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Friday October 20th 2017

FLAVIO ALMERIGHI, POETA


MASADA n° 1369 23/2/2012 FLAVIO ALMERIGHI, POETA

Svolazzi e democrazia – Dichiarazione di conformità – All’apparenza – Alla tua ribellione – Violette in primavera – Epiteti per Charlotte – Rincara la bellezza – Quaderni – Quattro temi d’amore – Un giorno d’amore – Niente di speciale – Nebbia – Ottantanove sconosciuti – La galaverna – Sarà perché non piove da mesi – Sera di inverno – Cose che passano – Mi stupiscono i silenzi- Del mio futuro – I poeti non contano – La formidabile lotta di Enrico contro la neve – Il dormiveglia è bellissimo – La gente – Ancora del senso compiuto – Senza motivo – Immagini senza cinematografo – Sono le Tre – Melone d’acqua

Svolazzi e democrazia

Piccoli svolazzi di passerotto da diporto
fatalmente chiusi all’angolo,
nello scippo violento delle mafie
il lavoro sparisce, l’ignoranza è forza,
uomini e donne
gran massa eccitata di elettroni,
l’incivile sguaia forte la sua grida
ché nessuno dica nulla,
nemmeno un palanchino di democrazia
ad allentare retoriche da palazzo,

ampie divergenze,
coese maggioranze.
Il piatto crepa, caricato a pallettoni
e calde lacrime,
cambia legge
il Pireo asciugato fino al sottosuolo.
Sanno intenerirti le anitre
inzaccherate di petrolio?
Hanno l’andatura buffa

di satrapi cinesi.
Muore senza dubbio la democrazia
alza le braccia in Grecia
là, dov’era nata

Dichiarazione di conformità

Io, mio nome e cognome,
mio luogo e data di nascita, mio indirizzo,
proprietario della mia stessa faccia
e dei vuoti di ogni giorno, cittadino italiano,
dichiaro di avere vissuto non un giorno in più
rispetto all’età da me dichiarata, e di avere paura

per ogni bambino che nasce dalla follia degli dei
perché sono folli,

che la mia pelle è chiara,
ma più bianca in inverno,
di possedere sicuri mezzi di sostentamento
almeno finché mi sarà permesso,
che un giorno mia figlia sarà l’unica donna bianca
rimasta a vivere nel suo quartiere,
premesso che altro quartiere ci sia
purché non si tratti di venezia o atlantide.

Io, mio nome e cognome,
dichiaro di avere amato
ogni volta come fosse stata l’ultima,
di esistere in vita
fino al giorno di mia morte
di non conoscere del tutto l’italiano,
ma di scriverlo e parlarlo a orecchio,
senza esagerare in inchiostro e birra.

Dichiaro che gli opportunisti possono
accodarsi alla banderuola di turno,
fare peana e cori come gatte in estro
salvo patto di recesso entro giorni sette,
e per tutto quanto non afferisce
i bordelli a circuito chiuso nei televisori
facciano riferimento alla carta stampata,
in caso contrario dichiarino il falso.

Dichiaro di sentirmi profondamente triste
per quanto vedo e non posso cambiare,
di avere paura della mia stessa ombra,
di ricordare sempre meno date e anniversari,
io, mio nome e cognome, ammetto
di essermi accorto della migrazione delle rondini
sempre con giorni di ritardo, a cielo vuoto,
e di non averle mai viste andare via.

Io, mio nome e cognome, dichiaro
di non avere più nulla a pretendere
se non il prossimo maggio,
rilascio contestualmente al lettore di turno
ampia e liberatoria quietanza.

All’apparenza

Considerate – povera patria
questo paese d’olio e vino,
prossimo a interrarsi
di eleganti sfondi azzurri
portatori sani di macerie,
sull’onda al fard infetto
di puttanelle di regime
e rondoni gonfiati.

Riflettete sui ponti,
mentre amoreggiate
incogniti con voi stessi
su monitor opalescenti,
compatite almeno
il destino di chi vi è sotto,
tra città prossime all’inciampo
per labirintite.

Riflettete sui soldi,
cattiva moneta
per cui vi battete,
sulla solitudine senza poesia
che vi lasciate dietro,
su giornali in serie
letali diffusori di sondaggi
e ricette da cucina.

