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Tuesday October 17th 2017

ANDY WARHOL E LA POP ART


MASADA n° 1375 20/3/2012 ANDY WARHOL E LA POP ART

“Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti”.
Andy Warhol

“L’arte doveva essere consumata come un qualsiasi altro prodotto commerciale“.
Pop Art

Tempo: anni 60-90
Luogo: New York
Eventi: rivolta razziale, assassinio di Malcom X e di Martin Luther King; assassinio di Kennedy; rivolte contro la guerra del Vietnam; rivoluzione sessuale legata ai figli dei fiori, gli Hippie; scoperta di nuove droghe (LSD, Speed) e abuso di altre (marijuana, cocaina, crack, eroina; graffiti; musica che influenza l’arte…(la prima serigrafia di Warhol è su Elvis Presley)

Pop Art vuol dire arte popolare, arte che riprende immagini di uso comune che sono vicine a chiunque, la regina d’Inghilterra come l’americano più povero.
Cosa conosce l’uomo qualunque? Conosce la lattina della Coca Cola, la zuppa in scatola Campbell, i grandi miti mediatici come Marylin Monroe, Michael Jackson o Elvis Presley , ma soprattutto la pubblicità, i fumetti, Tex Will o Superman.
Andy Warhol parte proprio dalle immagini più note, come vengono presentate dalla pubblicità all’immaginario collettivo, e usa le regole della stessa pubblicità: disegni grandi e ben delineati come i cartoni animati, particolari ingranditi e molto in primo piano, colori contrastanti, campiture piatte, serigrafie dove lo stesso soggetto si ripropone a colori variati o con lievi variazioni.
Ci voleva dell’audacia e dell’arroganza per tradurre in arte quella che viene ormai considerata la forma più popolare e diretta di accesso all’arte: il manifesto pubblicitario. Ma la pubblicità, se pure è la voce più popolare e diffusa della grafica moderna, normalmente ha uno scopo: vendere un prodotto o far passare un messaggio. La Pop Art no, elimina totalmente il significato o la funzione dell’oggetto, lo banalizza, lo depura da ogni senso, lo appiattisce in un’astrazione insignificante, ne fa un elemento decorativo spersonalizzato e massificato, dove valgono solo le linee o il contrasto stridente dei colori, in modo spersonalizzato e massificato, è la cosa desemantizzata, nella sua oggettualità pura ed anonima, privata di ogni impulso attivo verso il pensiero o l’emozione che una pura funzione destrutturante. Warhol riesce a far sembrare anonimi e insignificanti persino un incidente automobilistico, addirittura la sedia elettrica.
Con la Pop Art abbiamo una collezione di oggetti tipici del nostro tempo, assunti con la freddezza con cui l’entomologo colleziona le sue larve, siano esse le bandiere americane di Jasper Johns o le scatole di Brillo di Warhol o i fumetti di Lichtenstein.

I primi del 1900 sono stati segnati dalla rivoluzione dell’astrattismo, Kandinsky ci ha calati nel puro mondo dell’energia sottile, con le sue aure, le vibrazioni cromatiche dello spirito, il colore come movimento o pulsione. Poi, con i due conflitti bellici, i pittori sono diventati o i raffinati decoratori del postraffaellismo, come Klimt, o gli acri e pervertiti critici di una società putrefatta, come gli espressionisti tedeschi.
Con la Pop Art cade qualunque tentativo di astrazione spirituale o di critica sociale, per un ritorno al quotidiano, all’oggetto nella sua solida concretezza, sguarnito da ogni significato concettuale o emozionale, privato di ogni finalismo o causalità per la banalità di una scatola di detersivo o di un barattolo di zuppa, riproposti serialmente, in una ripetizione identica e estraniante, così come si ripetono gli spot pubblicitari o i gesti quotidiani di un uomo qualunque, gesti anonimi di giornate anonime, falsamente colorati dagli artifici pubblicitari. Di qui l’arte popolare, non arte per il popolo ma arte che ripete la monotonia e la mancanza di identità della massa.

E’ curioso vedere come ogni epoca abbia ricercato nella pittura la fuga in qualche mondo impossibile e fantasmatico: dei ed eroi, immagini sacre, imperatori e ninfe, isole perdute o battaglie navali, feste a corte o sulla Senna, magiche ballerine o impenetrabili nature morte, immersioni naturali o scene rarefatte e improbabili.
Ma la nostra è l’epoca del consumismo e gli oggetti di consumo dominano l’immaginario abbassando la vita alla pura sopravvivenza. Il soggetto viene risucchiato dall’oggetto. Nell’esibizione di Warhol non c’è alcun discorso sociologico. La sfrontata mercificazione dell’uomo moderno, l’ossessivo martellamento pubblicitario, il consumismo eletto a sistema di vita, l’artificio del fumetto quale unico, residuo, veicolo di comunicazione scritta, sono solo modi per fare soldi e non importa se comportano kitsch o volgarità, se aggiungono estraniamento alla destrutturazione, se aumentano l’alienazione e lo sconcerto. Siamo prigionieri di un mondo sempre uguale, falsamente rutilante di promesse irrealizzate, i colori dell’apparenza coprono il vuoto della sostanza.

“Avevo tanti impegni, ma ho deciso di restare in casa a tingermi le sopracciglia.”

