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Monday April 23rd 2018

Morire per eccesso di bontà

La Kacca (1) Ruraljinka di Trevisograd aveva un bankomat a meno di duecento metri da casa sua. Quella mattina – era il 17 novembre del 2097 e la nebbia divorava luci, suoni, voglia di vivere – quella mattina, però, gli pareva di muoversi nel più classico degli incubi: camminava, non c’erano dubbi in proposito – ma la meta pareva allontanarsi ad ogni falcata. Forse – non era uomo di certezze assolute – perché le falcate erano prossime all’andatura di una geisha in abito da cerimonia?
Mariov Rossich, spazzino (2) di 3° livello addetto alla pulizia dell’area compresa fra la Prospettiva Putin e il boulevard Carla Bruni, non stava attraversando il miglior periodo della sua tormentata esistenza – avesse letto queste righe, si sarebbe chiesto: mai avuto periodi ‘non peggiori’…? Sapeva – ogni sua cellula vibrava di questa consapevolezza – che sul conto corrente erano rimasti pochi milioni di padanrubli, appena sufficienti a coprire le spese delle ultime bollette. Quelle che trasportava in una strafugnata cartelletta di tonalità fecale e che l’avrebbero trascinato alla Posta Centrale, una volta prosciugato il conto.

 

Si trovò a fantasticare di una vita senza corrente, acqua e gas – il telefono già da tempo era un ricordo divorato dai vermi del cimitero dei ricordi.  
Ecco il dramma che trasformava i suoi piedi in appendici di marmo calzate da scarponi di piombo: l’ineludibile esigenza (la Tragedia vuole le sue parole giuste) di pagare le bollette delle utenze sapendo che sarebbe rimasto in bolletta. Come avrebbe pagato l’affitto, quel mese? L’avrebbero buttato fuori casa, gli implacabili burocrati della Grande Alleanza Proprietari Immobiliari.
Forse tradito dal fumaròn che diluisce le distanze, piombò sul bankomat con largo anticipo – almeno rispetto ai suoi desideri. Come un eroe da tragedia greca – seppure incapace di apprezzare questa similitudine – si lasciò ciecamente guidare dal suo Destino (che, purtroppo, continua a restare cieco, a dispetto delle migliorie della scienza oculistica). Fosse la coltre di nebbia che lo sovrastava o fosse la sua radicata abitudine a seguire con gli occhi a terra la scopa di saggina, sta di fatto che non vide la Parca intenta a tessere il suo filo. Per sua (di lui) fortuna, vista l’avversione maturata per ogni genere di tessere, vero incubo di quegli anni cupi.
Compì meccanicamente i gesti necessari a far sputare alla macchina gli ultimi 48 milioni di padanrubli disponibili. Solo per la corrente ne avrebbe spesi 17.
L’attuale grave depressione era stata provocata dagli sforzi compiuti per respingere le orde di Campanoidi che minacciavano di invadere il Padanistan con le loro falangi di ecoballe a propulsione intestinale, supportate dalla mefitica Fetenzìa corazzata dei termovalorizzatori a rilascio mirato di diossina. Li avevano respinti, nonostante la ferocia dei loro due capi, Jervo e Basso, ma ne erano usciti prostrati e ridotti quasi come pezzenti. Solo i massicci aiuti inviati dalla Kacca Centrale di Moscow avevano evitato la bancarotta. Ma ora, da Trevisograd a Bellunoburgo stazionavano i camper-bankomatskji dei nuovi zar di tutte le Russie: i Bazar Autletovskji, capitanati dal feroce Gazputin.
