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Tuesday January 23rd 2018

MASADA n. 846. 27-12-2008 . Un mondo davvero bizzarro

(V. L’iperliberismo e’ un sistema privo di logica e di umanita’. Molte cose vi accadono che sono del tutto prive di senso. Portano enormi dispendi di energie e di vite, consumi di soldi e spazi, occupazioni aberranti di uomini e mezzi. Sono assurdi funzionali che in se’ non solo sono totalmente inutili ma sono di grave danno all’insieme. Troppe cose vi accadono che sarebbero solo da abolire. Come questo sistema aberrante abbia potuto imporsi per decenni contro ogni logica comune e portando solo rovina al mondo resta un mistero, ma ancora oggi, in cui emergono tutti i danni e le conseguenze perverse di questo sistema, esso continua a imperversare come se il mondo intero non ne vedesse il totale fallimento, come se non si sentisse da ogni parte la richiesta di buttarlo negli abissi della storia peggiore.)
 
Oggi voglio dedicarvi la  newsletter di un mio carissmo amico: Gerardo Orsi, no global sensibile e amorevole, attento alle cose di questo mondo.
– "Ne’ servo ne’ padrone." –
Per riceverla basta chiedere a orsig40@yahoo.it
====================================================================IIndice: La "buffa" guerra – Il grande circo della finanza – Privatizzazione dell’acqua! – Barbieri e Dio – RAI, l’orgia del potere.
* N.B.: Tutti i testi inseriti in questo bollettino sono leggibili in:
http://orsig.blogspot.com/

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Citazione: "Ogni volta che fai svanire in un sorriso la tua irritazione e la tua rabbia, ottieni una vittoria per te stesso e per l’umanita’!".
(Thich Nhat Hanh)

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La "buffa" guerra

 
(V. una guerra finta come un videogame che serve solo mantenere una guerra. I morti pero’ sono veri)

Stefano Rizzo, 22 dicembre 2008, 23:12
http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=10398
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Sintesi: "Riferisce il "London Times" che circa un quarto del valore di ogni convoglio (composto mediamente da una cinquantina di camion, ma spesso molti di piu’) viene versato ai talebani perche’ non lo attacchino. Dopo di che, come fa il pilota quando monta sulla nave per guidarla in porto, sul primo camion sale un comandante talebano armato che – ben visibile a tutti – assicura il passaggio nel territorio controllato dai suoi uomini. In termini economici tutto cio’ ammonta a diversi milioni di dollari al mese con i quali, senza sparare un colpo, i talebani poi comprano le armi e le munizioni per continuare la guerra. In questo modo gli occidentali finanziano la guerra per tutti, per se stessi e per il nemico, e in questo modo si assicurano che non finisca mai."
"Drole de guerre", cosi’ venne chiamata la fase iniziale della seconda guerra mondiale, dopo che tedeschi e sovietici si erano spartiti la Polonia. A meta’ settembre del 1939 Francia e Inghilterra dichiararono guerra alla Germania, ma per sette mesi non fecero nulla, mentre le truppe tedesche si preparavano all’offensiva. Forse speravano in un
accordo diplomatico; forse pensavano che un compromesso fosse ancora possibile. Poi la Germania attacco’ la Danimarca e, in rapida successione, il Belgio e la Francia e inizio’ la guerra vera, che certo tutto fu salvo che buffa.
Qualcosa del genere (con le dovute differenze) sta succedendo in Afghanistan. Laggiu’ si combatte ormai da sette anni. Le truppe della Nato e degli Stati Uniti si scontrano quotidianamente con i talebani, ma sostanzialmente ognuno tiene le sue posizioni: un giorno viene conquistato un villaggio da una parte, la settimana dopo viene riconquistato dall’altra. Scoppiano le bombe nei mercati, si assaltano caserme, si risponde con i missili dall’alto; da una parte e dall’altra si compiono incursioni. Nessuno controlla tutto il territorio, neppure il proprio. La coalizione occidentale e il governo afgano dovrebbero
controllarne un terzo, i talebani un altro terzo, per il resto ognuno fa quello che puo’. Ammazza e distrugge, soldati armati e civili inermi, e aspetta di vedere cosa succedera’. Chi si stanca per primo. Forse tutti sperano in un accordo politico. Adesso che sono in difficolta’ gli occidentali vorrebbero trattare (Karzai ci sta provando), ma i talebani, che in questo momento si sentono piu’ forti, non ci stanno. In futuro le parti potrebbero essere inverse. Intanto si spera nel colpo risolutivo che potrebbe alterare l’equilibrio. Obama promette (ha promesso in passato – adesso non si sa) di mandare altri 20.000 uomini da aggiungere ai 70.000 che combattono da sette anni (erano 40.000 all’inizio), ma nessuno degli esperti militari e dei comandanti sul campo pensa davvero che possano bastare.
Ma c’e’ un altro aspetto che rende questa guerra particolarmente buffa, piu’ di ogni altra. Ne ha parlato la settimana scorsa il "Times" di Londra. Le guerre si fanno con gli uomini (e, nelle nostre societa’ progredite, con le donne) e con i mezzi. I primi vanno nutriti e
alloggiati, i secondi vanno riforniti e sostituiti. Dietro ogni soldato c’e’ una linea di comunicazione piu’ o meno lunga, che gli porta quello che gli serve per vivere e per combattere. Quando la linea e’ troppo lunga e i rifornimenti non arrivano, o non si trovano sul posto, il soldato non puo’ combattere e si ferma. Le orde mongole di Ghenghis Kahn
si fermarono alle porte di Venezia perche’ non trovavano foraggio per i loro cavalli, e l’Italia fu salva. Le armate napoleoniche si fermarono dopo avere bruciato Mosca e dovettero tornare indietro perche’ non trovavano il grano per i soldati, e la Russia fu salva. Molti secoli prima Giulio Cesare arrivo’ con le sue legioni ai confini con la Scozia, si accorse di essersi spinto troppo in la’, fece scavare una bella trincea e se ne torno’ indietro.
E’ per questo motivo che per vincere una guerra bisogna consolidare il territorio conquistato alle proprie spalle prima di spingersi in avanti; e’ per questo che tutti gli imperi si allargano a macchia d’olio, partendo da un centro sicuro, e si espandono finche’ le loro linee di comunicazione diventano troppo lunghe o troppo fragili. A quel punto l’impero comincia a sgretolarsi e alla fine crolla. Per la stessa ragione i corpi di spedizione coloniali, migliaia di miglia dalla madrepatria, di fronte agli attacchi degli "indigeni" sono stati
costretti tutti, prima o poi, a fare i bagagli e andarsene, a dispetto della loro superiorita’ tecnologica. E’ quello che probabilmente succedera’ alle truppe alleate in Afghanistan, che e’ successo varie volte agli inglesi nell’Ottocento e anche ai russi nella loro guerra afgana
del secolo scorso.
Il problema e’ oggi particolarmente grave per le truppe occidentali. In primo luogo perche’ un esercito moderno ha bisogno di quantitativi enormemente superiori di rifornimenti, di pezzi di ricambio, di munizioni e di carburante, rispetto anche solo a venti anni fa. E poi
perche’, non potendo passare da paesi confinanti come l’Iran, ed essendo esclusi i ponti aerei che non possono provvedere alla grande massa di rifornimenti richiesti, hanno un’unica strada per portare quello che serve alle truppe: dal Pakistan, dove arrivano le navi, con lunghi convogli di camion fino alle basi di destinazione in Afghanistan.
Ora, bisogna ricordare che nelle guerre moderne in cui tutte le attivita’ non di combattimento (e qualche volta anche quelle) sono "outsourced", cioe’ affidate a civili, questi trasporti sono effettuati da societa’ private di servizi, che dispongono anche delle loro guardie armate dal momento che i soldati sono impegnati a fare la guerra. I convogli
debbono percorrere migliaia di chilometri spesso in "territorio indiano", vale a dire controllato dai talebani o da altri gruppi armati di delinquenti piu’ o meno comuni, che li attaccano, li distruggono e fanno razzia del loro contenuto. E’ successo e continua a succedere innumerevoli volte, qualche volta addirittura nelle basi di partenza in Pakistan dove, dieci giorni fa a Peshawar, i talebani hanno distrutto centinaia di mezzi in attesa di essere spediti.
A questo serio problema, che danneggia i loro profitti, le ditte private hanno trovato con spirito imprenditoriale una soluzione pratica e originale: pagare il nemico e, per maggiore sicurezza, arruolarlo per fare la scorta ai convogli. Per la verita’ qualcosa di simile ha fatto
anche il generale Petraeus in Iraq, quando ha deciso di pagare gli insorti sunniti perche’ smettessero di ammazzare gli americani, ma la nuova strategia afgana e’ una novita’ assoluta.

