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Saturday April 21st 2018

MASADA n. 859. 18-1-2009. DIARIO PARANORMALE – VEDERE I MORTI

Viviana Vivarelli
 
I PUNTI NODALI
 
Ora che quasi tutta la mia vita e’ passata, posso pensare di nuovo a quelle cose del passato come da una lunga lontananza. Molti particolari si sono sbiaditi, soprattutto si e’ perso il senso di essere dentro le cose e i sentimenti che ad esse si collegavano, non ricordo piu’ la paura, le emozioni, la solitudine, il disorientamento. Posso persino pensare che forse non e’ a me che e’ successo tutto questo, eppure la mia memoria conserva tutti i fatti nella loro stranezza.
Tutto comincio’ da quella diagnosi di morte, a 35 anni, quando ero una giovane sposa con una bambina di cinque anni, a Milano. Da qualche parte di me ci sono ancora le crisi d’asma, quella insopportazione di non poter stare ne’ in piedi ne’ seduta, non poter dormire ne’ andare, col respiro affannoso e i fischi che mi uscivano dalla gola, la soffocazione. La mia bambina vedeva che stavo male e, quando crollavo sul cuscino, mi portava le pantofole e mi diceva: “Alzati mamma, guarisci!”. Poi venne l’impietosa sentenza: “I suoi bronchi non ce la fanno piu’. Non possiamo fare piu’ nulla. Le resta qualche mese da vivere. Provi ad andare piu’ a sud. Puo’ tirare avanti forse due anni”.
Se guardo la mia mano sinistra, che porta nel palmo il segno del mio destino, vedo una linea della vita breve, forse 37 anni, e anche la linea del cuore e’ spezzata. Ma se guardo la mano destra, che e’ la vita che ci siamo costruiti con la volonta’, vedo sempre quella linea spezzata, ma dopo i 37 anni un’altra linea si attacca ad essa con un angolo di 60° e prosegue fino a una morte spettacolare. Io sono  adesso la’, nella vita che mi fu concessa la seconda volta. Porto sul palmo i segni della veggenza e il monte della Luna nasce da un segno di morte. Io non sapevo allora che mi sarebbe stata data questa seconda possibilita’ ne’ so ancora per cosa. In verita’, possiamo studiare tutti gli indecifrabili segni del mondo, ma la vita e la morte restano intatte nel loro mistero.

Come venni a Firenze, nella casa infestata, il mio Houdini, la mia magia interiore, emerse a meta’ e io ‘vidi’. Ma ci volle molto tempo prima che accettassi di ‘vedere’. Prima dovetti attraversare tutto il disagio del nuovo sapere e dovetti attraversare il lungo viaggio della depressione. Poter finalmente respirare dopo 35 anni di infermita’ debilitante fu come un niente all’inizio, ma questo inizio duro’ un decennio tormentoso, in cui non dissi nulla a nessuno di quel che vedevo e non lo credei io stessa e questo non accettare, che persiste anche ora, mi porto’ in una cupa depressione. Non so perche’ stasera ho dovuto raccontare tutto questo. Forse si arriva a un punto in cui si deve dare testimonianza, o forse raccontare serve per capire, per chiudere un quadro o comporre un cambiamento. Forse sono ancora una volta sull’orlo di qualcosa e ripassare il viaggio gia’ fatto serve a rassicurarmi di fronte all’ignoto.  In verita’ non so a chi lo racconto, perche’ non vedo chi legge, ma spero che capisca e abbia anche pieta’ di me, che non scelsi questa strada ma fui scelta e non la accettai e percio’ la persi.
Dopo Firenze ci fu il ritorno in Lombardia, questa volta nella casa dell’inferno che coincise con la mia depressione e con desideri suicidi. Anche questa casa l’avevo vista in sogno: una specie di fortilizio con due ali laterali, come le torri di un castello, di una sola proprietaria, la castellana, che era una donna malvagia, una ex ballerina sposata per lucro a un uomo di immensa ricchezza. Tutto il palazzo era pregno della sua avidita’. Ci sono vizi che dilagano oltre chi li conduce e si allargano tutto intorno impregnando le cose.  Seppi che sotto quel castello scorreva un fiume, ne sentivo l’energia perturbata nel sangue, nella testa. Da quel fiume non visto saliva un’atmosfera acre che impestava la casa, penetrava sotto gli strati ocra della tappezzeria funebre, saliva dal parquet dismesso e scricchiolante. Una volta lasciai aperto per studio il registratore e la cassetta vuota, riascoltata, risulto’ piena di voci dolorose che urlavano e piangevano tutte insieme. Ne fui atterrita e buttai via la cassetta, ne’ ho mai piu’ provato a registrare le voci dei morti. Ma essi erano tutti intorno in quella casa gemente. Fu li’ che li cominciai a vedere che passavano. Passano veloci, i morti, silenziosi, non smuovono l’aria. Appaiono in un punto che non sai e spariscono poco dopo, come tra due porte. In tanti anni ho imparato a riconoscere i loro varchi. In ogni luogo c’e’ un passaggio. Lo chiamavo ‘punto nodale’. E’ come se noi scorressimo su un binario dell’esistente e loro su un altro, siamo sincroni ma non ci vediamo, ogni tanto i due binari si incrociano e quello e’ un punto nodale. Per quel che vedevo, l’incrocio tra le due dimensioni era lungo non piu’ di due metri; era la’ che, quando passavano, io li vedevo. Quasi mai ho avuto l’impressione che loro mi vedessero, io li vedevo e basta. Non c’era comunicazione e il passaggio era cosi’ veloce e silenzioso che potevo anche figurarmi di essermi immaginata tutto. Solo piu’ tardi comincio’ ad accadere che quando li percepivo e c’era accanto qualcuno, anche lui li vedesse, come se io fungessi da ponte, come se gli aprissi, non so come, il canale. Io li ho sempre chiamati ‘i morti’, ma non so cosa siano e non avevano tutti sembianti umani. Prima ci furono i ‘bachi’, biancastri, lunghi 2 o 3 metri, che navigavano orizzontali per aria, come vampiri: di essi avevo una enorme paura. Poi vennero le sfere di luce, soffici e luminose, che si alzavano lentamente da terra negli angoli della stanza, simili a fulmini globulari; le avevo viste anche da bambina e mi avevano fatto compagnia nelle lunghe giornate da invalida passate a letto, nella camera fredda, sul retro della casa, dove non veniva mai nessuno, le chiamavo ‘le bolle’ e le associavo alla mia malattia, erano i miei amici d’anima, protettori silenziosi, piccole anime anch’esse, a volte venivano fitte e riempivano la stanza ondulando attorno a me, mentre bruciavo per la febbre, le ‘bolle’ non erano molto grandi, come globuli evanescenti e biancastri, ma qualche volta mi parevano lievemente colorate e allegre. A volte invece vedevo ‘le ragnatele’, grandi ammassi neri confusi negli angoli alti e bui delle stanze, larghi mezzo metro o un metro, che evitavo di guardare per paura, e anche altri le videro accanto a me e me le indicarono.  Uno dei fidanzati di mia figlia ne indico’ uno in un corridoio e disse: “Qui sento del Male”. C’erano anche i ‘boli rotanti’, simili a quei cespugli che rotolano nel deserto portati dal vento, ma questi rotolavano sul pavimento davanti a me simili a fuliggine rotante e io alzavo i piedi per non prenderli, e anche questi altri li videro insieme a me ed erano malefici. Poi arrivavano ‘gli uccelli di luce’, a volte sfrecciavano come uno sprazzo di luce di lato, un battito d’ali che mi ricorda la morte, una luce rapidissima che ti passa a fianco come una freccia e fai appena a tempo a scorgerli, ma ne sentivo anche il rumore crepitante, velocissimo; una volta ‘le ali’ mi sbatterono in faccia facendomi spaventare e a volte mi toccavano la mano che trasaliva. Ho sempre pensato che la morte, anche in sogno, si presentasse come una colomba bianca. Le luci potevano arrivare in traiettorie rapidissime nella stanza, come un fulmine e girare rapidamente, qualche volta le vedevo anche attorno alle persone e le vidi poi identiche in certe foto che dei fotografi del paranormale avevano fatto per studi scientifici al di la’ delle frequenze visibili. Anche io, quando fotografai la statuetta della Madonna a Chartres, che dicevano portasse addosso un vero lembo del mantello di Maria, ebbi una foto in cui non c’era affatto la Madonna ma un tubo lungo di luce. E quando mori’ di cancro la figlia della mia amica Giuliana e lei fotografo’ la cagna che la ragazza aveva tanto amato, in tutte le foto attorno alla bella bestia apparve un cerchio di luce e anche la cagna si chiamava ‘Luce’. L’apparizione piu’ bella fu quella delle’ girandole’, in un cerchio di allieve adulte che curai per otto anni e in cui toccammo momenti di eccezionale simbiosi: un giorno bellissimo la stanza dove eravamo si riempi’ di girandole silenziose luminosissime e allora anche la dolce Laura-bruna disse: “Quante girandole! C’e’ luce dappertutto!” Lei era una che sentiva l’incenso quando io sentivo l’incenso  e vedeva la luce quando io vedevo la luce e questo mi confortava.