Rimettete, per favore
la verginità ai preti
– banchieri degli uomini e di dio,
voi che amate l’apparenza,
voialtri che tradite
la stessa sensibilità dei treni,
considerate – ovunque siate
cosa vi potrà salvare.

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21-1-1959.
Si è dedicato nel corso degli anni a teatro, radiofonia, cinematografia.
Ha ottenuto diversi riconoscimenti in vari concorsi letterari
Sue le raccolte di poesia
Allegro Improvviso (Ibiskos 1999) Vie di Fuga (Aletti 2002) Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003) Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007) durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008) qui è Lontano (Tempo al Libro 2010) Voce dei miei occhi (Fermenti editrice 2011)
Alcuni suoi pezzi sono stati pubblicati in prestigiose riviste quali Tratti, Prospektiva, Il Foglio Clandestino; ha a sua volta fatto parte di giurie in concorsi letterari.

Da http://www.alettieditore.it/emersi/almerighi/almerighi.htm

Flavio Almerighi (Faenza 1959). Le sue prime liriche risalgono al 1976. Per sfuggire l’aridità degli studi e del proprio lavoro (prima contabile poi consulente d’impresa) si è sempre inventato interessi nuovi. La sua poesia è restata per vent’anni circa sottofondo di altri interessi ben più conclamati. Svolge infatti dal 1977 attività di attore filodrammatico e dal 1979 al 1996 è stato conduttore radiofonico e il giornalista dilettante. Memorabile una sua intervista del 1992 a Giulio Andreotti.
Compone negli anni 80 le parole di una rock song demenziale dal titolo “Giancarlo” incisa e portata a un discreto successo dal gruppo dei Koppertoni. Collabora alla stesura di sceneggiature per cortometraggi e vi partecipa saltuariamente come attore.
Abbandonata l’attività radiofonica è dal 1996 che inizia a interrogarsi sul proprio talento di poeta. Vince in quell’anno il primo premio al concorso Sant’Andrea Apostolo dello Jonio con la lirica “Amelia Rosselli”. Un suo breve racconto “Il ritratto di Ofelia” giunge tra i vincitori del premio “L’officina dello scrivere” indetto dalla Confartigianato. Nel 1999 esce il suo primo libro “Allegro Improvviso”, Ibiskos editore, raccolta di quaranta poesie. Dopo una grave battuta d’arresto causata da un incidente stradale, esce nel 2002 “Vie di Fuga” , Giuseppe Aletti Editore, una nuova raccolta di poesie che ottiene un buon successo. Pubblica abitualmente poesie anche su siti internet.

«Flavio Almerighi è un poeta da leggere prima di tutto con il cuore, solo così il suo percorso poetico acquista significati profondi e condivisibili. È la confessione di un’anima inquieta che vaga cosciente nei giorni, malinconica e rabbiosa, un sentirsi come dentro a un evento estremo, come se fosse la fine del mondo, ma nel verso trova la sua profonda quiete. È questa un’opera piena di un bisogno d’amore non detto. Il linguaggio usato è quello di un artista della parola, mantiene sempre un giusto equilibrio tra significato e significante. È un linguaggio attuale che l’autore eleva e restituisce dentro a un’inconsueta bellezza poetica, a tratti personalizzato, altre volte legato a figure metriche ripetute, che donano ai versi una quieta e ininterrotta musicalità.”
Dalla prefazione di Ivana Federici

QUADERNO 2012

Alla tua ribellione

Alludo a un vento contrario
ma brindo alla tua ribellione
per quanto sia lungo il tempo
fissando la casa di fronte,
manciate di spiccioli
che non si trovano più,
soldi già spesi.

Il professore era i suoi denti
occhi bassi, rasente il muro
dava lezioni di diritto estinto,
oggi sono un altro, sì
erediterai un po’ dei miei alibi
e i limiti della coperta corta.

M’illudevo di riuscire
a scansarti ogni idillio
che la vita fosse strada
e molto fumo, il mio
invece non avrai padroni,

sul tavolo letture
mai cancellate.