Riferisce il "London Times" che circa un quarto del valore di ogni convoglio (composto mediamente da una cinquantina di camion, ma spesso molti di piu’) viene versato ai talebani perche’ non lo attacchino. Dopo di che, come fa il pilota quando monta sulla nave per guidarla in porto, sul primo camion sale un comandante talebano armato che – ben visibile a tutti – assicura il passaggio nel territorio controllato dai suoi uomini. In termini economici tutto cio’ ammonta a diversi milioni di dollari al mese con i quali, senza sparare un colpo, i talebani poi comprano le armi e le munizioni per continuare la guerra. In questo modo gli occidentali finanziano la guerra per tutti, per se stessi e per il nemico, e in questo modo si assicurano che la guerra non finisca mai.
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Il grande circo della finanza

La crisi finanziaria affonda le sue radici nelle politiche adottate a livello mondiale.
Una lettura di cosa sta accadendo e di come si potrebbe invertire la rotta.
Andrea Baranes (CRBM — Fondazione Culturale Responsabilita’ Etica)

 
(Una Borsa, finta anch’essa come un videogame, dove un sistema bancario va in crisi perche’ gli operatori sono cosi’ astuti che non si fidano piu’ l’uno dell’altro)
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La finanza dovrebbe rappresentare il punto di incontro tra chi ha necessita’ di capitali per le proprie attivita’ e chi ha una momentanea disponibilita’ di denaro. Le banche, in particolare, hanno storicamente assolto alla funzione di raccogliere denaro presso le famiglie e altri soggetti con propensione al risparmio per finanziare le imprese e chi ha
bisogno di capitali, agendo da volano per l’economia. In maniera per alcuni versi analoga, le borse valori permettono a imprese e investitori di incontrarsi, facilitando lo scambio di titoli finanziari quali azioni e obbligazioni.
Oggi, invece, la finanza viene associata alle continue e profonde crisi che hanno scosso l’economia mondiale negli ultimi anni. Ricordiamo quella che ha colpito il sud-est asiatico nel 1997, le altre crisi regionali o nazionali (Russia, Messico, Argentina), la bolla della
new-economy, per arrivare fino alla drammatica situazione di queste ultime settimane.

