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Monday April 23rd 2018

PENSIERI IN ROSSO

PENSIERI IN ROSSO
 
Sono in prima fila, il sottofondo musicale è una lenta melopea di motori sedati: il semaforo è rosso.

Un tabellone luminoso m’informa che 31 gradi centigradi mi stanno inumidendo la faccia e la schiena. La mia macchina non è dotata di impianto per l’aria condizionata ed è lurida dentro e fuori. In compenso vanta un’elegante ammaccatura sul lato sinistro, regalo di un autobus dell’azienda municipale che se la svignò alla chetichella dopo il fattaccio. Augurai al conducente una psoriasi violenta. Ma questo ricordo sanguina ancora, torniamo al semaforo.
Dal finestrino aperto, preceduto da sgradevoli miasmi di sudore e idrocarburi combusti, il sorriso di un africano pretende di convincermi ad acquistare il solito pacco di scadenti fazzoletti di carta.
 
– DAI CAPO, PRENDI! Dà QUELLO CHE VUò.
 
Addestrato dalla consuetudine a difendermi da questi assalti all’arma bianca, reagisco prontamente con una collaudata resa incondizionata. Funziona sempre, se compri poi ti lasciano in pace – tutta questione di acume tattico. Gli dò un euro.
Dallo specchietto lo osservo proseguire la sua tournée tra le auto in coda. Il suo abbigliamento si limita allo stretto indispensabile: canottiera rossa, jeans moderatamente sporco, scarpe sportive di marca, certamente contraffatte. L’afa e la noia m’inducono oziose riflessioni.
Sarà un clandestino? Probabile. Clandestino, cioè irregolare, abusivo, illegittimo, non autorizzato.
Mi chiedo come questa qualità possa essere seriamente applicata ad un essere umano per il solo fatto di esistere e di aver scelto di risiedere in un qualsiasi posto di questo pianeta.
Irregolare. Può una persona essere definita “irregolare”? Sembra una burla:
 
– BUONGIORNO, PERMETTA CHE MI PRESENTI, MI CHIAMO ICS IPSILON, MA SONO IRREGOLARE.
– AH SÌ? E COME MAI?
– SA, ESISTO E CERCO DI SOPRAVVIVERE, MA QUI DA VOI NON MI HANNO AUTORIZZATO A FARLO.
– MA NON MI DICA!
– E INVECE GLIELO DICO. AFFERMANO CHE IO NON SIA LEGITTIMATO A VIVERE QUI, MA AL MIO PAESE SAREI GIÀ MORTO AMMAZZATO, DI FAME O DI MALATTIA… EPPURE QUI NON POSSO RESTARE. E’ EVIDENTE CHE COME ESSERE UMANO SONO ABUSIVO.
 
Una conversazione surreale, penso, e sorrido. Comunque gli ho dato un euro.
Il caldo mi assedia implacabile, il semaforo è stabile sul rosso – sarà inceppato? Cerco ancora riparo all’ombra di probi pensieri umanitari.
Se uno fuggisse da persecuzioni politiche, da un cataclisma o da altre sciagure collettive come la carestia, la guerra portatrice di democrazia o il genocidio, dovrebbe essere almeno risarcito con il mesto titolo di “profugo”, non marchiato con quello di “clandestino”, o no?
Mi interrompo, quello nella station wagon dietro di me nemmeno l’ha guardato in faccia. Il venditore di carta danaso non appare in vena di insistere, deve aver imparato che per alcuni è invisibile malgrado ilsuo deciso colore da senegalese, oppure fa troppo caldo anche per lui. Riprendo.
Se poi il profugo suddetto si rifugiasse qui da noi – si noti il verbo, “rifugiasse” – dovrebbe obbligatoriamente essere beneficiato del triste appellativo di “rifugiato” desumo,congratulandomi con me stesso per la logica stringente delle mie meditazioni.
Sulla Terra nessun essere umano è clandestino, insisto, immaginandomi mentre parlo ad un attento uditorio. Una massima talmente vera, quest’ultima, ma così lontana dalla realtà da apparirmi subito irrimediabilmente ingenua. Almeno io gli ho dato un euro.
Il terzo – o è il quarto? – automobilista della fila lo allontana bruscamente, agitandosi quanto basta ad esibire la squisitezza di un grizzly. L’ambulante contrattacca ignorandolo, seguitando lento a risalire il fiume di automobili.
Malgrado mi stia liquefacendo nella mia sozza auto che non conosce vergogna, mi conforta il sapere che tra qualche secondo il semaforo darà il via libera. So anche che quell’euro che ho scucito, e tutte le altre monete che lo seguiranno, non basteranno a pagare il riscatto per una coscienza sequestrata da un semaforo rosso. La mia lercia auto non conosce vergogna. Io sì.

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