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Tuesday January 23rd 2018

ALCHIMIA LEZIONE 11


Il Graal – Lui – Bollingen – Conclusione – Visioni

IL GRAAL

“Il Graal è il simbolo della pienezza interiore che gli uomini hanno sempre cercato. Il Graal è simbolo del Sé.”
(Jung)

“Non credere o cercare: tutto è occulto”
(Fernando Pessoa)

Nello studio dei simboli, la scuola junghiana ricercò i miti fondamentali dell’Occidente; alcune collaboratrici di Jung, come Marie Louise von Franz e la moglie stessa, si occuparono del ciclo del Graal, un insieme di poemi che ci vengono dall’eredità celtica, costituendo la base dell’immaginario europeo, uniti a miti cristiano-medievali e a significati alchemici.

La leggenda dice che il Graal era la coppa con cui Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue dal costato di Cristo, ma essa era anche la coppa dell’Ultima Cena, con la quale Cristo istituì l’Eucaristia, simbolo della trasmutazione. Il Graal unisce così tre piani di realtà: la pietra del santo Sepolcro, la tavola dei Dodici Apostoli e l’altare della messa; ovvero l’archetipo di Morte e Resurrezione, l’unione dei fedeli o Chiesa mistica, l’Eucarestia o unione dell’uomo con Dio; tre misteri che sono una cosa sola: la trasformazione delle energie.
Trovare il Graal significa trovare la fede che salva dalla morte e dà la vita eterna. Ma il Graal non è un oggetto fisico, non è materialmente la coppa, è la trasformazione interiore, per questo si dice che il Graal può essere vicino senza che lo si veda, in quanto si può essere accecati dalla materia e non comprenderne lo spirito. Più si è attenti alle condizioni del mondo fisico, più si perde l’anima. Per innalzare l’uomo a Dio occorre una trasformazione integrale dello spirito e del cuore.
La coppa viene chiamata Graal dal francese antico graal che indica un piatto o una coppa o dal latino medievale gradalis, piatto. Le si attribuiva poteri magico-mistici e i Celti la associarono al calderone di Odino..

Secondo la leggenda, la coppa del Graal fu perduto e poi ritrovato. Era un simbolo di trasformazione, il talismano con cui la morte si cambiava in vita. Il ciclo delle leggende di re Artù si svolge tutto sotto il suo incantamento; il Graal rappresenta lo spirito perduto che gli eroi devono ritrovare per salvare l’Inghilterra. Ma la ricerca di ogni eroe della magica coppa diventa la metafora del travaglio interiore di ogni anima, che, attraverso varie esperienze, cerca la propria centralità spirituale per salvare il mondo.
Tutte le vie dell’alchimia spirituale mirano alla trasmutazione dalla materia allo spirito, dall’oscuro al luminoso, dalla tenebra alla luce, dall’imperfezione alla perfezione, dalla morte all’immortalità.

Nel Graal c’è questa leggenda:
C’era una volta un Re che era l’ultimo discendente dei Re che custodivano il Graal. A causa di una ferita delle gambe aveva difficoltà a camminare e passava il tempo pescando in un fiume vicino al suo castello, per questo lo chiamavano il re Pescatore o Re Ferito. Quando un Re è ferito anche il suo Regno lo è. Così il Regno era diventato una landa deserta e desolata (eine Waste Land). Molti cavalieri andarono dal Re Pescatore sperando di guarirlo ma nessuno riuscì nell’impresa. Come Cristo era stato ferito nel costato per espiare i mali del mondo, così il Re era stato ferito dalla lancia del Destino come punizione dei suoi peccati. Era il solo che conosceva il segreto del Santo Graal. Il re soffriva e attorno a lui tutto soffriva, il palazzo e le torri cadevano in rovina, il giardino si seccava, gli alberi non davano più frutto, le sorgenti si prosciugavano. Molti medici avevano tentato di curare il Re Pescatore ma invano. Giorno e notte arrivavano cavalieri al palazzo e, con prudenza, restando nell’atrio o nel giardino, chiedevano come stava il re ma nessuno aveva fatto mai la domanda giusta. Un giorno arrivò un uomo povero e senza buone maniere, che si chiamava Parsifal, era un popolano franco e schietto e non conosceva il cerimoniale, entrò nel palazzo di getto, avanzò direttamente nella camera del re, andò verso di lui e senza por tempo al tempo gli chiese: “Dov’è il Graal?” Era quella la domanda che doveva essere fatta. “Dov’è lo Spirito?” A quelle parole tutto si trasformò: il re si alzò guarito, le acque ripresero a scorrere, gli uccelli a cantare, i fiori a sbocciare, il castello e il giardino tornarono più belli di prima. Quelle poche parole erano bastate a rigenerare tutto perché costituivano l’unica domanda che interessava l’intero mondo. Era come se Parsifal avesse chiesto: “Dov’è il Sacro, dov’è il Centro del Tutto? Dov’è l’anima?”.

Nessuno prima di lui aveva pensato a fare questa domanda centrale e il mondo periva a causa di tale indifferenza metafisica e religiosa. Basta porsi il desiderio della salvezza perché la vita si rigeneri in perpetuo, ché spesso la morte non è che il risultato della nostra indifferenza di fronte all’immortalità.”

Occorre dunque svegliarsi dal sonno greve dell’anima, uscire dalla nostra limitatezza e chiedersi: dov’è il Graal? Dov’é l’anima?
Noi non siamo un oggetto ma un cammino, e se vediamo di colpo che questo cammino è un raggio di luce, vedremo anche che la vita è una infinità di raggi che partono da Dio verso il mondo, e più siamo lontani da Dio più la Luce si fa debole, più avanziamo verso Dio più la Luce ci illumina di senso.
Quello che chiamiamo Vita è solo la tappa di un cammino che si estende verso l’alto, su una scala di gradini successivi, sempre più luminosi, fino al Sole supremo. È su questa via che, a un certo punto, troviamo l’Angelo, la nostra guida, mentre siamo diretti verso il Tutto e, per quanto il suo splendore ci sovrasti, c’è una continuità tra noi e la Luce suprema, come se egli fosse una nostra parte spirituale superiore.