Se il fiorentino del 1400 si muoveva in un mondo di oggetti d’arte che pescavano nella mitologia o nella Bibbia o decantavano Papi e banchieri rivestendoli di voluttuoso splendore, il povero uomo moderno sembra aver perso ogni aggancio culturale per sparire nel mondo banale e ripetitivo della pubblicità, della televisione, degli oggetti di uso comune, del consumismo spicciolo che non permette grandi evasioni dell’immaginario ma imprigiona in un mondo di piccole cose, dove all’irrealtà dei colori corrisponde il vuoto dell’anima, un consumismo costruito su stimoli visivi elementari, come si fa coi bambini: immagini semplici ben delineate, disegni semplificati e forti, riduzione delle immagini ai minimi termini, colori nitidi con forti contrasti. Un’arte che è riduttiva testimonianza di un’epoca, ma che proprio in questa plateale rappresentazione la determina, individuandola nei suoi fattori più caratteristici: la spogliazione della vita dell’uomo comune della sua complessità, la sua oggettificazione, la serialità delle sue azioni, la sicurezza della ripetizione che crea ipnosi e dipendenza, la massificazione disumanizzante.
Prima dell’era industriale ogni oggetto era fatto a mano e in esso si riversava in qualche modo la caratteristica del suo autore. Ma l’attuale sistema produttivo sforna milioni di oggetti tutti uguali, nell’anonimato di chi li costruisce. Allo stesso modo la politica, l’economia, l’industria, la pubblicità, i media sfornano prodotti sociali tutti uguali, modelli stereotipati, apparentemente diversi uno dell’altro per qualche contrasto di colore ma tutti ugualmente insignificanti e impersonali, come accade per ogni prodotto artificiale.

“Non è forse la vita una serie d’immagini, che cambiano solo nel modo di ripetersi?”

Perciò non si deve collegare la Pop Art al Dadaismo che aveva ben altri intenti anarchici e provocatori. Qui siamo nella logica mercantile, nel mondo degli hamburger e dei McDonald, nella rappresentazione collettiva dove l’uomo massa ha eliminato l’uomo persona.
E per raggiungere lo scopo disincantato di questa rappresentazione oggettiva di un mondo che ha perso la sua soggettività, tutti gli attuali mezzi di comunicazione si contaminano a vicenda: cinema e pittura, collage e fumetti, foto e video.
Abbiamo il totale abbattimento dell’immaginario individuale, annegato nelle coercizioni di un anonimo immaginario collettivo, Moloch che divora ogni anima, dove il martellamento pubblicitario livella le persone e dove ogni cosa si piega all’economia di pochi contro il bene di tutti e viene ridotta a oggetto di consumo, mentre l’iperliberismo costringe tutti a credere che solo il consumo conti e che tutto debba essere mercato.
Non si creda, però, che Warhol intendesse lanciare un messaggio contro l’era dei consumi, perché ciò avrebbe richiesto una visione politica, una denuncia, qualcosa di più della ripetizione dei suoi oggetti rappresentati.
In verità Warhol non prende affatto le distanze dalla vita intesa come mercato, anzi ci sta dentro benissimo, ne sfrutta le potenzialità, diventa lui stesso un oggetto del mercato, che si arricchisce a spese dei ricchi americani proprio in quanto ne è la voce massima, perfettamente integrato in quel mondo e i suoi idoli, tra un rotolo di carta igienica e un barattolo di zuppa Campbell, teso solo a diventare egli stesso uno degli idoli artificiali a fasulli di quel mondo, una figura totalmente costruita e disumanizzata, come Nembo Kid o Topolino.

La riflessione marxista di Benjamin aveva parlato dell’arte in termini di riproducibilità tecnica, l’arte che si allarga a tutti grazie alla riproduzione e trasmissione delle opere, ai nuovi mezzi di comunicazione che avrebbero consentito di rendere fruibile in ogni luogo e a chiunque il piacere della bellezza.
Valéry aveva evocato una società futura in cui sarebbe possibile suscitare un flusso di immagini visive o di sensazioni uditive con un semplice gesto, una società caratterizzata dalla possibilità di una “distribuzione della Realtà Sensibile a domicilio”. Molte cose erano state dette sull’arte del futuro in contrapposizione al capitalismo. In Warhol niente di tutto ciò. Della mucca capitalista egli si fa allegramente allattare, facendosi pagare, praticamente da subito, cifre esorbitanti per le sue opere provocatorie dalla ricca società newyorkese, desiderosa di essere alla moda e di spiccare per il possesso di ciò di cui tutti parlano.
La Pop Art, dunque, non critica la società consumistica in quanto è esattamente fusa in essa, civiltà dell’immagine, mercificazione della creatura vivente, burattino che spia l’uomo che dorme, perché di questa società l’uomo che dorme è lo scopo.

Quando un robusto texano entra agli Uffizi, lo shock dei dipinti è tale da produrgli un fenomeno di disidentificazione con vertigini e svenimenti. C’è a Firenze proprio un reparto, nel massimo ospedale fiorentino, per curare chi è colpito della sindrome di Stendhal, sconcerto e inadeguatezza che sono come una mazzata per il cervello che riceve qualcosa che non riesce ad elaborare e soccombe.
Lo stesso texano non avrà nessun rigetto davanti a un quadro di Warhol, che gli mostra una scatola di detersivo Brillo, perché l’ha vista mille volte, è presente nella sua casa, è nota e riconoscibile, fa parte del suo quotidiano, è un’immagine estremamente rassicurante perché l’ha sempre vista, nel suo mondo c’è sempre stata e gli dà prova che ci sarà sempre, come un segno di eternità, è una garanzia che il mondo non crollerà domani, è la prova ‘politica’ che non ci si deve preoccupare, che tutto va bene.
Ora, se Warhol dicesse tutto questo, ecco che la sua opera pittorica sarebbe una denuncia politica, una rivalsa sociale. Ma ciò non esiste! Per il semplice motivo che Warhol ‘è’ quel detersivo Brillo, ‘è’ quella zuppa Campbell. Esiste in quanto esiste la pubblicità, ne è il cantore acritico, l’esaltatore disumano. Egli è perfettamente omogeneo al suo tempo e alla sua cultura, mentre il precursore, il genio, l’innovatore è chi dalla propria cultura in qualche modo prende le distanze. Insomma, del consumismo americano Warhol non è il critico ma lo specchio, l’amplificatore. E come tutti coloro che non fanno che amplificare il loro tempo, è stato riconosciuto ed esaltato dal suo tempo stesso che in lui si riconosce. Warhol è lo spersonalizzato e reclamizzato cantore di un’era che nella spersonalizzazione e nella massificazione pubblicitaria ha trovato la sua massima immagine.

