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Saturday April 21st 2018

Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case
..considerate se questo è un uomo
..che non conosce pace
..che muore per un si o per un no
..considerate se questa è una donna
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare….

Sara era immersa già da un’ora nella poltroncina rossa, cullata dalla penombra del camino acceso. In silenzio , senza fare un movimento, senza distogliere lo sguardo dalla fiamma che si alzava e si abbassava senza un criterio apparente.
Nelle mani serrate un bicchiere mezzo pieno di vino rosso.
Intorno ai suoi piedi, a terra, libri e manoscritti sparsi .
Sulle ginocchia una scatola piena di lettere. Ai suoi piedi un vecchio baule aperto.
I vetri gelati delle finestre lasciavano penetrare nella stanza il colore caldo dei tramonti delle belle giornate di inverno spazzate dal vento, le ombre delle montagne innevate e delle nuvole sottili strappate anche dalle cime più alte.
C’era la scenografia completa di un momento di pace , di un guscio protettivo, di una cuccia tiepida dove arrotolare il corpo ed i pensieri in una dimensione di tutto e di nulla, di oggi e di sempre, per sempre.
Nel baule invece un inferno di ricordi, di immagini rapide e violente, di partenze e di ritorni, di vite disperse e poi dal tempo ricongiunte su lapidi anonime e sbiadite.
Sara guardava il fuoco e scommetteva con se stessa sui lapilli : il prossimo a destra, poi dopo a sinistra, per finire in una fiammata improvvisa tanto breve quanto intensa. Per non pensare, per non ricordare altri fuochi, altri lampi.
Erano passati 44 anni da quel settembre del 1943.
L’Italia era allo sbando dopo l’armistizio. Un popolo intero, diviso nella cultura e nelle tradizioni. Alla ricerca di una identità che aveva avuto due sole occasioni per essere trovata ed entrambe avevano lasciato croci di guerra sulla terra flagellata e medaglie alla memoria nei cassetti mai più aperti. Sara era una giovane ragazza come tante altre, prima e dopo di lei. Desiderava un uomo, una famiglia, dei figli ma come tante altre aveva chiuso tutto in un baule aspettando la fine della guerra ed il ritorno alla vita. Una vita semplice, in quel piccolo paese del Piemonte , l’unica vita che poteva conoscere, fatta di piccole cose, governata dalla natura e dalle stagioni prima che dagli uomini. Sapeva fare il pane, coltivare la terra, mungere le mucche , tessere la canapa. Quel baule ai suoi piedi, pieno di carta ingiallita, era stato pieno di lenzuola, asciugamani, coperte.
Pieno del suo futuro che tardava a venire . Ed una sera di ottobre del 1943 quel futuro arrivò, inaspettato e autentico, come tutte le cose che succedono quando nessuno le aspetta e forse proprio per questo hanno la forza dirompente di cambiare i destini. Quei momenti rari che non si riconoscono subito, sembrano casuali, ma scavano un solco profondo nell’anima e nella coscienza che divide per sempre il prima dal dopo.
Pioveva e si sentiva fischiare il vento tra gli alberi .
In casa c’erano solo donne, Sara , sua sorella Aurora , la madre e la nonna.
Gli uomini, i suoi due fratelli Giacomo e Pietro erano via, al fronte, e da mesi non se ne sapeva più nulla.
Suo padre era morto da tempo sotto quel maledetto trattore che, un giorno come tutti gli altri, aveva deciso di non affrontare più ruggendo la salita che portava al piccolo uliveto dietro la casa e si era ribaltato facendo di sua madre una troppo giovane vedova.
Erano dunque sole, fino a quella sera, fino a quel timido battito dietro la porta di casa
“Sara, Sara, sono un amico di Pietro. Aprimi per favore”. Quattro donne fanno un bel gruppo ma non sono sufficienti a tenere lontani i guai quando le strade sono piene di sbandati alla ricerca di un rifugio.
Altre sere avevano sentito battere alla porta e non avevano mai aperto. Ma stavolta era un amico di Pietro, il suo fratello-poeta che passava le nottate intere a leggere versi di un certo Lorca e quando si alzava la mattina per mungere le vacche cominciava a canticchiare “alle cinque della sera”.
E sua madre si infuriava come un toro perché un figlio così rammollito, diceva, non faceva parte della loro razza . “Sono le cinque della mattina, non della sera” gli urlava dietro “tu vuoi fare il telettuale ma, senza latte, niente formaggio” .
E un giorno Pietro le rispose “Essere intellettuale, mamma, vuol dire usare l’intelligenza, essere curiosi, essere sensibili alla bellezza in tutte le sue manifestazioni e a tutto ciò che l’intelletto umano può creare; significa desiderio costante di capire nel profondo la realtà, riportandola nell’intimo dell’uomo.. significa saper praticare l’ironia, ma soprattutto l’autoironia. Non mi piace mungere la mucca, non mi piace alzarmi alle cinque della mattina e così voglio immaginare di esser già alle cinque della sera per leggere i miei libri. In realtà si tratta di un lamento ma è un pò difficile da spiegare. Preferisci forse avere un figlio stupido?” Aveva uno sguardo scintillante che non gli avevano mai visto, sembrava più alto di dieci centimetri. “Non capisco” aveva risposto lei. “ Tuo fratello Giacomo è troppo piccolo per mungere la mucca, ma canta pure quello che vuoi . Sono tua madre e ti voglio felice.”
Sara aveva assistito a tutta la conversazione e le era nato il desiderio incontenibile di conoscere quello che sua madre non riusciva a capire.
Da quella sera Pietro aveva cominciato a leggere e commentare con lei tutti i libri disponibili con l’assenso della mamma ed il patto di dedicare almeno una sera di ogni settimana alla Bibbia.
Così aveva iniziato a leggere le poesie di Lorca ma preferiva quelle di Neruda perché parlavano di amore, quell’amore che lei cominciava ad immaginare lontano da quei luoghi, sempre più lontano, dove solo il desiderio può arrivare, senza che nulla lo disturbi e lo distragga dalla voglia di se stesso e del suo sentirsi unico e inattaccabile.
Fino a quella sera , fino a quel battere timido ed educato alla porta.
Si chiamava Primo , era magro e infreddolito. La fissò subito con uno sguardo intenso che la fece sentire priva di ogni difesa, di ogni pudore. Era la prima volta che un uomo la guardava così ed era il primo uomo che lei guardava negli occhi consapevole di esser donna.
“Pietro è ferito, è rimasto in un rifugio in montagna. Stiamo organizzando la resistenza e ci servono coperte e medicine. Mi ha detto di venire da te, di cercarti perché tu sei una ragazza speciale che ama la poesia. E chi ama la poesia non ha paura di nulla”.
Sara capì in un solo istante . Quel ragazzo le stava chiedendo aiuto non solo per Pietro ma per un popolo intero che aveva ormai capito ed accettato i suoi errori e da questi iniziava il proprio riscatto. Nessuno poteva rimanere escluso , nemmeno lei.
Volse lo sguardo alle altre donne, poggiò lieve la mano sul volto di quel ragazzo sconosciuto, mise in due sacche tutto quello che poteva trovare e due scialli sulle spalle.
“Tornerò e ricominceremo da capo, magari alle cinque della mattina” disse sorridendo alla madre.
Nessuna cercò di fermarla , non si ferma il destino.
Furono pochi mesi di una intensità senza uguali. Uno solo di essi sarebbe bastato a riempire una vita.
Sara li visse tutti, fino alla fine e in tutti i sensi di donna e combattente , fino alla cattura di Primo.
Lui venne deportato a Auschwitz e miracolosamente sopravvisse .
La fine della guerra li trovò uguali e diversi . Un amore distrutto dall’orrore ma un legame che lo avrebbe reso eterno, per sempre.
Riempirono di carta gli uffici postali, non si persero mai e mai più furono uomo e donna.
La luce era ormai solo un ricordo del giorno, in quella piccola stanza riscaldata dal grande camino.
Sara si avvicinò alla fiamma e vi gettò una ad una tutte le lettere.
La trovarono sulla sua poltroncina rossa, addormentata per sempre con quel ritaglio di giornale in mano che raccontava di un uomo che non ce la aveva fatta più a ricordare.