Nel ciclo di re Artù il Graal è un oggetto soprannaturale che nutre (essenza di vita), illumina (luce spirituale) e rende invincibili (forza morale).
La ricerca del Graal rappresenta l’avventura dell’anima verso la salvezza, contro le tentazioni della vita mondana. Nessuno sa dove sia il Graal. Noi lo cerchiamo nel mondo e attraverso il mondo, ma la sua ricerca in realtà è interiore.
Il nostro dramma esistenziale nasce quando non vediamo lo Spirito e, più si crede di cercare l’anima, più si resta avvinti alla materia. Sbagliamo se cerchiamo il Graal come un oggetto da possedere, mentre si tratta di una trasformazione spirituale. Per questo grandi eroi come Lancillotto o Parsifal falliscono e solo chi è semplice e puro come Galaad può trovarlo.
Se l’uomo occidentale vuole uscire dal suo stato di alienazione, dice Jung, se vuole riempire di senso la sua vita, deve saper riunire le energie divise, deve riscoprire gli elementi alienati della sua anima e renderla di nuovo integra, deve tornare a uno stato di purezza e integrazione.
Il Cristianesimo ci propone l’imitazione di Cristo ma se questa si riduce ad un culto esteriore, a una devozione meccanica, a una osservanza senza cuore, il mediatore divino resta fuori. Nessun segno che non sia trasformazione dell’anima ha in fondo importanza, nemmeno le stigmate.
L’uomo occidentale vive ‘nelle diecimila cose’ e non ha coscienza della profonda radice della realtà, mentre l’uomo orientale vive il mondo apparente come illusione o sogno e cerca di penetrarne il fondamento. Così si può vivere il Cristo esteriormente senza toccare il rapporto misterioso col Sé, e l’anima resta allora vuota senza l’esperienza vivente di Dio. La cultura cristiana resta una vernice esterna che non raggiunge il cuore dell’uomo, che non sfiora il grande mistero che è radicato nel profondo. “L’anima è naturalmente religiosa”, diceva Tertulliano, ha in sé l’archetipo dell’immagine divina, la rispecchia come la goccia d’acqua rispecchia il sole.
La coscienza è inserita nelle coordinate ordinarie di spazio, tempo e causa, ma l’inconscio è a un altro livello e può toccare il Sacro. Il Sé unisce conscio e inconscio, sveglia l’uomo terreno all’eterno.
La tensione verso la totalità trascendente appartiene a tutte le culture perché la psiche vuole trascendere se stessa per l’assoluto. Quando questa trascendenza è perduta, abbiamo l’uomo povero, l’anima morta.
I pochi che riescono a svegliarsi dallo stato mortale e a diventare degli illuminati non perdono ciò che hanno conseguito ma la loro illuminazione si fissa nel patrimonio dell’umanità così che in qualche modo essi aiutano la liberazione di tutti.

Con questi mito Jung tocca l’alienazione dell’uomo, la scissione morale dell’Occidente che porta a depressione o nevrosi come malattia spirituale del mondo moderno. Noi non siamo infelici perché siamo poveri, siamo infelici perché ci siamo separati dalla nostra anima, dalla fonte interiore, dalla sorgente stessa della vita. Siamo malati perché siamo abbandonati, soffriamo perché ci siamo abbandonati.
Infelice è chi ha abbandonato Dio. A 84 anni chiedono a Jung se credeva in Dio e lui risponde: “Non ho bisogno di credere. So”.
Noi seminiamo parole. Le parole o i fatti sono scintille; una scintilla può spegnersi o produrre fiamma. Il segno è una chiave che può entrare nella serratura giusta e aprire una porta e da sempre noi aspettiamo quella chiave, quella scintilla. Sui fatti non abbiamo potere, ma la buona volontà ci appartiene e la scelta è conseguente. Si può andare avanti, dopo quella porta, oltre quella luce, o perdere l’occasione. L’occasione esiste in quanto la vediamo, non perché si presenta ma perché è riconosciuta. Dunque tutto è segno. Se l’occasione è persa ‘una volta’, il tempo è paziente, oltre la nostra stessa vita, e ci può dare un’altra volta. Il tempo procura le occasioni come incontri su sentieri, sapientemente si intreccia ai nostri passi maldestri, spiandoci sul cammino. Noi non sappiamo dove andiamo ma il tempo sa dove la via si porta.
Camminano i nostri passi, qui, con giri storti e mete parziali; distaccato lo Spirito, altrove, ci osserva.

LUI

“Lode all’uomo che ha trovato se stesso, perché il mondo intero può contemplare il suo sentiero”.
(Jung)

Jung fu un uomo felice, ebbe una vita bella e completa, ricca e produttiva fino all’ultimo giorno. Non si rivolse solo alla terapia come riduzione del disturbo, volle contemplare l’uomo intero, come una entità ricca e complessa che ha bisogno di tutta la vita per evolvere.
Jung usò la sua ricerca come una pedagogia, un aiuto a capire se stessi, una guida per esprimersi bene e vivere meglio. Per tutto il suo cammino, fu un psicagogo, cioè un conduttore di anime.
Il suo lavoro si accompagnò alla sua evoluzione spirituale. Dopo l’infanzia introversa, si realizzò come uomo aperto e disponibile che alternava momenti di grande socialità a momenti di solitudine riflessiva.
Le sue doti furono molte: mente penetrante, acuta consapevolezza, solida vitalità, intuizione geniale, ma anche capacità argute e un umorismo insolito: “Una grande diligenza e un intenso desiderio di conoscere mi hanno accompagnato per tutta la vita. Conoscere le cose superficialmente non mi dà nessuna soddisfazione, mi piace andare a fondo”.
Dissero di lui: “La prima caratteristica che si riscontra è il suo rispetto per l’altro, chiunque sia, e l’attenzione per il lavoro individuale di ognuno”. (M. Fordham)

La forza che emanava da quest’uomo seduto accanto a me era impressionante. Dava una sensazione di potenza e nello stesso tempo di semplicità, era reale, al modo che il cielo e il prato e gli alberi e l’acqua attorno a lui erano reali” (E. Osterman) .

Jung morì a 86 anni, nel 1961.
Anche la sua vecchiaia fu felice e produttiva, un periodo veramente esaltante: “Te ne stai seduto tranquillo allo stesso posto e tutto ti arriva diritto ai piedi… una ricchezza di idee spontanee, anche durante la malattia e nel delirio”.

A parte i lunghi viaggi in America, in India e in Africa, i luoghi dove visse furono essenzialmente le sue due case sul lago.

Il suo studio era pieno di vecchi libri e di tavoli da lavoro, mi mostrò alcuni straordinari dipinti su tela eseguiti dai monaci tibetani. La porta che dava sulla scala era socchiusa e la grande casa era pervasa di voci e di risa. Una cascata di note sfuggita a un pianoforte invisibile portò a noi una frase di Schuman… Nello stringere la sua mano potente, sentii trapassare in me il vivo, tenace, contagioso calore di un’immensa speranza” …“La finestra dà sul giardino che scende al lago, dove c’è una piccola darsena, tra i suoi libri Jung va particolarmente fiero della sua collezione di astrusi testi alchemici, più ricca di quella della Biblioteca di Basilea” (Pierre Courthion ) .