..
Violette in primavera

Chi altri dovrà arrivare,
dietro il violinista un boia
o l’uomo innamorato della verità
solo dopo averla smentita,
l’irina innocente
fin sopra i capelli?

La stanza dell’amore
chiuse il giorno stesso,
sul carrello poche violette
anime rotte di primavere
mentre la croce è volata via
sul gelo a forma di omertà.

Dormiremo sul fianco
senza un lamento,
le malinconie sparse
sui colori a piombo
di un pittore dimenticato.

Epiteti per Charlotte

Incinta dell’onesto rimedio,
incapace di cedere un passo
ricadendo muta e scritta
come si conviene a ogni fine,

tu stessa t’aggiudichi l’esteta
afferrando la sinistra
con la guancia destra, credi
non basta più la bocca a ubriacarsi

e non rimane molto tempo
un minuto, due minuti
per blande sincerità, certo
la mano assassina
è molto più piccola
e per molti versi più adatta
a cancellare le mie puttanate,

dici spesso di un’ottima gravidanza
solo il cappotto è un poco più stretto
che la notte è catetere dell’oblio,
spero porti fortuna
sia femmina,
libera malgrado
altrimenti piango.

Rincara la bellezza

Se dico vano intendo stanza
nata poco prima del giorno,
orizzonti stupendi
e qualche immobilità intorno,
il gatto entra dove non si passa
rincara la bellezza, ultima visita
e sotto muovono i giornali
qualcose accadute di notte,
sono quello che vedo

e ospito nell’anima assopita
fradicia di ripensamenti
o ricordi da identificare
sotto terrapieni di cenere
e l’ultima sigaretta a metà,
riaccendo il mozzicone da lì
con un sussulto di nausea,
se dico vano intendo chi scrive
unico morto in questa storia.

Intro a un libretto di poesia di Flavio Almerighi

La vera poesia non è fatta solo di regole grammaticali e strambi ritmi da rispettare, ma principalmente dalle emozioni che scuotono l’essere umano.”

Ho rubato questa frase a uno dei tanto blog di poesia che popolano la rete. Non che voglia definire la poesia a tutti i costi, e costi quel che costi, perché è la poesia stessa a non chiedere di essere definita. Breton diceva che “La più semplice azione surrealista sarebbe scendere in strada brandendo due pistole e iniziare a sparare alla cieca sulla folla. Chi non ha mai avuto voglia almeno una volta nella vita di fare piazza pulita del miserabile principio dello svilimento e dell’istupidamente, è chiaro che appartiene alla folla e la sua pancia è costantemente sotto tiro.” E Breton ha lasciato cose bellissime, pur nella violenza del suo antefatto. Perché allora proporre ancora una volta un volume di poesie scritto a più mani, quando si corre il rischio che l’oggetto sia semplice souvenir a uso e consumo di chi ci si trova dentro, orgoglioso e felice di essere stato “stampato” almeno una volta nella vita? Pancia, cuore, o cosa? Perché questa non è poesia dalla pelle cadente, coi denti gialli e alito pesante? E’ un piccolo libro da portare in viaggio, in strada, con cui restare assieme. Un libro di poesia insomma, un partitario di spartiti, una pagina che prenderà vita ogni volta che il lettore saprà darle vita, un barattolo di lucciole spente, in stand by, pronte a riaccendersi ogni qual volta un’anima con gli occhi saprà riaccenderle.

Tutto il resto è scorie, vanità, voglia di souvenir libresco. Noi che amiamo la poesia, veicolo e mezzo di quanto più intimo/estraneo alla razionalità dell’irrazionale nella vita di tutti i giorni, vi diciamo non aprite questo libro se lo avvicinate con intenzioni diverse dall’amore e dalla convivenza con la poesia, usatelo magari come soprammobile, come arma da lancio, proiettile puntato contro la pancia dello svilito. Avrà almeno una qualche utilità.

Quaderni

Sarà presto tutta mattina
anche più tardi, è l’alba
un mozzicone di candela
ancora acceso sul quaderno,
diciotto futuri a voler confermare
l’instabilità piena
di oggetti e uomini
trasandati dalla ragione
e dall’amore che li ha chiamati,

un momento fa qualcuno è stato qui
mi ha voluto senza saperlo
forse ero stracci e legno
quelli con cui si fanno quaderni,
oggetti ordinati per loro stessa indole
sempre pronti
a rinvenire.