La crisi attuale
Le cause scatenanti dell’attuale crisi sono legate allo scoppio della bolla dei mutui subprime negli Usa, ovvero i mutui concessi a chi non poteva fornire adeguate garanzie reali. Una frenata del settore immobiliare, dopo anni di crescita, ha portato molte persone a non poter piu’ sostenere le rate di acquisto delle proprie case. Dagli Usa, questa crisi ha contagiato l’intera finanza mondiale perche’ questi mutui erano stati "impacchettati" con diversi altri debiti in obbligazioni strutturate, tra le quali spiccano le CDO (Collateralized Debt Obligations). E’ stato coniato il termine di "salsicce finanziarie" per illustrare, con una metafora, come pezzi di debito "avariato" siano stati mischiati ad altri e poi rivenduti sui mercati finanziari dell’intero pianeta.
L’ingegneria finanziaria ha poi messo a punto dei prodotti derivati, i Credit Default Swap — CDS, che permettono di trasferire a terzi il rischio di credito relativo a una transazione tra due parti. In pratica le banche e gli altri attori finanziari, tramite i CDS, si sono rivenduti l’un l’altro i rischi legati alla possibilita’ che cittadini statunitensi non potessero ripagare la propria rata del mutuo. Il volume dei CDS e’ passato in soli sette anni, tra il 2000 e il 2007, da 2mila a 45mila miliardi di dollari, una cifra paragonabile al PIL dell’intero pianeta.
A causa di prodotti quali le CDO e i CDS, oggi nessuno sembra sapere su chi possano ricadere le perdite e dove si nascondono i debiti "avariati". L’attuale crisi non e’ legata alla mancanza di liquidita’, quanto al crollo della fiducia sui mercati e nel sistema interbancario.
Le banche non si fidano piu’ delle garanzie delle loro omologhe, nessuno presta piu’ a nessun altro e i meccanismi alla base del sistema finanziario si sono inceppati.
Gli stessi processi si stanno ora riversando sulle imprese e sulla cosiddetta "economia reale" e le conseguenze rischiano di essere ancora peggiori. Le imprese si finanziano tramite prestiti bancari o emissioni di obbligazioni. Il crollo della fiducia ha provocato una fortissima stretta creditizia, e i mercati delle obbligazioni societarie sono di fatto congelati. In questa situazione, anche un’impresa solida potrebbe trovarsi in forte difficolta’ nel reperire i capitali necessari al proprio funzionamento. Tutto questo senza contare il calo dei consumi che potrebbe seguire all’attuale crisi, e che trascinerebbe ancora di piu’ l’economia e le imprese verso una pesante fase recessiva.

Le cause
Al di la’ dei motivi scatenanti, gli elementi per comprendere le radici dell’attuale crisi sono da ricercare nelle scelte politiche degli ultimi 30 anni. Parliamo di un sistema finanziario dove gli scambi tra valute hanno superato i 3mila miliardi di dollari al giorno, a fronte di un
commercio transfrontaliero, ovvero di scambi nell’economia reale, di 10mila miliardi di dollari l’anno. Dove i derivati negoziati sui mercati non regolamentati — Over the Counter — hanno raggiunto la cifra di 600 trilioni di dollari, 12 volte il PIL del pianeta. Dove la fuga di
capitali e l’evasione e elusione fiscale provocano un flusso annuo di centinaia di miliardi di dollari dal sud del mondo verso il nord e i paradisi fiscali, uno scandaloso "welfare al contrario" che vanifica ogni impegno legato alla cooperazione internazionale o alla
cancellazione del debito.
Un sistema forgiato sui dettami del pensiero neoliberista, che postula un sempre minore intervento dello stato nell’economia e la capacita’ dei mercati di auto-regolamentarsi, e che si e’ tradotto in una liberalizzazione sempre piu’ spinta, nell’abbattimento di qualsiasi
controllo dei flussi di capitali, e nello smantellamento delle normative e della regolamentazione sugli strumenti e i mercati finanziari.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e i governi occidentali che ne controllano l’operato sono tra i principali responsabili di questo stato di cose, avendo promosso e in molti casi imposto tali politiche in tutto il pianeta, e ai paesi piu’ poveri in particolare.
Unito allo sviluppo delle tecnologie informatiche, questo insieme di fattori ha portato alla creazione di un unico grande mercato finanziario globale senza regole e alla progressiva finanziarizzazione dell’economia. La maggior parte delle grandi imprese sono oggi
controllate da attori finanziari quali fondi pensione o di investimento, il cui scopo e’ la massimizzazione del profitto a breve termine e non lo sviluppo di lungo periodo dell’impresa stessa. Molte di queste compagnie industriali, inoltre, realizzano buona parte dei loro fatturati tramite attivita’ finanziarie e non produttive. Basti pensare all’esempio della Parmalat, che poco prima del fallimento si era di fatto trasformata in un’impresa finanziaria.
Questo e’ vero a maggior ra¬gione per le banche, dove i ricavi provengono solo per meta’ dall’attivita’ creditizia, mentre l’altra meta’ e’ costituita da commissioni, in particolare su derivati e titoli strutturati. Per alcune banche, la tradizionale attivita’ di raccolta del risparmio e il suo impiego in attivita’ produttive sta diventando addirittura marginale.