Per quanto la Pop Art rappresenti una rudimentale e quotidiana cultura di massa, essa nasce e diventa celebre nelle comunità newyorkesi più sofisticate, verso il 1950, e dunque rappresenta il divertimento ozioso di gruppi di nullafacenti ricchi e in cerca di sfizi, che trovano mecenati alla moda disposti a spendere cifre altissime per possedere i loro lavori.
La Pop Art nasce in Inghilterra, si diffonde a New York, esplode con la biennale di Venezia del 1964, ma continua ad essere identificata con Andy Warhol e la sua Factory, il vasto loft dove si riunirono a New York persone stravaganti, alla ricerca di opere provocatorie che dovevano simboleggiare la società newyorkese dominata dalla televisione, dal cinema, dai rotocalchi, dai miti di Hollywood, dalla pubblicità.

Per quanti i colori di queste opere possano essere vivaci o stridenti, hanno la stessa assenza di vitalità e di umanità dei manifesti pubblicitari e, come quelli, colpiscono gli occhi senza impegnare il cuore o la mente. L’oggetto in fondo non è nulla, può essere un rotolo di carta igienica come una grande star, è trattato alla stessa maniera, perché nella società dei consumi tutto è presentato e venduto allo stesso modo, un politico in campagna elettorale come una scatola di piselli, tutto è vendibile con le stesse regole.
L’immagine si decanta di ogni significato, il medium non è più, come voleva Mc Luhan, il messaggio, bensì il medium distrugge il messaggio. Restano i colori di superficie, il confezionamento brillante, la piattezza delle sfumature, l’artificio che vince l’umanità, resta il suo concetto che la vita è consumo e che l’arte deve essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale.
Il mondo del consumismo divora se stesso, la civiltà dell’immagine è ridotta alla mera immagine, nella completa disumanizzazione della vita, oggetto tra oggetti. Sparisce anche la narrazione storica, abbiamo solo la ripetizione coatta e seriale delle immagini. Eppure, sottilmente, anche se Warhol non se lo propone, proprio questa ripetizione monotona, proprio la serialità, accesa solo da un innaturale cromatismo, finisce col produrre un effetto alienante, come se aver portato all’estremo limite il vuoto ripetitivo della società moderna producesse un troppo nella coscienza dello spettatore, un effetto estraniante, che non è ancora autocoscienza ma è il senso di vertigine che si innesta per il superamento di un limite.

C’è un video di Warhol che dura cinque ore e mostra solo un uomo che dorme.
Ho visto un video presentato al Beaubourg di Parigi, non so di chi, che mostrava solo un piatto sedere di uomo quasi fermo, che molto leggermente cambiava, ma di poco, le sue pieghe già poco espressive. Questo sedere, quasi immobile e insignificante, quasi oppressivo nella sua totale nullità, è la rappresentazione di una società che ha tentato di immobilizzare tutto, perché ogni cambiamento significa pensiero e ogni pensiero diventa prima o poi scardinamento della coazione, rottura della monotonia del nulla. Il potere è di per sé immobile. Chi comanda tende a imporre un film ossessivo di qualcosa che nel suo ripetersi sempre uguale produca il pensiero piatto, che rassicuri il suo portatore proprio con la sua ripetizione metodica e non allarmante.
Il pensiero individuale è vivo e mobile, rompe la fissità del potere ed è l’infrazione che chi comanda aborre, mentre vuole imporre un mondo che si ripete, ridotto al minimo, dove scompaiono persino le variazioni della moda e dove i faccioni dei personaggi mediatici vengono costantemente imposti e riproposti per sancire l’immobilità del nulla, seriazione oppressiva tendente alla massificazione dei cervelli, all’abulia del pensiero, alla disidentificazione totale delle persone.
Così la serialità fissa della Pop Art documenta i caratteri coatti della società dei consumi, dominata dai beni materiali, dalle ‘cose’, senza più alcuna proiezione sui valori dell’immaginario, sulle persone, la società dell’esteriorità e dell’apparenza, dove gli oggetti di consumo e di possesso hanno preso il posto degli scopi esistenziali e le star del cinema hanno surrogato gli antichi dei.
E oggetti e star diventano i nuovi miraggi, creati dalla pubblicità e dai mass-media, per proiettare sulle masse falsi significati, per creare bisogni indotti, per trasformare ognuno in un consumatore passivo.

