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Monday December 11th 2017

ONG

Già al principio degli anni ’80, i settori più lucidi delle classi dominanti
neoliberali si resero conto che le loro politiche stavano polarizzando le
società e provocando malcontento su vasta scala. I governanti cominciarono a
finanziare e promuovere una strategia parallela "dal basso": la promozione di
organizzazioni "di base" con ideologia "antistatalista" per intervenire tra le
classi potenzialmente conflittuali al fine di creare un diversivo sociale.

Già al principio degli anni ’80, i settori più lucidi delle classi dominanti
neoliberali si resero conto che le loro politiche stavano polarizzando le
società e provocando malcontento su vasta scala. I governanti cominciarono a
finanziare e promuovere una strategia parallela "dal basso": la promozione di
organizzazioni "di base" con ideologia "antistatalista" per intervenire tra le
classi potenzialmente conflittuali al fine di creare un diversivo sociale.
Queste organizzazioni, dipendenti finanziariamente dai fondi neoliberali, erano
direttamente concepite per competersi con i movimenti sociali la lealtà dei
leader locali e di comunità attiviste.
Negli anni ’90, queste organizzazioni descritte come "non governative" erano
diventate migliaia e ricevevano circa 4 miliardi di dollari a livello mondiale.
La confusione rispetto al carattere politico delle ONG proviene dalla sua storia
precedente agli anni ’70 ovvero durante le dittature. In questo periodo le ONG
funzionavano fornendo appoggio umanitario alle vittime delle dittature militari
e denunciavano le molteplici violazioni dei diritti umani. Organizzavano anche
"ollas populares" (le pentole comuni, NdT) che permettevano alle famiglie
danneggiate di sopravvivere alla prima ondata delle terapie shock applicate
dalle dittature. Questo periodo creò un’immagine favorevole, anche nella
sinistra, intorno alle ONG ed esse venivano considerate parte del "campo
progressista".
Senza dubbio e sin da allora i limiti delle ONG erano evidenti. Mentre
attaccavano le violazioni dei diritti umeni perpetrate dalle dittature locali,
rare volte denunciavano i "padrini" statunitensi ed europei che le finanziavano
e assistevano. Ancora meno c’è stato uno sforzo serio per vincolare la politica
economica e le violazioni dei diritti umani con la nuova fase del sistema.
Ovviamente le fonti esterne di finanziamento limitarono la sfera per le critiche
e l’azione in difesa dei popoli.
Mano a mano che cresceva l’opposizione al modello economico selvaggio degli anni
’80, i governi statunitensi ed europei e la Banca Mondiale incrementarono i
finanziamenti alle ONG. Esiste una relazione diretta tra la crescita dei
movimenti sociali che sfidavano il modello neoliberista e gli sforzi per
sovvertirli mediante la creazione di forme alternative di azione sociale
mediante le ONG.
L’antistatalismo come elemento comune con il neoliberismo
Il punto basilare di questa convergenza tra le ONG e la Banca Mondiale era la
loro identità di vedute nella opposizione allo "statalismo". Alla superficie le
ONG criticavano lo Stato da una posizione di sinistra che difendeva la società
civile mentre la destra faceva lo stesso in nome del mercato. In realtà i regimi
neoliberali, la Banca Mondiale e le fondazioni occidentali (vedi la "Fondazione
per la Società Aperta" di Soros, NdR) cooptavano e usavano le ONG per sottrarre
allo Stato nazionale le funzioni di protezione e servizi sociali tese a
compensare le vittime degli effetti delle corporazioni multinazionali.
In altre parole, mentre dall’alto i regimi neoliberali devastavano le
popolazioni inondando i rispettivi paesi con importazioni a basso prezzo
estraendo il pagamento del debito estero, abolendo la legislazione lavorativa
che proteggeva il lavoro e creando una massa crescente di operai a basso salario
o disoccupati, le ONG furono finanziate per provvedere a progetti di
"auto-aiuto", di "educazione popolare" e di "qualificazione lavorativa" tese ad
assorbire temporaneamente gruppi di bisognosi e a cooptare i leader locali per
sottrarli alla lotta contro il sistema.
Disgraziatamente, molti nella sinistra affrontarono il neoliberismo solo
"dall’alto" e nel suo volto estreno (FMI, BM) e non il neoliberismo "dal basso"
(ONG, microimprese). Una ragione forte di questa svista fu la conversione di
molti ex marxisti alla formula e alla pratica delle ONG. L’antistatalismo è
stato il libretto ideologico di transito da una politica di classe a una
politica di "sviluppo comunitario", dal marxismo alle ONG.
Di solito gli ideologi delle ONG contrappongono il potere "statale" al potere
"locale". Il potere statale, argomentano alcuni, è distante dai cittadini, è