BÖLLINGEN

Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce t’insegneranno le cose che nessun maestro ti dirà
(Bernardo da Chiaravalle)

Alle mie spalle si vedeva una grossa pietra quadrata, che egli aveva scolpito anni prima, quando cercava di dar forma alle intuizioni che affioravano in lui, ed io mi sentii come fossi uscita dal tempo ed entrassi in un mondo interiore dove tutto era importante, privo di fretta, naturale”.
(E. Osterman)

La vita di Jung cominciò vicino all’acqua, trascorse vicino all’acqua e terminò in una casa vicina all’acqua.
L’energia c’è ma devo avere la possibilità di gettare la rete. Una volta raccolto tutto il materiale, niente e nessuno deve venirmi vicino. Ho una piccola casa a Böllingen, dove lavorare indisturbato quando dalla fase preparatoria passo alla stesura di un’opera. Quando sono immerso attivamente nel processo creativo, qualunque interferenza diventa dolorosa addirittura fisicamente”.
Nel 1922, all’età di 47 anni, Jung aveva comprato un terreno a pochi km dalla sua casa sul lago
. Qua costruì una dimora per le vacanze, dove finì col passare metà del suo tempo, lavorando e meditando. Nel suo rifugio all’altro capo del lago, non riceveva nessuno, si poteva andare da lui solo eccezionalmente se issava una bandiera che indicava accoglienza, non c’era strada e per raggiungerlo si doveva camminare per mezz’ora in mezzo ai boschi.
La casa che si costruì sembrava un castello di fate in miniatura. Questa casa fu molto importante per lui;
Jung non fu solo un medico e un pensatore, aveva anche buone qualità manuali così come un profondo contatto con la natura e un sano rapporto con la fisicità; anche in tarda età fu sempre una persona bellissima che sprizzava energia e vigore da tutti i pori.

La casa é invisibile dalla strada, rannicchiata in un fitto intreccio di rami; per arrivarci si scende verso il lago un sentiero irregolare, che termina davanti a una panca di pietra posta in fronte all’acqua. La vista verso il lago è coperta da un canneto, per terra funghi e foglie fino al pesante portone.
La costruzione in pietra, irregolare, con adiacente una torre a tetto conico, circondata un muro di cinta in pietre rotonde di fiume, merlato verso il lago, è cosparsa di finestrelle sparse protette da grate, e rinchiude un piccolo cortile, al cui fondo un porticato sovrasta un massiccio tavolo di legno, un camino, le cataste di legna ed un magazzino per gli utensili. Il tetto in coppi, spiovente, le dimensioni ridotte dell’edificio, l’ubiquitario utilizzo del granito e del legno non bastano a reggere l’illusione che si tratti di un piccolo castello medioevale.”..
”Chi l’ha costruito voleva una casa concreta, una specie di piccola cascina fortificata e ben attrezzata, voleva il fuoco sempre acceso, voleva spazi comodi per cucinare, voleva gli attrezzi per il legno e la pietra a portata di mano. Non voleva un castello. Sulle pareti, esterne ed interne, bassorilievi e lapidi; qua e là sono incise frasi, in greco e latino, che tutti conosciamo dalla letteratura su Jung. Ma ora, dal vero, non suonavano affatto altisonanti, erano concreti messaggi, fatica umana, tecnica un po’ rozza, ma –stupore!- belle a vedersi. Sul soffitto a cassettoni e sulle imposte di legno del porticato sono dipinti gli stemmi ed i colori vivaci della sua famiglia e di quelle della moglie e dei generi: nessuno snobismo, in Svizzera ogni famiglia ha il suo stemma. All’interno della casa pavimenti in pietre irregolari, piccole finestre con pesanti grate, camini, scalette di pietra, soffitti bassi e dappertutto oggetti, tanti oggetti quotidiani, ciascuno al proprio preciso posto, fatti di materiali semplici –ferro, ceramica, legno- e tuttora quotidianamente utilizzati, come vedemmo. Quanto era lontano dall’immagine che ne avevo sempre avuto, di sacrario, di museo di un uomo famoso.” .
”Lungo la sponda ancora pietre scolpite, misteriose; su di una l’occhio di Dio, inserito in un triangolo, e sotto qualcosa, forse un delfino, e la scritta “IHS”. Il sacro e la natura, strettamente uniti: la natura è il sacro
.” ..