Un’opera di Warhol che ripete l’ossessiva immagine di una bottiglia di Coca Cola ci testimonia come quell’oggetto, pur nella sua insignificanza, sia ormai divenuto un referente più importante, rispetto ad altri valori interiori o spirituali, per giungere a quella condizione esistenziale di dipendenza dall’oggetto di consumo che i mass media propagandano come vincente nella società contemporanea e che ha in parte distrutto la capacità di pensare e la possibilità di essere.
Quando un politico come Berlusconi, chiama, con un clamoroso lapsus, i suoi elettori ‘consumatori’, dice una frase che può appartenere alla Pop Art.
Quando un politico come Blair viene costruito a tavolino come un robot, con un programma basato su sondaggi e un’immagine psicologica creata dai pubblicitari, la contaminazione dell’essere umano col detersivo lanciato sul mercato, nel mondo dell’apparire, è completa col totale asservimento dell’essere umano all’immagine artificiale del prodotto di mercato.
E certamente Warhol ha sfruttato del mercatismo e della pubblicità ogni aspetto favorevole al far denaro.

“Fare denaro è un’arte. Lavorare è un’arte. Un buon affare è il massimo di tutte le arti”.

Non era certo la filosofia di un Van Gogh che in tutta la sua vita vendette un solo quadro.
Come Andy Warhol proviene dalla pubblicità, così è anche per Berlusconi, che si è laureato con una tesi sulla pubblicità e su di essa ha fondato un impero. Nessuna meraviglia che uno dei guru del nostro tempo sia Steve Jobs, il guru dell’informatica, lo strumento comunicativo per eccellenza, con lui totalmente svincolata dai contenuti. Qui il medium diventa messaggio in modo alternativo, nel senso che è esso stesso lo scopo esistenziale, come oggetto di possesso e non come strumento per mandare messaggi.

I tempi antichi vedevano una frattura violenta tra i pochi che potevano permettersi dei possessi e la massa sterminata dei senza beni. Oggi è sempre più difficile per i detentori di ricchezza distinguersi per il godimento di beni esclusivi. La massificazione ha colpito anche gli status symbol. Un Giulio II poteva vantarsi di un ritratto dipinto da Raffaello, e Francesco I di Francia una saliera del Cellini ma oggi la signora vestita da Valentino rischia di incontrare una sua sosia con lo stesso modello e le Ferrari, si sa, si somigliano tutte. In un mondo massificato persino la ricchezza è massificata e il potere si riconosce solo dal prezzo dell’oggetto di possesso, molto raramente dalla sua unicità.
Se la massificazione delle masse abbienti si misura sul costo degli status simbol,
la massificazione del proletariato si misura sull’analogia, sull’avere tutti le stesse cose: stessi miti musicali o cinematografici, stessi barattoli di pelati, stesse merendine del Mulino Bianco, stessa Barbie…

Le citazioni di Warhol vorrebbero essere originali e provocatorie, sono invece una collezione di banalità di scarso gusto.

“Ci sono tre cose che trovo sempre belle: il mio solito vecchio paio di scarpe che non mi fa male, la mia stanza da letto, e la dogana degli Stati Uniti quando torno a casa“. Qui in qualche modo Warhol esprime il suo ringraziamento a New York per avere fatto di lui, figlio di un misero minatore immigrato cecoslovacco, un talento ripagatissimo dalla nuova borghesia americana, in grado di accumulare successo, fama, denaro, e di lanciare la propria immagine su una ribalta planetaria.
Come Warhol, molti artisti della Pop Art sono pubblicitari, fumettisti, fotografi… ma Warhol ne è il protagonista indiscusso grazie a talenti molto commerciali: provocazione, abilità commerciale, capacità di vendersi.

“Andrei all’inaugurazione di qualsiasi cosa, anche di una toilette.”

Figlio di immigrati slovacchi, il padre era minatore e la madre una contadina, vive a Pittsburgh in un quartiere abitato da operai e minatori, il ghetto ceco. Sono gli anni durissimi della grande depressione. I sobborghi operai della città sono miseri, sporchi, inquinati. Per di più, quando Andy ha appena 14 anni, il padre muore di peritonite tubercolare, lasciando la famiglia in condizioni pietose. La madre guadagna qualcosa facendo fiori di carta. Il piccolo Andrew ha già alcune tendenze fisse: intanto la mania del collezionismo, quasi un’ossessione compulsiva che conserverà sempre, spingendolo a raccogliere e ad accumulare ogni sorta di oggetti in scatole di cartone marroni che chiamerà ‘scatole del tempo’, poi la passione per le star, le dive del cinema, le personalità di successo. Il ragazzino è piccolo, sgraziato e malaticcio, dagli 8 anni soffrirà di convulsioni e di esaurimenti e questo lo isolerà dagli altri ragazzi facendone un diverso. Racconta che passava l’estate a letto ascoltando la radio e giocando con la sua bambola e i suoi ritagli di riviste. Disegna, si iscrive a un corso di disegno.
Emerge lavorando a New York come grafico pubblicitario presso riviste come “Vogue”, “Harper’s Bazar” e “Glamour”. Fa anche il vetrinista e realizza pubblicità per il calzaturificio Miller. Disegna scenografie.
Nel 1952 tiene la prima personale alla Hugo Gallery di New York.
I suoi primi dipinti si rifanno a fumetti e immagini pubblicitarie: Dick Tracy, Popeye, Superman, le prime bottiglie di Coca Cola…

