di radici che vanno dal mare a un piccolo villaggio. Le case sono aguzze, di legno grigio, tutte storte e misere. Arriva molta gente. Una donna grida e piange con i capelli sconvolti. Forse è mia madre”
Questa è la prima morte per affogamento
.

Nella seconda visione sono una ragazza di 17 anni, russa, potrei chiamarmi Sonia. Non sono granché bella, di altezza media, senza nessun carattere speciale. Ho un vago innamoramento per un giovane che ha un nome che suona come Alecsiei o Alioscia, forse è uno della guardia, perché lo penso in divisa, più grande di me, che ho visto qualche volta ma non credo mi ricambi.. Mi piacciono le canzoni molto sentimentali, quelle che si suonano con una specie di chitarra rotonda. Io stessa suonicchio il pianoforte non molto bene, questo fa parte della mia educazione perché sono di famiglia benestante. Ho un abito bianco lungo, non molto largo, con delle gale in quadrato sul davanti del corpetto. Porto una fascia alta in vita col fiocco dietro. I capelli sono un po’ ricci, castani, legati dietro, molto comuni.
Siamo nel 1917 in una città che si chiama allo stesso tempo Pietroburgo e Pietrogrado, mi sembra che questa cosa del doppio nome sia importante. E’ novembre ma non fa ancora freddo. Il cielo è bigio.

Vedo la nostra sala da pranzo, grande e un po’ austera, la famiglia è seduta attorno a un tavolo rettangolare. Dicono che ci sono disordini in città, io chiedo se abbiamo distribuito ai poveri il pane secco come di solito. Ma sentiamo tumulti. Io sono in piedi e vado sulla veranda. Ci sono dei vasi con delle felci. Vedo una folla di gente molto povera, portano abiti grigi e scuri, molte barbe, sono silenziosi e disperati. Mi accuccio in terra dietro le felci. Poi non vedo più nulla. Ma so che quella gente uccide tutta la mia famiglia e che io vengo affogata nel fiume. Posso vedere il fiume dall’alto, un fiume molto ampio con ampie curve, dal nome breve, di due sillabe.
Di altro posso dire che quando ero piccola, tutte le mie bambole si chiamavano Sonia, che chiedevo a mia madre che era sarta di cucirmi delle casacche bianche abbottonate sulla spalla, col collo alla coreana. A 14 anni ho letto con morbosità Dostoievski e mi interessava particolarmente la vita borghese dei salotti. La musica della balalaika mi fa piangere ancora. In un convegno a Riccione ho comprato una cassetta di voci medianiche dove una signora canta vecchie romanze norvegesi e russe; per quanto la registrazione sia penosa l’ho sentita un’infinità di volte per lo struggimento che mi procura. I miei incubi infantili quando avevo la febbre alta erano sempre scene di affogamento, affogavo in un fiume gelato e sentivo l’acqua fredda saturarmi la gola.
La paura dell’affogamento “in fiume” è sempre stata tanto forte da impedirmi di imparare a nuotare. A Pavia camminavo con terrore sul marciapiede opposto ai canali, dove peraltro l’acqua è profonda solo poche decine di cm. , ma ciò basta a darmi un terrore fobico.
Ricordo delle scene confuse, come degli spezzoni: il giorno di Natale si andava in slitta in chiesa, vedo il riflesso rosso delle fiaccole sulla neve azzurra. Era bellissimo.
Oggi Pietroburgo si chiama Leningrado. Io ci sono stata nel 78. Ho visto la bella città color pastello, barocca e neoclassica, molto simile alle città europee, ho visto la Neva, ampia e con larghe curvature. Ho cercato invano qualcosa che avesse un significato di memoria. Sono andata giù sul fiume in battello in un crepuscolo rosa. Non mi ricordavo nulla, ma quando sono ripartita avevo una gran voglia di piangere.