Quattro temi d’amore

Incontro con un cigno svestito,
alfabeto minore per chi credeva
a poco imminente
l’arrivo di un angelo,
invece tornò la neve.

*
Venne la casa dai muri maestri
incerottati di vecchie piastrelle,
caldo e freddo nelle stagioni sbagliate
ma nessun giorno sprecato,
sappiamo cos’è l’amore.

*
Aggiungemmo un’arena
alle sponde del letto
senza culla, caramelle
o ulteriori addebiti.
La terra echeggia di orbite vuote.

*
Della gravidanza irrequieta e silenziosa
rimane un margine bianco
senza note,
ormeggio tenuto insieme dalle tempeste
di un uomo tranquillo.

*
Immagini senza cinematografo

Sbarre abbassate come al saccheggio
ecco il ritorno, dunque torno
con mani strette e il sonno
infilato a lettere minuscole negli occhi.

Un viaggiatore raggiunge Capitolo Tredici
il suo gatto è un effetto emotivo,
tutti vorrebbero amore tolta l’infezione
e immagini senza cinematografo.

Il ritardo ha girato un po’ a zonzo
poi è finito sotto un treno a reggio emilia
inutile terapia a un momento complicato,
dovevate dirlo prima che la iena morde.

Un giorno d’amore

So che all’ultimo respiro morirò
insultandomi per non avere visto
le radici in cima alle montagne
e il giorno dopo sarò lo stesso,
valevo poco come apprendista
del mio io,
figuriamoci di un nuovo tu.
Avrò vissuto sì e no una settimana
sottratti i tempi persi e quelli avversi,

anche in rovina, malgrado il muschio
ho avuto apici e maturità, come dire
un giorno d’amore è più di vent’anni.
Le tue scarpe non più tardi
rovesciate sull’erba poco fa
scrivevano poesie nel loro dire
per recuperare pezzetti di strada.
Poco importa se ho dimenticato
anniversari e a capi d’imputazione
non certo la vita tenta il foglio

e da due sponde un rigo.