I suoi primi anni a New York sono duri, vive in seminterrati anche con 17 persone, povere come lui: “Andavo in giro tutto il giorno per trovare lavori da fare di notte a casa. Questa era la mia vita allora: biglietti d’auguri e acquarelli, e di tanto in tanto qualche lettura di poesia nei caffè…La cosa che ricordo di più di quei giorni, a parte le lunghe ore passate a lavorare, sono gli scarafaggi. Ogni appartamento in cui stavo ne era zeppo. Non ho mai scordato l’umiliazione di quando, portata la mia cartella all’ufficio di Carmel Snow, da ‘Harper’s Bazaar’, la aprii giusto in tempo perché ne uscisse uno scarafaggio che scivolò giù per la gamba del tavolo. Lei si rammaricò così tanto per me da darmi del lavoro”.
Ma, come entra nel mondo snob delle riviste di moda, dimostra di sapersi muovere benissimo, ben presto lavora per i più lussuosi negozi della città, Tiffany, Bergdorf & Goodman, Bonwit Teller, I. Miller, per cui allestisce le vetrine e crea annunci pubblicitari. Nel 1952 riceve l’Art Directors Club Medal per la pubblicità da lui creata per i giornali.
È allora che tiene la sua prima mostra personale. I riconoscimenti si moltiplicano, e con essi le commesse di lavoro. La madre lo raggiunge a New York, e spesso collabora con lui, scrivendo con la sua grafia svolazzante e un po’ incerta i testi dei suoi annunci pubblicitari.

Warhol mette a punto la tecnica della “blotted line“, destinata a esercitare un forte influsso sul linguaggio della grafica pubblicitaria del tempo: un procedimento che consiste nel tracciare un disegno su un foglio poco permeabile, magari calcando una foto e applicandolo poi, quando è ancora umido, su una serie di altri fogli che diventano così degli “originali”, ognuno con qualche caratteristica casuale diversa, così da staccare l’opera dalla mano dell’autore. Ne risulta un segno gracile e interrotto, le cui irregolarità sono frutto del caso. In un procedimento di questo tipo il concetto stesso di “originale” viene trasformato, tanto più che Warhol spesso farà colorare questi disegni dagli amici, durante i “coloring party” che organizza in casa sua. La cooperazione con altri costituisce parte essenziale del suo sistema.
Tra gli assistenti ricordiamo Gerard Malanga, Ronnie Cutrone e Jay Shriver.

Dopo dieci anni di successo nella commercial art, passa ai dipinti dedicati al mondo dei fumetti e della pubblicità.
Sono di moda l’espressionismo astratto improntato al ribellismo anarchico e l’action painting, pittura d’azione (Pollock) in cui il colore viene sgocciolato sulla tela. Warhol sfugge da tutto questo, anzi sublima in grandi opere pittoriche gli oggetti più banali che ha davanti, “le realtà più tenaci, sciatte e banali dell’inquinamento visuale dell’America, quelle che farebbero digrignare i denti, nelle loro torri d’avorio, agli esteti e ai creatori di miti degli anni Cinquanta: pubblicità di parrucche, cinti erniari, plastiche nasali, elettrodomestici a buon mercato; un repertorio fumettistico che andava da Superman a Dick Tracy, da Zoe a Braccio di Ferro; alimenti in scatola da supermercati a prezzo minimo con nomi ben noti come Campbell’s, Mott’s, Kellog’s, Del Monte, Coca-Cola; denaro americano, francobolli e buoni d’acquisto; volgari tabloid (‘Daily News’ e ‘New York Post’); le stelle più popolari, da James Dean a Elvis Presley, da Elizabeth Taylor a Marlon Brando“.

La critica ride, scrivono che è il Nulla in Persona. Ma sarà la moda a santificarlo, i ricchi americani ben contenti di proteggere e pagare quel piccolo gnomo bizzarro che prende in giro loro stessi. Warhol se la ride: “Il languore annoiato, il pallore sprecato… Il freak chic, lo stupore fondamentalmente passivo, la segreta conoscenza che ammalia… I tropismi rivelatori, la maschera di gesso da folletto, lo sguardo un po’ slavo…” . Il suo compito demistificare l’opera d’arte, la sua originalità di “pezzo unico”, il segno romantico della creatività, dell’artista-demiurgo. Per lui l’arte è solo “un prodotto”. “Un artista!!! Che cosa intendi per ‘artista’? Anche un artista può affettare un salame! Perché la gente pensa sempre che gli artisti siano qualcosa di speciale? È solo un altro lavoro.
Usando la tecnica della blotted line chiunque può riprodurre un suo disegno bene quanto lui. E quando, nel 1962, inizia a servirsi della tecnica serigrafica su tela, porta alle estreme conseguenze il principio dell’illimitata riproducibilità dell’opera d’arte e quindi, in sostanza, del “non stile”, visto che per lui “lo stile è davvero qualcosa di poco importante“.

Vede una mostra di Roy Lichtenstein, il più celebre creatore della Pop Art e ne resta impressionato. Lichtensein riporta in grande dettagli di fumetti.

Crea le prime Campbell’s Soup Cans, i primi Disasters, i Do It Yourself, gli Elvis e le Marilyn. Con timbri di gomma imprime le serie dei francobolli e dei buoni d’acquisto; le prime Coca-Cola le fa invece servendosi di un blocco inciso di legno di balsa e contemporaneamente sperimenta le Oxidations, facendo reagire acidi su lastre metalliche, colloca su un marciapiede delle tele su cui “registra” le orme dei passanti; dovunque ricerca procedimenti per creare lavori “neutri”. Ricerca “una deliberata ambiguità tra ciò che è stampato e ciò che è dipinto o disegnato, tra compiti e decisioni assunti da qualcun altro e quelli che potevano essere solo suoi, tra casualità e controllo“.