Nella terza memoria non vivo una morte ma un momento di grande crisi. Sono un uomo alto e corpulento, con spalle a scivolo, tra i 40 e i 45 anni, un inglese, di pelo biondo rossiccio. Le mie iniziali sono O.W., il che farebbe pensare a Oscar Wilde, ma non credo che Oscar Wilde avrebbe portato quegli abiti. Porto un abito grossolano di lana, forse di tweed, e un panciotto con orologio a catena. Sono chiuso in una piccola stanza. I mobili sono al minimo: un letticciolo, un piccolo tavolino con materiale da scrivere, una sedia, una stufa di ghisa nera a botticella. La finestra è piccola e con sbarre. Si vede una campagna mossa a collinette d’erba, senz’alberi, nessuna forma di vita.
Vivo un momento di grande crisi. Sono stato accusato e faccio un grave esame di coscienza, ma sono anche distrutto dalla disperazione e dall’abbandono. Dico parole molto belle e accorate che ora non sono in grado di ripetere, penso che ho voluto provare tutto, anche cose non consentite dalla morale, qualcosa che riguarda un adolescente, ma non per cattiveria, quanto per “provare tutto, per conoscere tutto. Per amore della bellezza” . Sembra che questo amore della bellezza sia molto importante. Di tante parole che dico continuo ancor ora a ripetere una frase: “Volevo sentire la stilla della vita che scendeva nel calice”. Le dico immaginando di essere una calla, fiore leggermente femmineo, che sembra una vulva delicata e spessa, color crema. Le parole hanno una grande vivezza visiva, come di persona per cui le esperienze percettive sono estremamente importanti e che è in grado di gustare sfumature sottili della percezione. La parola che mi viene in mente è “squisito”.
Non so se sia veramente Oscar Wilde che fu rinchiuso in carcere per atti di sodomia con un adolescente e la cui vita fu distrutta per questo. Ma ho saputo che veramente la calla era il suo fiore preferito, leggendo la sua autobiografia. Cose forse non significative: la mia passione infantile per gli aforismi, la scelta, come fiabe preferite di ‘Il gigante egoista’ e ‘Il principe povero’, che sono fiabe di Oscar Wilde, il mio odio per le commedie teatrali…ma probabilmente sono cose senza importanza.

Irene Pompas mette in pieno rilassamento i suoi pazienti e li fa regredire prima della nascita, dice così di trovare in altre vite apparenti, in altre storie, le cause primarie che possono spiegare fobie e altri disturbi della personalità. La riemersione del ricordo opera veri rivolgimenti e spesso realizza guarigioni improvvise di disturbi psichici.
Ora queste teorie sono state potentemente riprese in USA (vedi i brutti libri di Brian Weiss), la reincarnazione è di moda ed è un concetto molto gratificante a livello esistenziale, così ci sono psicologi che attribuiscono sempre a vite precedenti tutto quello che emerge in stato di profondo rilassamento. Io non credo che questo vada bene. I contenuti dell’immaginario o dell’inconscio sono spesso a livello simbolico, come i sogni, e gli esiti di una terapia regressiva sono molto più lenti e complessi di quello che i presunti psicologi americani alla Weiss pretendono. Gli Americani sono spesso semplicistici e miracolistici. Intanto quella di cui Weiss parla non è proprio ipnosi ma uno stato di grande rilassamento. L’ipnosi è una cosa un po’ più complicata. Non credo che possiamo proprio attribuire valore storico a tutto quello che viene detto in un leggero o profondo stato di modificazione di coscienza. Non tutti riescono a produrre immagini o tantomeno film. Ci sono persone che al più vedono colori o raccontano stati d’animo. C’è poi l’emersione di contenuti di tipo onirico.

Es. Lilia racconta: “Vedo un coccodrillo, dalla cui bocca esce un nano, dalla cui bocca esce uno sparviero, dalla cui bocca esce un bambino…”
Come si fa a dire che questa è una vita precedente?
La stessa Lilia però durante un test di psicometria su una bamboletta si è emozionata moltissimo perché ha visto se stessa come una ragazza di servizio, una fantesca, con la gonna lunga e un grembiule lungo, che teneva in braccio un bambino piccolo, poi di colpo è arrivato di carriera un soldato a cavallo e chinandosi ha tagliato di netto con la spada la testa del bambino. L’immagine è stata fortissima, del tutto veridica, e lei si è spaventata a morte.