In ultimo visitammo la casa, densa di oggetti dalla complessa storia, nonostante il poco spazio apparente. Prima l’esterno, con le tante pietre scolpite da Jung. La prima pietra della costruzione, in un angolo chiuso, con scolpiti i segni astrologici del giorno d’inizio dei lavori e la data. Il bassorilievo di un orso che gioca con una palla, che nell’interpretazione di Dieter avrebbe a che fare con la Russia che gioca con il mondo, reca scritto “ursa movet molem”. Svincolandosi dalla contingenza politica di quegli anni, Jung espresse forse in questa scultura il contrasto che sentiva tra la potenza dell’inconscio (l’animale) e la necessità dell’io di domarlo (giocare a palla); e ancora lo stesso Jung fu in qualche occasione paragonato a un orso, animale che esprime pulsione, energia e simpatia.
A fianco il bassorilievo di una donna inginocchiata a raccogliere il latte di una vacca, e sopra scritto: “exoriatur limen quo gestavi in alvo”.
Poco distante, sempre sul muro esterno, un viso un po’ sarcastico, un trickster, come credo spesso si sia sentito Jung, con scritto: “fugaci ambiguus duplices illudenti iocoso”. Questa scritta allude –raccontò Dieter- ad uno spirito mercuriale che in quegli anni Jung
aveva incontrato: dopo la prima pubblicazione tedesca di un suo esperimento sulla sincronicità si era accorto che gran parte dei calcoli statistici erano sbagliati. Aveva aggiunto due pagine all’edizione inglese per correggere l’errore, ma subito dopo nella seconda edizione tedesca l’errore era stato ristampato tale quale.
Sul ripiano della finestra una pietra lavorata a forma di viso e vivacemente dipinta, un demone del tempo atmosferico battezzato -ma è un segreto di famiglia!- una certa notte con una cerimonia segreta. In cortile la lapide in ricordo di Emma.
Poco oltre quella raffigurante un serpente con in bocca un pesce. Jung – racconta Dieter – rifletteva sui tentativi falliti di Cristianesimo e Paganesimo di sopraffarsi a vicenda; secondo lui era necessario che entrambi venissero sconfitti per lasciare posto ad un nuovo atteggiamento psicologico nei prossimi secoli. Sincronicamente vide sulla porta un serpente, morto, con un pesce in bocca, come se ne fosse stato soffocato. La lapide segnala l’accaduto sulla tomba dei due animali. Chissà perché l’ha messa accanto alla lapide di Emma. L’ordine familiare (cristianesimo) era troppo in contrasto con i demoni pagani del suo inconscio? Le sue biografie, specie quelle ufficiose, lo hanno spesso dipinto troppo schiavo delle sue pulsioni erotiche. Lui forse risponderebbe che per non subirle impotente un uomo deve cercare di conoscerle bene.
Per ultima, tra le sculture all’esterno, esaminammo la pietra più famosa: quella rinvenuta negli scavi della casa, troppo ingombrante e destinata ad essere gettata via; ma Jung la fece invece trasportare sotto un albero nei pressi della casa e vicino all’acqua; poi la squadrò, a imitazione della pietra nera della Mecca. Negli anni, in tempi successivi, Jung ne lavorò le quattro facciate, scrivendo in latino e greco epigrafico, non certo facilmente comprensibile.
Dentro alla casa, sullo stipite della costruzione più antica, il motto cardine: “vocatus, atque non vocatus, deus aderit”: dite sempre di sì al destino, all’inconscio, ai sentimenti, insomma alla vita, rifiutate ogni mediazione!
Sulla cappa del camino la genealogia degli Jung, ed in soprammercato le sue dodici lauree honoris causa: ma la lapide –anche questa opera sua- conclude, “…come dice l’Ecclesiaste, omnia est vanitas vanitatum”.
Strette scale formate da pietre sporgenti all’interno della concavità della torre, che attraversano il soffitto di assi, portano alle stanze superiori. Piccole, intrecciate tra loro come in un labirinto, hanno tutte almeno un lato curvilineo lungo le pareti perimetrali; i letti di assi di legno grezzo sono incernierati alle pareti, uno sopra l’altro; vi sono molti piccoli tavolini coperti da candelieri e scatole di fiammiferi svedesi; e come soprammobili pietre, oggetti in legno, qualche libro, stampe consunte. A terra e sui letti stoffe vivaci, di intonazione peruviana.
Sul muro sopra un letto la scritta “pleroma meter tes cousias katabasis eis panta ta onta kai anabasis tes energheias ec ton onton”; nella stanza di Jung l’affresco di Filemone, ingenuo e dai colori vivaci, che lui descrive nei “ricordi”.
Appeso al muro un invito del 1946 ad una cena di gala a Ginevra, dove – racconta Dieter – Jung stava seduto alla sinistra di Churchill. Questi, stanco e nervoso, gli parlava “come se rispondesse ad una interrogazione alla Camera dei Lords”: ma fu del tutto positivo invece l’incontro con la figlia di Churchill, seduta accanto a lui e decisamente più cordiale.
Accanto, anch’essa appesa al muro, la foto dello scheletro rinvenuto nelle fondamenta, stranamente intatto nonostante gli anni trascorsi e la sepoltura in piena terra; la mandibola è conservata e gli conferisce una specie di ghigno sarcastico, che non sarebbe del resto fuori luogo, visto che negli anni precedenti il suo rinvenimento aveva tormentato gli inquilini della casa con fruscii, rumori lugubri e quant’altro rientra nell’armamentario degli spettri!
E ancora una foto di Jung attorno ai 50 anni. Indossa un abito di lino bianco e un panama; il viso colorito, i baffoni impomatati, l’atteggiamento un po’ esibizionista: si sente un bell’uomo, e questo è per altro il commento generale del gentil sesso nel vedere la foto.
Stufe in ceramica, in ghisa, camini in ogni stanza; scaffali colmi di libri nelle stanze che utilizzava per lavoro; a partire dalla collezione completa delle proprie opere, che certo non ha messo lui; sono più interessanti i gialli, di cui è noto fosse accanito lettore: Wallace, Rex Stout, Stanley Gardner. Dieter ricorda Jung davanti al camino, nell’oscurità, a meditare aspirando un sigaro la cui brace diventava sempre più incandescente, o con in bocca una strana pipa in cui una parte del cannello era di latta, forgiata a serpentina, per essere raffreddata con l’immersione nell’acqua, tanto che allora la casa era cosparsa di bicchieri pieni a metà di acqua catramosa… A me d’ora in avanti sarà più facile immaginarlo fumare nella sua poltrona, completamente assorto nelle vicende poliziesche di un investigatore. Nello studiolo pende dal soffitto un alligatore imbalsamato, dal soffitto della cucina pende un ramo così distorto ed annerito dal fumo da sembrare un serpente. In ogni angolo attrezzi da lavoro, pentole di ferro annerite dalla fuliggine; nel vestibolo una pompa a mano per far risalire l’acqua del pozzo nel lavandino in pietra. Alle tante finestre del composito edificio le regole svizzere hanno aggiunto orribili scale d’emergenza in corda, pronte per essere lanciate in basso nel caso fosse necessario fuggire dal fuoco: un clamoroso scacco al buon gusto. Giungiamo in ultimo alla soffitta, raggiungibile solo con una scala pensile. E la soffitta, buia ed evocativa come una navata gotica, ci mostra gli ultimi tesori: i resti dell’equipaggiamento con cui Jung negli anni venti aveva attraversato l’Africa fino al massiccio del monte Elgon. Spiccano davanti al resto le tende, “perché le abbiamo ancora usate qui, nel prato, quando si era in troppi per dormire tutti in casa”. In ultimo, uscendo dal castello -sì, solo ora che me ne vado mi sembra un castello!- col sole che tramontava e la superficie del lago ormai violacea, raccolti funghi e masserizie, restava la parte penosa, il seppellimento della volpe. Ma quello splendido animale, che era affiorato a tratti nei pensieri di ognuno per l’intera giornata, ora non c’era più. Se ne era andato prima di noi, dopo averci accolti all’ingresso. Forse anche per questo la sensazione che mi rimane di quel giorno così intenso è quella dell’incontro con il trickster-Jung, quello che addita strade e soluzioni diverse, ma non ti accompagna mai fino in fondo, dove devi giungere da solo; esemplare mercuriale e misterioso, come le volpi.
(Ferruccio Vigna)

Ne “Il mattino dei maghi” di Pauwels e Bergier si legge: “Sarei migliore se le mie mani sapessero lavorare… mani che fanno qualcosa di utile, penetrano nel profondo dell’essere e vi schiudono una sorgente di bontà e di pace…. Al cielo si sale con le mani“.
Jung diceva: “Volevo lavorare con le mani, entrare in contatto fisicamente con la pietra e la terra: ho lavorato molto nell’orto, in giardino, ho tagliato la legna, abbattuto alberi. Mi piaceva anche andare a vela, remare e fare alpinismo” .

A un certo punto della sua vita, sentì che pensare e scrivere non lo realizzavano completamente e che aveva bisogno di cimentarsi con materiali concreti e solidi, la pietra, il legno… per esprimere nella loro concretezza i suoi pensieri più interni. Carta, parole, disegni erano ancora poco, doveva fare “una professione di fede nella pietra” per questo nacque il castelletto di Böllingen, nel bosco, non lontano dalla casa della famiglia, una costruzione in cui “realizzare un significato“. Il castelletto era in bellissima posizione, sul lago, su una sponda che era stata di un monastero, una terra consacrata abitata dagli spiriti.
Jung aveva in mente qualcosa di primitivo, una capanna africana che realizzasse un’idea elementare di totalità, compattezza ed unione, qualcosa di rotondo con strette finestre, uno spazio sacro, conchiuso, dove raccogliersi e scrivere. Così il primo corpo dell’edificio fu molto semplice, poi la casa crebbe, ed egli la allargò nei periodi di crisi, aggiungendo qualcosa alla prima costruzione, così che a poco a poco si formò una struttura composita, massiccia, strutturata su varie parti. Questa casa doveva significare il grembo materno, il luogo dove, come scrisse “era possibile diventare ciò che fui, sono e sarò”.
In genere noi sogniamo ‘la casa’ come rappresentazione della psiche, ma Jung costruì la proiezione della propria psiche in forma di casa, così che poté essere a un tempo rifugio, fortezza e luogo di meditazione.