Schiacciato dal peso del Destino e dei milioni di padanrubli, Mariov Rossich rollava per forza di inerzia verso la sede centrale delle Poste, in piazza dei Boiardi di Stato. Costretto dai marciapiedi sconnessi, ogni tanto si calava in strada, nella poltiglia di fango e catrame generata dai cingolati dei camper-bankomatskji. Quasi inciampò in un ammasso di stracci da cui sbucava una mano grinzosa, che non conosceva le gioie di un bagno dai tempi del Diluvio Universale. Dagli stracci un rantolo implorava misericordia. Il primo istinto fu di prendere a calci il pitocco; ma si vide prendersi a calci, così ridotto una volta cacciato di casa e rimasto senza il becco di un padanrublo. La fosca previsione, però, nonché rabbonirlo gli suscitò un odio ancor più profondo per quell’essere che pareva messo lì a bella posta per sbattergli in faccia il suo destino.
Un impulso irrefrenabile s’impadronì della sua mano destra: non vide la Parca manovrare il filo che la reggeva, ma la osservò – con distacco da anatomopatologo – scivolare nella tasca interna del pastrano, cavarne un fascio di banconote, contarne venti da centomila padanrubli e ficcarle con sadica soddisfazione nell’artiglio del pezzente. Un ghigno feroce gli si stampò sulla faccia mentre beveva avidamente con gli occhi la sconcertata e animalesca beatitudine di quell’ammasso di cenci.
Ristette a fissarlo con l’animo di chi punta una pistola alla tempia di un uomo e sa di averlo in suo potere. Si sentiva come Dio Onnipotente: capace di stravolgere la vita di un essere umano – per quanto poco il concetto si appiccicasse a quella parvenza di umanità. Lui, Mariov Rossich, spazzino di 3° livello, poteva spezzare il cuore del mendicante buttandogli in faccia tutti i suoi 48 milioni di padanrubli. Mai, si era sentito così simile al Dio degli eserciti, al Jahvé degli Ebrei. E non era nemmeno circonciso.
Fu lì lì per farlo, quando un impulso di segno opposto gli paralizzò la mano. Come un adolescente anela a reiterare il piacere della prima, titubante, masturbazione, così Mariov Rossich anelava a rivivere il feroce piacere provato alla vista dell’accattone stravolto dal suo gesto. Poteva – voleva farlo ancora.
Svoltato l’angolo fra viale Bossin e Prospettiva Luisova Cornaskji, si trovò al cospetto di un altro fagotto cencioso che proclamava al mondo la propria infermità. La mano corse da sola alla tasca interna: sciorinò, con un largo sorriso di sprezzante generosità, venti banconote da centomila padanrubli, una sopra l’altra, ai piedi del pezzente. Che, ad ogni svolazzare di centone, dilatava vieppiù gli occhi cisposi e lasciava colare bava dagli angoli di una bocca sgangherata.
Mariov Rossich succhiò avidamente, qual lumaca dal guscio, l’abbrutente umiliazione dell’essere ai suoi piedi – e la impastò con il proprio senso di autocompiacimento: si sentiva rabbiosamente appagato non dall’aver reso felice un uomo, ma dall’averlo umiliato con l’ostentazione della sua smisurata generosità. Umiliato e offeso.
Ancora! ancora! ne voleva ancora, di quel calore che gli bruciava dai testicoli alle tempie. Transitava in quel momento davanti alla vetrina di un ristorante di lusso: si fermò a rimirarsi nella vetrata, tronfio della propria protervia. Per sei volte ripeté ad alta voce “tronfio della propria protervia”, finché non ebbe decorato di sputacchi tutta la vetrata.
Si gettò a cercare accattoni barboni indigenti mendicanti morti di fame nullatenenti pezzenti pitocchi poveri questuanti straccioni vagabondi, miserabili in genere. Impresa non ardua, nella Trevisograd di quei tristi giorni.
Ne trovò una ventina, di quei relitti umani alla deriva nelle colate di fango e catrame delle strade – solo zigzagando nell’area fra Prospettiva Putin e Boulevard Carla Bruni. Li conosceva uno a uno, perché ogni giorno, spazzando la zona, provava l’impulso di ripulirne la città, insieme a cartacce, foglie secche e rari mozziconi da riciclare. Ogni volta che ingozzava di soldi uno di quei miserabili, era lo stesso orgasmo di generosa cattiveria, la stessa smorfia di ghignante disprezzo.