Cambiamento necessario
In tale situazione, e’ assolutamente necessario un profondo cambiamento di rotta. Di fronte a una finanza globalizzata e senza frontiere, le attuali risposte degli stati-nazione appaiono decisamente insufficienti. Ci troviamo davanti a una crisi profonda e sistemica che impone di rimettere in discussione le stesse istituzioni e l’architettura dell’attuale sistema finanziario, a partire dal ruolo e dal funzionamento del FMI. A problemi globali servono risposte globali.
Tra queste, sistemi di tassazione internazionale — a partire dalla famosa Tobin Tax sugli scambi di valute — permetterebbero di frenare le attivita’ speculative, di redistribuire il reddito su scala globale, di fornire strumenti di politica economica per controllare la finanza e di generare un reddito da destinare alla tutela dei Beni Pubblici Globali.
E’ urgente mettere a punto dei sistemi di regolamentazione, supervisione e controllo dei mercati finanziari che possano funzionare efficacemente a livello globale. Questi sistemi dovranno rispondere a delle istituzioni ad hoc, che abbiano come scopo fondamentale la tutela della stabilita’ finanziaria e che consentano un controllo democratico e una governance che risponda all’attuale situazione geopolitica, economica e finanziaria.
La finanza e’ entrata in maniera pervasiva nelle nostre vite e nel nostro quotidiano. E’ difficile pensare a un’edizione di un telegiornale che non riporti in chiusura l’andamento delle borse. Gli sforzi per cercare di convincere i lavoratori a rinunciare al proprio TFR per investirlo sui mercati finanziari rappresentano probabilmente l’esempio piu’ evidente
dell’attuale andamento.
Oggi le banche esercitano sempre maggiori pressioni perche’ allo sportello vengano piazzati i titoli che garantiscono alla stessa banca maggiori profitti e commissioni. Spesso si tratta dei prodotti finanziari piu’ complessi e strutturati, e piu’ rischiosi. I piani di incentivi per i dipendenti premiano chi riesce a piazzare titoli strutturati o comunque ad alto rischio, di frequente all’insaputa del cliente. Un meccanismo perverso, che sposta la pressione e la responsabilita’ sulle spalle dei dipendenti allo sportello. L’attuale sistema finanziario sembra avere assoluta necessita’ di continui apporti di capitali freschi per riuscire a sostenersi e per garantire gli alti tassi di profitto inseguiti dagli speculatori. I milioni di piccoli risparmiatori costituiscono, inoltre, la platea su cui spalmare il rischio degli investimenti speculativi e delle operazioni al limite della legalita’.
Una gigantesca "catena di Sant’Antonio", nella quale il grande pubblico e’ chiamato inconsapevolmente ad alimentare un sistema di cui e’ vittima. Le fasce piu’ deboli della popolazione sono invariabilmente quelle che, pur non partecipando al grande circo della finanza, pagano il prezzo maggiore. Questo e’ ancora piu’ vero in queste settimane, dove una tremenda crisi di fiducia sui mercati finanziari sta trascinando l’economia reale e produttiva in una fase di recessione mondiale.

Iniziative dal basso
Negli ultimi anni diverse campagne e iniziative sono nate per chiedere alle banche una maggiore responsabilita’ e attenzione agli impatti ambientali, sociali e sui diritti umani dei propri finanziamenti. La mobilitazione piu’ conosciuta in Italia e’ probabilmente quella
riguardante le "banche armate", che, partita dalle pagine di "Mosaico di Pace", "Nigrizia" e "Missione Oggi", ha coinvolto moltissimi cittadini.
Come conseguenza, da una parte alcune delle principali banche italiane hanno preso posizione circa il sostegno all’export di armi italiane, dall’altra l’opinione pubblica si e’ interrogata sull’utilizzo del proprio denaro e sull’importanza che le scelte individuali possono avere.
E’ ora necessario avviare un percorso analogo per quanto riguarda la finanza. Come sono impiegati i miei risparmi? Che cosa fa la mia banca con i miei soldi? Quanto partecipa al grande circo della speculazione?
Ha delle filiali in qualche paradiso fiscale? Che parte dei suoi profitti proviene dalla tradizionale attivita’ di raccolta e impiego del denaro, e quanta invece dal "giocare" con prodotti finanziari derivati e strutturati?
Rispondere a queste domande non e’ semplice, in primo luogo a causa della mancanza di trasparenza e della difficolta’ nel comprendere il mondo bancario e finanziario. Nello stesso momento, si tratta di questioni di fondamentale importanza. E’ necessario fermare lo strapotere della finanza e riportarla al suo ruolo originario: non un fine per produrre
denaro dal denaro, ma un mezzo al servizio dell’economia produttiva e delle attivita’ commerciali, che ponga il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente al centro del proprio operato, attenta alle conseguenze non economiche delle proprie azioni e nella quale la trasparenza e’ un valore fondamentale.
La profonda crisi che stiamo vivendo dimostra come questo cambio di rotta sia assolutamente urgente e necessario.
Un cambio di rotta che richiede una profonda riforma delle regole che sovrintendono i mercati finanziari, ma che in maniera altrettanto importante deve partire dal basso, dai comportamenti e dalle scelte quotidiane di tutti noi.
Mosaico di Pace – Via Petronelli n.6 – 70052 Bisceglie (Bari) – tel.
080/3953507 – fax: 080/3953450 – email: info@mosaicodipace.it
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(V. Puo’ esserci follia piu’ folle che privatizzare un bene di assoluta necessita’ come l’acqua? Qualcosa che rientra tra i diritti fondamentali dell’uomo perche’ senza acqua si muore. Eppure l’iperliberismo e’ arrivato anche a questa perversione. Un’Europa totalmente in mano alle multinazionali ha comandato la mercificazione dell’acqua. Un governo indegno come quello della destra attuale ha accettato che questa privatizzazione fosse legge. Una falsa opposizione di sinistra si e’ affrettata a realizzarla nei territori da essa amministrati. E nessuna chiesa si e’ levata unanime in una rivolta legittima contro uno dei massimi soprusi dell’umanita’. Questo e’ un altro aspetto della follia e della malvagita’ del sistema in cui viviamo).
Privatizzazione dell’acqua! La capacita’ d’indignarsi ancora.