Quando era a Böllingen, viveva in estrema semplicità, a contatto con la natura, spaccava la legna, vangava, piantava, cucinava, pompava l’acqua del pozzo, si faceva luce con vecchie lanterne, pescava, andava sul lago in barca a vela. Costruì la casa da solo, partendo da una costruzione primitiva rotonda col focolare al centro e cuccette alle pareti, come una capanna africana, poi fece il piano superiore e l’edificio crebbe come un nuraghe. Quattro anni dopo aggiunse una dipendenza, poi, a intervalli di 4 anni, una corte e una loggia verso il lago. Gli ampliamenti servirono per superare momenti difficili come il lutto per la madre e per la moglie.
In questa casa stava solo con se stesso, pensava, praticava yoga, dipingeva sulle pareti, scolpiva pietre, tracciava simboli, comunicava con forze spirituali. Böllingen era un luogo stregato, ottimo per un vecchio stregone come lui. “Di tanto in tanto ho bisogno di una pausa nella natura, di svuotarmi. Se qualcuno mi chiedesse a che cosa sto pensando in quei momenti, non saprei rispondere. Penso con l’inconscio” . Qualche volta si pensa, altre volte si è attraversati dal pensiero come da una energia naturale.
La sua vita era questa: da una parte del lago la casa di famiglia, col giardino, il cane, i figli, i visitatori, tante voci, il suo studio austero pieno di libri coi dipinti orientali e le vetrate da cattedrale… dall’altra Böllingen, una costruzione fiabesca, solitaria, medievale, di pietra grigia, con le torrette, il bosco, le statue arcane… un rifugio, una tana psichica, in contatto con gli alberi e l’acqua del lago… là vestiva semplicemente, col grembiule blu degli artigiani svizzeri, spaccava la legna, sognava…

La torre era legata ai morti (forze dell’inconscio) ed egli la percepiva protettiva come un grembo materno. Böllingen fu la manifestazione della sua individuazione, costruita in una specie di sogno, in cui egli si sentiva “l’antichissimo figlio della madre“, l’uomo arcaico fuori del tempo, che si congiungeva al materno inconscio universale. A Böllingen Filemone e gli altri spiriti erano di casa. “A volte – diceva Jung- mi sento come se mi espandessi nel paesaggio e all’interno delle cose e vivessi in ogni albero, nello sciacquio delle onde, nelle nuvole e negli animali che vanno e vengono… Là vi è spazio per l’infinito regno sotterraneo della psiche… Compio atti semplici, essi rendono l’uomo semplice“.

Vicino alla casa aveva trovato una grande pietra cubica di mezzo metro di diametro e incise i suoi lati, rappresentando la quaternità alchemica, ‘il lapis’, la pietra filosofale, la saggezza, “la pietra di volta che viene scartata perché sembra di poco valore e che per questo è disprezzata dagli stolti”, ma regge la volta intera. Vi scolpì un occhio con un piccolissimo Telesforo, nume portatore di luce, l’energia del vedere e del passare la soglia, lo spirito guardiano. L’incisione greca dice: “Il tempo è un fanciullo che gioca a dadi / È Telesforo che vaga per le oscure regioni del cosmo/ e dal profondo risplende come stella / Indica la via alle porte del sole / e alla terra dei sogni“.

Incise anche citazioni alchemiche sull’inconscio collettivo, produttore di archetipi: “Sono un orfano, solo, eppure mi trovo ovunque / Sono Uno ma opposto a me stesso / Sono giovane e vecchio al tempo stesso / Non ho conosciuto né padre né madre, / perché hanno dovuto trarmi dal profondo come un pesce / o perché sono caduto dal cielo come una pietra bianca / Vago per boschi e monti, ma sono nascosto nell’intimo dell’uomo / Per tutti sono mortale, eppure il mutare dei tempi non mi tocca”.

A Böllingen, una notte di primavera, avvertì passi e musica attorno alla torre ma non vide nessuno, eppure sentì un gran frastuono come centinaia di contadini in festa e canti e pensò: “Si tratta dei soliti spettri“. Lesse poi in una cronaca del 1600 che quello era un luogo di sosta per comitive di giovani che scendevano a primavera verso l’Italia per fare i mercenari.
La figlia maggiore aveva le sue stesse percezioni. Quando Jung scelse il terreno per Böllingen, gli disse: “Perché costruisci qui, dove ci sono dei cadaveri?”. Poco dopo negli scavi fu trovato uno scheletro molto antico, un soldato con ancora un proiettile nel gomito.

Mentre lavorava le pietre di Böllingen, Jung si sentiva unito ai suoi antenati, molti dei quali erano vissuti nel 1700 a Francoforte, che era stato un grande centro alchemico, e forse erano stati seguaci di Paracelso, aveva l’impressione crescente di essere sotto l’influenza dei loro progetti incompiuti secondo un kahrma di gruppo che in lui proseguiva. Questo pensiero a poco a poco modificò le sue analisi e gli fece pensare che “un problema collettivo si presenta sempre come personale, ma la causa di un disturbo personale potrebbe essere da cercare in una situazione collettiva“, addirittura in qualcosa che deve ancora succedere o che era successo in altri tempi, altre vite. “Le nostre anime, come i nostri corpi, sono composte di elementi individuali, che erano già presenti nella catena dei nostri antenati. La novità della psiche individuale è una combinazione variata all’infinito di componenti antichissime“.
Dunque, come c’è un DNA biologico connesso a una serie genetica ereditaria, può esserci un DNA psichico, connesso a un fluire storico.

CONCLUSIONE

Chi non viaggia non conosce il valore degli uomini
(Proverbio moresco)

Jung fu un grande uomo che lasciò una profonda traccia in quanti lo conobbero. Certo i suoi scritti non sono facili e nemmeno organici ma essi stimolano la psiche profonda. Fu una persona molto insolita anche se aveva modi semplici, era forte ed essenziale, diretto e carismatico, e impressionava sempre moltissimo chi lo incontrava. Era un intuitivo attivo, capace di pensiero profondo ma anche di quella comunicazione calda e affabile che era stata tipica della madre; con tutti era cordiale e accogliente. Dava immediatamente una grande impressione di forza, intelligenza e vitalità.
Privilegiò sempre lo spirito. Diceva: “Tra due persone che si parlano non passano solo parole, passano sentimenti, immagini, anime parziali, segmenti della psiche. Le scienze naturali sono un compartimento astratto. La vera realtà può essere colta solamente dallo spirito… L’uomo interiore va nutrito“.
Non scrisse per fare divulgazione e nemmeno per diventare famoso, scriveva per se stesso, non curandosi molto dei suoi lettori e i suoi libri sono il diario di un percorso d’anima. Pur essendo uno degli uomini più intelligenti del mondo e ricevendo continui attestati e riconoscimenti, rimase fondamentalmente modesto. Scriveva in modo complesso ma comunicava in modo semplice. Era vissuto in un mondo positivista e razionalista ma proponeva un pensiero nuovo che manifestava una profonda spiritualità, e per questo fu detto il profeta della new age. Dichiarava: “Io non ho nessun sistema, nessuna dottrina. Sono un empirista senza alcuna idea metafisica. Le mie sono solo ipotesi. Partendo da queste ipotesi, sono arrivato ad alcuni principi: il SÈ, la totalità del nostro essere noto e ignoto, gli ARCHETIPI, le immagini dell’istinto, perché l’istinto non è solo una spinta verso l’esterno, partecipa anche alla rappresentazione delle forme. L’animale, per esempio, ha una certa immagine delle piante, tant’è vero che le riconosce. I nostri istinti si esprimono anche nel modo in cui ci rappresentiamo ciò che immaginiamo. L’istinto non è solo biologico ma spirituale. Esso ripropone certe forme che possono essere studiate risalendo fino alle ere più remote presso tutti i popoli”.

