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Tuesday October 17th 2017

WISLAWA SZYMBORSKA


MASADA n° 1361 272/2012 WISLAWA SZYMBORSKA
“Il potere di dire: tutto è mio e niente mi appartiene”

E’ morta Wislawa Szymborska, la gentile signora polacca, la più grande poetessa del novecento, premio Nobel per la poesia.
Questa è la conferenza che feci per lei nel 96, venne un folto pubblico di italiani, ma molti più polacchi, che ascoltarono con passione, emozionati con le lacrime negli occhi di chi ama un proprio figlio diletto.

La prima credenziale con cui si mostra è la modestia.
E’ il poeta un animale narciso, che sempre si rispecchia e ama il suo riflesso.
Un poeta modesto è una realtà paradossale. Il poeta si proietta sul suo sentimento esibito, nella parola ostentata, nello strappo ad effetto, nella sorpresa lanciata. E’ un eterno bambino, che tenta di estendere la propria psiche in un dramma eclatante o intimista, per cui la parola è brandita o danzata per costruire a frammenti l’enorme palcoscenico dell’Io.
Ma qui questo non è. “Preferisco il ridicolo di scrivere poesie\ al ridicolo di non scriverne” . E, in altro luogo: “Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale“.
La signora Szymbroska è una vera signora, elegante e modesta.

L’altra caratteristica del poeta è che, pur manifestando perennemente se stesso, tende a stare in compagnia, filone, corrente, metrica, indirizzo, credo, scuola…così da poter dire “io sono un poeta surrealista” o “postmoderno” o “pop”, non tanto per amore del gruppo, ma per cercare una individuazione di sé che lo rafforzi e lo distingua da quelli che non sono poeti o non lo sono come lui.
Wislawa Szymborska non ha bisogno di entrare in queste comunanze. E’ semplicemente se stessa. Dice:
“Vorrei che ognuno di noi conservasse il bene più prezioso: l’unicità”
Colui che è unico, è individuato, non somiglia a nessun altro.
In una ipotetica epigrafe:
“Qui giace come virgola obsoleta
l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata
dell’eterno riposo, sebbene la defunta
dai gruppi letterari sia stata distante”.

Cosa fa una persona semplice, schiva e modesta? Che è poetessa ma non ama esibirlo? Vive. Cioè pensa. Sente. Ama. Con grazia, con finezza. Esprimendo la sua unicità.
Un buddhista direbbe che il massimo della possibilità umana è l’uomo che vive qui-ora. Il poeta, invece, sta perennemente nella nostalgia o sofferenza del passato o nel presentimento o paura del futuro, sprofonda nell’inconscio o veleggia sull’ideale, è sempre da qualche altra parte. Questa gentile e colta signora polacca invece sta qui. Con noi. E il suo qui è il nostro. Il suo ora è il distacco di chi ha fortemente sofferto un dolore di popolo, un dolore partecipativo per la ‘gente’, vissuta come carne e ossa e persone e non come concetto astratto: “Preferisco me che vuol bene alla gente a me che amo l’umanità“.

Su questo qui-ora vi racconto una sua parabola:
“Dei pescatori pescarono una bottiglia dall’abisso. Dentro c’era una carta e sulla carta questa parole: “Aiuto, salvatemi! L’oceano mi ha gettato su un’isola disabitata. Sto sulla costa e aspetto aiuto. Fate in fretta. Sono Qui!”
Il primo pescatore disse: “Manca la data. Certo ormai è troppo tardi. La bottiglia può aver viaggiato in mare a lungo” .
E il secondo aggiunse: “Il luogo non è indicato. Persino l’oceano non si sa quale sia
“.
Ma il terzo replicò: “Non è troppo tardi, né troppo lontano. L’isola Qui è ovunque”. L’atmosfera si fece imbarazzata. Cadde il silenzio.
Questa è Proprio una delle verità universali.