Il 2008 e’ stato l’anno del 60° della Dichiarazione Universale dei diritti Umani.
Ebbene: quale diritto umano e’ piu’ universale, piu’ naturale, piu’ vitale, del diritto all’acqua?
Eppure L’ONU, L’Unione Europea, i G8, la stragrande maggioranza dei governi del mondo compreso il nostro, si rifiutano di dichiarare l’acqua come Diritto Umano e si rifiutano di definire 50 litri di acqua di buona qualita’ per persona al giorno, come la quantita’ minima per vivere dignitosamente, cosi’ come afferma l’OMS ( organizzazione Mondiale della
Sanita’).
L’ONU non si pronuncia e a Marzo il suo il suo Consiglio dei diritti umani ha rinviato di tre anni il suo rapporto.
Ma nel nostro paese nessun politico sembra indignarsi di questo fatto.
L’acqua e’ un Bene Comune?
Lo afferma il Compendio alla Dottrina sociale della Chiesa, il CNEL sostiene che l’acqua non e’ un prodotto commerciale e persino il ministro Tremonti dichiara che non puo’ essere regolato dal mercato.
Eppure il 6 Agosto il parlamento italiano ha votato la legge 133 dove all’articolo 23 bis, si fa obbligo ai comuni di privatizzare tutti i servizi pubblici locali, compreso i servizi idrici, dichiarandoli servizi "di interesse economico" in una parola l’acqua potabile diventa
un bene economico affidato al mercato.

Ma cosa vuol dire privatizzare tutti i servizi pubblici locali?
E’ svuotare d’ogni funzione i comuni e’ minare un fondamento della democrazia: le autorita’ locali.
Cosa resta ai Comuni? Resta solo da gestire le paure dei cittadini per gli extracomunitari.
Resta loro da vendere il territorio per fare cassa, "i parchi a Firenze, le coste in Liguria e vendere sempre ai noti speculatori quelli che da 20 anni stanno sulle cronache e corrompono il paese.
Oppure, resta loro la facolta’ di mettersi a giocare in borsa con i derivati e trascinare i comuni nella bancarotta del sistema finanziario.
Questo succede in Italia, ma di questo nessuno si indigna.
Ci chiediamo e lo chiediamo alla Lega: che senso ha parlare ancora di federalismo quando tutti i beni comuni fondamentali dei territori, vengono consegnati a delle multinazionali? Assolutamente nessuno!
Eppure per questa questione si minacciano sollevazioni di massa.
Privatizzare tutta l’acqua potabile del nostro paese e’ un terribile salto nel buio.
E’ privatizzare la vita stessa dei cittadini italiani, giocarsela in borsa, consegnarla al privato
a colui che priva, a un cartello monopolistico composto da 4 multiutility ( ACEA – IRIDE – HERA – A2A), 2 multinazionali francesi Suez Lyonnes des eaux e Veolia, alcune banche come il Monte dei Paschi e a imprenditori come Caltagirone e Pisante al centro di ogni "affare" all’italiana. E’ il riproporsi dell’intreccio perverso che sta degradando la politica e le istituzioni nel nostro paese. Per non girare attorno alle parole: le privatizzazioni e l’art. 23 bis, sono la nuova colossale tangentopoli italiana e la conferma che nel nostro paese la
questione morale e’ un grumo trasversale.
Eppure nel nostro paese pochi sembrano indignarsi delle privatizzazioni, nemmeno i sindacati.
Il Comune di Parigi toglie a Suez e Veolia il servizio idrico e lo riprende nelle proprie mani pubbliche, i paesi latino americani dichiarano nelle Costituzioni che l’acqua e’ un diritto umano e un bene comune pubblico, nella stessa Europa paesi come il Belgio dichiarano che l’acqua e’ un bene da gestire pubblicamente.
In Italia invece la politica partorisce la legge 133 art. 23 bis e lo fa di comune accordo, con la maggioranza che vota una simile legge e l’opposizione la attacca perche’ non ha privatizzato ancora di piu’ e con piu’ decisione.
Ma nessuno si ribella nel nostro paese, nessuno scende nelle piazze o sommerge con una valanga di mail i propri partiti.
Qualche sindaco ha un moto di dignita’ e protesta, oppone resistenza, qualche coraggioso giornalista denuncia con forza la gravita’ di quanto sta accadendo, ma l’indifferenza della societa’ civile sconcerta.
Sconcerta la opinione pubblica civile di"sinistra", quella ancora capace di appassionarsi per dei diritti, che invece sembra ormai orientata ad indignarsi e manifestare, solo per quei diritti che sottendono le scelte individuali: l’eutanasia, la fecondazione assistita, il matrimonio gay, cose importantissime, ma che appunto sottendono la scelta individuale.
Liberi di scegliere.ma cio’ che si e’ perso, e’ la capacita’ di reagire per i grandi diritti sociali, collettivi e universali: il bere acqua potabile, lavorare con dignita’ e sicurezza, avere cibo e averlo sano, avere una casa, una istruzione, delle cure, non possono diventare scelte
personali, sono diritti alla vita, sono l’art. 3 della dichiarazione universale. Sono imprescrittibili, non li scegli o li hai o muori.
L’acqua potabile nelle mani delle multinazionali o della criminalita’ organizzata, l’aria di cui si vendono le quote di inquinamento, le morti sul lavoro, la mancanza di cibo, la privatizzazione delle Universita’ e della Conoscenza, cancellano, questi diritti universali e collettivi.
Ma per questi non c’e’ indignazione, ne’ mobilitazione, nemmeno tra i lavoratori, chiusi di fatto in una dimensione corporativa.
Solo gli studenti, con la loro lotta si collocano dentro e contro questo passaggio epocale che e’ la mercificazione dei beni comuni di cui la 133 e’ la concretizzazione.
L’acqua che pure e’ donna e madre, e’ fertilita’, non suscita reazioni nei movimenti femminili e femministi, non le suscita nei movimenti per i diritti degli omosessuali, eppure il diritto negato all’acqua, discrimina chi non ha i mezzi per pagarla ed e’ la negazione d’ogni civilta’.
Il bene comune chiede a tutti di cogliere l’interesse generale, il contenuto che non divide ma che unifica la comunita’, che chiama alla partecipazione.
Ecco perche’ a chiusura del 2008, come Comitato italiano per un Contratto Mondiale sull’Acqua, lanciamo un appello a tutti i movimenti e a tutte le associazioni, affinche’ condividano la nostra indignazione per l’art. 23bis
E’ un appello che rivolgiamo anche alla Chiesa italiana e alle sue massime autorita’. Anche per loro il diritto alla vita sta’ solo nelle scelte personali che dividono le comunita’, anche in loro manca l’indignazione per il non riconoscimento del diritto Universale
all’Acqua e manca per la vendita obbligata del dono di DIO per eccellenza: l’ACQUA
E’ un appello che rivolgiamo ai Parlamentari Europei, affinche’ concretizzino i principi della loro risoluzione del marzo 2006, alla commissione europea perche’ al 5° Forum Mondiale di Istanbul sostenga il diritto all’acqua e affidi all’ONU il prossimo Forum Mondiale.
Ai parlamentari italiani affinche’ ripensino sull’articolo 23 bis.
Alla politica affinche’ si voti una grande opera, un piano di investimenti pubblici per riparare le reti idriche, le fognarie e depurare le acqua e per finanziare progetti pubblici che portino l’acqua potabile a chi nel mondo non ne ha.