Questa luce che vedo non e’ molto forte, ma come un neon intenso al centro che sfuma senza margini ed e’ in genere biancastra.
Di questa stessa luce era l’immagine che ebbi lungamente una notte, che proprio mi terrorizzo’. Nicoletta allora era una scout ed era partita per un campo in Dalmazia, oltre confine, il tempo era pessimo, diluviava, era una notte da tregenda e io non smettevo di pensare che quegli scout si sarebbero messi nei guai. Tutti gli anni c’era qualche scout che passava qualche pericolo,  e pensarla in un branco di ragazzetti spensierati che facevano campo all’aperto sotto la pioggia e in una zona ‘oltre confine’ mi agitava grandemente. Cosi’ ero andata a letto furibonda, non riuscivo a prendere sonno e continuavo a rigirarmi nell’ansia, quando d’un tratto, nel silenzio della stanza chiusa dalla pioggia scrosciante, fu come se esplodesse un silenzio piu’ grande e di colpo mi ritrovai seduta sul letto cogli occhi sbarrati. C’era sul muro una piccola immagine della Madonna, l’unica immagine sacra di tutta la casa, una piccola stampa del 1700 di un Santuario, ritrovata sul pavimento di una stalla, che avevamo preso perche’ Maria somigliava molto alla mamma di mio marito, morta giovane di leucemia. Davanti a quell’immagine era sospesa per aria una giovane donna. Poteva avere 14 anni, era piccola e graziosa. Interamente vestita di bianco, era anche tutta coperta da un velo trasparente, bianco anch’esso, da capo a piedi, e tutta risplendeva di quella luce bianca soffice come di neon. Io pensai atterrita che era il fantasma di mia figlia e anche la chiamai: “Nicoletta!” e guardai la sveglia luminosa che segnava le due. Passarono molti secondi che mi parvero secoli. Io guardavo la figura, guardavo la radiosveglia, poi di nuovo la figura…. Lei tremolava quietamente fissandomi, sospesa. Poi lentamente comincio’ a svanire finche’ la persi del tutto e mi resto’ davanti la parete in penombra. Per tutta la notte non riuscii a dormire e continuavo a sbarrare gli occhi e a fissare la parete, terrorizzata. Mia figlia torno’ sana e salva, avevano trovato riparo in una parrocchia e non avevano corso nessun pericolo. La piccola donna e’ sempre nei miei occhi, una piccola ragazza dolce coi capelli scuri raccolti dietro e le mani un poco allargate con i palmi aperti, come si mostra l’immagine della Madonna, tutta coperta di luce.
Non so i morti dove sono, mi piace immaginarli su una grande nave che naviga silenziosa su un oceano sconfinato o che camminano veloci e soffici su strade che non sono le nostre.
Non so nemmeno quali sono i morti tra le figure che vedo. Il ‘vedere’ e’ di molti tipi. C’e’ un vedere che e’ dentro la testa come se si accendesse un video e si capisce benissimo che quelle immagini vengono proiettate da dentro, poi c’e’ un vedere per sagome, la persona non e’ chiara, e’ come una sagoma ritagliata in un’ombra un poco piu’ scura, si possono capire bene i dettagli ma non ci sono proprio colori e forme, bisogna immaginarli. Nella mia casa di adesso di Bologna ho uno di questi punti nodali, su un ballatoio, dove passano i morti. Li ho visti spesso come sagome veloci, passano sempre li’ in genere e non in altri punti, salvo qualche eccezione nella mia camera o nel corridoio, e non li vedo quasi mai chiaramente ma come profili. Allo stesso modo li hanno visto altri. Sembra che abbia la strana capacita’ di comunicare la visione anche ad altri, se solo hanno un minimo di aperture paranormali. Io non parlo in genere dei morti, quando li vedo, perche’ non e’ buona educazione spaventare la gente, e quando passano sto zitta e faccio finta di niente. Non mi fido di questi passaggi e ho paura. Spero che sia come per gli animali che se non gli fai caso ti fiutano un po’ poi si allontanano. Cosi’ penso che se io non faccio caso a loro, se ne andranno prima, non voglio interferire nemmeno con la mia attenzione. Solo i gatti, anche se li ignori, ti si avvicinano; io ho paura dei gatti ma loro sono molto curiosi di me, io penso che sia per tutti quei morti che mi porto appresso e che loro vedono benissimo coi loro occhi insoliti. Ma la regola e’ quella di lasciar vivere e cosi’ ci possiamo stare tutti indifferentemente. Io non ho mai comunicato con i morti ne’ saprei come farlo, ne sono solo e sempre inquietata e spero che le visioni si eclissino prima possibile. Cosi’ quando in casa ci sono quei piccoli segni, gli scricchiolii improvvisi della grande libreria di noce, i campanelli, le monetine, gli scoppi improvvisi di voci mozzate, le luci che tremolano, i movimenti, gli scoppi, se c’e’ qualcuno che pure li sente e si spaventa, decentro l’attenzione, parlo di echi della casa, distraggo con sciocchezze. Se sono sola, li ignoro. I miei interlocutori non devono sapere, altrimenti non si riesce a parlare piu’ di niente. Non si riesce piu’ a vivere.
Quella volta che cinque persone entrarono una dopo l’altra nella mia casa nello stesso giorno e videro ‘il viandante’ me la ricordo, perche’ fu una cosa spontanea e furono cinque. Io vedevo passare una sagoma una sagoma grigia di persona piegata con un cappuccio, di forse 35 anni, molto triste, passava e passava. Gli altri ‘videro’ la stessa cosa, e la raccontarono quasi con le stesse parole: un uomo non vecchio, magro, col cappuccio, o con la gobba o con capelli lunghi gonfi sulla schiena, o una bisaccia sul collo… e tutti dissero che era triste. Maria Luisa fu l’ultima e continuava a fissarlo e non riuscivamo piu’ a parlare di niente e lei era li’ invece per dirmi la sua depressione e allora le dissi: “Marialusia, chiudi gli occhi e scrivi!” e le misi in mano una biro. E lei, sul divano, cadde subito in trance e con mano tremolante scrisse: “Sto male! Aiutatemi! Non ci sono solo i vostri problemi ma anche i miei! Aiutatemi! Candele, incenso grani, acqua benedetta!” E allora Maria Lusia ando’ a casa sua e torno’ di corsa con candele bianche e grossi grani di incenso con cui mi impuzzo’ la casa  e acqua di Lourdes che mi spruzzo’ dappertutto. Ma quella notte, quando rimasi sola, scoppio’ il finimondo, le porte sbattevano, le finestre, rumore di piatti rotti, negli armadi si sentivano botti come se tutto rotolasse, ma tutto cosa? Al mattino silenzio! Ma qualcosa era successo. Quando Maria Luisa torno’, la feci scrivere di nuovo ma le parole non mi piacquero. “Mi avete solo accarezzato. Ho bisogno della vostra energia!” Allora pensai che non mi piacciono i succhiatori di energia, perche’ alcune di queste ‘cose’ sono cosi’ e non e’ bene attirarle, sono vampiriche.
Il Viandante se ne ando’ poi via per conto suo dopo che andai a Riccione a un convegno di parapsicologia e incontrai uno sciamano tolteco ma questa e’ un’altra storia.