Si è detto di lei che è distaccata E ironica, ma ‘distaccata’, che non vuol dire ‘staccata’. Il distacco buddhista, come il distacco cristiano, viene dopo una lunga elaborazione sul dolore. L’umanità è un’astrazione; la gente, invece, è l’uomo vicino a me; se io sento lui in me, il suo dolore è il mio, e io non posso essere solo ‘io’ mai più. L’altro, come me, è l’uomo che non fa la storia, ma la subisce. E’ l’uomo che vede passare le guerre, le ideologie, le perversioni di un potere che cambia i suoi nomi ma conserva la sua schizofrenia, perché l’uomo che si è separato dall’uomo sarà sempre schizofrenico, e allora riempirà di fragore di cannoni e di proclami di potere la sua alienazione e schiaccerà gli altri per essere di più, in un delirio continuo di disconoscimento, delirio perché il riconoscimento di noi stessi passa attraverso il riconoscimento degli altri.
L’uomo è nato per essere “uomini”, altrimenti sarà limitato per sempre. L’io deve essere il ‘noi’ o non sarà.

Ritto in abbagliante semplicità l’albero della Comprensione
sta presso la fonte che si chiama Ah Dunque E’ Così”.

Il poeta seicentesco John Donne scriveva: ” Nessun uomo è un’isola, | completo in sé stesso; | ogni uomo è un pezzo del continente, | una parte del tutto. | Se anche solo una zolla | venisse lavata via dal mare, | l’Europa ne sarebbe diminuita, | come se le mancasse un promontorio, | come se venisse a mancare | una dimora di amici tuoi, | o la tua stessa casa. | La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, | perché io sono parte dell’umanità. | E dunque non chiedere mai | per chi suona la campana: | suona per te.

C’è un modo di essere poeta che si pone su questo livello, e allora colui che non fa la storia, la virgola obsoleta, può diventare storia.
Wislawa è una signora molto sensibile, saggia e profonda, moderata e riservata, che vive in modo unitario, semplicemente qui-ora, dolendosi per la diffusione del dolore, rallegrandosi per le briciole della gioia.
Per lei i critici parlano di “minimalismo metafisico” e di “semplicità ironica”, ma bisogna intendersi. La semplicità non è pochezza. La pochezza appartiene al mondo del superficiale, infantile o ignaro. Vedere la complessità del mondo con occhio essenziale è un’altra cosa.
Quando Ungaretti dice: “M’illumino \ d’immenso” abbiamo qualcosa di grandiosamente semplice, qualcosa che sposta di livello la coscienza, come un koan. Un koan è un mondo, un atto che scardina le basi della mente razionale e crea un’apertura a un nuovo modo di essere. Il koan è un paradosso, non parla di ciò che dice. Rimanda, crea. Paradosso è ciò che sposta nell’altrove. C’è un parlare qui-ora che apre un parlare altro. Ma solo chi è molto sottile sa aprire il nuovo suono e solo chi è molto aperto può avvertirlo. Il koan non è un enigma, risolvibile con l’intelletto o percepibile con i sensi, per la soluzione è necessario essere pronti a un salto mortale, a un cambio di qualità, a una metamorfosi.

Ugualmente ci sono poeti che aiutano questo passaggio di qualità.