Carissimi amici: nel 2006 l’ONU ci ha informato che c’e’ una Crisi Mondiale dell’Acqua, che entro 30 anni il 60% della popolazione vivra’ al di sotto della soglia del conflitto idrico di 1000 m/cubi anno per persona, che il 48% della domanda di acqua restera’ senza risposta, che gli epicentri della crisi saranno: Cina -India, USA, Mediterraneo, che 820 milioni di contadini della sussistenza verranno spazzati via e che 1 miliardo di profughi idrici si aggirera’ disperata per il mondo.
Ma 4 Forum Mondiali dell’Acqua, presieduti dalle multinazionali Suez Lyonnes des eaux e Veolia, hanno impedito l’affermarsi del diritto umano all’acqua,l’ONU quest’anno ha conferito ad un gruppo di imprese (Nestle’, Coca Cola, Pepsi Cola, Unilever, Levi Straus, General Elettric) il mandato di redigere un "patto mondiale per l’acqua" il mandato di
redigere un "Patto Mondiale per l’Acqua" da presentate come proposte per il 5° Forum Mondiale dell’acqua (marzo 2009 Istanbul).
Tacere di fronte a queste scenari e’ un crimine, che ci rende tutti responsabili di aver firmato una cambiale per le prossime terribili guerre. Denunciare questa indifferenza e’ il modo migliore per onorare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani .
Emilio Molinari – Rosario Lembo
Comitato italiano Contratto Mondiale sull’Acqua-Onlus (www.contrattoacqua.it)

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Barbieri e Dio:
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Un tizio si reca da un barbiere per farsi tagliare i capelli e radere la barba.
Appena il barbiere comincia a lavorare, iniziano ad avere una buona conversazione.
Parlano di tante cose e di vari argomenti.
Quando alla fine toccano l’argomento Dio, il barbiere dice: Io non credo che Dio esista.
Perche’ dice questo? chiede il cliente.

Beh, basta uscire per strada per rendersi conto che Dio non esiste. Mi dica, se Dio esistesse, ci sarebbero cosi’ tante persone malate? Ci sarebbero bambini abbandonati?
Se Dio esistesse, non ci sarebbero piu’ sofferenza ne’ dolore. Io non posso immaginare che un Dio amorevole permetta tutte queste cose.
Il cliente pensa per un momento, ma non replica perche’ non vuole iniziare una discussione.
Il barbiere finisce il suo lavoro ed il cliente lascia il negozio. Appena  lasciato il negozio del barbiere, vede un uomo in strada con dei capelli lunghi, annodati e sporchi e con la barba sfatta. Sembra sporco e trasandato. Il cliente torna indietro ed entra di nuovo nel negozio del barbiere e gli dice:
La sa una cosa? I barbieri non esistono.
Come puo’ dire cio’? chiede il barbiere sorpreso. Io sono qui e sono un barbiere. Ed ho appena lavorato su di lei!
No! esclama il cliente. I barbieri non esistono perche’ se esistessero non ci sarebbero persone con lunghi capelli sporchi e barbe sfatte come quell’uomo la’ fuori.
Ma i barbieri ESISTONO! Questo e’ cio’ che succede quando la gente non viene da me.
Esattamente! afferma il cliente. Questo e’ proprio il punto! Anche Dio ESISTE! Questo e’ cio’ che succede quando la gente non va da Lui e cerca il Suo aiuto. Questo e’ il motivo per cui c’e’ tanto dolore e sofferenza nel mondo.

Se pensi che Dio esista, invia questa email ad altre persone.
Se pensi che non esista, cancellala!
SII BENEDETTO & SII UNA BENEDIZIONE PER GLI ALTRI!!!!!!!
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(V. Non ci sono solo le follie a livello planetario, ci sono anche le follie locali, quelle che si hanno quando da troppo tempo si sedimentano vizi pubblici e private inerzie, quelle che in uno stato succhiano soldi e spazi per produrre il niente. Quelli voragini che nemmeno in situazioni di crisi come questa vengono scalfite, mentre Ministri insulsi e nani predicano di assenteismi ingiustificati e fingono di fare i pubblici moralizzatori).