La nostra mente è veramente una cosa strana dove sarà sempre difficile distinguere il vero dal falso.

In un convegno a Riccione una volta venne un medico di Napoli che praticava l’ipnosi, portando con sé una ragazza giovane. Arrivarono in teatro di corsa, all’ultimo minuto, un po’ stravolti, dopo il lungo viaggio da Napoli, montarono un lettino sul palcoscenico e il medico in pochi minuti ipnotizzò la ragazza. Aveva raccontato di aver scoperto che, mettendo in stato di ipnosi certi pazienti, era più facile arrivare alla causa dei loro disturbi. Aveva guarito, per es., un operaio che lavorava dentro le navi, il quale non riusciva più a svolgere il suo lavoro a causa di una forte fobia. Se doveva infilarsi in un luogo stretto veniva preso da angoscia. In regressione ipnotica, disse di essere uno scalatore che precipitava durante una scalata, cadeva e moriva infilandosi dentro un crepaccio. Come il ricordo era emerso, era sparita anche la fobia dei luoghi stretti nel ventre della nave.
Dunque questo medico ipnotizzò la ragazza che aveva portato per la sua dimostrazione, perché era un soggetto che si poteva ipnotizzare in pochi minuti
. Per quanto la preparazione della scena fosse durata poco, ricordo che si era formata nel grande cinema-teatro una grande aspettativa e un’aria che si poteva tagliare col coltello.
La ragazza perse coscienza e il medico prese a interrogarla, chiedendole chi era e dove fosse ecc. Venne fuori una voce cavernosa, di ragazza povera e ignorante, molto più grande di quel che lei era. Era sempre una ragazza di Napoli, nell’ultimo periodo della guerra, era una ragazza madre che viveva in un basso. Il dottore le chiedeva del suo bambino, di Nino, e le chiedeva di cercarlo. Al che la ragazza, con questa voce cavernosa, cominciava a chiamare “Nino, Nino!”. Poi si metteva a cercarlo e infine lo trovava straziato da una bomba. A quel punto saliva dalla ragazza un urlo così spaventoso di bestia ferita, come di lupa, che non finiva mai, così spaventoso che la gente nel cinema cominciò a urlare: “Basta! Basta” Finitela! Svegliatela! Svegliatela!
Fatela smettere!” E allora il medico in pochi minuti la svegliò, di nuovo con la sua voce di prima, senza memoria di quel che era successo e col viso pieno di lacrime. E tutti e due ripartirono di corsa, come erano venuti, per Napoli, mentre noi del pubblico siamo rimasti lì, senza spere se essere schifati dalla rappresentazione o meravigliati, da come tutto si era svolto in fretta….Mah!

Esercizio: proviamo a sentire l’altro come energia

Sceglietevi a coppie, uno sta seduto e uno in piedi alle sue spalle. Tutti e due state a occhi chiusi, ben rilassati. La persona seduta si appoggia bene alla spalliera, appoggia bene i piedi a terra, si mette in posizione comoda e rilassata. Quello in piedi a occhi chiusi si rilassa, abbandona le tensioni e, quando è pronta, strofina vivamente le mani una contro l’altra finché non le sente calde e vibranti, a questo punto si appoggia col corpo allo schienale e appoggia le mani sulle spalle dell’altro, cerca di uscire da sé, di non pensare a nulla, di spersonalizzarsi. Uno è nelle mani dell’altro. Come il bambino nelle mani della madre. Si appoggia se vuole alla sua persona, cerca un contatto comodo. Quello in piedi sta molto rilassato, respira col naso lungamente per almeno tre volte così da sciogliere le tensioni delle spalle, aumentare l’ossigeno e diminuire la concentrazione di biossido di carbonio, e comincia ad accarezzare lentamente, con dolcezza, il collo, il sopra delle spalle, la schiena alta, la nuca. Accarezza piano senza pensare con i palmi morbidi e molto rilassati, stabilendo un contatto, trasmettendo amore, tenerezza, fiducia. Può stare anche fermo e tranquillo se vuole. Fate questo per cinque minuti. Poi le mani si fermano restando sempre sulla persona e chi sta in piedi guarda nei suoi pensieri, nelle sue sensazioni, immagina di essere l’altro. Cerca di capire bene quello che sente e di ricordarlo.
Dopo di che si fa il contrario
Poi a esercizio finito ognuno dice cosa ha sentito dell’altro, l’altro deve essere sentito come se fosse se stesso, per cui ognuno dirà: “Io mi sentivo così e così…”