Disasters

Prodotti di largo consumo, volti di personaggi dello show business, immagini tratte dai giornali a più larga tiratura, pubblicità: il filo è quello del consumismo, con la sua totalizzante massificazione.
Quel che c’è di veramente grande in questo paese è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca-Cola, sai che anche il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola, e anche tu puoi berla. Una Coca è una Coca, e nessuna somma di denaro può procurarti una Coca migliore di quella che beve il barbone all’angolo della strada. Tutte le Coche sono uguali e tutte le Coche sono buone. Liz Taylor lo sa, lo sa il Presidente, lo sa il barbone e lo sai anche tu.”
“Sono certo che quando la regina Elisabetta è venuta qui e il presidente Eisenhower le ha comprato un hot-dog allo stadio, lui credeva che il suo hot-dog da 20 centesimi fosse meglio di tutti gli hot-dog che potevano servire a Buckingham Palace. Dal momento che non ci sono hot-dog migliori di quelli dello stadio, neanche se avesse voluto spendere un dollaro, o dieci, o cento, avrebbe potuto mangiarne uno migliore. Poteva mangiarne uno da 20 centesimi, come tutti gli altri. Tutto ciò è molto americano.”
Warhol celebra i jeans: “Sono così americani nella loro essenza…
Tradurre sulla tela i feticci del consumismo diventa una sorta di omaggio all’America e al suo modo di vivere. E aumenta il suo successo, i suoi soldi, la sua fama. E’ diventato una di quelle star di cui sognava da bambino. New York lo idolatra.
Una buona ragione per essere famoso è che conosci tutti quando leggi le storie sulle grandi riviste. Pagina dopo pagina, sono tutte persone che hai incontrato. Io amo questo tipo di esperienza di lettura, ed è il miglior motivo per essere famosi.”

Ormai è una celebrità, tutti parlano di lui. La sua infinita vanità raccoglie infiniti riconoscimenti ma resta una persona fragile, vulnerabile, superficiale, coatta, fobica.
Il suo aspetto non gli piace, cerca di farsi operare il naso, si tinge i capelli, se li copre con parrucche bizzarre, si guarda continuamente allo specchio, trovandosi sempre nuovi difetti, si trucca, si sente brutto e nondimeno è al centro di tutti i suoi interessi. Ma il bel mondo lo idolatra, il massimo dandy di New York, che cerca di essere insolito facendo ciò che tutti fanno nel mondo in cui nessuno lo farebbe. L’uomo della serialità e della massificazione fa di tutto per sembrare unico e perché si parli di lui come originale.

Dal 63 adotta addirittura una parrucca argentata e mette polvere di brillanti nei suoi quadri. E’ ossessionato da ansie di ogni tipo, oppresso dalla figura della madre, incapace di avere sentimenti naturali. Ha azioni coatte come il continuo pulire e lavare, il conservare ogni piccola cosa, l’ansia di sapere se le luci sono accese o spente, se l’ascensore funziona, se sono rimasti dei mozziconi… E’ terrorizzato dall’idea della morte, deve sentire continuamente voci, il televisore sempre acceso, sempre al telefono, infinitamente bambino, mai cresciuto. E’ come la New York nevrotica, pansessuale e anfetaminica degli anni 60, secondo un modello a cui attingerà anche Woody Allen. Un vuoto nevrotico.
Negli anni 60 si parla solo di lui. Le mostre si moltiplicano, Tutti citano la Pop Art, che è forse l’ultima grande avanguardia del nostro secolo e che diventa l’arte di New York per eccellenza.

Caratteristiche fisse di Warhol: il consumismo, la banalità degli oggetti, la serialità. Ma per lui la ripetizione delle immagini è qualcosa di più di uno stilema artistico, è una forma coatta di rassicurazione, la ripetizione unita all’accumulazione.
Collezionista accanito non solo di arte e di oggetti del folklore americano, ma di ogni sorta di futilità, Warhol colleziona anche le immagini, i ricordi, in una curiosità onnivora come se dovesse conservare ogni dettaglio del suo tempo. Il vuoto si riempie di vuoti.

Sedia elettrica

Ogni mattina dettava alla segretaria una sorta di diario registrato su ogni più piccola cosa che aveva fatto il giorno prima e allo stesso tempo le chiedeva di ricordargli ogni atto, ogni minuto, ogni persona che aveva incontrato, in una specie di collezionismo indifferenziato del vivere, nella paura di dimenticare qualcosa, di non aver impresso nella memoria tutto. La paura di non esistere.

I suoi interventi sulle opere sono sofisticati: le manipolazioni fotografiche o le sovrapposizioni cromatiche, gli annebbiamenti, le sfocature, la parziale cancellazione di certi dettagli, inseriti nel non significato della ripetizione anonima creano nell’osservatore uno spaesamento, un’estraneazione, un senso di riconoscimento e insieme di estraneità, una destrutturazione.
Erano i tempi in cui anche il teatro di Brecht tendeva a questa oggettività anonima ed estraniante: vivi come se lo facessi attraverso la descrizione terza di un testimone casuale di un incidente. Anche le foto di Kubrick ricercavano immagini della realtà attraverso l’estraneazione, raggiungibile riducendo il fuori a una stilizzazione informale.
Ma, se Warhol nelle serie tragiche usa più spesso l’annebbiamento, nei famosi ritratti gioca sul contrasto stupefacente tra due o tre colori, i volti si appattiscono, i colori sono stesi in campiture piatte, come nei fumetti, le immagini diventano artificiali e astratte, quasi insignificanti, tese solo a colpire le cellule dell’occhio senza produrre pensiero, come in una ipnosi.

L’oggetto diventa una decorazione. Ricordiamo la serie dei dollari. O anche i suoi Flowers, fiori decantati e depurati, più simili a un disegno per tessuti o per tappezzerie che a un elemento naturale, effetto artificiale, anomalo, fuori dal tempo e dallo spazio.