Ma per chi non ha pronto il giusto ascolto, la possibilità muore e resta solo una parola troppo semplice. Per questo i critici parlano di ‘minimalismo metafisico’. Qualcuno ha detto addirittura che la Szymborska è ‘ottimista’ o che è ‘spiritosa’. Io dico che questo è ancora poco.
L’essenzialità dei due versi di Quasimodo, essenzialità che non è pochezza, crea un effetto dello spirito.
Come si può dire che questo è minimalismo, se l’effetto è gigantesco?
L’essenzialità della Szymborska crea effetti del cuore, del cuore verde, dell’intelligenza fine, del cuore intelligente, che comprende ma anche partecipa. E’ poco questo?
Il poeta qualche volta riesce ad aprire un’altra comprensione, un’altra percezione della verità. Ma bisogna essere molto sottili per capirlo. Bisogna essere pronti. La poesia è sensibilità, percezione, suono. La vibrazione è molto importante perché crea vibrazione. “Nella prosa può esserci tutto, anche poesia \ ma nella poesia deve esserci solo poesia”.
Non riesco nemmeno a immaginare come potrebbero vibrare le parole di Ungaretti tradotte in un’altra lingua. Noi possiamo tradurre concetti, idee, schemi, formule ma come potremmo tradurre la musica? Più la poesia è essenziale, sottile, d’anima, più essa è vibrazione; frequenza, tradurla significa tradirla, sintonizzarsi su bande diverse, cantare altre musiche, spiegare altri sensi.
Con lei siamo nel mondo dei suoni-anima, non in quello delle parole ideografiche o delle immagini rappresentative.
Se traduci il suono del flauto in quello del tamburo, hai un’altra realtà. Il suono di uno strumento non è solo rumore, è una linea dell’Essere, una espressione del vivere, una tonalità dell’anima.
Per questo i totalitarismi usano suoni bassi e potenti, come linee tozze e squadrate. C’è della politica anche nel modo di fare poesia, nel modo di resistere sottilmente alla grossolanità, nel modo di fare ironia o di farsi schermo contro la violenza e insieme di compiere delle scelte che vadano dalla parte giusta, che siano per l’uomo e non contro l’uomo, che si associano agli umili e ai sofferenti, c’è politica anche nel modo di vivere la religione senza esibirla, come afflato di vita… C’è politica anche nello stare appartati ma vigili, amici dei nostri amici, e, anche in un mondo prigioniero, restare liberi dentro, vigili, resistenti.
“Preferisco una bontà avveduta a quella credulona”

Non so se le poesie della Szymborska siano minimali o ironiche o filosofiche, come hanno scritto. Esse, come i koan, aprono le cortine dell’intelletto, scansano i lacci della mente e rivelano l’essenza del cuore.
Credo che la poesia, come la religione, debba essere trasformativa e credo anche che l’unica trasformazione che dobbiamo considerare, dopo i fallimenti della volontà, le disillusioni del sesso e gli inganni della ragione, sia la trasformazione del cuore. Solo il cuore, ormai, dopo tante battaglie andate a male può restituirci un atto di dignità. Tutto il resto è ancora propaggine del passato, di un mondo morto che, non sapendo di essere morto, continua a sbranare.

La poesia di Wislawa è pulita e nitida, la gentile signora usa parole quotidiane ‘le parole delle cose’. Pascoli fu, da noi, il poeta delle piccole cose, ma qui un’altra preziosità, un’altra dignità.
Semplicità, profondità, meditazione, calma interiore, quello che viene al saggio quando ha lungamente meditato il dolore.
Buddha diceva che, se lasci la superficie procellosa di un mare in tempesta e vai giù, sempre più giù, arrivi al cuore tranquillo dell’oceano e ogni tempesta si placa e tutto diventa chiaro e fermo; la tempesta è sempre sopra di te e tu ne sei cosciente, ma nello stesso tempo sei in una dimensione interiore, che ha una diversa visione delle cose.
Non diversamente, Jung incitava a lasciare le tempeste della vita come quando si sale in montagna e si finisce in mezzo a un temporale, ma, salendo ancora, si può oltrepassare il fronte alto delle nubi e guardarle dall’alto, nel sole.
Ci sono anime così, vedono tutto e sentono tutto, ma sono entrate profondamente in se stesse e hanno assunto un altro sguardo, una sensibilità lucida e sottile, la serenità di chi ha molto visto e molto sentito ma ha innalzato il cuore saggio al di sopra della sofferenza e del dolore..
La Szymborska ha questo sguardo fermo, sottile, armonioso, da mite signora fuori dal tempo ma insieme dentro il tempo.
I grandi numeri non la sconvolgono, la lasciano ferma le velleità della ragione o quelle dell’umore.

“Quattro miliardi di persone su questa terra
e la mia immaginazione è uguale a prima
Se la cava male con i grandi numeri
Continua a commuoverla solo la singolarità”.