Dobbiamo pensare che l’informazione sia una specie di radiazione più sottile di quella elettromagnetica che arriva al sistema mente-corpo in modi per noi ignoti. Il problema non è diverso dalla telepatia o dalla psicometria, solo che qui le risposte non arrivano come immagini o sensazioni ma sono codificate nei movimenti del pendolo o della bacchetta.
Il generale Elliott capì subito che poteva cercare i suoi reperti archeologici altrettanto bene lavorando su cartine o mappe e che ciò gli avrebbe fatto risparmiare tempo e fatica.
L’abate Mermet con un orologio a catena trovava persone scomparse lavorando su carte geografiche. Si lavora su mappe quando si fanno ricerche su fondali marini. C’è chi col pendolino fa diagnosi e cerca terapie, legge il futuro, o comunica con entità. Siamo molto oltre la materia e le sue radiazioni spaziali.
La radioestesia a distanza o teleradioestesia ripropone il problema della comunicazione sottile o del mondo come realtà olografica, dove ogni frammento può sintonizzarsi sulla conoscenza del tutto.
Il sensitivo cerca e trova un bersaglio specifico, il radioestesista è un recettore vivente. Croiset cerca e trova il bambino scomparso, non trova il petrolio. Il generale Elliott cercava e trovava reperti archeologici non l’acqua. Chi cerca l’acqua non trova vene metallifere. La ricerca è mirata. Qual’è questa facoltà della mente di sintonizzarsi sulla vibrazione- informazione cercata, separandola dalle altre e superando le coordinate spazio-tempo? La mente sembra una radio che si sintonizza su una data frequenza senza conoscerne i valori d’onda. Basta che pensi ’acqua’ e si sintonizza sull’acqua. Ma questo è poco scientifico. Noi siamo abituati a pensare in termini materiali, a oggetti che hanno frequenze spaziali, ma forse questo non è la realtà. L’oggetto non è una presenza spazio-temporale, è una informazione e l’informazione sussiste a un livello astratto, e si può accedere ad essa anche usando dei sostituti simbolici, il nome, la foto, un oggetto vicino come l’abito per la persona o oggetti richiamo, così posso cercare scheletri sepolti tenendo nella mano che tiene il pendolino un pezzo d’osso, o una persona scomparsa tenendo un suo vestito o una foto, o più semplicemente pensando a un nome.
Il sostituto simbolico è come l’odore di tartufo che faccio sentire al cane da cerca per indirizzarlo al tartufo, tra le tante uste il suo olfatto sceglierà una usta precisa e la seguirà. A un livello avanzato, basterà che io gli dica “Cerca il tartufo…” e il meccanismo si metterà in moto con la sola parola. Il nome è un rappresentante mentale che scatena la reazione.

Che cosa accade quando Anna cura la neonata che è in ospedale mettendo dei cristalli sulla sua foto, e quando Donatella fa una diagnosi col pendolino su una immagine o quando Marilena cerca sulla mappa la persona scomparsa, o si prega per una persona lontana o si fanno per lei pratiche di guarigione?

Un esempio celebre è quello dell’abate Mermet che, restando nel suo studio in Svizzera, scoprì depositi di minerali in Brasile, India, Africa e Giappone.
..
http://masadaweb.org

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