Le cose piu’ curiose che ho visto le vidi in un piccolo atrio d’ingresso a Pavia, io avevo finito le faccende e mi ero seduta in cucina su una sedia a sdraio, mentre mi riposavo vidi passare rapidamente due alte e snelle figure di angeli, erano due giovani completamente calvi con arti molto sottili e affusolati, li ricordo perfettamente per quanto erano strani, avevano vesti diverse dalle nostre, bluse di seta chiara rigonfie, aperte sul petto, calzoncini simili a quelli dei ciclisti corti e rosa ciclamino sgargiante, le scarpe non le vedevo, era come se fossero trasparenti e vedevo benissimo i lunghi piedini arcuati, simili a quelli dipinti dal Botticelli, credo che sarebbero stati benissimo accanto alla sua Primavera; in particolare ero curiosa delle loro teste dalla fronte altissima senza capelli, svasate in alto. Parlavano attenti tra loro ma non sentivo le voci, non mi videro, io li guardavo a bocca aperta, poi scomparvero. Tante volte mi sono chiesta se gli uomini del futuro saranno cosi’, dopotutto noi siamo piu’ glabri e sottili e elevati degli uomini delle caverne e la nostra fronte e’ piu’ alta, cosi’ i due ciclisti in hot pants rosa potevano venire da un altro tempo, dal futuro.
Ma per lo piu’ mi capita di vedere persone normali che passano per la casa, o vanno in una camera, cosi’ come si mostra nel film ‘Sesto senso’, e quando ho visto l’immagine di un ragazzo di spalle che entra in bagno, ho detto: “Ecco, e’ cosi’!” Queste immagini sembrano solide e vere come se ci fosse qualcuno in casa ma poi, quando si va a cercare, non si trova nulla.
Alcune volte invece ho visto un defunto dietro la persona che stava in visita, la mamma, il nonno… potevo vederlo chiaramente anche se non era proprio solido ma come trasparente e non riuscivo a comunicare con lui ma potevo vedere certe cose che mi indicava e cosi’ potevo solo raccontare cosa vedevo con tutti i particolari e il mio visitatore riconosceva il suo morto e si turbava e piangeva. Una volta la figura di una mamma mi disse telepaticamente che sua figlia si era dimenticata di una cosa importante e si trattava di un mutuo da pagare, ma e’ sempre stato raro il caso d una comunicazione, quasi impossibile, per cui mi sono sempre chiesta a che servissero queste percezioni, visto che non mi aiutavano in niente. Poteva esserci anche un paesaggio o dei mobili, ma vedevo tutto fuori come una proiezione leggera. A volte il defunto era come appariva da giovane, molto felice, una volta invece venne una mamma come era in punto di morte, scarnificata dalla malattia e continuava a far cenno alla mia visitatrice di fare quella cosa che era stata raccomandata in punto di morte: curare la sorella perduta.
Pero’ i morti possono essere anche come me e te, e camminano per la strada simili a tutti i vivi e solo se sai che sono morti li riconosci come tali. Una mia allieva era lontana quando lo zio mori’ e aveva tardato col treno ad arrivare al funerale, era corsa in Certosa col marito quando ormai era tardi, molto tardi, lamentando in cuor suo di non aver potuto dare l’ultimo saluto allo zio che amava tanto ed ecco che lo videro che veniva loro incontro in un corridoio della Certosa, tutti e due lo videro, col suo bel vestito grigio chiaro, elegante, che sorrideva loro e li sorpassava dicendo: “Ciao!” e gia’ non c’era piu’. E quello era stato proprio il suo ultimo vestito e quello il suo ultimo saluto.
Anche io vidi un mio allievo dopo morto. Era un anziano poliziotto in pensione che aveva seguito i miei corsi di filosofia a Zocca e che avevo ritrovato su per i boschi nelle passeggiate organizzate dal comune, mi aveva raccontato dei libri che scriveva e si divertiva a parlare con me. Quando mori’, la figlia mi telefono’ e andai al funerale in Certosa. Al ritorno, il mio autobus girava attorno a piazza dell’Unita’ e lui era li’, in mezzo alla piazza, piu’ vivo che mai, con i pantaloni grigi e la camicia bianca con le maniche arrotolate, che sventolava nel vento. Mi fisso’ attentamente per tutto il tempo che l’autobus giro’ attorno alla piazza e si fermo’ al semaforo e riprese, sempre voltato verso di me, fissandomi per tutto il tempo.
Per strada ho visto mia suocera, mio cognato… Camminano i morti come sonnambuli, la gente non li vede, loro non si accorgono di essere morti, camminano, si fermano ai semafori, vanno….dove vanno?
 
MORIRE E TORNARE
 
Mi chiede, Olasz, cosa succede dopo la morte e, per quel che so, provo a rispondere.
La morte e’ un pensiero molesto che rimuovi finche’ ne hai modo. Non vivi certo preparandoti a morire e in genere non vuoi nemmeno sentirne parlare, come se la cosa non ti dovesse riguardare mai e come se si potesse esorcizzarla emarginandola dalla mente, mentre e’ l’unico fatto che riguardera’ indifferentemente tutti e su cui dovremmo tutti riflettere. Molte religioni preparano al morire, alcune anzi sono intese essenzialmente come una lunga riflessione sul morire bene, come se la vita tutta dovesse preparare questo passaggio. Inspiegabilmente la religione cristiana lascia questo mistero in un disorientante silenzio, e non mette in conto che cio’ che non sai ti spaventa molto di piu’ di quel che sai e ti lascia impreparato e spaurito. Non serve rimuovere la morte, ma su di essa possiamo solo fare delle ipotesi o narrare delle testimonianze, cercando, attraverso le religioni e i culti di altri popoli, quei riscontri che il silenzio cristiano non riesce a riempire.
Sulla morte, come tutti, io non sapevo niente.
Per 35 anni il problema fu come ovattato, assopito e messo da parte. A 35 anni stavo cosi’ male che fu giocoforza internarmi in sanatorio e le analisi si succedettero senza una parola chiarificatrice, mentre toccavo con mano cosa la malattia potesse fare agli umani, intorno a me c’era la tubercolosi, il cancro, certe forme rare di leucemia che colpivano ghiandole, organi, molte malattie infettive, ricordo delle ragazzine, delle giovani madri che erano state isolate dai figli bambini, neonati, e che non li vedevano da mesi e mi mostravano piangendo le foto. Io sola ero in osservazione e nessuno mi diceva cosa avevo. Quando venne mio marito in visita, gli dissi che potevo avere anch’io qualche rara malattia infettiva e non potevamo baciarci, ma lui mi abbraccio’ in modo convulso e mi dette un bacio forzoso, lunghissimo, dicendo: “Qualunque cosa hai tu, voglio averla anch’io!” Eravamo giovani, allora, e spaventati e con una bambina piccola, e quel gesto disperato mi sembro’ pazzesco, ma ancor oggi, quando litigo con lui anche aspramente, ricordo quel momento come qualcosa di sovrumano e torno tranquilla. Alla fine dei dieci giorni, dopo che ero stata esaminata di dentro e di fuori, venne la diagnosi agghiacciante: “Pochi mesi di vita. Non c’e’ piu’ niente da fare”. Ricordo ancora il primario, piccolo e rigido, implacabile. L’ho sempre associato al ‘Giudice’ di Lee Master. Ci dovrebbe essere un modo umano per passare una simile notizia e non si parla al malato prima che alla sua famiglia, ma io fui esentato da ogni rispetto, cosi’ l’annuncio mi cadde addosso come una mazzata totale, qualcosa che ti toglie anche la facolta’ di pensare. Ero stata malata tutta la vita per una malformazione bronchiale congenita ma quel medico mi toglieva ogni speranza, Uscii dal sanatorio in stato di sbalordimento. Scappai a precipizio, quasi non salutando le mie compagne che mi guardarono con odio perche’ uscivo, come se scappassi dalla morte, come una che evadeva dalla prigione.
Poi, subito: il miracolo, ripresi a respirare! Respiravo l’aria a lunghi sorsi come una cosa mai sentita prima, respiravo, bevevo l’acqua, bevevo l’aria fresca, a sorsi lunghissimi, continuavo a ripetermi come incredula: “Sto respirando! Sto respirando!”