Sempre meno occhi (lo stato dell’arte in poesia) di Flavio Almerighi

Mi sono rotto le palle, già dalla volta scorsa, dell’ennesima ondata di articoli e saccenze sul cosa sul come sul quando sul “a cosa serve” sulla collocazione della poesia. Di solito queste cose accadono in ambiti specializzati, come congressi della federpanificatori sul lievito e la nuova rosetta, robe a uso e consumo di addetti ai lavori. Due palle così. Solo che i panificatori fanno pane, e il pane fa bene. I poeti generalmente fanno flanella, quando non possono fare l’amore o misurarsi o masturbarsi con quanto sentono dentro. Un po’ come quel dibattito allucinante cui ho assistito qualche anno fa, presente sua santità Rondoni in Bondi, uomo di panza senza sostanza, dove si dibatteva all’ultimo sangue (più o meno) circa l’esistenza di una Linea Adriatica in poesia e , Cristo santo, la maggior parte pensava più che altro a non farsi pungere dalle zanzare.
Sull’argomento trovo esaustivo quanto dichiarato da Franco Fortini che comunque in preambolo affermava: “Rispondere è come se si volesse rispondere a “che cos’è l’uomo” o a “che cos’è il mondo“. Per la stessa Maria Grazia Calandrone “ Natura insegna che il viaggio verso il mondo comincia da un taglio che riguarda il proprio ombelico. Ecco, più cordoni si tagliano che partono dal centro di sé, più la scrittura può essere di servizio in direzione del mondo. Perché la poesia è un fatto di natura.” E condivido, senza intossicarmi troppo.
E’ mai possibile che chiunque ritenga di avere raggiunto un minimo di cosidetto potere o maturità, tenti immediatamente di imprigionare la poesia in un proprio sguardo da imporre ad altri? Arrogandosi la pretesa di distinguere il grano e la zizzania, la poesia buona e quella cattiva? Perché alla fine è SEMPRE qui che si vuole andare a parare: il mio concetto di poesia è più maturo e ampio del tuo, pertanto ti aiuto io a distinguere, a farti chiarezza. A costoro dico, andate a lavorare che è meglio, per ora gli immigrati vi hanno fregato ritmo e manualità, manca poco, vi stanno fregando anche la poesia, e prossimamente quel po’ di potere e capacità di giudizio che pensate di avere, e che utilizzate in modo inutile e scorretto! Abbiate l’umiltà di rassegnarvi al fatto che nulla al mondo è più soggettivo della poesia stessa, qualsiasi possa esserne il linguaggio! Se per Michel Houellebecq Prèvert era un coglione, per mia figlia quindicenne oggi è il massimo. Sono d’accordo con Houellebecq, ma non toglierei mai di mano a mia figlia il libro che legge, come farebbero invece certe suorine coi loro chierichetti quando li sorprendono con una rivista un po’ scollacciata.
L’ondata di articoli nell’ultimo periodo si spiega con le smanie tipiche della stagione estiva, colpi di sole, manovra tremonti, delitto melania risolto, quindi col non avere un cazzo da scrivere per riempire il giornale. Bene, vogliamo far uscire la poesia? Facciamolo tutto l’anno e in tempi non sospetti. Soprattutto avviciniamola con rispetto la poesia, di qualsiasi poesia si tratti.
Come scrive un intelligente anonimo “ è come se la gente avesse sempre meno occhi e sempre più di tutto il resto, è un processo inesorabile”.
Lasciate spazio alla poesia, strepitate meno che la state coprendo, vi piacciono endecasillabo e sonetto va bene, vi piace Keats vi piace Omero? Va benissimo, vi piace Pedro Pietri? Va bene.
Vi piace la poesia che avete commentato su web senza leggerla? Va meno bene, ma finitela di rompere i coglioni alla poesia soltanto per imporre vostri cervellotici concetti personalistici basati sul nulla, come quel dibattito sulla Linea Adriatica, e che non fregano niente a nessuno. Ho un concetto di poesia, un mio giudizio su essa e mi basta il mio, cambierei idea soltanto se, crescendo, ne incontrassi uno migliore, che non è mai quello che si vorrebbe imporre.

Niente di speciale

Niente di speciale
l’intrico di calicante e melograno
fin qui vissuto,
andarmene è semplice
basta ricordare il dove
e il provenire,
snocciolare insistenze
come un pesce vissuto
consapevole nell’acqua
di una singola deriva.

Discussioni non ne voglio,
l’eredità è nel cassetto
delle calze buone,
non ha serrature
basta tirare con forza
verso il cuore,
niente di serio
solo qualche intenzione
per lo più migliore

di quelle pronte a crollare
per infiltrazioni e ghiaccio
nei giorni di nuvole.

Nebbia

Lontano un cane abbaia
e di corsa una lepre
taglia i campi
taglia il mare annoiato
di alberghi chiusi,
eravamo in spiaggia
la stessa ora a osservare
lampi cadenti in dalmazia,
eravamo file di sedili

nella platea deserta
di cinema sprangati,
cessata ogni attività
di amanti in galleria
le maniche lasciavano
appena uscire le dita
e fine della scena.
Nebbia già vissuta,
anche l’anno scorso

a quest’ora l’ho descritta,
ma quel poco
di limatura di nervi
cui m’accoppio
rivedrà le stelle.

Ottantanove sconosciuti
(Giornata della Memoria 2012)

Riuscimmo a farcela
forzando battibecchi e convenevoli,
tu mi regali il Sonno
in cambio di poesie senza titolo
e un cartellino appeso al piede,
storie di buoni e cattivi
eravamo ottantanove sconosciuti.

Riuscimmo a non sentirci persi
per la lucidità da ultimo uomo
del bovino al macello,
e sia per la definitiva
liquidazione dei romantici
con ventiquattro rose di Zyklon B,
sopravvivemmo morenti.

Le madri già orfane di noi
non hanno avuto il tempo
di intuirci dentro la dolcezza,
abbiamo ancora pantaloni corti
come ai giardinetti sotto casa
quando cominciammo a correre
verso questo destino.