I suoi libri sono moltissimi , ma è difficile ordinarli in un sistema organico e sono di ardua sistemazione; Jung non si curò mai di dare definizioni chiare o dare coerenza all’insieme, privilegiando non la sistematizzazione ma la ricerca.
Se il suo stile è arduo, come interlocutore, invece, era estremamente semplice e chiaro; probabilmente era più efficace come analista e come insegnante che come scrittore, tuttavia diceva ridendo che i suoi libri risultavano difficili ai sapienti e facili ai semplici: “Una donnetta che vendeva giornali volle vedermi per dirmi: ”I suoi libri non sono libri, caro professore, sono pane”. Disse ancora: “La psicoterapia è uno strumento per medi specialisti ma la spiegazione arriva a più gente di quanta io stesso creda possibile” .
Il percorso per arrivare all’inconscio è lungo. Nietzsche, Schopenhauer, Pierre Janet, Charcot, Freud… ciascuno ha rappresentato un gradino. In me convergono più linee di studi. Ho avuto la grande fortuna di potermi dedicare allo studio tutta la vita. Mio padre era un teologo specializzato in lingue orientali e mi ha trasmesso il dono per le lingue. Ho studiato letteratura, alchimia, religioni comparate, filosofia, medicina. È stato necessario tutto questo perché arrivassi a certe leggi. E poi i viaggi in India e in Africa.. a forza di osservare le cose, uno comincia a notare relazioni e coincidenze, allora cerca di risalire alla loro origine comune. È una somma di esperienze

Jung fu il primo a far fare training ai suoi allievi che volevano diventare analisti. Voleva che non fossero seguaci di metodi, teorie o maestri ma solo osservatori della psiche, la psiche stessa avrebbe mostrato la via.
Tra i suoi allievi ci furono molte donne. Una di queste, Toni Wolff, fu prima sua paziente, poi sua collaboratrice ed amante, in una relazione che durò tutta la vita. La moglie sapeva a taceva.
Tra le sue collaboratrici ci fa Sabina Spielrein che lavorò anche con Freud, Ester Harding che fondò l’associazione psicoanalitica di New York, Mary Mellon, americana, che curò la pubblicazione delle sue opere, Olga Frobe-Kaptlyn che lavorò sull’immaginazione attiva e il pensiero orientale.
Aniela Jaffé fu la sua segretaria, lo incontrò a 18 anni e lavorò sempre con lui come analista e scrittrice.

Oltre alle lezioni universitarie e ai gruppi di ricerca, un interessante ambiente di lavoro furono le conferenze ERANOS, al martedì, nella sua casa sul lago, dove ebbe come visitatori i più eccelsi uomini di cultura di tutta Europa e dove si lanciarono le connessioni tra psicoanalisi e filosofia orientale, Occidente e Oriente. La parola Eranos in Greco antico si riferisce ad un banchetto o cenacolo intellettuale e materiale che si origina e si sviluppa grazie ai contributi di ogni commensale.

Per le sue capacità paranormali e il suo carisma fu chiamato ‘il vecchio saggio di Kusnacht’.
Amò moltissimo la moglie, l’aveva conosciuta a 14 anni quando ancora portava le trecce e subito aveva pensato: “Questa è mia moglie!”. Si sposarono sei anni dopo. La moglie morì nel 55, il matrimonio fu ottimo e durò 53 anni; dopo la morte di lei si prese in casa una inglese conosciuta in Africa, che lo curò come governante e infermiera fino all’ultimo giorno, Ruth Bailey, che la moglie stessa aveva scelto come accompagnatrice.
Per quanto amasse molto la moglie, ebbe anche delle amanti e pensò sempre che l’uomo non fosse nato per la monogamia. A suo modo fu fedele a ognuno dei suoi amori, e l’amore ebbe sempre grandissima parte nella sua vita, amore per le donne, per i figli, per la natura, per gli amici, per la conoscenza, per la vita: “Niente è possibile senza l’amore, neppure i processi dell’alchimia, perché è l’amore che ci mette nello stato d’animo di rischiare tutto e di non trattenere in noi gli elementi importanti” .

Dopo il 1921 (46 anni) Jung fece molti viaggi, nel Nord Africa, in Kenia, in Uganda, in Egitto, fra gli Indiani Pueblo dell’Arizona, presso i Navaho, nel Nuovo Messico, in India. Presso gli Indiani Pueblo aveva incontrato un capo che si chiamava Ochwìa Biano, Lago di Montagna, che gli disse che i bianchi erano sempre corrucciati, come in cerca di qualcosa e perciò le loro facce erano piene di rughe; i bianchi dovevano essere tutti pazzi perché sostenevano di pensare con la testa. Jung chiese allora con che cosa pensava lui? E il capo Lago di Montagna rispose: “con il cuore.”
Jung ammirò sempre molto l’India, anche se era convinto che il pensiero indiano fosse incommensurabile a quello occidentale. L’Oriente era più preparato a cogliere la realtà dell’anima e quella di Jung stesso. Diceva: “In India i problemi vengono dall’esterno, a noi dall’interno. …Noi crediamo in falsi valori, nel possesso di beni materiali, in illusioni e ambizioni”.

In Africa, di fronte alla savana disse, guardando le immense mandrie di animali che pascolavano tranquille: “Mi sembrò il mondo dell’eterno principio, nello stato del non-essere, perché fino allora nessuno era stato lì per riconoscere che era quel mondo… Fu allora che mi divenne straordinariamente chiaro il significato cosmico della coscienza. Gli alchimisti dicono: “Ciò che la natura ha lasciato imperfetto, lo compie l’arte”. Soltanto io, uomo, con un invisibile atto di creazione, ho dato al mondo il compimento, l’esistenza obiettiva. L’uomo è indispensabile al compimento della creazione anzi egli è il secondo creatore del mondo, colui che solo ha dato al mondo un’esistenza obiettiva, senza il quale esso, non sentito, non visto, silenziosamente nutrendosi, dando nascita e morte.. per centinaia di milioni di anni, sarebbe precipitato nella profondissima notte del non-essere, verso una fine indistinta. La coscienza umana ha creato l’esistenza obiettiva e il significato, così l’uomo ha trovato il suo posto indispensabile nel grande processo dell’essere.

Gli piaceva il contatto diretto degli Orientali col mondo dello spirito e la loro prospettiva del mondo terreno. A Ceylon in una via stretta due carri si scontrarono e le ruote di incastrarono, poteva scoppiare una lite, invece i due contadini dissero: “È cosa passeggera, niente che riguardi l’anima“.