autonomo e arbitrario e tende a sviluppare interessi diversi e opposti a quelli
della cittadinanza, mentre il potere locale è necessariamente più vicino e
risponde di più alla gente. La semplice verità è che un potere statale
esercitato da una classe sfruttatrice non può che soffocare le iniziative locali
progressiste, mentre questo potere nelle mani progressiste non può che
rafforzare tali iniziative.
La contrapposizione tra potere statale e locale è stata utilizzata per
giustificare il ruolo delle ONG come intermediario tra le organizzazioni locali,
i "donatori" liberisti stranieri (BM, Europa o Stati Uniti) e i governi a libero
mercato. L’effetto è però quello di rafforzare i regimi neoliberali tramite la
rottura del vincolo tra organizzazioni e lotte sociali da un lato e i movimenti
politici internazionali/nazionali dall’altro.
L’enfasi nell’"attività locale" è utile ai regimi neoliberali, permette ai suoi
padrini interni ed esterni di dominare la politica macro socioeconomica e di
canalizzare la maggioranza delle risorse dello Stato in sussidi ai capitalisti
esportatori e alle istituzioni finanziarie. Così, mentre i neoliberisti stavano
trasferendo proprietà statali redditizie ai ricchi privati, le ONG non erano
parte della resistenza sindacale. Al contrario, erano attive nei progetti
privati locali, promuovendo il discorso dell’impresa privata (auto-aiuto) nelle
comunità locali sostenendo le microimprese. Mentre con le privatizzazioni i
ricchi accumulavano vasti imperi finanziari, i professionisti delle classi medie
delle ONG ricevevano piccole somme per finanziare officine, trasporti e attività
economiche di piccola scala.
La funzione "depoliticizzante" delle ONG
Il punto politico importante è che le ONG depoliticizzano settori della
popolazione, liquidano il compromesso con gli impiegati pubblici e cooptano i
leader locali in piccoli progetti. Le ONG appoggiano raramente – solo in qualche
caso – gli scioperi e le proteste contro i bassi salari e i tagli ai bilanci
pubblici. In pratica, l’essere "non governativi" si traduce in una attività
contro le spese pubbliche, liberando così le risorse con cui i regimi
neoliberali sussidiano i capitalisti esportatori mentre solo una piccola
quantità di esse transita dal governo alle ONG.
Le ONG non possono avanzare programmi universali e completi di largo respiro
come invece può fare lo Stato sociale. Al suo posto realizzano servizi molto
limitati ad un ristretto gruppo di comunità. Inoltre, ed è la cosa più
importante, non devono rendere conto dei loro operati alla gente del luogo ma ai
"donatori" stranieri. In questo senso le ONG indeboliscono la democrazia
togliendo dalle mani della gente del posto e dei funzionari eletti i programmi
sociali e creando dipendenza dai funzionari stranieri non eletti e dai
funzionari locali controllati da questi.
Fondamentalmente la ideologia delle ONG basata sulla "attività privata
volontaria" indebolisce il senso del "pubblico" ovvero l’idea che il governo
abbia i suoi obblighi verso i suoi cittadini e provveda alla loro vita, l’idea
che lo Stato è essenziale per il benessere dei suoi cittadini.
Contro questa nozione di responsabilità pubblica, le ONG fomentano l’idea
neoliberale di responsabilità privata per i problemi sociali e l’importanza
delle risorse private per risolvere questi problemi. In effetti impongono un
doppio carico alla popolazione povera che continua a pagare imposte per
finanziare lo Stato neoliberale affinché serva i ricchi e cosicché gli rimane
solamente l’autosfruttamento privato per risolvere i propri bisogni.
Le ONG enfatizzano i progetti ma non i movimenti, "mobilitano" la gente per
produrre nei margini ma non per lottare per il controllo dei mezzi basilari
della produzione e della ricchezza; si concentrano nell’aiuto tecnico
finanziario dei progetti ma non sulle condizioni strutturali che regolano la
vita quotidiana della gente.
Le ONG e le loro equipe professionali postmarxiste entrano in competizione
direttamente con movimenti sociopolitici per guadagnare influenza tra le donne,
tra le popolazioni povere e quelle razzialmente escluse. La pratica e
l’ideologia delle ONG devia l’attenzione dalle origini e dalle soluzioni alla
povertà (mirando dal basso e dall’interno anziché verso l’alto e verso
l’esterno).
L’aiuto delle ONG danneggia piccoli settori della popolazione nel generare
competizione tra le comunità a causa delle scarse risorse, il che produce
distinzioni insidiose e rivalità entro e tra le comunità, demolendo così la
solidarietà di classe. Lo stesso accade tra i professionisti: ognuno crea la sua
ONG per sollecitare fondi dall’estero. Entrano in competizione per presentare le
proposte più convenienti per i donatori esteri e nello stesso tempo affermano di