E’ incredibile quante cose facciamo, mangiamo, respiriamo, camminiamo, dormiamo… e non siamo pervasi dallo stupore incredibile che queste funzioni normali ci dovrebbero provocare: stiamo bene! Tutto va bene! Dovremmo vivere sempre come ringraziando! E’ solo quando qualcuna di queste funzioni viene meno che scopriamo quanto sia importante, che valore abbia! Viviamo con ingratitudine, distolti da pensieri neri, e la vera morte e’ questa: non capire la vita.
Poi caddi di colpo nei 29 ‘anni da strega’, come precipitare in un altro mondo, un periodo di sciamanesimo spontaneo, non richiesto, non voluto, destabilizzante, senza alcuno strumento per codificarlo, per razionalizzarlo, col timore costante di essere diventata una schizofrenica, venne questo periodo incredibile della mia vita con tutti i suoi effetti speciali, gli stati modificati di coscienza, le esperienze paranormali, le visioni… tutta una straordinaria antologia di fatti paranormali in cui non mi specializzai in niente, passai da una esperienza all’altra come istupidita, spesso spaventata, persino depressa. Finche’ tutto, di colpo, come era arrivato improvvisamente scomparve e ora comincio a dimenticare e arrivo a dubitare delle mie stesse parole.
La guarigione improvvisa porto’ lo scotto pesante e indecifrabile dell’apertura di un canale indesiderato. Da allora ho parlato con molte persone che sono state diagnosticate clinicamente morte e che poi sono tornate in vita e le loro narrazioni sono risultate identiche alle mie esperienze, spesso si tratta di infartuati o di persone uscite da incidenti mortali, e anche loro hanno acquisito da questo viaggio nell’al di la’ l’apertura di facolta’ parapsicologiche e una valutazione rovesciata della morte, a volte anche poteri terapeutici o la seconda vista. Forse tutto cio’ appartiene al mondo di la’, dove sappiamo, vediamo e possiamo diversamente da questo e, se ci vai, qualcosa ti resta attaccato nel viaggio, quando torni. Ma io non sono mai veramente morta, ho solo ricevuto una diagnosi funesta, il mio encefalogramma non e’ mai diventato piatto, e tuttavia qualcosa nel mio cervello e’ successo che non so e ci e’ rimasto 29 anni, per poi sparire, misteriosamente, di colpo, come era venuto. E quel qualcosa ha rovesciato radicalmente il mio quadro concettuale della morte. Ci sono psicologi, medici, analisti che hanno interrogato pazienti liminari, usciti dal coma o da operazioni chirurgiche rischiose. Esistono lunghe raccolte di testimonianze ‘da sala operatoria’, specialmente resoconti di bambini, meno culturalizzati, meno influenzabili, e questi resoconti coincidono. La morte non e’ una fine. Dopo l’istante del morire, che non e’ nemmeno doloroso, qualcosa ricomincia, un’altra forma di vita ha inizio, ed essa e’ incommensurabilmente piu’ bella di questa. La morte e’ il solo il rapido passaggio tra una forma di vita e un’altra forma di vita.
Nei 29 anni che seguirono io non fui mai piu’ malata, io che sono vissuta per 35 anni della mia vita come una invalida, impossibilitata a fare gli atti normali del quotidiano, con punte acute di malattia e di difficolta’ respiratoria che duravano mesi e mi immobilizzavano in una solitudine forzata, affogata dall’asma, dalla bronchite, dalla febbre, dalla debolezza, con l’impossibilita’ di portare avanti un lavoro, una vita sociale, una famiglia… ora finalmente potevo vivere, ma tutto risultava piu’ difficile di quanto doveva, perche’ era subentrata una depressione profonda che mi impediva di credere alla nuova realta’ che vivevo e di sperare.
La morte mi era passata accanto e la sua aura mi aveva impregnato di dolore al punto che non credevo piu’ nella vita. La speranza e la disperazione sono due cose curiose, a volte speri quando stai morendo e disperi quando sei salvato. Nulla e’ piu’ stolido di un essere umano, niente piu’ incoerente. Solo qualcosa piu’ alto di noi puo’ condurre i nostri passi distorti.
Per quanto sia stata bene poi per tutti gli anni che seguirono e per quanto i miei bronchi anche fisiologicamente non mostrassero piu’ alcuna deformita’ (cosa su cui nessun medico ha saputo dire il perche’. Prima ne avevo 4, poi erano diventati normalmente due!), ci fu un mese in cui sembro’ che la bronchite ritornasse. Ero in agosto a Zocca, un paesetto di montagna dell’Appennino, quasi sempre da sola, e mi venne una tosse nervosa che mi spavento’ orrendamente, dati i trascorsi, e non mi faceva dormire la notte. Il giorno ero sfinita e dopo pranzo cadevo sempre addormentata per qualche minuto. Ebbene, per tutto il mese, ogni giorno in quei minuti io morii. Mi addormentavo a piombo come se perdessi i sensi, e la mia anima scappava dal mio corpo velocissima, in una oscurita’ annegante, e schizzava su a perdifiato su una linea leggermente ascendente, senza corpo ne’ nulla, in qualcosa che doveva avere forma di tunnel, perche’ ogni tanto in quel buio vedevo schizzare degli sprazzi di rapidissima luce che segnavano una forma circolare, come un condotto, mentre mi pareva che qualcosa o qualcuno mi stesse dietro la spalla destra, come a seguirmi o guidarmi. E in fondo a quel tunnel nero che saliva verso l’alto e che percorrevo a corsa folle c’era una luce non molto forte, una luminescenza morbida come di neon, ma palpitante e viva. L’impressione era che quella luce era calda e comunicante, come una persona. E quel che mi comunicava era un amore infinito, una infinita dolcezza, una accoglienza totale, come non ho sperimentato mai. Era come se quella luce fosse piena di persone, di cui ci fosse non la forma ma un’essenza di amore palpitante. E io ne ero attratta come per un desiderio infinito che finalmente si soddisfaceva, perche’ finalmente io tornavo alla Madre.
Ma subito dopo, prima che potessi essere abbastanza vicina e tuffarmi in quell’amore dolcissimo, tornavo indietro di scatto come per un elastico che mi tirasse con un colpo secco, e questo tornare indietro era qualcosa di brutale, di gradevolissimo, per cui mi sentivo come ‘vomitata’ di nuovo nel corpo all’indietro e il corpo stesso era di una specie inferiore, ributtante, come se rientrassi nel corpo di una lucertola o di un rettile, di una forma piu’ bassa della mia, agganciata a vite basse. La sgradevolezza di tornare in un corpo fisico era inimmaginabile e il risveglio mi lasciava pesta, sconvolta e piena di disgusto. Ma, come riacquisivo coscienza, cadevo nelle vecchie coordinate e pensavo con orrore: “Ho sognato di morire!” ed ero terrorizzata.
Cosi’ ho dovuto accettare di mettere, una accanto all’altra, dentro di me la vecchia idea paurosa della morte e la nuova esperienza che la morte, in realta’, era l’esperienza piu’ bella della vita, perche’ era un ritorno, il ritorno a una vita infinitamente superiore e infinitamente piu’ felice, da cui non vorremmo essere allontanati mai per venire a vivere, il ritorno a quell’unita’ primitiva, materna, da cui ci siamo separati nascendo.