Ecco! La persona che incontriamo, la piccola cosa in cui ci imbattiamo, questo è il segreto del mondo. A chi la guarda con occhio caldo e partecipativo, ogni cosa comune è prodigiosa, commuove, nella sua singolarità, è vera, è vita. L’unicum delle piccole cose. Il potere non commuove, non ha unicità, esso è ripetitivo e fagocitante, distrugge quell’unicum che sei, è non-vita, è contro la vita.
I più grandi spiriti religiosi, siano essi buddhisti o cattolici o agnostici, hanno rispetto per la vita nella sua più piccola parte. Non è facile di questi tempi dove essa fa parte della retorica. Ma qualcuno può permettersi di essere semplice e di fare a meno dell’orgoglio, delle passioni, dell’egocentrismo e del melodramma.
E’ semplice colui che, distaccato dal proprio ego, ha più umanità perché è meno ‘Io’ e più ‘tutti’; egli ha il dono del sorriso, un sorriso che non è inconsapevole, ma compassionevole, partecipante, gentile e lievemente distaccato, come quello del Buddha. Egli è sopra se stesso per essere più nel mondo, per essere mondo.

“Chiedo scusa a tutto, di non poter essere ovunque
Chiedo scusa a tutti, di non poter essere ognuno”.

Il mondo non lo si vive nel salotto dell’ostentazione, nel teatro dell’orgoglio o nel mercato dell’avere, lo si vive nel cuore, che è un altro livello, il livello più profondo dell’Oceano, dove si raggiunge la pace, dove non siamo più isole ma continenti.

Wislawa, intelligente e modesta, vive nel suo monolocale, disdegna celebrazioni e incontri, schiva interviste, il suo isolamento volontario è una leggenda, ma lei è tutt’altro che sola, i vicini la conoscono, gli amici la amano, i lontani la sognano. Oggi, che ha preso il Premio Nobel, il premio più prestigioso del mondo (da noi l’ha avuto solo la Deledda) non si è montata la testa, per quanto questa cosa l’abbia molto stupita. Darà i soldi ad alcuni istituti per handicappati. Arrivata a Stoccolma per ricevere il premio, ha scritto:

“Perché a uno solo tanta abbondanza?
A uno e non a un altro
E perché mi trovo in questa stanza?
In questo giorno di martedì?”

Di lei si sa solo che è nata in un piccolo centro della Polonia occidentale e a 8 anni si è stabilita a Cracovia. Ha una vita fatta di pochissimi eventi, come tante vite comuni. Cosa c’è di male in una vita comune?

“Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.”
.

Una signora di 73 anni, senza storia, colta, elegante dentro, una persona semplice, ma forse la forza sta nei semplici. Non potendo sottrarsi ai giornalisti, ha detto con gentile fermezza: “Non parlerò di questi argomenti: la mia vita privata, i miei sentimenti, la mia poetica, i miei amici, le mie letture e la politica.” Non so cosa le abbiano chiesto.
La sua grande intensità di vita è espressa senza pathos o megalomania, senza aggressività o rancore, senza rabbia o eccesso di dolore, la sua pena sì ma in modo pudico, attento, con una espressione pensosa, fragile e discreta.

“Nel fiume d’Eraclito
il pesce pesca i pesci
il pesce squarta il pesce con un pesce affilato
il pesce costruisce pesce, abita nel pesce,
fugge dal pesce assediato…
Nel fiume d’Eraclito
io pesce al singolare, pesce distinto
(quanto meno dal pesce-legno e dal pesce-pietra)
descrivo nei singoli attimi pesciolini
per così breve tempo
che forse nell’imbarazzo è l’oscurità a sfavillare”.

Qui avete una delle sue rare foto. Sotto c’è scritto: “Sarà la poesia a salvare il mondo?” Ma è solo una frase a effetto. Il mondo non vuole essere salvato, vuole solo essere protagonista e ogni tanto fa finta di commuoversi su un piccolo caso, poi torna a correre sfrenatamente.

“Hanno scoperto una nuova stella
ma non vuol dire che vi sia più luce
e qualcosa che prima mancava
Una stella senza conseguenze
ininfluente sul tempo, la moda, l’esito del match
il governo, le entrate e la crisi dei valori…”

Diffidare delle grandiosità, anche nei sentimenti. La sua compassione non è mai viscerale, la pena è pulita e distaccata, leggera anche se saggia. Così anche la sua parola è lieve, senza ostentazione, parola senza potere, parola di valore:

“Preferisco i paesi conquistati– dice- a quelli conquistatori”.