Con Jung lavorarono molti uomini insigni: per la conoscenza dell’Oriente il sinologo Richard Wilhelm, per l’India Zimmer, per i miti Karl Kerenyi, per la scienza il premio Nobel Wolfgang Pauli. Il mondo lo onorò in modo imponente, dandogli riconoscimenti, premi, e lauree ad honorem ad Harward, Oxford, Ginevra.. e un numero incredibile di onorificenze dei maggiori istituti del mondo, tuttavia egli restò un solitario, che non inseguiva il successo e cercava sempre di battere una strada singolare, non curandosi delle convenzioni sociali o delle mode. Non cercò seguaci, non fondò scuole, rifiutò di costruire teorie. Fu sempre convinto che l’uomo deve sperimentare e risolvere le cose personalmente.
La sua cultura era straordinariamente ampia, aveva una conoscenza profonda del mondo classico, dei miti, della letteratura, conosceva sei lingue e poteva tenere conferenze ovunque.

Ebbe 5 figli, un maschio e 4 femmine. La moglie era una persona eccezionale, bella e intelligente, che contribuì molto al suo successo, analista anche lei, insegnava nell’istituto Jung di Zurigo, e nella loro casa sul lago, accolse visitatori illustri che vennero da ogni parte del mondo.

Jung amava pensare e scrivere ma era anche molto attivo fisicamente, era un atleta sano e forte, con una grande vitalità e allegria, gli piaceva muoversi e fare cose fisiche, spaccava legna, costruiva con la pietra, passeggiava in montagna, nuotava nel lago, portava la barca a vela, dipingeva e scolpiva, fu sempre in perfetta forma fisica. Fu lucido e brillante fino all’ultimo giorno. Era un ottimo ospite, sapeva parlare bene e sapeva ascoltare, aveva una forte memoria e conosceva infiniti aneddoti, era brillante, piacevole e spiritoso, ma anche molto semplice e pieno di gentilezza e umanità.

VISIONI

Lo stregone è colui che sviluppa, mediante il suo sognare, un doppio
(Castaneda)

Tra il dotto e il poeta si apre un campo verde/ se lo attraversa il dotto diventerà un saggio,/ se lo attraversa il poeta diventerà un profeta
(Gibran)

All’inizio del ‘44, a 69 anni, Jung si fratturò una gamba, il trauma gli produsse un infarto miocardico; in stato di incoscienza fu curato con ossigeno e iniezioni di canfora ed ebbe una serie di deliri e visioni ogni notte per tre settimane; queste visioni furono una vera esperienza cosmica in cui capì di essere in punto di morte. L’infermiera gli disse che attorno al suo corpo si era formata un’aureola luminosa.

Mi vidi sospeso in alto nello spazio sopra la terra, vedevo il globo terrestre avvolto in una luce azzurrina , in molti punti essa era macchiata di verde scuro come argento ossidato. Fu la cosa più bella che avesse mai visto“…“Mi sentivo sospeso nello spazio, come se stessi al sicuro nel grembo dell’universo, in un vuoto smisurato, ma colmo di un intenso sentimento di felicità”. “È impossibile farsi un’idea della bellezza e dell’intensità dei sentimenti in quelle visioni”…”Poi arrivò dallo spazio un meteorite scuro grande come una casa. Entrai e vidi un indù seduto nella posizione del loto, dietro cui era una porta circondata da luci. Avvicinatomi, mi parve che tutto il passato mi venisse strappato violentemente e mi scorresse rapidamente dinanzi, vidi ciò che ero stato: “Sono questo fascio di cose che sono state e che si sono compiute”, pensai ma ogni cosa era ormai senza importanza. Sentii di entrare in una stanza illuminata per conoscere tutte quelle persone alle quali in realtà appartengo. Là avrei finalmente capito da quale nesso storico dipendesse la mia vita e ciò che era stato prima di me, il perché della mia venuta al mondo e verso cosa dovevo continuare a fluire. Così come l’avevo vissuta, la mia vita mi era sempre parsa una storia senza principio né fine, avevo sempre avuto la sensazione di essere un frammento della storia, un brano del quale mancassero le pagine precedenti e seguenti. La mia vita pareva essere tagliata con le forbici da una lunga catena di eventi e molte domande era rimaste senza risposta. Ora avrei potuto avere tutte le risposte.
Vidi poi l’immagine del mio medico che saliva nel cielo nella sua forma originaria, come un basileus di COO, e col pensiero mi diceva che non doveva abbandonare la terra. Con molta delusione tornai alla vita. Mi sembrava che questa fosse “un sistema di cassettine”, un mondo tridimensionale dove ognuno stava in una piccola cassetta, una piccola prigione. Sentivo che il medico stava per morire, infatti poco dopo morì di setticemia. Ritornare alla vita fu molto doloroso “Ora devo ritornare in questo mondo grigio”, pensavo. Solo nello spazio mi sentivo sicuro, “nel grembo dell’universo, in un vuoto smisurato ma colmo di un intenso sentimento di felicità”.

Dunque ha sognato uno yogi che sta sognando Yung. Chi sogna chi? Dice Pessoa: “Sogno, e, dietro la mia attenzione, qualcuno sogna con me” , “Io non so cosa sono. Non so se sono il sogno che qualcuno dell’altro mondo sta facendo”. . Nell’Induismo il mondo non è altro che il sogno del Brahman addormentato . Se lo Yogi è l’inconscio collettivo, noi siamo il suo sogno, una realtà virtuale. Allo stesso tempo sono sogni le intuizioni che ci provengono da lui. Un gioco di specchi, la vita. Anche Shakespeare dice che l’uomo è fatto della sostanza dei sogni. Finché siamo vivi crediamo in questo sogno che è la vita, crediamo nella sua realtà. Poi ci sveglieremo a una realtà più grande. Come dice Pessoa: “Sono quasi convinto di non essere sveglio. Non so se non sogno quando vivo, se non vivo quando sogno, o se il sogno e la vita formino in me un ibrido, un’intersezione dalla quale il mio essere cosciente prende fisionomia per interpenetrazione”.

Borges narra questo aneddoto: “Secondo il pensiero mistico indiano la mente del guru è in grado di dare vita a una figura umana, essa è dunque creativa di forme viventi e comunicanti, che sembrano reali ma non lo sono veramente. Il modo per riconoscere che queste figure non sono materiali è poter osservare che il fuoco non le brucia e l’acqua non le bagna. Un guru era dunque andato nella foresta a meditare e da lungo tempo stava nella sua capanna mentre la sua mente creava una creatura umana. Quando l’enorme sforzo creativo stava per essere compiuto, il guru aprì gli occhi e vide che la capanna aveva preso fuoco e che un cerchio di fiamme lo circondava ma vide altresì che le fiamme non lo bruciavano. Capì allora che lui stesso non era che la creazione mentale di un altro guru”.