Quando ero bambina, ero una strana bambina, non so se per colpa della vita di prigioniera che mi e’ toccato fare e che mi ha costretto a un isolamento forzato quando ero nell’eta’ dei giochi e della socializzazione, o per colpa della respirazione difficile che mi produceva una scarsa ossigenazione cerebrale, ricordo che gia’ piccolissima battevo i piedi in terra in impeti di rabbia gridando che ‘qui non ci volevo stare’. Ero come un’esule in terra straniera e tutto di questo luogo mi era alieno. Non sopportavo di dover camminare mettendo un piede dopo l’altro e anche oggi questo modo di spostarsi mi sembra stupido e primitivo, non sopportavo di dover comunicare aprendo la bocca ed emettendo suoni. Il mio mondo ‘vero’ era un mondo dove i corpi non esistono, dove solo la mente comunica e dove ci si sposta in tempo reale. Con internet mi pare quasi di essere tornata a quello stato primitivo. Nulla dell’abbrutimento a cui ti costringe il corpo. La cosa curiosa e’ che ho passato tutta la vita a insegnare, a far conferenze, corsi… tutta una vita a ‘parlare’. Il mio organo piu’ penalizzato, la bocca, che e’ collegata alle funzioni respiratorie, e’ anche quello che ho piu’ usato. E poiche’ chi parla deve anche ascoltare, sono nata anche con una malformazione ai canali auditivi per cui non ho quasi possibilita’ di ascolto e spesso sono totalmente sorda, come se gli organi del comunicare: bronchi, gola, orecchi, fossero nati posticci, imperfetti. E’ come se la bocca, in questa vita di adesso, fosse un organo insolito, tant’e’ che quando sono depressa, la depressione mi parte sempre dalla bocca, che diventa inerte, le mascelle cadono, le labbra non stanno insieme, non posso parlare, perdo il comando della mia bocca. Ma quando ero piccola pensavo sempre di venire da un mondo dove non ci sono bocche ne’ piedi ne’ orecchie e la gente si sposta in tempo reale e comunica col pensiero e quel mondo era superiore a questo mondo primitivo e selvaggio, pieno di lenti piedi e di bocche che non si fanno capire e di orecchie che non sanno sentire.
Per volare ho volato negli stati modificati di coscienza e per comunicare direttamente, lo faccio spesso con mio marito e mia figlia, e, a volte solo nel senso della ricezione del pensiero, con le persone che mi vengono a trovare per sapere chi sono, o almeno lo facevo, nel tempo in cui ero una strega, perche’ ora, da pochi anni, non sono piu’ niente. 35 anni da malata, 29 da strega, e ora sono di nuovo in una terra di mezzo. Non sono nessuno. E sto aspettando con un po’ di inquietudine cosa deve arrivare.
Dunque ho conosciuto, ripetendo l’esperienza per un mese intero, che cosa vuol dire uscire dal corpo e morire. Non sono mai arrivata alla luce tenera e calda, non ho mai visto al di la’, non sono mai entrata nell’abbraccio. Ho pero’ sentito persone che sono andate oltre e raccontano di una gioia infinita, dell’unione spirituale con tutte le persone care, a volte dell’incontro con le divinita’ che hanno pregato in vita, a volte di quei dolci pascoli di cui parla la Bibbia, e del giardino dove si puo’ passeggiare, che’ in fondo Paradiso vuol dire giardino.
Ho spesso sognato che ero morta e vedevo i miei da dietro un muro d’ombra sottile e mi rattristavo del loro dolore e tentavo di dir loro: “Non piangete! Sono qui! Sono viva! Vi amo sempre! Vi vedo sempre! Sono cosi’ viva e cosi’ vicina, perche’ piangete? Non c’e’ nulla di cui addolorarsi, perche’ sono con voi piu’ di prima! Posso anche proteggervi piu’ di prima! Perche’ non mi sentite che sono qui con voi?” E in fondo queste sono le cose che vengono in tutte le sedute medianiche: “La morte non esiste. Perche’ piangete? Noi stiamo bene! Siamo felici. Ci rattrista solo il vostro dolore. Non abbiate pena, perche’ tutto va bene!” Tutto va bene. C’e’ solo la vita. E qualche volta i morti passano il muro d’ombra e arrivano coi loro segni nella stanza di qua, dove siamo noi, e si fanno sentire.
Di queste storie dei morti che danno segni ne ho a centinaia. Ma nessuno parla mai dell’inferno, del purgatorio e del paradiso, che devono essere favole medievali della chiesa cristiana per terrorizzare i fedeli, a cui oggi nessuno o quasi pensa piu’, senza che la Chiesa si sia premurata di sostituirle con una filosofia della vita e della morte piu’ adatta all’uomo attuale, che resta spesso solo e disorientato, perde la fede perche’ non vive la fede, perde lo spirito perche’ qualcuno ha perso lo spirito. Le religioni sono come favole e l’ateismo del pensiero laico sara’ buona cosa, ma di fronte al dolore della morte, di fronte al mistero, non serve a niente. L’uomo vuol sapere e quando non sa, vuole almeno delle ipotesi. Percio’ metteremo anche le esperienze dirette nel novero delle ipotesi, in mancanza di altro. Prima vediamo il remo piegato nell’acqua, poi comprendiamo che il remo non e’ piegato e che e’ solo un’illusione ottica, poi possiamo entrare nell’acqua a vedere. Cambiare coordinate mentali e’ come entrare nell’acqua e vedere, da un’altra prospettiva, ma probabilmente anche quella e’ poco per sapere.
Io penso che, come abbiamo molti livelli di essere (i veli della cipolla), cosi’ possiamo avere vari livelli di consapevolezza in cui il punto di coscienza puo’ spostarsi, o successivamente o contemporaneamente. C’e’ un punto di coscienza che vede solo la parte della scena che e’ illuminata e c’e’ un punto di coscienza superiore che vede tutte le parti insieme.
Io credo che siamo formati da un corpo, da una psiche, da un’anima e da uno spirito. Il corpo sappiamo cos’e’, la psiche e’ ancora corpo ma piu’ invisibile (attenzione, memoria, emozioni, sentimenti…), l’anima e’ piu’ sottile ancora ed e’ legata al corpo-psiche ma con capacita’ di dare giudizi, fare valutazioni, cambiare scelte, mutare il destino… e’ qualcosa che il corpo-psiche non ha, non ce l’ha un gatto, per esempio, o un cane, che pure hanno un corpo e hanno memoria, emozioni, sentimenti… ma hanno reazioni determinate, scelte meccanicistiche, comportamenti condizionati… L’anima e’ una caratteristica umana, legata a un destino in parte precondizionante, ma in cui apre una possibile sfera di liberta’ e di responsabilita’. Quando si parla di anima entriamo in una riflessione superiore, creativa, etica. L’anima ha a che fare non con la stretta reazione ai fatti ma col nostro senso di compito, del destino non subi’to ma scelto, costruito. Il piano si allarga. Un gatto non si chiede: perche’ sono venuto a vivere, qual e’ il mio compito nella vita, qual e’ il mio scopo.. l’uomo si’. Persino l’alcoolizzato o il potente o l’assassino che danno alla domanda esistenziale una pessima risposta sociale, persino loro si fanno implicitamente questa domanda, che l’animale non si pone. E questa e’ l’anima. La nostra responsabilita’ di vita. Il bilancio e la riflessione. Il compito. Cio’ in cui ci impegniamo al di la’ di cio’ a cui semplicemente reagiamo.
Lo spirito e’ piu’ difficile ancora. Avendo fatto varie esperienze d’anima ma una sola, nella vita, esperienza dello spirito, posso dire che lo spirito siamo noi ma non siamo noi. Lo spirito e’ ‘colui che guarda’. L’osservatore.
Il complesso psiche-corpo-anima e’ ‘l’osservato’. Lo spirito e’ ‘l’osservatore’.
In India c’a’ un insieme di scritti sacri che si chiama Bagavad-Gita, gli scritti ai piedi del maestro. Si ritiene che gli allievi siedano ai piedi del guru e ascoltino le sue parole ispirate, per cui la Bagavad-Gita si rinnova sempre. Ma sedersi ai piedi del maestro vuol dire essere su un piano inferiore rispetto alla verita’ spirituale, indica la posizione dell’anima rispetto allo spirito che, solo, sa la verita’ e ne da’ qualche goccia. Nella Bagavad-Gita ci sono questi versi: “C’e’ un albero su cui sono due uccelli. Uno vola, fa il nido, cerca la compagna… L’altro sta sul ramo a guardare”. Il primo e’ il complesso corpo-psiche-anima, che vive la vita; il secondo e’ l’osservatore, lo spirito. Ma l’osservatore non osserva solo questa mia vita all’interno di un percorso che non sappiamo, osserva le mie molte vite, perche’ io sto in una collana di esistenze successive. E anche questo e’ un concetto che ho dovuto imparare, perche’ non l’avevo avuto per tradizione dalla mia cultura.