E ancora: “Non prendertela a male, lingua, se prendo a prestito parole patetiche \ per poi a stento farle sembrare leggere”

Ma se invece siamo complessi, il che vuol dire non ancora evoluti, ci sarà difficile capire questa leggerezza, perché essa è il dato finale, la conquista.
La leggerezza è la grazia dell’arte. Calvino ha scritto un saggio sulla leggerezza. Giotto traccia una O perfetta con un solo tratto della mano ma nessuno lo comprende. Leonardo racchiude un enigma in un sorriso.
La leggerezza è semplice. Inesplicabile.

Un imperatore cinese chiamò un grande pittore a corte e gli chiese di dipingere per lui. Il pittore accettò a patto che l’imperatore lo pagasse per tutto il tempo necessario. L’imperatore acconsentì. Passarono cinque anni e il pittore non aveva ancora impugnato il pennello. Passarono altri cinque anni e il pittore non aveva nemmeno preparato la carta. L’imperatore fremeva. Dopo altri cinque anni, di colpo, il pittore prese carta e pennello e con un unico e compiuto tratto della mano disegnò un bellissimo, perfetto, granchio.

Ma, prima che la penna scriva, occorre che l’anima veda.
E l’anima può vedere soltanto quando si sia depurata dalle scorie e sia arrivata alla pura semplicità della luce, come il diamante che realizza la sua rifrazione perfetta solo quando abbia perduto il carbone e abbia lasciato gran parte della sua confusa natura primitiva. Solo dopo una lunga fatica, l’anima può brillare, e la sua non è la luce dell’accrescimento ma dell’eliminazione.
Solo quando saremo di meno, saremo di più.
Solo quando l’Ego sarà limato, saremo ‘noi’.
La luce universale si frammenta in ognuno, nascondendosi in scorie oscure, e allora la vita è esilio e caduta. Vivere è il faticoso processo di ritorno dal particolare all’universale. Quanto più lasceremo le scorie dell’egoismo, tanto più diverremo semplici e essenziali e ci apriremo alla comprensione e alla compassione.
La parola allora è segna di ciò che è e si fa rarefatta, sospesa e preziosa, si rivela nel minimo dei mezzi.
Ma la semplicità filosofica e il sentire partecipativa non sono doni nativi, sono il frutto di una grande elaborazione culturale ed umana, un lavoro della mente unito a un lavoro dell’anima. E la cultura di questa gentile signora polacca è vasta e profonda, la sua mente è fine e sottile, il suo cuore saggio. Lo strumento estetico e formale è dominato ma anche superato, perché ciò che essa mira non è l’effetto, è il senso. E cos’è il senso se non il bagliore di un lampo che illumina la notte della psiche? Il senso non è più nell’assoluto. Il mondo si è incrinato. Il senso è nelle piccole cose, come specchio dell’intero. E la vita, dunque, può essere dubbio, ma mai scetticismo totale.
“Preferisco considerare persino la possibilità che l’essere abbia una sua ragione”, dice.

Il bagliore, l’illuminazione, sono al di là dei nostri strumenti visivi, che altro non svelano che manifeste difficoltà umane di ciò che è meno rispetto a ciò che è più.
Cos’è il senso se non qualcosa di ineffabile che inerisce alla vita e non è maggiormente sulla torre più alta che nel granello di polvere, perché tutto ciò che è sopra è sotto e il microcosmo rispecchia il macrocosmo e viceversa. Quindi non ci sono cose piccole o grandi, ma c’è solo la vita e la nostra capacità di saperla cogliere, comunque la si guardi. Piccolo e grande sono proiezioni dello sguardo, errori di valutazione, e trovare grandezza nelle cose minimali, nel quotidiano, questo sì che è opera di saggi, perché solo lì possiamo manifestare quanto valga il nostro rispetto alla vita, e dunque il nostro essere vivi.

“Mi meraviglio io stessa, quanto poco di me sia rimasto
Un essere singolo, temporaneamente fra il genere umano
che ieri in tram ha perduto soltanto un ombrello”.

