WarDrome Sci-fi MMORPG
WarDrome Sci-fi MMORPG
comunità di poesia e lotta dal 2002
Saturday November 18th 2017

Nella fucina del mago (II puntata)

Illusione e tecnica nel cinema di Mario Bava

Hollywood sul Tevere

Il carattere artigianale con cui si manifesta fin dalle origini il cinema italiano è uno dei suoi aspetti fondanti, tanto che non verrà mai meno nel corso della sua evoluzione estetica, tecnologica e produttiva. In un contesto privo di un’autentica programmazione industriale, in cui la scarsità di mezzi, l’occasionalità e il fortuito competono quotidianamente con l’abilità e la versatilità dei nostri cineasti, la figura di Mario Bava operatore, maestro dei trucchi e degli effetti speciali è stata determinante nell’ambito del cinema popolare dei generi, che si sviluppa tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

All’indomani della seconda guerra mondiale, a fronte di un’altissima domanda di spettacoli cinematografici, le produzioni nazionali non sono immediatamente in grado di corrispondere un’adeguata offerta. C’è la mancanza di stabilimenti ben funzionanti, Cinecittà è adibita a campo per migliaia di sfollati, molte attrezzature sono state sequestrate dai tedeschi e portate al nord, manca la pellicola e l’energia elettrica arriva solo la sera. In queste condizioni di precarietà si lavora come si può, ingegnandosi a superare mille difficoltà.

Ciò nonostante c’è una diffusa volontà di rinascita e un bisogno di andare incontro alla gente e di raccontare, attraverso il cinema, l’esperienza appena vissuta che si manifesta da subito nella tenacia con cui i registi scendono in strada, adottando le città sventrate come nuovi teatri di posa, senza nascondere nulla della precaria situazione del Paese e del suo cinema. L’entusiasmo neorealista deve però fare i conti con il ritorno in massa delle pellicole americane: dopo gli anni del blocco delle importazioni voluto dalla politica autarchica del regime, con la fine della guerra le major statunitensi riunite in un cartello (MPEA: Motion Picture Export Association of America) e l’ufficio militare di propaganda (PWB1) puntano a impedire la ripresa del cinema italiano, dettano legge sul paese perdente, invadendone il mercato senza alcuna limitazione, di fatto operando una concorrenza sleale nei confronti dei produttori italiani che, oltre a non godere più di aiuti finanziari dallo Stato (la legge Alfieri viene abolita nel 1945 assieme al Monopolio ENIC), stentano a trovare spazio nel mercato nazionale, così come in quelli esteri, dove gli USA dominano allo stesso modo.
Le case americane, applicano una vera e propria politica di “saturazione” e di “occupazione” degli spazi anche attraverso i meccanismi del block-booking e del blind-buying con cui ai distributori vengono imposti i prodotti nuovi in pacchetti chiusi assieme a film di minor successo o più vecchi, così da tenere occupate le piazze e le teniture.
A tutto questo andranno ad aggiungersi i processi inflattivi generati dalla realizzazione in Italia di grandi kolossal USA ad altissimi costi di produzione, che occupando gli stabilimenti e impegnando numerose maestranze per lunghi periodi di tempo, causano difficoltà alla realizzazione di film italiani.

Gli interventi del Governo democristiano, richiesti a gran voce dalle associazioni di produttori che ritengono di dover rientrare di diritto nei piani di ricostruzione, vengono attuati nell’ottica di sostenere la produzione ma senza proteggere il mercato e senza cercare di recuperarlo dalla stretta oligopolistica americana. Tali provvedimenti hanno infatti l’obiettivo di «ricattare il cinema nazionale con un sistema di aiuti selezionati, e impedirgli dunque di farsi portatore di inquietudini e di motivi liberatori; non porre argini al cinema americano, sia per non irritare le potenti case americane, e in definitiva il governo USA, sia per averle come naturale alleato ideologico, come proposta evasiva, edulcorata, mitizzante, opposta allo scottante neorealismo italiano (politica di applicazione, dunque, del brutale slogan andreottiano “meno stracci, più gambe”)»2.