Nel periodo ‘da strega’ ho avuto a distanza ravvicinata tre ricordi di vite precedenti, dovrei chiamarli sogni, visto che li ho ricevuti dormendo, solo che non avevano nulla di onirico, erano piuttosto esperienze allucinatorie molto intense, da sveglia, in cui sono stata altre tre persone con diversi caratteri, situazioni, storie. Dal mio punto di vista non sono stati sogni ma ‘ricordi’, un rivivere allucinatorio di esperienze di un passato ignoto alla mia memoria ordinaria. Del sogno non avevano nulla, della realta’ avevano tutta la vivezza percettiva e emozionale, tanto che li considero tre esperienze traumatiche, in cui sono stata per tre volte una persona diversa, e, per quanto abbia dimenticato quasi tutti i miei sogni normali, questi sono rimasti con tutta la loro vivezza emozionale a carattere perturbante come tre forti esperienze di vite precedenti.
Due sogni rivivono due morti, l’ultimo una prigionia. E tutti e tre sono molto drammatici.
1) Sono un ragazzino polinesiano di forse 8 anni, innamorato del mare. Il mio luogo preferito e’ una baia splendida rosata, a forma di falce, di sabbia finissima dove non va mai nessuno, nuoto benissimo sott’acqua (io non so nuotare) e sento la massa di capelli neri che fila nell’acqua, vado verso il fondo, fendo col mio corpo sinuoso dei branchi di pesciolini argentati fittissimi che si scompaginano per riunirsi poi di nuovo, so che quel che faccio e’ rischioso e che sono stato sgridato per questo. Poi di colpo sono morto affogato, sono in alto e vedo qualcuno che porta il mio corpo in braccio, osservo con distacco la massa di capelli neri bagnati che ciondola verso il basso, non mi importa molto di quel che vedo. L’uomo sale dal mare verso un villaggetto di capanne di legno grigiastro pencolante, dalla spiaggia si sale per una specie di scala fatta da radici infilate nella sabbia. L’uomo porta il corpo del bambino annegato. Dalle case esce una donna che viene incontro gridando.
2) Sono una ragazza russa di forse 17 anni, niente di speciale, vedo il mio vestito tutto bianco, lungo, non molto largo, con le gale, ho una gala quadrata sul petto, e il collarino alto, i capelli un po’ crespi sono legati dietro e l’abito ha dietro un fiocco. Mi chiamo Sonia, non sono ne’ bella ne’ brutta, so suonicchiare il piano, ho pensieri amorosi per un cavaliere della guardia che nemmeno sa che esisto, lui si chiama qualcosa come Alioscia, o Aliexsei e ci fantastico sopra… E’ l’autunno del 1917, ma non fa molto freddo. La mia citta’ si chiama Pietrogrado ma si puo’ chiamarla anche Pietroburgo, mi sembra che questo doppio nome abbia importanza. La mia famiglia e’ medio-ricca, abbiamo della servitu’. Vedo la sala da pranzo un po’ severa e cupa, la mia famiglia e’ seduta attorno a un tavolo lungo, la serva dice che ci sono dei tumulti in citta’. Io chiedo se abbiamo dato il nostro pane ai poveri, perche’ diamo ai poveri quello che avanza. Il tumulto aumenta. Esco sulla veranda, c’e’ come un patio davanti alla porta con delle colonne e delle grandi felci in vaso. Nella strada sta avanzando una enorme fiumana di gente che grida, vedo abiti grigiastro o bruni, lunghe barbe, le facce sono cupe, arrabbiate. Sono atterrita e mi nascondo dietro un vaso di felci. La gente invade la casa e massacra la mia famiglia. Io stessa sono trascinata al fiume e affogata. Il fiume e’ grande, pieno d’acqua con grandi curve. Sento l’acqua fredda del fiume che entra nella mia gola come se la tagliasse….
(Poso osservare che Sonia e’ il nome che ho dato a tutte le mie bambole, che da piccola chiedevo a mia madre sarta di cucirmi delle bluse col collarino rigido e aperte sulla spalla con la fusciacca in vita, che la vodka e’ forse l’unico liquore che accetto, che, quando lessi a 14 anni Dostoievski, la cosa che mi piacque di piu’ fu la descrizione dei salotti russi dove mi pareva di essere di casa, e che la musica che mi fa piu’ piangere e’ quella della balalaica. Noto anche che io non so nuotare e sto alla larga dall’acqua ma l’acqua che mi terrorizza di piu’ e’ quella del fiume; a Pavia c’erano i canali e l’acqua sara’ stata profonda poche decine di cm, ma io camminavo rasente la parete opposta, e non potevo guardarla in una vera fobia. Ricordo che i miei incubi infantili erano sempre scene di annegamento in cui l’acqua fredda mi entra nella gola come una lama e mi strozza. E che ho sempre molta paura se vedo assembramenti di persone. A Leningrado ci sono stata, ho visto il grande fiume largo con le sua ampie curve, ho cercato la casa con le colonne senza trovarla, e, quando ho lasciato Leningrado mi sono sentita disperata come se lasciassi alle mie spalle una parte di me).
3°) Nella terza allucinazione sono un uomo alto e pingue, con le spalle strette e un po’ a scivolo, i capelli un po’ lunghi e mossi, vedo sulle mie mani il pelo rossiccio, ma mi pare di essere castano, le mani sono morbide e curate, porto un abito di tweed con panciotto ma non sono i miei vestiti, io non porto di solito stoffe cosi’ ruvide e non vesto in tweed. Sono in una prigione. E’ una stanzetta molto piccola, quasi vuota, c’e’ una branda e un tavolino minuscolo con una sedia. C’e’ anche una piccola stufa di ferro tondeggiante (cosa insolita in una prigione). Dalla finestrina con le grate si vede un panorama ondulato senza alberi. Io scrivo su un quadernetto. Sono disperato. Sono in atteso di un processo degradante in cui sono accusato di aver commesso atti osceni con un giovane. So che questo processo schiantera’ la mia vita, che dopo saro’ come morto, non ci sara’ piu’ futuro per me. Non riesco a scrivere la mia difesa. Continuo a ripetere che non ho mai voluto fare del male a nessuno, che cercavo solo “l’esperienza della bellezza”. Il mio modo di parlare e’ insolito e ricercato, sono indubbiamente un uomo molto intelligente ma il mio pensiero e’ ‘squisito’, ha molto a che fare con l’estetica, col sapore, con una percezione esasperata dei sensi, con un gusto quasi morboso della bellezza. Ho un modo di pensare estetizzante, insolito in un uomo, ogni parola e’ accurata, assaporata, come un atto sensuale, nulla e’ detto a caso. Anche in un momento cosi’ drammatico il culto della bellezza mi governa. Per molto tempo ho ricordato le strane immagini che mi affollavano e i termini ricercati con cui mi esprimevo, molto diversi dai miei, poi a poco a poco ho cominciato a dimenticare. Ricordo che ero molto turbato e pensavo “Io volevo solo assaporare la vita stilla a stilla” e, quando pensavo cosi’, mi vedevo come una enorme calla avorio in cui la vita stillava come miele, l’immagine era conturbante e femminea, orgasmica. Mi firmavo con le iniziali O.W.
(Piu’ tardi ho cominciato a pensare a Oscar Wilde, ho letto la sua enorme biografia, ho scoperto del suo incarceramento per aver fatto sesso con un adolescente bellissimo e viziato del bel mondo inglese e per la denuncia del padre di costui, che segno’ la condanna e la morte sociale di Wilde. Non so se fosse di pelo rosso e se fosse alto e un po’ curvo e pingue. Ma ho scoperto che il suo fiore preferito era la calla, di cui si ornava anche per uscire nella passeggiata e che la sua casa era tutta color avorio ornata di calle. Per quel che mi riguarda, le sue favole,‘Il principe felice’ e ‘Il gigante egoista’ sono state le mie fiabe preferite da bambina e gli aforismi che gli piacquero tanto piacciono anche a me).
Puo’ darsi che queste siano solo fantasie. Puo’ darsi che la morte sia un passaggio a una intervita in cui continuiamo a essere vicini ai nostri cari, puo’ darsi che dopo quel periodo di passaggio torniamo in questo mondo o in altri mondi e viviamo altre vite. A volte riusciamo anche a ricordarci cose successe in altre vite o a riconoscere luoghi dove vivemmo un tempo. Ma di questo parlero’ in un’altra storia vera.