Il santo, il bambino, l’artista, il saggio, il poeta possono avere questi modi di guardare alla vita: stupore, partecipazione, compassione, pena e sorriso, insieme all’ironia che ci salva dalla presunzione. Sono modi che non coinvolgono la volontà, i sensi o la mente, sono i modi del cuore.

“Dov’è il mio potere sulle parole?
Le parole sono colate sul fondo di una lacrima”.

Wislava Szymborska è nata nel 1923, oggi la morte l’ha presa a 88 anni. Ha visto l’occupazione nazista della Polonia, poi quella comunista, poi quella post-comunista, ha sofferto le vicissitudini di una storia terribile che si è sfrenata su una parte sofferente dell’Europa, una storia con cui si può solo protestare.
Ma la sua protesta è sottile, ferma e vibrante e insieme composta, con un linguaggio spoglio, mai ricercato. Ha di fronte il potere, ma i poteri passeranno e la verità resterà.

“Da questo bisogna cominciare: dal cielo.
Finestra senza parapetto, senza intelaiatura, senza vetri.
Un’apertura e nulla oltre,
solo amplitudine.
Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
Il cielo l’ho dietro le spalle, sottobraccio e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva da sotto…
Dividendo il cielo dalla terra
non si pensa in modo appropriato
a questa totalità.
E’ solo un modo per vivere
presso un indirizzo più esatto,
più facile da trovare
se dovessero cercarmi.
I miei segni particolari
sono l’estasi e la disperazione”.

Sta finendo un tempo, sta finendo un mondo, sta cedendo il predominio di alcune funzioni umane. Il senso di chiusura e fine non ci viene dal tempo del calendario ma da quello della storia, dalla sazietà che abbiamo verso i grandi conflitti, le grandi ideologie distruttive, le grandi separazioni, i muri contro muri, le eresie, le lotte al libero pensiero, e tutti i sistemi di negazione delle libertà, delle parità, del rispetto dell’uomo all’uomo e dell’uomo alle cose, sazietà del grande rifiuto che ancora i nostri tempi fanno alle donne, ai bambini, ai poveri, ai diversi, ai non-politici, ai non-potenti, ai non-ricchi. Duemila anni in cui tutte le grandi palingenesi filosofiche, religiose, politiche, economiche sono fallite in fiumi di sangue e oceani di sofferenza e ancor oggi altri fantasmi agitano nuove ideologie assolutamente identiche di odio e separazione, in nome di altri falsi ideali magniloquenti e volgari in assoluto dispregio della vita comune della gente. A tutto questo diciamo: basta! Non vogliamo più profeti, o uomini della provvidenza, o eroi del destino, o salvatori della patria. Se il mondo sarà salvato non sarà da queste nuove bocche pronte a divorarlo e a vomitarlo distrutto. Lo salveremo noi tutti! Noi gente comune, dal nome che nessuno conosce, noi dalle nostre piccole case, dai nostri destini legati, dai nostro cuori infelici.
E’ la storia stessa che ci fa dire: basta! E’ lo spettacolo penoso del mondo che si rotola sempre negli stessi errori e ripete sempre le stesse atrocità. Essere semplici oggi non è solo difficile, è eroico, ma è l’unica via che ci resta per salvarci dall’omologazione, dalla massificazione, dal mercato, dagli autoritarismi, dal potere.
Io sono grata ai signori svedesi che hanno visto del buono in questa via delle persone semplici! Se l’uomo non torna a essere giustamente umano, dopo tanti cattivi modi di essere umani, se non riuscirà a vedere un valore nella semplicità là dove non c’è altro che ostentazione, se non riprenderà ad amare il suo quotidiano là dove l’uomo errato cerca solo il sovrumano, se non imparerà a sentirsi partecipe e dolente e insieme non travolto, resistente ma non vinto, uomo tra uomini, uomo insieme a tutti gli altri uomini, se non tornerà ad esprimere il sorriso della pace e il calore del rispetto, e non cercherà di salvarsi con l’autoironia….noi, tutti noi, non avremo speranza.
Per questo mi piace questo premio Nobel della pace. E’ un simbolo e un monito. Chi ci vede ancora solo qualcosa di piccolo e perciò stesso di modesto deve fare ancora molto cammino.