I prodotti hollywoodiani vanno per la maggiore, sono ben fatti vantano budget superiori, immagini spettacolari e attori famosi, «senza contare il fascino di provenire dal paese che ha vinto la guerra»3. Oltre a riscuotere il favore del pubblico, ed avere dunque il sostegno degli esercenti, godono del consenso dei gruppi dominanti nella classe dirigente, alla cui ideologia ben aderiscono i modelli di vita tranquillizzanti, i valori tradizionali e il senso di evasione offerti da queste pellicole. Questo cinema di grande effetto spettacolare e di così sicura presa sul pubblico serve tuttavia a dimostrare quelle che sono le possibilità di crescita e di espansione per la nostra cinematografia. I produttori comprendono che per far fronte alla concorrenza delle case americane il nostro cinema deve riconquistare i gusti del pubblico e riappropriarsi di un rapporto privilegiato con esso, offrendo un prodotto che tragga spunto da elementi della cultura condivisa, si alimenti cioè della cultura scolastica e della narrativa popolare e che al tempo sia adeguato al ricco “immaginario d’importazione” hollywoodiano, rispondendo a quel bisogno di evasione che un pubblico sempre più numeroso ricerca nelle sale. «A guerra finita si voleva ridere (e paradossalmente piangere, pensiamo al boom dei fotoromanzi, divertimento di massa a basso costo), i cinema erano affollati e c’erano spettacoli per tutte le tasche»4.

Così, a fianco del fenomeno neorealista, si sviluppa anche un cinema diversivo, meno ideologico e meno politicizzato ma sicuramente più redditizio, un cinema popolare e di genere, che in una prima fase va recuperando elementi propri della cultura e della tradizione nazionale (teatro di rivista, romanzi d’appendice, musica classica e leggera, ecc.), per aprirsi successivamente all’influenza esercitata dalla frequentazione americana, adottando e rielaborando nuovi modelli di successo e ripetendoli fino all’esaurimento.
Tra le produzioni popolari, che riprendono già dal ’46, ecco che troviamo film avventurosi (Freda), operistici (Gallone, Matarazzo, Costa), melodrammi in costume e melodrammi in chiave moderna (ancora Matarazzo), film musicali (musica leggera), comiche e cinema regionale. Accanto ai nomi più noti tra i tycoon nostrani e alle storiche case di produzione (Lux, Minerva, Titanus, Arco, Galatea ecc.) nascono rapidamente, e muoiono nel giro di qualche film, tante altre piccole produzioni, che cercano di prendere parte al banchetto.

Le pratiche messe in atto per rimettere in moto l’industria sono numerose, una è quella delle co-produzioni che già dalla fine degli anni Quaranta vengono intraprese con la vicina Francia: unendo le forze, dalla produzione, agli attori, alle maestranze, si dimezzano le spese e raddoppiano gli spazi di mercato (senza contare la possibilità di ottenere i contributi statali da più paesi). Un mercato che il cinema italiano ha cominciato a cercare anche fuori dal territorio nazionale in Europa, Africa e Medio Oriente.

Un’altra formula di guadagno è quella delle “produzioni per conto” che vede alcuni dei nostri imprenditori trasformarsi in producers per le grandi case americane, le quali reinvestono i profitti della distribuzione italiana – congelati a Roma dalla legge Andreotti – realizzando a Cinecittà grosse produzioni, spesso kolossal. Titoli come Quo Vadis? (LeRoy, 1951), Guerra e Pace (Vidor, 1956), Ben Hur (Wyler, 1959), assieme a grandi co-produzioni realizzate in collaborazione con gli americani come Ulisse di Camerini nel 1954 portano grande linfa e prestigio all’immagine internazionale del cinema italiano e segnano l’inizio del periodo d’oro della città del cinema, che viene rinominata Hollywood sul Tevere.

La crescente ricchezza del Paese comporta profondi mutamenti sociali, il benessere economico contribuisce a modificare le abitudini degli italiani per quel che riguarda i modi di impiego del tempo libero. Con la diffusione della televisione, della motorizzazione, di nuove forme di intrattenimento rivolte soprattutto ai giovani e di altre offerte mediologiche come l’editoria, la musica e lo sport, il cinema non è più l’unico divertimento popolare. La domanda del pubblico si fa man mano più sofisticata e selettiva, lo spettacolo cinematografico non è più consumato indistintamente come qualche anno prima ma viene scelto all’interno di una rosa di possibilità e secondo il gusto di un pubblico sempre più “segmentato”.