RAI, L’ORGIA DEL POTERE
di Denise Pardo
——
Un esercito di 13.248 dipendenti. Piu’ 43 mila collaboratori. E nuove assunzioni alle porte. Eppure la Rai compra quasi un quarto delle trasmissioni all’esterno. Radiografia della scandalosa gestione della televisione pubblica
114 parrucchieri, 67 camerinisti, 66 arredatori, 61  falegnami, 18 costumisti, 12 meccanici, 34 consulenti musicali, 36 scenografi, un’orchestra leggera di 16 elementi (indipendente da quella sinfonica della Rai di Torino con 116 musicisti) che non viene utilizzata da anni. Piu’ o meno 400 unita’, retaggio dei decenni del monopolio (i formidabili anni 1950-80, quando la Rai realizzava tutto al suo interno) e che gia’ da sole equivalgono all’intero organico di La 7-Mtv. Sono esempi limite del mare magnum della popolazione Rai . Messa
sotto esame da un Comitato istruttorio per l’Amministrazione ultimato un mese fa, che rivela nero su bianco e in modo riservato lo stato dell’arte sulla ‘Situazione dell’organico del gruppo Rai’. Con una raccomandazione pesante, senza troppi giri di parole: verificare
addirittura "la capacita’ dei ‘capi’ di governare uomini e processi produttivi".

Tra contratti a tempo indeterminato (9.889 per la capogruppo, 11.250 in totale) e contratti a tempo determinato per esigenze di produzione e di gestione (1.998 in tutto), la cittadella Rai arriva a 13 mila e 248 abitanti . Quanto gli abitanti di Lavagna. Il doppio di quelli di Asolo. La meta’ di quelli di Enna. Senza considerare la montagna dei 43 mila contratti di collaborazione (da quello a Bruno Vespa all’ultimo figurante).
Piu’ che un rapporto, e’ un vero e proprio censimento Rai. Una radiografia aritmetica della stratificazione elefantiaca della televisione di Stato, gravata da anni di blocchi, clientelismi, raccomandazioni. Un minuzioso elenco che snida figure antropologiche-spot, presenti, non si sa perche’, soltanto in alcune sedi: un geometra, ma solo a Firenze; 5 annunciatori tra Bolzano, che ne ha 3, e Trieste, che ne ha 2. E che mette in luce il ‘peso’ di alcune aree significative.
28 addetti alla segreteria del consiglio d’amministrazione, 49 alla Direzione generale (compresi i distaccati verso societa’ del gruppo), 397 ai Servizi generali, 114 alla Pianificazione controllo, 142 all’Amministrazione e 133 all’Amministrazione e Abbonamenti, 679 alle Riprese pesanti, 252 alle Risorse umane con ben 21 alti dirigenti. Lo studio ci va giu’ duro: "Abnorme il numero delle strutture a diretto riporto dal Vertice. Duplicazioni di attivita’. Onerosa rete di controllo formale sulla cui efficacia e’ legittimo nutrire piu’ di un dubbio. Eccessiva polverizzazione delle testate giornalistiche che non ha
confronto con gli altri servizi pubblici europei".
Un organico monstre che, tra contratti a tempo indeterminato e determinato, abbraccia 1.771 giornalisti (di cui 54 sono vice direttori, quasi 5 per ognuna delle 11 testate), 931 programmisti-registi, 76 aiuti registi, 476 assistenti ai programmi. Solo la somma dei dipendenti di Rai Way, gestore degli impianti tv e radio (nata nel 2000, ha 648 addetti) e Sipra, la concessionaria di pubblicita’, supera il migliaio di persone (1.405). Dislocate nel territorio, 22 squadre di riprese: un numero, si legge nel rapporto, che non ha pari in nessun broadcaster pubblico o privato in Europa. Non solo. Sempre piu’ di frequente, notano gli analisti, le reti e le direzioni editoriali chiedono di assoldare e contrattualizzare altre societa’ per l’acquisizione e la realizzazione di appalti. Nel 2007, secondo Cgil, i costi esterni sono arrivati a 1.327 milioni. Il Gran Moloch della tv pubblica non si sazia mai .