.

La galaverna

Ogni creatura immobile
nel suo vestito buono
girano storie di fuochi e donne
nella fase in novilunio.
Niente muove.
Le borgate sembrano vuote
l’acqua ammutolisce nei fossi,
bella giornata per essere cieco.

Sarà perché non piove da mesi

Sembra la prima volta,
Barba fissa la moldava che si alza
la poesia gli rimane acquattata
su toni grigi inguardabili, incantata
svestirebbe Antigone fin sopra i capelli,
ma non riesce a liberarsi respirando
e io non sono commensale di spirito.
Esco, ho un accatto di filtri terra di siena
gettati ai binari in epoca di vita sana

e isole per fumatori.
Malgrado le effusioni della mia maturità
e l’inflazione tornata a scaldare,
sfioro un tizio con cui parlavo a modena
sette mesi fa ma non lo riconosco subito,
mi chiede come sto
ha sete vuole qualcosa per bere,
sarà perché non piove da mesi.

Non cerco altre chiuse,
andate avanti voi. Io no

Sera di inverno

Sera di inverno abituati
a non occupare troppo spazio,
dici che tradire è gettare le chiavi
nella posta di uno sconosciuto
che la casa è un’invenzione,
mezz’arancia appena svegli
in cucina a luci spente.
La madre addormenta i bambini
a storie tenere e chicchi di caffè,
il cane è là con la candela in bocca

vicino alla finestra a fare luce,
vita nella morte di ogni giorno
pronta a concludersi domani.
Un uomo nuota solo contro il fiume
non sa dove va, ma oggi è stato
un giorno di treni puntuali
si sente maschio, invece è donna
pensosa sulle ginocchia
il volto in fiamme e un gelo d’ossa.
Due narcisi galleggiano in cucina

aspettando la prossima primavera,
l’uomo nel fiume sarà salvo
rivedrà i suoi figli come madre
consapevole e ignota.

Cose che passano

Mostrando il medio
rivedrai l’alluce,
finito il quieto vivere
sottomettiti e sposati
quella crosta di noia
avrai tempo per l’accademia,
rimarrai in mostra
a posare sull’ovale tenero
dello specchio,
così discreto e pronto

a fare meraviglia
e stupore da mani grandi
come ti insegnavo.
Tagliati i capelli
sono cose che passano
non grideranno,
desiderare l’eternità
non è rubare, uccidersi
nel tempo breve di collane
di promesse mancate

e bocche piene di denti
finti e tagliole,
farsi penitenza spesso
è grattare i lineamenti
alle foto di un amante
che non sei.

Mi stupiscono i silenzi

Mi stupiscono i silenzi,
qualcosa di lunghissimo dopo
canzoni terminate di colpo
senza sfumare, e solidissime
storie d’amore decantate
sulle mura di casa.
L’estate non fa più miracoli,
separa stagioni fredde

senza mordente, e di me resta
la parete interna del muro maestro
nasconde crepe e un’altra canzone
finita senza sfumare.

Del mio futuro

Custodisci il sublime day by day
si tratta del mio futuro, conosci?
Quello con gli angoli in agguato
di una dolcezza banale da finto
costruttore di pace, porto guerre
un bollitore che fischia alle donne,

mi ami come non mi amo.
Ridi del mio vuoto tutto serio
e magari credo al negativo
al piede che socchiude la porta
e poi ti prendo alla sprovvista
con un sorriso, e casualmente
escono parole lasciate in dote
dalla belligeranza dei denti.
Tu che hai studiato più di me
ammetti stasi, dolori bene allineati,

statisticamente sei amore di donna
di fatto la mia vita.

.

I poeti non contano

che la carne non torni
superata dai versi
lo dimostri da ieri,
addio Szymborska,
bentornata Szymborska
nel terzo millennio
che non respira
perché non ha più sogni
dov’è via vai di curricula
nell’instabilità fissa,

i poeti non contano
ancora sognano

.
La formidabile lotta di Enrico contro la neve

La via, parallele infinite
in tonalità col cioccolato
dal bianco al fondente amaro,
ostruita di persone e spostamenti
non fosse per Enrico.
Vita di Enrico, parallele
di giornate secche come guerre,
mai innamorarsi dei ricci
o di un fiocco di neve,

il sangue dei suoi uomini
sparso per scrivere lontano
a famiglie senza telefono.
Enrico non ha paura
combatte da una vita,
continua a smuovere la neve
e sa del forno che c’è sotto.