A fare per primi le spese del nuovo assetto socio-antropologico sono i generi che si rifanno in modi diversi alla tradizione popolare e al melodramma che nella prima metà dei Cinquanta vanno esaurendosi, ormai considerati superati da «un pubblico più benestante e moderno [che] preferisce le risate alle lacrime, la musica di “consumo” al bel canto tradizionale, le avventure scatenate alla più gessata librettistica d’opera, il richiamo delle nuove tecnologie spettacolari, del colore e degli schermi panoramici, alla composizione elegante del cinema del dopoguerra»5.
In un momento di stallo per il cinema italiano e di profonda crisi produttiva e creativa per quello statunitense, è proprio sul versante della spettacolarità e dell’esibizione di nuove ed emozionanti attrattive (meglio se di carattere internazionale) che puntano i nostri produttori e registi, tentando la via della contraffazione a basso costo dei film di genere americani.

Ispirandosi ai kolossal ci provano la Galatea e Pietro Francisci nel 1958 con lo storico-mitologico Le fatiche di Ercole ed è subito un successo inaspettato e clamoroso, sia sul mercato nazionale che su quelli esteri, compresi gli Stati Uniti da sempre impenetrabili. Nella consueta corsa allo sfruttamento del prodotto vincente, viene realizzata una serie numerosissima e variegata di epigoni, chiaramente si tratta di produzioni i cui costi non hanno nulla a che vedere con i budget dei “prodotti originali”, anzi, sono frutto per intero del “genio italico” e se ne dimostrano consapevoli. Comunque i pepla (come li definisce l’entusiasta critica francese) non resteranno l’unico esempio di imitazione di modelli stranieri: sull’esempio delle produzioni Hammer, nel periodo che va dal 1956 al 1966 il cinema italiano conosce la sua stagione del fantastico cimentandosi anche con l’horror e la fantascienza; cui faranno seguito il fortunato periodo del western all’italiana e il filone spionistico (sulla scorta dell’agente 007), quest’ultimo da subito votato alla parodia, già nei titoli adottati.

Quello della parodia, dichiarata o meno, è in effetti lo statuto costitutivo di questo cinema che vive di imitazione e si realizza a costi sempre più bassi nella cosiddetta formula del “recupero” (delle scenografie, dei costumi) da produzioni più ricche o ritenute principali.
Opere come Mio figlio Nerone (Steno, 1956), I soliti ignoti (Monicelli, 1958), Danza macabra (Margheriti, 1963) e Per un pugno di dollari (Leone, 1964) per fare alcuni titoli, nascono fortuitamente in questo modo.

Nell’affermarsi della pratica di riprodurre esempi che si rivelano commercialmente redditizi e dunque di intercettare rapidamente un fabbisogno di consumo laddove si sia individuata l’offerta vincente, il cinema italiano dei generi, che si configura da subito per il suo carattere di plagio e falsificazione dei modelli originali, non esita a ricorrere alle più disparate misure per sfruttare fino in fondo ogni spazio di consumabilità e al tempo stesso comprimere i suoi costi. Con l’industria americana ormai in crisi e il sistema delle co-produzioni e delle esportazioni avviato, il potenziale mercato è mondiale e i prodotti vengono promossi a cominciare dal tentativo di dissimulare l’origine italiana dei film e di spacciarli per americani usando pseudonimi stranieri; ricorrendo a titoli che si richiamano allusivamente o ingannevolmente a sequel di opere di successo; sfruttando il richiamo della presenza di attori di fama internazionale o semplicemente attori stranieri che aiutano a vendere meglio nei relativi mercati. Si supplisce alla penuria di investimenti riutilizzando i materiali di scena, rivedendo le storie per adattarle alle necessità non senza ricorrere al genio artigiano per la confezione di trucchi e ambientazioni altrimenti impossibili.
Al limite di queste strategie si collocano la pratica di impiegare materiali di repertorio tratti da altri film e quella dell’intero ri-montaggio per farne altre pellicole, è il caso per esempio di Guerre planetarie, versione del film Il pianeta degli uomini erranti (o spenti) di Margheriti del 1961, rieditato nel 1978 dopo il successo di Guerre Stellari (Lucas, 1977).