Nel 1963 acquista una cinepresa da 16 millimetri e comincia a girare film. E’ molto interessato dalla macchina, da tutte le manipolazioni che può permettersi su un qualunque banalissimo oggetto. Inizia la serie dei personaggi famosi, poi un vero e lungo film di 3 ore e mezzo che ha molto successo.

Dal primo studio in una caserma di pompieri si sposta al 231 della Quarantasettesima Strada sulla Terza Avenue, la via più famosa di New York, quella delle sfilate e delle manifestazioni.
Gente famosa frequenta lo studio: Kerouac, Ginsberg, Fonda e Hopper, Barnett Newman, Judy Garland e i Rolling Stones…
Era nata la ‘Factory’, con le pareti interamente coperte da carta argentata, dove Warhol produce film, pittura, eventi, mostre… che diventa un crocevia della New York degli anni 60, dove Warhol promuove il gruppo rock dei Velvet Underground e organizza feste a cui il bel mondo non può mancare, con eventi multimediali in cui si eseguono musiche dal vivo, danze, monologhi… mentre sullo sfondo si proiettano i suoi film. A differenza di quel che dicono i maligni, alla Factory non si fa uso di droga, anche se ci passano molti tossici come Basquiat o come Haring né risulta che Warhol si sia mai drogato, anzi era un salutista.

Ugualmente sembra non facesse sesso e fosse più che altro un voyeur, spesso chiedeva ai suoi ospiti di spogliarsi e disegnava i loro organi genitali, di cui voleva fare un libro.
Andy era affascinato dalla nudità. Era incantato che ogni organo del corpo avesse una forma, un aspetto un colore diverso da un individuo all’altro. Proprio come un torso nudo o un viso raccontavano una storia diversa, per Andy anche un pene o un sedere raccontavano storie diverse”. Sembra che in ordine al sesso fosse piuttosto frigido e poco interessato.
Si dedica sempre più al cinema. Ma ormai si moltiplicano le sue mostre personali non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa.
Nel febbraio 1968 la Factory trasloca ancora, spostandosi in un loft bianco, tappezzato di specchi, al 33 di Union Square West. Pat Hackett descrive la vita apparentemente sconclusionata – in realtà assai produttiva, anche economicamente, l’atmosfera di lucida follia e di creatività.

Ed è qui che, il 3 giugno del 1968 una squilibrata che odiava gli uomini, spara a Warhol, che viene ricoverato in fin di vita e si salva a stento.

Tra la fine degli anni 60 e l’inizio del decennio successivo la sua opera grafica si arricchisce con le serie su Mao, che, da nemico del capitalismo, si trasforma in un inoffensivo motivo decorativo e sarà proposto in una mostra in oltre duemila varianti.
Abbiamo i famosi ritratti alle personalità del mondo dello spettacolo e degli affari, lavora su commissione per la vanità di quanti pensavano così di rendersi immortali. I veri artisti trovavano disdicevole che lavorasse su commissione ma lui ci si divertiva e ammucchiava un bel po’ di soldi. Metteva il soggetto in posa e gli scattava una sessantina di foto con la Polaroid, ne sceglieva 4 e ne faceva delle stampe 8×10 su acetato, ne sceglieva una, la tagliava, la truccava, la ingrandiva a 40X40 e lo stampatore ne faceva una serigrafia. “Per essere sempre pronto a produrre ritratti Andy faceva dipingere dagli assistenti in anticipo rotoli interi di tela nelle due tinte di fondo: color carne per i ritratti maschili e un tono diverso, più rosato, per quelli femminili. Usando la carta copiativa sotto la carta da ricalco, dall’acetato 40×40 ricalcava l’immagine sulla tela tinta color carne e poi dipingeva le parti colorate, capelli, occhi, labbra per le donne e cravatte e giacche per gli uomini. Quando la serigrafia era pronta, all’immagine particolareggiata si aggiungevano le parti già colorate e i dettagli della fotografia venivano serigrafati sulla tela. I contorni dell’immagine non si sovrapponevano sempre esattamente ai colori previsti e questo effetto di ‘fuori registro’ dava ai ritratti di Warhol quella caratteristica di leggera ambiguità. I ritratti generalmente costavano 25.000 dollari il primo e 5.000 i successivi.”
Nasce così una galleria del bel mondo internazionale: Truman Capote e Mick Jagger, Caroline di Monaco e Michael Jackson, lo scià di Persia, Chris Evert, Sylvester Stallone, Liza Minnelli… Ma anche sconosciuti, come i travestiti neri della bellissima serie provocatoriamente intitolata Ladies and Gentlemen.
Warhol interviene con segni grafici pesanti, larghe pennellate date a caso, chiazze di colore apparentemente senza criterio, in modo da stravolgere l’immagine.

Nel 1969 Warhol fonda la rivista “Interview”, dedicata al mondo del cinema e poi a quello delle celebrità di altri campi e anche questa ebbe un enorme successo.

Negli anni 80 le sue serie sono più ricercate e preziose, con colori vivi sapientemente accostati, e illuminati per di più da polvere di diamanti: Superman e Dracula, Topolino, Greta Garbo, Babbo Natale… e lui stesso, in uno dei suoi autoritratti più suggestivi (il volto tagliato a metà ma duplicato da un’ombra aguzza), consapevole di essere entrato a far parte dei miti di questo secolo.

Le opere sulle specie in estinzione sembrano aver abbandonato la neutralità per un messaggio ecologico e sono anche le sue opere più raffinate e preziose.
Ma continuano i prodotti commerciali, come le vistose camicie che non si stirano, le caramelle col buco, Paperino che promuove i prestiti di guerra…

Le sue opere sono ormai nelle più prestigiose gallerie di arte moderna del mondo.
Nel 1983 farà il manifesto per il centenario del ponte di Brooklyn.
Quando scoprì le opere di Roy Lichtenstein, che dipingeva dettagli da fumetti, decise di abbandonare i fumetti, perché “Roy li faceva meglio”.