 
LA CASA INFESTATA
 
Quando ero piccola ero convinta che intorno ai 37 anni sarei morta. In realta’ ero nata con 4 bronchi invece di due e a 35 anni le mie funzioni respiratorie si complicarono in modo drammatico, per l’aggravamento di questa malformazione bronchiale congenita e irreversibile, che mi aveva fatto vivere da malata per tutta la vita e, al sanatorio di Ornago, dissero che non c’era piu’ niente da fare e mi diagnosticarono due mesi di vita. Fu un shock, ma poi, non so perche’, accadde qualcosa che mi guari’ di colpo, non solo non morii ma guarii per sempre e ora ho raddoppiato quegli anni di vita, sembra addirittura che il mio bronco ‘doppio’ sia diventato normale e non sono stata mai piu’ malata, insomma ho vissuto quello che si chiama un “miracolo”, la scomparsa di un organo imperfetto e la comparsa di un organo funzionante, senza alcuna spiegazione razionale.
Le parole del primario furono traumatiche e qualcosa dentro di me si modifico’ per sempre. Credo che in quel momento il mio radicamento alla vita abbia ricevuto uno shock violento e immagino che, quando questo accade, si liberi una parte di noi che resta solitamente come intrappolata in uno stato coscienziale limitato e cieco, una parte che puo’ essere molto piu’ libera e che apre le condizioni del “vedere”. Vi sono energie che possono emergere violentemente dopo un lutto, un dolore, una malattia, un pericolo. Qualcosa cambia di colpo, come se i traumi esterni ci modificassero integralmente, sradicandoci dalle percezioni abituali e creando configurazioni nuove. Il mio punto di coscienza si sposto’ e cominciai ad avere delle percezioni che non avevo mai avuto prima e che non sapevo come definire. Queste nuove percezioni mi gettavano nello sconforto piu’ profondo e l’unica cosa che riuscivo a pensare era di essere diventata pazza.
Poiche’ a quel tempo abitavamo davanti alle ciminiere Falk di Sesto S. Giovanni (Milano) e l’aria rossa di vapori ferrosi non era proprio adatta a un’asmatica in condizioni terminali, ci trasferimmo in fretta a Firenze e cercammo una casa in affitto. Curiosamente era libera e disponibile una villetta vecchia di cento anni. Vederla e respingerla fu tutt’uno. Qualcosa della casa mi metteva disagio. Era un primo piano dai soffitti altissimi, piena di stanzoni, con un immenso corridoio centrale lungo dieci metri ed enormi finestre strette e lunghe. Tre camere, due salotti. Tubi dell’acqua e fili elettrici in vista, vecchi pavimenti di mattonelle esagonali rosse. Dicemmo di no, vista la mia ostinazione. Due mesi dopo non avevamo trovato ancora nulla, ma la vecchia casa era sempre li’, libera e disponibile, fatto questo molto curioso, vista la carenza di alloggi. Cosi’ andammo ad abitare in Via del Ghirlandaio, a Firenze.
Nicoletta, mia figlia, aveva 5 anni e si fece venire una bella tosse allergica mostrando con vari tic, incubi notturni e sintomi vari, di non gradire la nuova abitazione e i cambiamenti sottili che avvertiva confusamente.
I due anni che seguirono furono i piu’ brutti della mia vita, un giovane cognato morto di cancro che lasciava la moglie e tre bambini, la suocera e poi il suocero morti sempre di cancro, un cognato in carcere per terrorismo, la Digos in casa…. un assembramento di problemi dolorosi cui partecipai confusamente, sempre piu’ convinta che ‘io’ stavo morendo e che questa era l’unica cosa che mi importava. Un vero incubo.
Ma l’incubo piu’ grande fu la casa. La casa era inquietante per vari fenomeni che fingevo di non vedere anche perche’ il pensiero della ‘mia morte’ mi teneva occupata in ogni momento, ma le stranezze continuavano con un ritmo martellante: finestre che si spalancavano all’improvviso, luci che si accendevano a meta’ notte, sussurri, suoni non identificati, schianti e scricchiolii, oggetti che si spostavano. La mia bambina odiava quelle stanze vaste e lugubri, odiava la sua camera, e, la sera, attraversava sempre correndo il lungo corridoio un po’ spettrale, cercando di starmi sempre vicina. Si lamentava che durante la notte sentiva rumori strani, era come se per tutta la notte qualcuno "non proprio camminasse ma strascicasse". Mia madre, che dormi’ una volta nella sua camera, confermo’ la cosa e chiese: "Ma cos’e’ che si trascina con pena tutta la notte?"
Per me, che ero entrata in una situazione irreale, le giornate erano strane e faticose e le notti lunghissime per l’insonnia e l’agitazione nervosa. Avevo il terrore di addormentarmi, se chiudevo gli occhi, sentivo delle forme oblunghe, come dei gonfi lombrichi lunghi un metro, biancastri, a mezz’aria, che volevano succhiarmi la vita attaccandosi alla mia gola, forme vampiriche che si nutrivano della mia energia. Allucinazioni.
Ero diventata attentissima in modo maniacale al mio corpo, mi sembrava improvvisamente che ci fossero delle posizioni che non potevo prendere e dei rituali che non dovevo assolutamente eseguire. Per esempio stavo attenta a non unire le mani per pregare, come se questo atto, in apparenza semplice, fosse analogo all’infilare una spina in una presa e a produrre un contatto o passaggio di corrente, fosse un atto convogliatore di energia ! Fu allora che cominciai a visualizzare la mia mano destra come qualcosa di caldo e rosso da cui usciva energia e la mia mano sinistra come qualcosa di blu e freddo che attirava energia. E le due mani insieme erano come due poli elettrici che potevano costituire un arco voltaico per una qualche forma di energia non identificabile. Da allora le mani mi diventano sempre elettriche e bollenti quando ho accanto qualcuno che sta male.
Soffrivo di insonnia e la notte mi incamminavo spesso nel lungo corridoio illuminato dall’azzurro lunare che irrompeva dai finestroni alti e non schermati. Mi sembrava, e la cosa mi spaventava, di essere "una cipolla". L’immagine era dissestante. Ero dunqueuna cipolla, cioe’ un’entita’ formata da strati o veli, cosi’ sottili da non essere quasi visibili, sempre piu’ sottili e trasparenti verso le parti piu’ esterne. E sentivo che per me era diventato molto facile spostarmi verso questi strati esterni cosi’ impalpabili, ma questo passaggio era pericoloso per il mio insieme attuale perche’ comportava un pericolo di disgregazione, dunque di morte. Associavo l’idea della morte a questo passaggio da uno strato della cipolla all’altro, vedevo la cipolla come un universo, come se i livelli o strati fossero una condizione universale e capivo che la possibilita’ di uno spostamento del mio punto di coscienza da un livello a un altro poteva comportare la fine di quella unione temporanea che qui io chiamo vita e umano. C’era la possibilita’ rischiosa di una perdita dell’insieme, sarei ancora esistita, sarei stata un’altra cosa ma non avrei potuto piu’ essere come prima. Spostandomi, avrei perso il centro o cuore della cipolla, in una parola, avrei perso il mio nucleo per diventare un’altra cosa, ma non sapevo cosa e cio’ mi terrorizzava.