Mara- Marzo 2005
..
..
Primo Levi, Se questo è un uomo –
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
..
..
Si tratta di un uomo, Maĥmud Darwish
Carta d’identità

Scrivi : sono un arabo;
la mia carta porta il numero cinquantamila.
Ho otto bambini,
e il nono nascerà dopo l’estate.
Ti dispiace forse ?

Scrivi : sono un arabo;
impiegato con i compagni della miseria in una cava,
ho otto bambini
per i quali dalla roccia
ricavo il pane,
i vestiti ed il quaderno.
Non chiedo la carità alle vostre porte
né mi umilio davanti alle piastrelle dei gradini.
Ti dispiace forse ?

Scrivi : sono un arabo; un nome senza titolo
e resto paziente in una terra
dove tutto vive con impulso di furia.
Le mie radici si sono ancorate qua,
prima del nascere del tempo
prima dell’apertura delle ere
anteriormente ai cipressi, agli uliveti
ed al crescere dell’erba.

Mio padre …viene dalla stirpe dell’aratro,
non è un figlio di signori privilegiati,
mio nonno pure era un contadino
né ben cresciuto, né ben nato !
Mi insegnava l’orgoglio del sole
prima di insegnarmi la lettura dei libri.
La mia casa è la guardiola di un custode
fatta di rame e di canna.
Sei soddisfatto della mia posizione ?
Ho un nome senza titolo !

Scrivi : sono un arabo;
dai capelli color carbone
e dagli occhi bruni.
La mia descrizione:
un akal sulla kufiyya copre il mio capo;
e il palmo della mano duro come la roccia,
graffia chi lo oserebbe toccare.

Il mio indirizzo è :
un villaggio disarmato … dimenticato
dalle vie senza nomi.

Scrivi : sono un arabo;
avete rubato la vigna dei miei nonni
e la terra che coltivavo
insieme ai miei figli.
Senza lasciare a noi nulla
né ai nostri nipoti …
se non queste rocce.
E’ forse vero che il vostro stato
prenderà anche queste …
come si mormorava ?

Allora !
scrivilo in cima alla prima pagina :
“non odio la gente
né aggredisco alcuno,
ma se divento affamato
la carne dell’ usurpatore sarà il mio cibo.

Attenzione !
Guardativi
dalla mia collera
e dalla mia fame !

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