Poi, la febbre che lo bruciava gli fece sentire la gola arsa, disidratata. Come un automa, entrò barcollando in un bar di via Silvio Berlusconi: ordinò sgarbato un’acqua minerale, che pagò con dieci banconote da centomila padanrubli. “Tenga il resto!”, latrò su di tono allo sbalordito proprietario-cassiere. Tracannata l’acqua d’un fiato, lasciò di mancia altre dieci banconote simili all’attonito cameriere. Era questi un ometto raggrinzito dagli stenti e dai dispiaceri della vita, ancora schiavo del lavoro nonostante l’età avanzata. Le pensioni erano da tempo un lusso da ricchi. Quasi morso da una tarantola, sprizzò da dietro il bancone, si prostrò di fronte al suo perfido benefattore, biascicando parole di ringraziamento, baciandogli le mani – quasi i piedi – invocando la benedizione divina su di lui e la sua famiglia avanti e indietro di sette generazioni. Corse ad aprirgli la porta, quasi inciampando nella sua umiliazione, mentre Mariov Rossich non lo degnava di uno sguardo, di una parola – foss’anche un insulto.
L’aria umida e fredda che lo accolse all’aperto gli mise addosso una voglia sfrenata di alcol, di bere bere e ancora bere. Per tenere viva la fiamma infernale che gli ardeva al posto del cuore. Tornò su Prospettiva Putin; superato il Canale Marcio, svoltò in Vicolo Borghezio.
Qui, entrò in una di quelle bettolacce dove si radunavano i rottami della società per rendere euforico il loro abbrutimento. Cavò dall’ormai sgonfia tasca interna le ultime venti banconote da centomila padanrubli; le sventolò in faccia all’incredulo oste e berciò provocatorio: “Offro da bere fino allo sfinimento a tutti questi scarti dell’umanità! Meno a chi si offende”. Percorse la stanza con sguardo di oltraggiosa sfida, sicuro che nessuno gli si sarebbe rigirato contro.
Così fu. E bevvero tutti, tutta notte, quel vinaccio schifoso che stordiva i sensi, a cominciare dal gusto.
Era l’alba, una livida alba, né poteva essere altrimenti. Un gallo (a Trevisograd c’era chi s’era fatto il pollaio nell’ex garage) cantò tre volte; ma Mariov Rossich non tradì alcuna emozione, uscendo ubriaco dalla bettola, incontro al nuovo giorno. Nell’alcol si erano spenti gli ultimi spasmi del feroce piacere procurato dall’umiliazione dei pezzenti. Adesso era come loro: in miseria. Perse anche le bollette da pagare.
La Parca aveva tessuto la sua trama.
Si trascinò, abbrutito, verso casa – quella che ancora per poco sarebbe stata la sua casa. Poi, sarebbe stata la strada.
Viale Monte Grappa, recitava (un po’ assonnato, data l’ora) il cartello stradale all’inizio del vialone – ma era troppo fatto per apprezzare la battuta di spirito.
La chiave non entrava nella toppa – e non certo per via della sbronza: ce n’era un’altra  all’interno. Solo allora ricordò con sgomento e disgusto che ad attenderlo nella topaia c’era sua moglie: se n’era scordato, l’aveva cancellata – aveva tentato di cancellarla, come uno scolaretto tenta di eliminare una sbavatura del pennino.
“Apri, vecchia stupida!” ringhiò sbuffando e dando una spallata al legno traballante – proprio mentre la porta si apriva, risucchiandolo a corpo morto verso il pavimento. Mentre si rialzava a stento, la moglie si chinò su di lui, come un arbitro sul pugile che tenta di rialzarsi dopo un uppercut. Un sibilo rabbioso, quasi un rantolo: “Vecchio ubriacone senza dignità, non dirmi che ti sei bevuto tutti i soldi per le bollette e per l’affitto!?”.