parlare a nome dei propri seguaci. L’effetto finale è una proliferazione di ONG
che frammenta le comunità povere in aggregazioni settoriali e sottosettoriali,
incapaci di vedere il quadro sociale più ampio che li affligge e ancora meno
capaci di unirsi nella lotta contro il sistema.
La struttura e la natura delle ONG con la loro impostazione "apolitica" e la
loro concentrazione sull’auto-aiuto, depoliticizzano e smobilitano la
popolazione povera. Le ONG rafforzano i processi promossi dai partiti
neoliberali e dai mass media. Si evita l’educazione politica sulla natura
dell’imperialismo, sui fondamenti di classe del neoliberismo, sulla lotta di
classe tra sfruttati e sfruttatori. Al suo posto si discute intorno agli
"esclusi", i "senza potere", la "estrema povertà", la "discriminazione razziale"
o "di genere", senza andare al di là dei sintomi superficiali del sistema
sociale che produce queste condizioni.
Nell’incorporare la popolazione povera all’economia neoliberale attraverso la
"azione volontaria privata", le ONG creano un mondo politico dove l’apparenza
della solidarietà e dell’azione sociale copre un conformismo conservatore con la
struttura di potere nazionale e internazionale.
Le ONG aiutano la penetrazione del modello neoliberale
La crescita delle ONG coincide con l’incremento dei finanziamenti nel quadro del
neoliberismo e l’approfondimento della povertà a tutti i livelli. Al di là delle
affermazioni sui molti risultati locali, il potere generale del neoliberismo non
incontra sfidanti e le ONG cercano in modo crescente delle nicchie negli
interstizi del potere.
L’intento di formulare delle alternative è stato ostacolato anche in un altro
modo. Molti dei e delle leader delle guerriglie, dei movimenti sociali,
sindacali e delle organizzazioni popolari sono stati cooptati nelle ONG. Alcuni
senza dubbio sono stati attratti dalla speranza che questo possa dar loro
accesso alle anticamere del potere. In qualche modo questa offerta è tentatrice:
una paga più alta (in valuta straniera), prestigio e riconoscimenti da parte dei
donatori esteri, conferenze e reti di contatti all’estero, personale a
disposizione in ufficio e una relativa sicurezza rispetto alla repressione. Al
contrario, i movimenti sociopolitici offrono pochi benefici materiali ma
maggiore rispetto e indipendenza e, soprattutto, libertà per sfidare il sistema
economico e politico.
Le ONG e le loro banche patrocinanti (Banco Interamericano di Sviluppo, Banca
Mondiale) pubblicano bollettini che danno risalto ai risultati delle
microimprese e degli altri progetti di auto-aiuto ma omettono gli alti indici di
fallimenti a causa del crollo dei consumi, delle importazioni a basso prezzo che
inondano il mercato e dei tassi di interesse che schizzano verso l’alto come nel
caso del Messico.
Una nuova forma di dipendenza e colonialismo
Le ONG fomentano un nuovo tipo di dipendenza e di colonialismo economico e
culturale. I progetti sono disegnati, o almeno approvati, sulla base dei
lineamenti e delle priorità dei centri imperiali e delle loro istituzioni. Le
valutazioni vengono fatte da queste e per queste. I nuovi viceré supervisionano
e assicurano la conformità degli obbiettivi, dei valori e dell’ideologia dei
donatori così come l’uso appropriato dei fondi. Lì dove ci sono "risultati",
questi sono fortemente dipendenti dal continuo appoggio esterno senza il quale
fallirebbero.
In ogni modo le strutture gerarchiche e le forme di trasmissione degli "aiuti" e
delle "capacità" somigliano moltissimo alla carità del XIX secolo e i promotori
non sono molto diversi dai missionari cristiani.
Il valore propagandistico dei risultati microimprenditoriali individuali è senza
dubbio importante per fomentare l’illusione secondo cui il neoliberismo è un
fenomeno popolare. La frequenza delle proteste sociali massicce avutesi anche
nelle regioni che promuovevano la microimprenditorialità suggerisce che
l’ideologia non è egemonica e che le ONG non hanno ancora soppiantato i
movimenti di classe indipendenti.
Forze alternative al neoliberismo
Tuttavia, mentre il grosso delle ONG è un crescentestrumento del neoliberismo,
c’è una piccola minoranza che intende sviluppare una strategia alternativa che
appoggia l’antimperialismo e una politica di classe. Questa minoranza non riceve
fondi dalla Banca Mondiale o dalle agenzie governative statunitense o europee e
sostiene gli sforzi per vincolare il potere locale alle lotte per il potere
statale. Le ONG di questa minoranza connettono progetti locali con movimenti
sociaopolitici nazionali: con le occupazioni dei latifondi, con la difesa della
proprietà pubblica e della proprietà nazionale contro le imprese multinazionali
[…].

Da un articolo di James Petras pubblicato nel 1999

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