“Quando il male trionfa, il bene si cela.
Quando il bene si mostra, il male attende nascosto.
Nessuno dei due può vincere
o allontanarsi a una distanza definitiva.”

La gioia è sempre pensosa, ma la disperazione va sorretta.

“Doveva essere migliore degli altri il nostro ventesimo secolo
non farà più a tempo a dimostrarlo
ci si doveva avviare verso la primavera e la felicità, tra l’altro…
Dio doveva finalmente credere nell’uomo
buono e forte
Ma il buono e il forte
restano due esseri distanti.”

C’è un dolore sottile tutto intorno. Tutta la Polonia, tutta l’Europa, tutta la storia hanno il peso di questo dolore. Come si sanerà questo malessere? Come troveremo la conciliazione? Chi ci darà la vita, forza del vivere?

“Nulla è cambiato
il corpo prova dolore
deve mangiare e respirare e dormire.
Nulla è cambiato
il corpo trema come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma
……………………
le torture c’erano e ci sono, solo la terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta
……..L’animale vaga
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana …
mentre il corpo c’è e c’è e c’è
e non trova riparo”.

Vivere è un grande atto di resistenza, che si consuma nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle relazioni, nei pensieri, negli atti di volontà, nel respiro; le nostre pupille incupite devono trovare il breve tratto di prospettiva che consenta ancora la vista, la voce arrochita deve trovare la frequenza che renda possibile la comunicazione, il cuore che lotta costantemente con ciò che lo attanaglia deve avere un suo spazio di possibilità, per battere né troppo piano né troppo forte, in una precaria posizione di equilibrio, nella consapevolezza che siamo mischiati all’insieme, nella speranza di far parte di ciò che la cambia sottilmente in meglio.

“Nessun giorno è simile al precedente, non due notti ti insegnano cos’è la felicità esattamente, nello stesso modo, con gli stessi baci…”.

“Siamo figli dell’epoca
l’epoca è politica.
Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne,
sono faccende politiche.
Che ti piaccia o no
i tuoi geni hanno un passato politico
la tua pelle una sfumatura politica
i tuoi occhi un aspetto politico.
Ciò di cui parli ha una risonanza
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell’altro politica.
Perfino per campi, per boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico…
Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico
Basta che tu sia petrolio
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a un tavolo rotondo o quadrato
Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano
e i campi inselvatichivano
come nelle epoche remote
e meno politiche.”

E allora, in ogni istante, sia o non sia la fine del millennio, il naufrago va salvato, il bambino sarà fatto nascere, il senza terra dovrà trovare un nuovo approdo, la stella sarà ancora scoperta, il cielo si aprirà, tutto qui-ora, e nella nostra vita ci sarà un mondo nuovo, fatto da noi, come prima nessun mondo è stato fatto da tutti, ma dobbiamo essere lucidi e non illusi, perché le illusioni hanno prodotto fin troppa rovina. Si deve essere lucidi e non tremare e anche occorre non vedere troppo oltre, per non vacillare.

“Alla nascita di un bimbo
il mondo non è mai pronto…
Purché il parto sia lieve
e il bimbo cresca sano.
Possa essere talvolta felice
e scavalcare gli abissi.
Che abbia un cuore capace di resistere
e l’intelletto vigile e lungimirante.
Ma non così lungimirante
da vedere il futuro.
Risparmiategli questo dono,
o potenze celesti.”

Andiamo così per il mondo. Chi siamo. Chi sei. Ci siamo in quanto esistiamo nel mondo.
E finito il lavoro di questo vita a Lui ci presenteremo. Ognuno col suo curriculum.

Scrivere un curriculum
Che cos’e’ necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
è bene che il curriculum sia breve.
E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Così la storia trita gli uomini. Eppure ogni foglio e ogni parola su ogni foglio è come se fosse scritta per l’Eternità.

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.

Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

..
http://masadaweb.org

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One Comment for “WISLAWA SZYMBORSKA”

  • michael-santhers says:

    Mi piace questa poetessa dal nome impronunciabile-linguaggio sintetico e di contenuti,ironica,eccentrica,moderna,particolare,si legge con piacere-ci ha lasciti ma vivrà a lungo nelle sue poesie


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