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Monday December 11th 2017

Sognare, comunque

 

La sua immagine mi deflagra negli occhi come una rivoluzione d’ottobre. Lei è nuda. Completamente nuda – non sfugga all’incauto lettore la devastante portata dell’avverbio.

E’ di una bellezza così struggente, così catatonica, che a renderla fruibile a menti umane non basterebbe la tastiera tutta di un Moccia.

Con la conturbante flessuosità del peccato originale, ella incede verso di me – una bella donna, non cammina: incede. Sempre.

La mia circolazione sanguigna subisce una  migrazione nord-sud così subitanea e impetuosa, che al confronto le grandi migrazioni storiche paiono le onde cerebrali di una velina intenta a leggere l’ultimo bestseller di Bruno Vespa.

L’erezione è lì lì per vellicare il mento, non fosse per la barba.

Quando, come all’accendersi di uno spot sul palco in ombra, un barlume di coscienza residua illumina quello che, in lei, altro non è che un lieve difetto fisico: due poppe enormi si ergono dalle sue scapole, quali possenti ali d’efebico angelo. Lievemente sorpreso, indugio nell’osservazione: i capezzoli hanno la fragorosa consistenza di un Brunello – la mitica annata dell’86 (il lettore colto; l’amante del Bello, del Bene e del Vero, non merita l’insulto che io gli suggerisca la Cantina all’altezza della similitudine).

Vorrei inebriarmi di questo nettare degli …..

La voce rocamente flautata di Massimo Bordin mi riporta alla mia realtà da Tavernello. La radiosveglia, come tutte le mattine, interrompe il mio amplesso con Morfeo e rimanda al regno del mai la degustazione del Brunello.
Come tutte le mattine, ‘Stampa e regime’ – la rassegna stampa di Radio Radicale – mi prende per mano qual novello Virgilio e mi cicerona fra i gironi e le bolge dell’infernale stampa quotidiana.
Il mondo riempie di sé la stanza – il mondo nella sua versione tabloid.
Doccia colazione autobus lavoro pausapranzo. Quanto basta per togliere respiro ed entusiasmo anche al raptus erotico più pantagruelico.

Le prime gocce cadono subito pesanti, come non vedessero l’ora di trasformarsi in chiazze nere sul selciato sui sampietrini sull’asfalto. La pelle di Roma assume via via un aspetto leopardato.
Largo di Fontanella Borghese quando piove assume un aspetto surreale: le baracchine del libro usato e dell’antiquariato sciolgono al vento vele cerate trasparenti,nel tentativo di sottrarre all’assalto dei goccioloni i loro preziosi, attempati tesori. Hai l’impressione di navigare in una flotta di vascelli fantasma. La mitica Lolita, la decana dei venditori, affronta impavida l’ennesima tempesta. Strehler non saprebbe immaginare scenografia più scenografica.
I goccioloni sono come le ciliegie o, a scelta, i libri di Bruno Vespa: è subito scroscio e temporale fuori dal tempo. La gente, in preda a un comune moto centrifugo, si ritrova scaraventata nei bar della zona, già zuppi di folla, a quest’ora intenta al rito della pausa pranzo.
L’anziano barbone trascina la sua carcassa dentro ‘Ciampini’, a piazza S. Lorenzo in Lucina. Infagottato come un autentico clochard (pur ignorando il termine), emana un olezzo non affine al dandy. La bella cassiera del bar, altera nella sua perenne parvenza di puzza sotto il naso, ‘stavolta ha di che onorare l’apparenza. Le sardine intorno a lui riescono a recuperare spazi impensati dove rintanarsi, per degustare con minor fervore gli eccellenti croissant le baghette le pizze romane farcite con prelibatezze di prima qualità – e sorbire il rinomato caffé che l’attempato ma sempre agilissimo Diego distribuisce con la frequenza dei toc-toc di una pendola.
Il barbone (duole appellarlo così, ma i barboni si onorano di un nome solo quando muoiono), occhi quasi a terra, soffia alla cassiera un roco “Coffi” e dalla mano lascia scivolare davanti a lei – alla sua nostalgia di fiori di lavanda – una moneta da 1 euro. Intasca i 20 centesimi di resto; trascina i passi, il pastrano e la scia di pout-pourri di RSU, fino al bancone. Le sardine gli fanno ala come la corte al Principe Regnante.
Deposita lo scontrino, con i 20 centesimi sopra; risoffia roco: “Coffi”.
Intorno a lui fioccano le richieste e i rilanci dei camerieri, che fanno da sacerdoti-mediatori tra la plebe e il dio della macchina del caffè.
“Diego, quattro caffé: due normali, uno ristretto e uno lungo!”
“Altri due: uno macchiato freddo e uno macchiato caldo!”
“Due anche per me, Diego: uno ristretto con acqua calda in tazza a parte e uno al vetro!”
Il barbone, capo chino come si conviene a un barbone che si rispetti, sposta lentamente gli occhi ora a destra ora a sinistra, come a voler abbinare quelle richieste alle persone che ne godranno i frutti.
E aspetta il suo turno.
“Diego, un orzo in tazza grande, uno in tazza piccola e uno con acqua bollente al seguito!”
“Per me un marocchino con panna, uno senza, un macchiato caldo e un cappuccio senza schiuma!”
“Aggiungi un cappuccino con molto cacao, uno senza e un espresso un po’ alto!”
Fuori, il diluvio non accenna a diminuire: i numerosi – piccoli e grandi – avvallamenti del manto stradale romano fanno ormai concorrenza ai laghi della Finlandia. Chi è costretto a muoversi all’aperto rimpiange lo stadio in cui anche noi eravamo anfibi.
Nel bar la gente intreccia frasi e discorsi, che il barbone cerca di seguire con movimenti lenti e continui degli occhi, mentre ancora aspetta il suo turno.
Ecco arrivare il suo coffi, buttato lì in malo modo da un barman schiavo della bella cassiera dalla puzza sotto il naso.
Un cliente ritira rabbioso la moneta da mezzo euro che aveva depositato sullo scontrino come mancia.