La nomenklatura radiofonica, programmi, Gr e Gr Parlamento, vale 754 anime. Rai Internazionale, ex International, diretta dal prodiano Piero Badaloni, successore del camerata Massimo Magliaro, ha 39 giornalisti assunti (e quasi altrettanti a tempo determinato), di cui ben 22 sono graduati e cinque hanno qualifica e stipendio di vice direttori. La rete ‘dovrebbe’ trasmettere il meglio dei programmi Rai nel mondo. Ma si
pregia, invece, del record di proteste degli italiani residenti all’estero, inviperiti per l’impiego di materiale vecchio come il cucco.
Persino a Capodanno, momento sacro anche per emigranti di lunga data, avidi di seguire i festeggiamenti in patria, il buon Badaloni e la sua squadra, evidentemente impegnati a stappare champagne altrove, hanno mandato in onda una vetusta registrazione, mantenendo cosi’ lo standard tradizionale di corale indignazione degli italioti in esilio. Eppure la rete vanta un organico di tutto rispetto: ben 152 persone. Quanto RaiDue (153). Poco meno di RaiTre (166). Un numero sorprendente visto che RaiUno, dicasi RaiUno, l’ammiraglia di viale Mazzini, ne ha 206.
Anche Rai News 24 diretta da Corradino Mineo (V. il canale che nessuno guarda) non scherza con il suo organigramma di 122 persone, di cui 94 giornalisti. Solo 10 in meno di quelli del Tg5 di Mediaset. Il canale satellitare allnews rappresenta una risorsa nevralgica, anche per il futuro digitale. Ma lo share non brilla e nella sfida con l’aggressivo Tg24 di Sky (39 edizioni di telegiornali giornalieri seguitissimi, 141 giornalisti), in progressivo boom di ascolti, arranca. Anche nel paragone con gli altri tg, dove la stratificazione di personale e’ gia’ degna di nota, come il Tg3 (104 giornalisti, in tutto 140 persone) o il Tg2 (126 giornalisti su 167 addetti), la squadra di Mineo appare piu’ che consistente. Persino il
Confronto dei confronti, cioe’ quello con la testata diretta da Gianni Riotta, la dice lunga. Il Tg1, primo telegiornale d’Italia, conta 136 giornalisti (su un totale di 180 persone). Solo 40 in piu’ di Rai news.
Per non parlare dell’organico del Televideo firmato da Antonio Bagnardi: 96 persone a disposizione di cui 49 giornalisti. O di quello di Rai Parlamento, palma di platino per la piu’ alta densita’ di graduati. Il direttore Giuliana Del Bufalo puo’ pavoneggiarsi: su una squadra di 46 addetti, 26 sono giornalisti, e di questi, 5 sono capi redattori, 3 vice, 5 capiservizio e altrettanti vice direttori. Uno di loro, l’ultimo arrivato, si fa per dire, e’ stato Giorgio Giovanetti, ex assistente di Angelo Maria Petroni, consigliere Rai in quota Forza
Italia, alla sua prima nomina operativa grazie a Del Bufalo. E poi si favoleggia che le donne in carriera siano delle iene.
Il dettagliatissimo rapporto dimostra come nonostante i prepensionamenti a tutti i livelli, il popolo Rai non accenni a diminuire. Per forza. La televisione di Stato continua a essere sotto lo scacco della politica e dei partiti, che a ogni cambio di Palazzo Chigi si precipitano a chiedere le teste di direttori (e cosi’ giu’ per li rami) per inserire innesti nuovi, piu’ organici all’ennesima colonizzazione. Difficile credere che la nuova classe al governo, di cui una buona parte bisognosa di farsi conoscere, possa fare a meno del potere esercitato sulla Rai (basti pensare a un partito radicato nel territorio come la Lega). E rinunciare all’influenza sui tg regionali, fondamentali postazioni per favori, clientele, assunzioni. I dati della Tgr diretta da Angela Buttiglione sono quasi pulp: 851 persone di cui 689 giornalisti. E il Coordinamento delle sedi regionali (che non si occupa dei centri di produzione sparsi per il paese) conta 656 dipendenti. E’ vero che la Rai e’ obbligata a dare voce alle 21 regioni, come notano a viale Mazzini. Ma 1.507 addetti rappresentano un numero piu’ che pulp. Addirittura post-moderno.
Lo studio e’ il manifesto numerico di un modello politico e ideologico. Il piano industriale presentato dall’attuale Direzione generale aveva definito economie, tagli e prepensionamenti. Ma il Gran Moloch Rai ha reagito immediatamente. Il fenomenale format organizzativo del carrozzone e’ arduo da cambiare. Difficile modificare un giacimento di Stato, aureo per i partiti, alimentato pure dal lascito feudale di poter
tramandare il proprio posto fisso ai diletti parenti. Anche le molte cause di lavoro perse fanno la loro parte: mille quelle in corso, 100 mila euro il costo medio di ognuna, 150 circa l’anno quelle in cui la Rai viene sconfitta (15 milioni di euro circa tra avvocati e risarcimenti). Motivi? Soprattutto il reintegro delle funzioni, (prima causa, gli strali politici) e i riconoscimenti del lavoro precario, vero motore propulsivo e produttivo dell’azienda che deve a questa forza buona parte della messa in onda dei programmi.

Eppure la Direzione produzione Rai conta 3 mila 851 persone. Una cifra da sballo. Un numero da capogiro visto che e’ quasi pari al totale dei dipendenti del Gruppo Mediaset. Infatti, la forza lavoro del Biscione berlusconiano arriva a 4 mila e 635 unita’, di cui 4 mila e 506 a tempo indeterminato. Nonostante la mole del personale (che, secondo le previsioni, entro il 2009, e’ destinato ad aumentare di altre 1732 unita’, se non ci saranno nuove soluzioni gestionali e sindacali), il 22 per cento delle produzioni della televisione di Stato e’ affidato all’esterno.
Nelle conclusioni, gli analisti sottolineano come, nel mercato della comunicazione, il servizio pubblico si giustifichi soltanto se e’ produttore di contenuti . E se riesce a far crescere al suo interno dei centri di eccellenza creativa. E insistono nella necessita’ di una
pianificazione strategica con regole aziendali rigide "che impongano alle direzioni editoriali di saturare prioritariamente le risorse interne. E di verificare, vista la significativa dimensione d’organico, con una doverosa, attenta ricognizione, la loro affidabilita’
professionale e la capacita’ dei ‘capi’, a ogni livello di responsabilita’, di governare uomini e processi produttivi".
Un bel fendente ai vertici passati, presenti e futuri. Ma sara’ improbabile che i dirigenti che arriveranno, benedetti dalla neo maggioranza al governo, seguano questa direttiva. Anche per loro, la Rai sara’ terra di conquista, di promozioni, di poltrone da moltiplicare. Con
buona pace di centinaia di precari, da anni in attesa di una sanatoria meritoria, alcuni con decenni di prestazioni. Ora devono fronteggiare anche il blocco dei contratti predisposto dall’azienda e causato della nuova disciplina del lavoro sui contratti a termine.

Le norme prevedono l’assunzione a tempo indeterminato per chi abbia superato i 36 mesi di impiego, comprensivi di proroghe e rinnovi (prima gli intervalli tra un contratto e l’altro la evitavano). Il 31 dicembre 2007, mille e 185 unita’, tra quadri, impiegati e operai avevano gia’ maturato i 3 anni. A fine febbraio 2008, invece, avevano toccato il traguardo 162 giornalisti. I precari, forza non fannullona, che fa il lavoro di centinaia e centinaia di dipendenti della tv pubblica, minacciano scioperi che potrebbero davvero bloccare una parte significativa dei palinsesti. Ma, visto l’organigramma monstre dell’azienda, per loro c’e’ poco da sperare. Per potenti e per raccomandati, c’e’ sempre Mamma Rai. Per gli altri, la Rai e’ solo matrigna.

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