Mariov Rossich si erse finalmente di fronte a Mariovna Galinarga Rossich in tutta quella che un tempo era stata la sua possanza: lei, invece, era un tozzo cilindro bombato rivestito di parvenze di abiti rattrappite e rattoppate. Capelli ispidi, arruffati e impastati di forfora grassa, color fango screziato di scarichi industriali; la pelle del viso e del simulacro di collo creava in chi la guardava l’aspettativa di un guscio di tartaruga.
Lui la fronteggiò con la spavalderia di chi è cosciente che non c’è limite al peggio – e al contempo che non c’è niente di peggio di un limite. Per un attimo si fermò a considerare quanto doveva essere schifoso, quel vinaccio, per avergli fomentato una così ardita considerazione. 
Mariov Rossich allargò le braccia con la palme verso l’alto; si schiarì la gola con un paio di gargarismi da fumatore allo stadio terminale e trillò: “Amore, siamo sul lastrico!”.
Mariovna Galinarga Rossich inclinò lo sguardo verso il pavimento, poi, con voce simile a quella di mille campanellini immersi in un pozzo nero, sghignazzò: “E’ per questo che ti ho sposato, Mariov Rossich: perché non distinguevi la pietra dal parquet!”.
Questa rivelazione, brutale e forse un tantino tardiva, mandò definitivamente in cocci la sua vita, come un vaso di fine porcellana cinese sotto i colpi di un martello pneumatico. Puntò l’indice della mano destra contro la maschera della moglie e le ringhiò: “I cocci resteranno miei, ma tu devi pagare!”.
“Stronzo, mi hai appena detto che siamo senza il becco di un padanrublo!”
Questo il segreto del loro matrimonio: se lei era sorda, lui era muto; se lei parlava cinese, lui rispondeva in svedese. Si fissarono a lungo; poi si gettarono fra le braccia l’una dell’altro, piangendo l’uno sulla spalla dell’altra. E non si pensi che avrei potuto scrivere il contrario: lei gli arrivava con la testa sì e no all’ascella. Anche se si guardava bene dal farlo: l’idea di profumo era ormai svanita anche dal suo subconscio – ma l’ascella di uno spazzino di 3° livello era troppo anche per un naso sordo come il suo.
La Parca a questo punto della narrazione aveva perso il filo; di fronte alla melensaggine dell’ultima scena, decise di prendersi una settimana di ferie. Nel Parco del Gran Paradiso.
Fu così che non assistette alla sequenza dei Rossich che, stretti in coniugale abbraccio, si piantavano reciprocamente un coltellaccio da cucina fra le scapole. O meglio: Mariov Rossich, immemore delle dimensioni di Mariovna – sarà stato l’alcol – ficcò la lama nel proprio cuore. La moglie, si dovette accontentare del fegato. L’Eroe non ebbe nemmeno il tempo di pensare: “Parca malora!”, perché i coltelli erano arrugginiti.
Ciò che colpì la moglie durante il sobrio funerale fu la curiosa presenza di una quarantina di straccioni, di varia foggia età sesso invalidità, mai visti prima. Tutti ubriachi fradici, ma con le lacrime agli occhi. Pensò bene di non scacciarli: presto sarebbero stati suoi coinquilini. Si ritrovò a pensare con disgusto alle riunioni di condominio.
La stretta ai polsi ricacciò indietro quella alla gola: le due camicie rossoverdi che stavano al suo fianco l’avevano strattonata per le manette, tanto per ricordarle che non era più una libera cittadina. Il dolore la riportò alla cruda realtà: nel residence dove avrebbe trascorso la sua serena vecchiaia non si tenevano assemblee di condominio.
Se non altro, pensò Mariovna Galinarga Rossich, lei e Mariov Rossich avevano risolto il problema della casa.
 
 

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