Quando l’infarto lo colpì, Jung visse una esperienza extradimensionale molto simile, curiosamente, alla storia narrata da Borges, vedendosi come la proiezione di un’altra mente, il riflesso di una lanterna magica.
Per tre settimane Jung oscillò tra sogno e estasi. Aveva visioni splendide, scenari di verdi colline, un anfiteatro dove Zeus e Hera celebravano le nozze sacre, le nozze dei contrari, la conciliazione di tutte le opposizioni, lo hyeros gamos.
Se ai nostri occhi il microcosmo e il macrocosmo appaiono separati, ad uno sguardo più alto essi si rispecchiano. Questa identità dell’alto col basso, dell’universo con l’uomo, è rappresentata in alchimia dalle nozze sacre, sacrae nuptiae, sponsali di Sole e Luna. Nella concezione ermetico-cabalistica, le acque superiori dell’Empireo (o mondo delle pure forme), che sono maschili, si uniscono alle acque inferiori dell’atmosfera, che sono femminili. “Tutto è legato a tutto, fino all’ultimo, infimo, anello della catena, e la vera essenza di Dio è presente tanto in alto, quanto in basso, in cielo e terra, e nulla esiste al di fuori di Lui” (Sohar).

Jung disse: “È impossibile farsi un’idea della bellezza e dell’intensità dei sentimenti durante quelle visioni. Furono la cosa più tremenda che io abbia mai provato. E quale contrasto il giorno! Ero tormentato e con i nervi a fior di pelle, tutto m’irritava, tutto era troppo materiale, crudo, rozzo, limitato… La vita era una sorta di prigione, fatta per scopi ignoti, che costringeva a credere che essa fosse la realtà… Sebbene in seguito abbia ritrovato la mia fede in questo mondo, pure da allora non mi sono mai liberato dall’impressione che la vita sia solo un frammento dell’esistenza, che si svolge in un universo tridimensionale, disposto a tale scopo“.

La vita terrena gli appariva come una gabbia virtuale costruita per scopi ignoti, con un potere ipnotico, che costringeva a credere che essa fosse la realtà, nonostante fosse conosciuta con evidenza la sua nullità. Definì la sua esperienza dell’eternità come una realtà obiettiva, una condizione non-temporale nella quale presente, passato e futuro sono una cosa sola, e tutto ciò che avviene nel tempo sta insieme contemporaneamente in un tutto obiettivo, iridescente e indefinibile.
Aveva sperimentato qualcosa di simile in occasione della morte della moglie, quando ebbe una visione di lei nel fiore degli anni che lo guardava fisso col suo più bel vestito, né triste né lieta, come chi conosce ora realmente, al di là della nebbia delle passioni, senza più reazioni emotive. Non era proprio lei, “ma un’immagine prodotta per me, perché la riconoscessi”, una figura completa che conteneva l’inizio della loro relazione, i 53 anni di matrimonio, la fine della sua vita. “Una completezza tale che si rimane senza parole a contemplarla“.

Dopo l’infarto venne l’accettazione delle condizioni dell’esistenza, così come essa è. Anche se nei suoi libri Jung nomina raramente Dio, la sua religiosità fu grandissima.
Si interessò molto al problema della morte. Socrate diceva che la vita dovrebbe essere una preparazione alla morte e il mondo orientale, specie il Tibet, tiene la morte in gran conto, ma l’Occidente ha reso paurosa la morte e l’ha posta tra i grandi contenuti rimossi.

A 72 anni Jung definì la vita come “un breve intervallo fra due grandi misteri, che però sono una cosa sola“. La ragione non può spiegarci la morte, ma miti e sogni sono pieni di sensi segreti che la riguardano:
Dalla malattia derivò anche un’altra cosa,…un dire sì all’esistenza, un sì incondizionato a ciò che è, senza proteste soggettive, l’accettazione delle condizioni dell’esistenza così come le vedo, l’accettazione della mia stessa essenza, proprio come essa è. Sfortunatamente oggi si dà ben poco sfogo al lato mitico dell’uomo, egli non può più creare miti, così molto gli sfugge.. ma sarebbe bene parlare anche di ciò che ci è incomprensibile. Noi non sappiamo in verità cosa rappresentino i miti o le storie della vita oltre la morte o quale realtà nascondano…sono proiezioni antropomorfiche, non possiamo dire altro. Viviamo in questo mondo che ci ha aiutato a formare le nostre menti e a stabilire le nostre condizioni psichiche… non possiamo rappresentarci un altro mondo. Siamo rigorosamente limitati dalla nostra struttura innata, perciò siamo legati con tutto il nostro essere e il nostro pensiero a questa terra. L’uomo mitico esige che si vada oltre, ma l’uomo scientifico non può consentirlo.. Per l’intelletto il mito è una speculazione futile, ma per l’anima è un’attività salutare che dà all’esistenza un fascino che ci dispiacerebbe perdere.”
“Non sappiamo se le voci dei morti che vengono ai medium appartengano a defunti o non siano una proiezione psichica e se le cose dette non vengano da una conoscenza assoluta che potrebbe appartenere all’inconscio. Dall’inconscio vengono indizi di cui terremo conto, per fare ipotesi. La ragione ci pone confini troppo angusti, ma noi viviamo anche oltre i confini della coscienza. Quanto più domina la ragione critica, tanto più la nostra vita si impoverisce. Quanto più dell’inconscio siamo capaci di portare alla coscienza, tanto più renderemo la vita completa
.”

Jung morì a 86 anni dopo una breve malattia. I suoi sogni lo avevano avvertito anche di questo, ma i suoi figli lo scoprirono solo dopo leggendo i suoi diari. Salvo l’infarto, non era mai stato malato.
Un quarto d’ora dopo la sua morte, scoppiò un violento temporale e un fulmine a ciel sereno spaccò per tutta la sua lunghezza il grande pioppo sulla riva del suo giardino sotto cui era solito sedersi. Il fulmine segnò il tronco fino a terra e spostò le pesanti pietre del muretto di recinzione. Ancora una volta un evento sincronico suggellava in modo spettacolare ciò che egli aveva sempre affermato, che l’uomo non è una parte separata dell’universo, ma che l’universo è una trama che tutto comprende, dove tempi e luoghi, alto e basso, dentro e fuori, natura e uomo, si conoscono e si collegano. Con perfetta sincronicità, amici e conoscenti vicini e lontani avvertirono il suo commiato con sogni precognitivi o segni particolari, prima di conoscerlo attraverso la stampa o la radio. Poco prima di morire Jung aveva detto: “Sono soddisfatto del corso della mia vita. È stata ricca e mi ha dato molto. Come avrei potuto attendermi tanto?”

Sulla porta della sua casa aveva fatto scrivere:

“Vocatus aut non vocatus Deus aderit”
“Chiamato o non chiamato, il Dio sarà presente.”

Per lui le parole di Borges:
“Pronto sabre quién soy” –
“Presto sarò chi sono”

“Per tre volte sono salito
E il cielo mi è parso vicino
Ne ho visto il profumo
E ne ho udito il suo canto
Era senza catene il legame sottile
Che univa le scale e portava in alto
Sono nove i gradini, è di sette la scala
L’ho percorsa tutta ed ho visto la luce.”


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