(a mio nonno)

Il dormiveglia è bellissimo

Non è chiaro se
l’albero genealogico
sia mera questione botanica
o edilizia,
rimane nel cuore
un archivio dimenticato
e le parecchie strade
che portano a roma,
anelli infilati
ad altri anelli

la sofferenza di uno stige
riattraversato,
mi fa pensare ogni volta
a un gatto
che si infila in una sporta
poi fugge,
fugge la gente
dice pochissimo
e solo per convenzione

minuti e parole contate,
gennaio era una primavera sfocata
febbraio ha ripreso a parlare
un vademecum di neve
scalda la camminata,
il dormiveglia è bellissimo
dirà no
con la parte nascosta
del profilo,
ho viaggiato come mutande

ripiegate nei cassetti,
la terra è dura
non si indossa.

La gente

Si dice stupita la gente
della burrasca alle porte
e di ogni sabato perso
ad aggiustare automi,
intanto il tempo scalpita
ripassa un treno a mezzanotte,
una poesia dopo l’altra, pieno
di mentitori professionali
e cicale in fumo.

La gente non fa eccezione
nemmeno la domenica,
donne da quadri di goya
con sorprese di pasqua
di qualche anno prima,
pronta a macinare lapidi
per colpire altra gente.
Siamo sempre stati
sorrisi in bozza,

margini di errore
appostati sulle labbra
dei nostri padri
poco più.

Ancora del senso compiuto

Ci siamo abituati a morire in pubblico
abbracciati a un’america senza porti,
insaporiti d’amianto che basta annusarci.
Ho una cartella di appunti scombinati
dal vento balbettante sotto i tuoi tacchi
strada per strada insieme a fiumi di passi.
La terra torna a vivere nei giorni feriali,
se viene la guerra spariremo dimenticati
e sulla vita, dimessi, scriveremo canzoni.

Immagini senza cinematografo

Sbarre abbassate come al saccheggio
ecco il ritorno, dunque torno
con mani strette e il sonno
infilato a lettere minuscole negli occhi.

Un viaggiatore raggiunge il capitolo tredici,
il suo gatto è un affetto tardivo,
tutti vorrebbero amore tolta l’infezione
e immagini senza cinematografo.

Il ritardo ha girato un po’ a zonzo
poi è finito sotto un treno a reggio emilia
inutile terapia a un momento complicato,
dovevate dirlo prima che la iena morde.

Senza motivo

– Almerighi – assenza e basta
Qualche capello all’invidia
e alle nocche indurite dal gelo.
Qualcosa finisce o non finirà mai,
solo una rapida torsione
mi adatto ogni giorno.
Non che la birra faccia meno schifo,
ma potrei tagliarmi un labbro
fare un m’ama non m’ama
con l’anello tra i denti,

darle sapore più personale
sotto il cielo annerito
che tutto promette fuorché
latte d’asina.
La barba prude come i polsi
vogliosa di lametta,
pegaso scivola sulla luna d’argento
così, senza motivo.

Sono le Tre

Se la poesia sparisse
non sparirebbero i poeti
soprattutto quelli più in carne,
bidimensionali come amori
o qualsiasi altra cosa che non c’è.
Sono le Tre,
in questo momento
cristo patisce regolarmente,
e tutti i veli frusciano.

Melone d’acqua

Giugno non passerà alla storia
quale mese più dolce dell’anno,
né per mitezza delle sue zanzare.
Forse lo ricorderemo per l’amore
senza condizionamenti, dolcezze
volute e mai per derubare il caso.
Ripenseremo all’anguria gustata
prima di un temporale e al tempo
passato a cercar fuori dai vetri.
Giugno dorato di mestiere, e noi

inseguendo Itaca scoscesa dentro
i nostri cuori, ancora un passo.

(Le immagini sono tratte dal Giorgione)

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