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Monday December 11th 2017

Maschera di talco (Max Ernst)

La mia fuga iniziò in una notte di luna piena.
Me ne andai furtivo lasciando tutto quello che avevo, ricchezza, fama, gloria .


Mi calai dal muro con una corda di seta rossa, un lusso che segnava la fine di quello che ero e, dopo, la tagliai, per non serbarne il ricordo.
Sapevo di spingermi nel mistero di una nuova vita senza temerne i rischi, con l’incoscienza di un Masai che si butta nelle braccia di un leone impazzito dalla fame.
Stavo cercando una bellezza diversa da quella stuccata sui muri, imbastita di trinoline, irrigidita dall’amido, allargata da cerchi sotto le gonne.
Cercavo un volto nuovo dove poter specchiare per la prima volta quello che non ho mai visto né immaginato anche a costo di trovare lerciume e abiezione, non importa, almeno sarebbero stati dichiarati e non nascosti da un perbenismo che violenta l’animo prima del corpo.
Una violenza che crea mostri nel ventre dell’uomo e, prima di lui, della donna , vittima designata di una rabbia atavica, dell’impotenza a vivere secondo natura .
Camminai nudo, un solo mantello a coprire le spalle.
Nessuno aveva il coraggio di toccarmi, qualcuno mi parlava, altri distoglievano lo sguardo, qualcuno scappò.
Dovevo sembrar loro un diavolo, con quel manto da pipistrello addosso e chiamarono un frate a pararsi davanti ai miei passi ma non arretrai di un solo metro.
Finalmente una mano pietosa coprì la mia vergogna, come la mano innamorata di un uomo copre il seno della sua donna.
Fui salvo, almeno allora, dalla lapidazione che già vedevo prendere forma intorno a me .
Forse quella mano mi aveva riconosciuto, io non seppi afferrarla.
Ero riconoscibile, io, così nudo, senza la maschera che ho sempre indossato entrando nel saloni della aristocrazia che mi chiamava per bearsi dei miei discorsi sagaci, delle battute velenose, dei complimenti indecenti alle belle dame? Umanità nullafacente che trovava in me argomenti per celiare in attesa del ricevimento successivo.
Finzioni coperte da borotalco che non si sono mai affacciate alla porta di un dolore vero, come quello di una madre tagliata a metà dall’agonia del suo bambino.
Borotalco a coprire, borotalco e farina dei contadini affamati.
Gente umile che muore nella indifferenza della società .
Io dissi basta, io volli illuminare l’ambiguità di quei falsi valori, qualunque fosse il fio da pagare.
Non ero riuscito a smuovere le loro coscienza, per loro ero una sorta di giullare, di acrobata delle parole danzate in punta di piedi.
Ero arrivato a rendermi sgradevole pur di sollecitare una loro reazione, una risposta stizzita, un moto di rabbia autentica.
Li provocai con scarpe infangate sui tappeti pregiati, con maschere africane imbrattate di sangue, con idoli pagani orrendi alla vista. Ridevano.
Trascinai nel salone il cuoco con la testa di un tacchino su un piatto d’argento. Sorrisero, lo avrebbero mangiato ripieno.
Quando fuggii ero disposto anche a farmi impiccare, si, Vostro Onore, disposto a rischiare la vita per un solo giorno di verità.
Dopo la fuga mi lasci andare a una vita senza regole, giocando e bevendo.
Volli gustare il piacere di una intimità senza falsi pudori e andai in quella casa di donne che voi chiamate meretrici.
Ma mai, mai ebbi un amore così regalato e mai donai me stesso con tanta passione.
Quella donna si innamorò di me, Vostro Onore, e io di lei.
La uccisi per pietà per evitarle le sofferenze che stavano mangiando la sua carne.
Sono colpevole, di questo sono colpevole.
Ed ora pagherò il conto nei confronti di tutti, mi cambierò d’abito ed entrerò in quella cella che mi ucciderà prima della vostra gogna.
Una sola cosa vi chiedo: fatemi guardare ancora una volta, una sola volta, un bambino che corre su un prato in fiore.

Questo è il video di un altro amico, reale, toscano,che nelle arti visive si chiama Rokko Spider e nelle lettere Jack Cat. Il suo mestiere è tutt’altro.

Max Ernst è il suo "ispiratore"

 

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