Alla prossima settimana per la terza puntata!

Torna su

Nella fucina del mago: illusione e tecnica nel cinema di Mario Bava

……………………………………………………………………………………………

Note

1. Psychological Warfare Branch, fu un organismo del governo militare anglo-americano, incaricato di esercitare il conrtrollo sui mezzi di comunicazione italiani: stampa, radio e cinema. Esercitò questa funzione nel periodo compreso tra il 1943 e il 1945.
2. Libero Bizzarri, L’economia cinematografica, in AA.VV., La città del cinema: produzione e lavoro nel cinema italiano, 1930-1970, Napoleone, Roma 1979, p. 41.
3. Stefano Della Casa, Cinema popolare italiano del dopoguerra, in Gian Piero Brunetta (a cura di), Storia del cinema mondiale, L’Europa. Le cinematografie nazionali, Volume III, Tomo I, Einaudi, Torino, 2000, p. 780.
4. Stefano Della Casa, Storia e storie del cinema popolare italiano, La Stampa Editrice, Torino 2001, p. 13.
5. Stefano Della Casa, Cinema popolare italiano del dopoguerra, in Gian Piero Brunetta (a cura di), Storia del cinema mondiale, op. cit., p. 788.

Previous Topic:
Next Topic:

8 Comments for “Nella fucina del mago (II puntata)”

  • gianni tirelli says:

    LA MIA FELICITA’
    L’elemento principe, fondamentale, per intraprendere il cammino verso la felicità, è l’aria che respiriamo. Senza questo presupposto, ogni possibile vera gioia, ci è preclusa. Dobbiamo inoltre comprendere che, allegria e isteria, non hanno nulla a che vedere con la felicità, ma sono la sua morte. La felicità, quella autentica, è una costante, che prescinde dagli stati d’animo, da sbalzi d’umore e dagli eventi, essendo la stessa legata alla consapevolezza e alla comprensione logica della necessità della morte.
    Il fattore ambientale e la qualità delle cose, sono il naturale terreno di cultura della felicità, perché, intrinsecamente, ne possiedono le soluzioni ideali e quel processo alchemico di natura magica, in grado di produrre le condizioni, favorevoli alla sua crescita. La contemplazione e la meditazione, diversamente da come molti credono o immaginano, non concorrono alla felicità, ma sono la sua espressione ultima. La felicità è azione, movimento e passione. E’ avere tante cose da fare, una diversa dall’altra, e la voglia di terminarle, per poi farne altre e altre ancora. La felicità non dorme mai, non riposa, non si appisola, non ha paura e non rimanda a domani, ma è pragmatica, disincantata ed eroica. Non vive il suo tempo ma il tempo infinito. Ama e comprende ogni cosa che sia di questo mondo, senza possederla e custodirla. La felicità vive il presente. Dimentica il passato e non lancia lenze nel futuro – pesca fra le acque fresche immacolate della sua ragione, per aprirsi nuda, ai tiepidi raggi, del mistero svelato. La felicità è l’atto di umiltà dell’uomo ragionevole. Un uomo che, ai beni effimeri della ricchezza, al potere e al torpore narcotizzante dell’ozio, predilige piccoli sassi di fiume, levigati dall’acqua, per proteggerli poi come figli.
    La felicità è tenerezza, innocenza, bellezza e ironia. E’ lo stupore negli occhi dei bambini, la purezza dei loro sogni e la libertà dei loro pensieri. La felicità si addormenta sulla tua anima, e confonde il suo respiro con il battito del tuo cuore. Come la fede è un bisogno ineludibile e come l’amore ci parla di Dio. La felicità è una bambina dalla pelle di luna, con gli occhi verdi come il mare, e capelli color del grano. Io la chiamo Sofia.
    Gianni Tirelli

  • gianni tirelli says:

    LETTERA APERTA A TUTTI I BAMBINI

    Cari bambini di tutto il mondo; siate felici. Ho buone notizie per voi!!
    Gli scienziati e i ricercatori ci dicono che l’aspettativa di vita media si è ulteriormente alzata. Wow!!
    Peccato però che non tutti potranno approfittare di questa opportunità. Come i trentamila bambini che muoiono ogni tre secondi, per malnutrizione e altrettanti per mancanza d’acqua potabile. Quelli dilaniati dalle bombe intelligenti, quelli affetti dall’Aids e dalla Lebbra, i piccoli migranti finiti in fondo al mare, i bambini sfruttati, abusati, espiantati, i bambini combattenti – i neonati affetti da patologie tumorali indotte dall’amianto, diossina e metalli pesanti, e una moltitudine di adolescenti devastati dalle droghe, dall’alcol, dagli psicofarmaci e da un’infinita lista di malattie neurologiche – bambini anoressici, bulimici, celiaci, vittime di messaggi mediatici deliranti ed altri ancora, asserviti alle ingannevoli seduzioni e lusinghe di un benessere inanimato.
    In alto i cuori e buona fortuna!

    Gianni Tirelli

  • gianni tirelli says:

    IL MAGNATE DELLA SOBRIETA’

    Gli irresponsabili ad oltranza di questa maggioranza, insistono nell’affermare che, andare alle elezioni anticipate, è da veri irresponsabili: un crimine aggiungono!
    Assistiamo quotidianamente ad un indegno quanto infantile rimpallo di responsabilità dai tratti tragicomici dove, i carnefici, nella nuova e inedita veste di esercito di salvezza nazionale, invitano le vittime al senso di responsabilità.
    Il nord, non ne vuole sapere di prendersi la spazzatura di Napoli quando, da decenni (e come se ottemperasse ad un diritto), riversa i suoi rifiuti e scorie industriali sul territorio campano e al sud più in generale. Il perverso trasformismo di questi figuri della politica, non conosce il limite della decenza e della vergogna. Nella negazione dell’evidenza dei fatti, attua il suo piano di mistificazione, con l’intento di fare leva sulla parte più miserabile, ottusa e apatica del nostro povero paese.
    Lo sconcertante, invito alla sobrietà, invocato dal nostro Primo Ministro, poi, non solo evidenzia l’incongruenza e l’incoerenza di un tale richiamo, ma sconfina e degenera nella psicopatia, nel vaneggiamento e in un delirio di esaltazione. Un mitomane puttaniere che non perde occasione per ostentare la sua ricchezza, potere e privilegi e si appella, impunemente, al nobile quanto mortificato concetto di sobrietà!
    E’ sufficiente dare uno sguardo sommario ai programmi televisivi che inondano le sue tre reti, per avere conferma dell’esatto contrario, in fatto di misura, moderazione e buon gusto. Un delirio di eccessi, volgarità e grettezza, che nulla hanno da invidiare ai più decorosi postriboli della favelas di Caracas. Per non parlare dell’ostentazione narcisistica di ville, palazzi, piscine, vulcani e colline artificiali, che colleziona in maniera maniacale, alla faccia delle tante famiglie italiane indigenti e di giovani senza futuro.

    “Abbiamo introdotto la moralità”, affermava con scandalosa impudenza e sfrontatezza, alcuni mesi or sono, subito sconfessato in tempo reale dai casi Scaiola, Brancher, Verdini e compagnia bella. E poi fu la volta di Noemi, della D’Addario, di Ruby e di una corposa lista di puttane a pagamento, a conferma di comportamenti al limite del reato di istigazione alla prostituzione.
    Silvio Berlusconi, si comporta con i cittadini italiani come il presidente testimonial di una miracolosa pillola della felicità, prodotto di punta di una sua azienda, assolutamente certo che, il branco di coglionazzi, prenderà per buone e veritiere le sue strillate parole di navigato piazzista.

    Gianni Tirelli

  • gianni tirelli says:

    LE ANIME INFERNALI DI QUESTO SECOLO

    C’è ancora troppa gente che, per ignoranza, approssimazione, malafede, interesse di parte, interpreta la figura dell’’uomo di potere, come requisito di intelligenza, sacrificio, conoscenza e buon senso. Oggi, questa equazione, da un risultato diametralmente opposto, coniugando il potere con l’infamità, la menzogna, il populismo e la schiavitù. Il potere mediatico di questi nuovi baroni dell’ultra liberismo, sponsorizza una vocazione confessionale e autoritaria, al solo scopo di riempire i vuoti di coscienza degli individui amorfi, e finalizzata all’opportunismo e al raggiro. Gli amorfi, momentaneamente coccolati dalle lusinghe di un tale potere, ubbidiscono ad ogni nuovo ordine del padrone, sostenendo ad oltranza ogni sua tesi e assimilandola come propria – nella loro veste di missionari della verità e della libertà ma, in realtà, privi di qualsiasi tipo di iniziativa, oltre alla continua pratica svolta ad acclamare, Chiesa e potere economico. Per semplice logica, Chiesa e potere economico (di opposto segno) dovrebbero naturalmente respingersi ma, nella realtà, si attraggono. Alla luce dei fatti, nessun segno distintivo li caratterizza, ma tendono ad inglobare (fagocitare) tutto ciò che sostenga menzogna e profitto. Questa convergenza ideologica di principi apparentemente inconciliabili, contribuisce al consolidamento di un tale potere, capace di condizionare, con risultati sorprendenti, le scelte politiche etiche e di valori della società amorfa. Se artisti e intellettuali, quelli che la cultura la producono e la praticano (per fare un esempio), si oppongono all’accanimento terapeutico, la società degli amorfi in virtù della sindrome, del “bastian contrario”, si schierano dalla parte opposta, affermando così una nuova cultura: quella dell’acqua sporca. Sulla base di quanto sopra esposto, questi personaggi al potere, che hanno fatto della menzogna, del servilismo, illegalità e criminalità, il loro stile di vita, in realtà sono mandanti delle stragi dei civili iracheni e responsabili dei morti di Nassirya.
    Sono quelli della castrazione chimica e della xenofobia. Sono i cattolici divorziati e abortisti – imprenditori inquinatori, prelati pedofili, espiantatori di organi di contrabbando. Sono gli stessi poi che demonizzano la morte e sbandierano il diritto alla vita, macabro vessillo teso ad esorcizzare la paura di una esistenza vuota e priva di alcun contenuto che, nella promessa di immortalità, elude ogni più remoto barlume di consapevolezza, di volontà e di verità. Sono quelli che in forma di proseliti promettono la vita eterna fra le braccia del creatore ed esaltano la sofferenza catartica di questa miserabile vita terrena e della sua provvisorietà. Sono i ricchi gerarchi del clero pagano e idolatra che, nei sempre più rari interventi rubati all’ozio e a una vanità femminea, gridano a gran voce “beai gli ultimi, che loro sarà il regno dei cieli”. Sono quelli che esaltano il primato dello spirito, per poi accanirsi su corpi inermi (cavie umane) con le macchine assemblate da satana, e prolungare così all’infinito una tortura lacerante in un esaltato accanimento, sperimentale, degno del più spietato aguzzino nazista. Sono quelli che non accettano la sconfitta di una scienza effimera e miope, che ha anteposto il profitto e il potere, al buon senso, alla carità cristiana e al principio etico. Sono loro le anime infernali di questo secolo, loro, terrorizzate dal più ineludibile atto di giustizia: la morte.

    Gianni Tirelli


Leave a Comment

Della stessa categoria

La fragilità dell’essere umano in un inedito progetto sull’Amore

Roma Giovedì 16 giugno ore 19.00, Via Panisperna 207. Artista visuale, autrice, regista, attrice, performer, body [Read More]

Obsolescenza del Genere al Festival Cinematografico Arcipelago

Domenica 8 novembre alle ore 20.00 a Roma, presso il Teatro Palladium, nell’ambito del Festival Cinematografico [Read More]

I migranti dal mare e gli anziani italiani emigrati in un documentario

Vedi il trailer: https://vimeo.com/140032609 Tra Performance art e cinema del reale, “(A)mare Conchiglie” è  [Read More]

ABCiak – Festival

ABCiak – Festival Manda la tua idea/soggetto e noi ti diamo l’opportunità di venire a realizzarla  in Puglia [Read More]

Profane Metamorfosi di Kyrahm e Julius Kaiser: dalla Body Art Estrema al Corpo Politico – dalla Videoperformance al Cinema del Reale

A Roma, il 31 maggio alle ore 21, presso il Teatroinscatola, per la rassegna “I Teatri del Profano” Lorenzo [Read More]

Who's Online

  • 0 Members.
  • 8 Guests.

Adv

Newsletter

RSS Il Fatto Quotidiano