Il coffi è stato sorbito (seppure questo verbo sia sprecato per tale soggetto) con la lentezza che gli compete. Ora, si scalda le mani, il barbone, con gli ultimi rimasugli di calore appiccicati alla tazzina.
Gli avventori – impiegati di vario livello, avvocati, politici, segretarie, P.R., gente di spettacolo, lobbysti, questuanti della politica – gli avventori, dicevo, si son fatti carico via via della propria dose di acquazzone, maldestramente rintuzzato con le parvenze di ombrelli elargite dagli gnomi umbrella-seller.
Ciampini è quasi vuoto; la babele delle varietà di caffé si è per il momento assopita. Il barbone, sguardo vuoto sulle punte delle scarpe, esce incontro alla pioggia. Punta contro Giove pluvio o chi per lui il suo vecchio ombrello da pastore abruzzese, impreziosito da ampi strappi e frange e pizzi. Arriva al Tevere detto il biondo, che sulle ali dell’entusiasmo, tronfio d’acqua e di antico orgoglio, sale minaccioso verso il cielo. Gli occhi del vecchio tradiscono un attimo di incertezza; poi, riprende il lento guado della strada.

Notte. Roma dorme; il diluvio, no. Il Tevere si sente emulo del Rio delle Amazzoni.
Sotto il Ponte Umberto, davanti al Palazzaccio, un uomo cerca di difendersi dalle cateratte celesti con un vecchio ombrello da pastore e con l’imballo di un faraonico TV al plasma da 50”. Marca coreana sconosciuta. Del resto, lui non ha l’antenna.
Gli occhi, due polle di vetro soffiato, fissano senza partecipazione emotiva il livello delle acque che sale sale sale.
Sirene di vigili del fuoco e polizia duettano a distanza, sul binario dei Lungotevere.
Un’auto di grossa cilindrata si annuncia in lontananza come brontolio di tuono in crescendo. Di pari passo l’aria si impregna sempre più della musica che esce a tutto volume dal bolide: “Wish you were here”, la nostalgia dei Pink Floyd per Syd Barrett:

“… How I wish, how I wish you were here.
We’re just two lost souls swimming in a fish bowl,
year after year,
running over the same old ground. What have we found?
The same old fears,
wish you were here.” (*)

L’uomo solleva a fatica le palpebre, rotea lievemente gli occhi verso l’alto. Una lacrima, forse due, agli angoli degli occhi. Ma non è detto, con questa pioggia battente.
La nostalgia si allontana con brontolio di tuono, si intreccia sullo sfondo con le sirene lampeggianti.
Wish you were here …… .
Nutrie e pantegane si stringono intorno al cumulo di stracci e cartone, scosso da fremiti – certo di freddo. Cercano riparo dal Tevere in rimonta.

“Buongiorno agli ascoltatori di Stampa e regime …”: Bordin, implacabile, butta all’aria il mio piumino imbottito di sonno e sogni. Resta solo che la doccia, per scrollarmi di dosso le sirene che mi vorrebbero incatenare al letto.
Lo scroscio dell’acqua sobilla il Proust che sonnecchia in me: torno con il pensiero al diluvio della notte … un fugace pensiero al barbone incontrato ieri da Ciampini – dove cavolo andrà a ripararsi da ‘sta valanga d’acqua?
… è mai possibile che dalla doccia mi colino in testa le note, i versi di “Wish you were here” …? secoli, che non lo ascolto più, quel disco.
Saranno i vapori della doccia, mi perdo fra le nebbie dei ricordi, dei sogni, dei sogni ricordati, dei ricordi sognati. D’istinto mi verrebbe da aprire l’ombrello sotto la doccia.
….. e la mia radio da doccia si trasforma da pinguino in nutria -una nutria che mi sorride.
Mi sorride con l’ironico musetto di un Bordin.

* Come vorrei, come vorrei che tu fossi qui.
Siamo solo due anime perse che nuotano in una boccia per i pesci.
Anno dopo anno,
correndo sempre sul solito terreno,
cosa abbiamo trovato?
Le stesse vecchie paure.
Vorrei che tu fossi qui.

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