Oggi so che stavo percependo i tanti corpi dell’energia, i livelli vibrazionali di cui siamo formati, sempre piu’ sottili verso l’esterno e sentivo la morte per cio’ che probabilmente e’: perdita di coesione di questi particolari strati e una passaggio a una forma di essere, o vibrazione, diversa da quella della materialita’ che ci definisce. Questa immagine dell’uomo come cipolla, che mi sembrava allora quasi sconveniente, l’ho poi trovata in seguito citata tante volte da mistici e sensitivi che ora non ci faccio piu’ caso, in Lobsang Rampa, in Yogananda Paramahansa, nel maestro tolteco Don Juan ecc. E mi ha prodotto un grande sollievo leggerne, quasi un senso di ilarita’, perche’ sapere che altre persone avevano percepito la mia stessa immagine mi dava senso e dignita’, mi restituiva a un contesto umano accettabile e non tanto irrazionale da ritenersi folle. Quella immagine degli strati o livelli vibrazionali l’ho sentita nella mia pelle e nella mia paura prima di sapere delle comunicazioni delle entita’ che ne parlano e prima di leggere la spiegazione che ne da’ padre Francoise Brune (I" morti ci parlano" ed. Mediterranee). Non riguardava solo la struttura energetica della mia cipolla ma l’universo intero, l’Essere, nelle sue varie possibilita’, come 7 o 9 anelli di conoscenza e di esistenze, riguardava l’organizzazione dell’ENERGIA. Quando poi ho incontrato i 7 o 9 corpi del lamaismo tibetano ho ritrovato in una cultura lontanissima dalla mia lo stesso concetto. Ma la conoscenza diretta del fenomeno e’ sempre stata la mia guida certa per capirne le descrizioni di altri. Solo cio’ che si sperimenta si conosce, la vita e’ un tipo di conoscenza molto diversa da quella scientifica o teorica. L’osservatore e l’osservato si identificano e questo da’ un colore, uno stato emozionale e un modo di essere e di capire che nessuna operazione esterna puo’ riprodurre.. Non si conosce per certo che cio’ che si sperimenta e non si sperimenta per certo che cio’ per cui si e’ pronti a vivere dal punto di vista evolutivo, cioe’ della trasformazione dell’essere.
Credo sia allora che e’ nata in me l’idea che "il porsi" sia qualcosa non di fisico ed esterno ma di interiore e interno e che ci sono dei modi di “porsi” con la nostra coscienza che producono uno slittamento di essa su piani diversi. Non mi e’ facile spiegare in cosa consiste questo mutamento, e’ uno spostamento, un viaggio, che si realizza non per nostra scelta o volonta’, almeno all’inizio, ma perche’ qualcosa ha sballato le radici del nostro albero, come se la vita fosse il radicamento di una grossa quercia a un terreno noto e sostanzioso di conoscenze, percezioni, paradigmi, imprinting, e poi arrivasse la grande botta (malattia, lutto, coma, trauma ecc.) che scatafascia la pianta e ne estrae le radici e la piega in una posizione cosi’ inusuale che tutta l’esperienza si rovescia e si trasforma completamente e comincia a crescere in altri campi
Comunque qualche alchimia avvenne. Io la chiamo "spostamento". La casa reagiva stranamente a me, sopravvissuta temporanea alla morte, e a mia figlia, sradicata dal suo ambiente di certezze e percio’ in crisi, troppo piccola per elaborare razionalmente gli eventi consci e inconsci che si proiettavano su di lei (la mia malattia, le mie paure, l’agitazione del padre, il trasloco, la casa inquietante, gli eventi terribili che colpirono la famiglia..). La creatura umana, specie se bambina, esige sempre il massimo di sicurezza e delicatezza, sia emotiva che ambientale.
Un giorno, eravamo in uno dei due salotti, Nicoletta guardava Uri Geller alla televisione che piegava i cucchiai e mi chiese: "Mamma, Mamma, fai anche tu la strega!" . Pronti! Punto le mani verso il grande tendaggio della finestra e dico: "Cadi! Cadi ! Cadi!" e poi ridendo: "Vedi? Non succede niente!". Non ho nemmeno finito che tutto il tendaggio, bello grande, mi cade addosso. Sara’ colpa dei muri vecchi che non tengono. Piu’ tardi mio marito dira’ che i sostegni non sono crollati, in quanto i chiodi non hanno ceduto, ma sembra che il tubo si sia graziosamente sfilato dall’alto e tutto il baldacchino mi sia caduto in testa.
La mattina dopo sono nel secondo salotto, chinaa, che innaffio le piante, anche qui un grande tendaggio altissimo che prende tutta la parete si sfila verso l’alto e mi cade addosso. Non mi faccio niente a parte lo sbalordimento. Di nuovo sembra che il bastone si sia sollevato dai supporti per venirmi addosso. I sostegni sono intatti.
Nella casa l’impianto elettrico non deve andare, perche’ le luci si accendono di colpo quando vogliono loro, di solito a meta’ notte, allo stesso modo i finestroni si spalancano di colpo e le porte non stanno chiuse, e’ tutto un accendersi e cigolare, e poi ci sono i rumori strani, ma si sa, le case vecchie…!
Poi cominciano gli elettrodomestici, le radio, i meccanismi elettrici, prendono ad andare inspiegabilmente, anche se le spine sono staccate, la cosa e’ soprattutto terribile quando le spine sono staccate; un giorno in una delle camerette, quella che uso come studio e dove tengo la macchina da cucire sento che la macchina si e’ messa a cucire da sola a velocita’ pazzesca. Corro strabiliata…Il giorno dopo e’ la volta del giradischi, si accende di colpo e ne esce un urlo tremendo altissimo, sofferente, (non c’e’ disco) poi tutto si brucia con una gran nuvola nera, puzzolente…… forse un altro contatto… ma la cosa e’ fortemente   spettacolare, a parte il giradischi da buttare e di nuovo la spina staccata. E quell’urlo da pelle d’oca….
Poi sono seduta sempre nella stanza della macchina da cucire che uso come studio, una stanza lunga e stretta e io sono sotto la finestra a un piccolo tavolo; all’ingresso della stanza, a tre metri da me o piu’ c’e’ un pesante armadio di campagna, massiccio, a due ante, di quelle di una volta con le ante che si incastrano in due fori con due pioli. Un’anta, molto pesante tra l’altro, si stacca e, volteggiando nell’aria, viene a cadermi addosso. Tutto questo non e’ piacevole. Anche qui ci puo’ essere una causa materiale, forse il piolo e’ uscito dal suo foro, ma non e’ chiara la traiettoria perche’ sono troppo lontana. Le distanze non tornano. E comunque e’ sconvolgente vedersi volare addosso le cose, non c’e’ nulla di rassicurante in questo.
Nel frattempo sogno la casa come era un tempo, il bagno e’ diverso e in cucina non ci sono queste mattonelle, e’ come potrebbe essere prima della ristrutturazione. La casa ha un’aria dimessa e trascurata, vedo una coppia di anziani, vestiti di scuro, silenziosi, come due ombre tristi. In una camera intravedo una rete di letto con il materasso messo a doppio come fanno a volte in campagna i contadini quando in una stanza non ci dorme piu’ nessuno. Sono sicura di aver visto la casa come era tempo prima e mi confermano che certe ristrutturazioni sono recenti.
Io ho sempre dato molta importanza ai sogni e aiuto gli altri a interpretarli. Sono una visionaria in questo senso, non solo perche’ ho visualizzazioni a occhi aperti, piu’ o meno consistenti, o spesso visioni telepatiche, ma anche perche’ uso i sogni come materiale utile per la vita e ho sviluppato una certa pratica interpretativa.
A volte il sogno resiste ai tentativi di decodificazione del razionale, e si palesa dopo diversi mesi o anni, ma per me e’ una fonte di conoscenza simile a quella dei miei amati libri, sognare e’ il mio libro segreto e qualche volta non e’ un libro personale ma universale.
Prima di andare in quella casa, prima addirittura di sapere che ero grave e di decidere di trasferirmi a Firenze, avevo sognato che ero andata a stare a Firenze in una casa molto antica vicina al Lungarno, da cui si poteva vedere Ponte Vecchio, dove poi andai. C’era un lungo e grande corridoio molto alto (e infatti era cosi’) e sulle pareti tracce sbiadite di dipinti indecifrabili (figure di persone). La casa sembrava un museo e infatti era questa la frase fissa dei visitatori: "Questa casa sembra un museo". Le tracce dei resti sulle pareti fanno pensare a tracce mnestiche di antiche vite precedenti incorporate nel luogo e captabili per psicometria ambientale. Nel sogno andavo a fissare le acque minacciose dell’Arno dal ponte S. Niccolo’ (la strada dove ci trasferimmo era praticamente il proseguimento del ponte S. Niccolo’). Io ho una simbologia onirica legata al fiume, che sento come il mio inconscio, e le mie precedenti vite presentano due morti per affogamento. Nel sogno c’erano dei subacquei che tiravano su dalle profonde acque fangose una grossa cassa in cui era imprigionato il mago Houdini. Il sogno, decodificato ex post, diceva: "Andrai a stare a Firenze e ti si sviluppera’ una nuova personalita’. La casa avra’ sulle sue pa

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