Così Warhol ha preso oggetti molto comuni e ne ha fatto le icone del consumismo, ripetendoli in serigrafie a colori diversi, come un catalogo delle immagini simbolo della cultura americana: si va dal dollaro alla Coca Cola, dalle scatole di detersivo all’immagine di Marylin Monroe, ma senza alcun intento polemico o critico, come una collezione di documenti visivi che attestano le immagini più note della civiltà dell’immagine. Nella trascrizione artistica queste opere escono dal kitsch, rappresentano quasi un banale modificato.
La Factory è la fucina di molti lavori, un loft dove riunisce persone stravaganti che fanno esperimenti vari in una grande promiscuità e consumo di droga, una specie di officina di creazione collettiva dove egli è molto semplice e non si atteggia sugli altri, un grande punto di ritrovo e di creatività per i giovani talenti newyorkesi dove la musa conclamata fu la modella Edie Sedgwick, ma passarono artisti geniali come Jean Michel Basquiat e Keith Haring.

Basquait era un ragazzo di strada, un graffitaro di origini haitiane di Brooklin, tossico, che dipingeva sui muri e sulle porte e Warhol lo portò alla massima celebrità nel ricco mondo dei mecenati americani, offrendogli l’ambiente dove realizzare i suoi grandi quadri e allestendo le sue fortunate mostre di pittura.
Lui, Madonna e Warhol furono grandi amici. Basquiat ebbe una breve love storie con Madonna ma le restò poi sempre legato. Sfonda grazie a Warhol che è il suo protettore. Muore a 27 anni per overdose di eroina.

«Non ascolto ciò che dicono i critici d’arte. Non conosco nessuno che ha bisogno di un critico per capire cos’è l’arte».
Jean-Michel Basquiat

Anche Keit Haring era un graffitaro e anche per lui la protezione di Warhol fu fondamentale. La loro fu una grande amicizia e oggi i pupazzetti di Haring dilagano ovunque. Se Warhol ha utilizzato ogni medium espressivo, reiventandolo artisticamente e ha fatto della sua stessa esistenza un’operazione artistica, Haring voleva portare l’arte in ogni aspetto della vita. Ecco quindi i subway drawings, i posters, i murales, le magliette… Haring disegna sempre e ovunque, il suo universo rutilante e archetipo si appropria di ogni supporto: tela e pvc, terracotta e metallo, legno e carta straccia, tovaglioli e indumenti. La sua posizione nei confronti della commercializzazione dell’arte è la stessa di Warhol: “Non c’è molta differenza tra il modo con cui tratto nel mercato dell’arte e nel mondo commerciale. Una volta che il lavoro artistico diventa prodotto o merce la posizione compromettente è in pratica la stessa in entrambi i mondi. Alcuni artisti pensano di essere al di sopra di questa situazione perché sono puri e fuori dalla commercializzazione della cultura pop, perché non fanno pubblicità o non creano prodotti specifici per il mercato di massa. Ma vendono pezzi alle gallerie e ci sono commercianti che manipolano loro e il loro lavoro allo stesso modo.
Haring era convinto che doveva la sua arte a Warhol e che entrambi facevano parte di un processo.

«Io non sono un inizio. Non sono una fine Sono un anello di una catena
Keith Haring

Warhol morirà causalmente a 58 anni, e non certo di una morte teatrale così com’era vissuto, ma banalmente durante una semplice operazione chirurgica di cistifellea. Pochi giorni prima aveva realizzato «Last Supper», ispirato all’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, poi esposto a Milano. Il 17 febbraio 1987 fu colpito dall’ennesima colica biliare e assunse forti dosi di farmaci, ricoverato al New York Hospital venne operato alla cistifellea ma morì in circostanze misteriose, tanto da sollecitare un’inchiesta giudiziaria.
I funerali si svolsero a Pittsburgh, sua città natale, e a New York venne celebrata una messa commemorativa. Già mito in vita, con la sua scomparsa Warhol è diventato una leggenda. Alla sua messa di commemorazione parteciparono oltre duemila persone, desiderose di salutare per l’ultima volta quello gnomo brutto e irridente che veniva dall’Europa dell’Est, ma che più di ogni altro aveva saputo identificare e riprodurre, facendone vera arte, le icone dell’immaginario collettivo americano. Forse per molti quella era solo un’occasione mondana da non perdere, ma anche questo faceva parte del gioco, visto che mondanità e culto della celebrità erano stati elementi ineludibili del vivere di Warhol, corollari insostituibili del suo personaggio.

«… in fondo, cos’è la vita ? Ti ammali e muori. Tutto lì. Perciò non devi fare altro che tenerti occupato»


Andy Warhol

Warhol dipinse una mole straordinaria di opere, compresi i 50 a 100 ritratti ogni anno. Oggi i suoi ritratti di Marilyn Monroe, Liz Taylor, Mao Tze Tung, Che Guevara o Jacqueline Kennedy, nelle aste di Sotheby’s e Christie’s a New York vengono venduti per decine di milioni di dollari. Uno dei prezzi più alti è stato raggiunto dal quadro «Orange Marylin 1964», battuto all’asta nel 1998 per 17 milioni di dollari, una cifra quatto volte superiore la sua stima.
Che ci piaccia o no, Andy Warhol, il piccolo figlio di un minatore cecoslovacco, fa parte del mondo dell’arte e rappresenta, in modo fedele, l’America del Novecento.
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