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Monday December 11th 2017

Appunti di viaggio a Rio

E’ la cronaca di un viaggio senza  data perché ci sono luoghi che non la richiedono, addirittura la rifiutano.
Si può tornare dopo anni e vivere le stesse cose, se possibile più degradate o modificate in particolari che fanno riflettere.
Di certo oggi troverei Stern ristrutturato per splendere come una costellazione intera e case borghesi ripulite ma blindate come carceri.
Le favelas no, credo che quelle sarebbero identiche , non c’è notizia di una loro evoluzione in case.
E la cosa incredibile è che tutto questo non passa nella indifferenza del mondo circostante, addirittura qualcuno pensa di trasformare le favelas in opere d’arte, storia di architettura recente, ci possiamo tornare dopo.
 

Sbarcai a Rio alla fine di gennaio, poco prima del carnevale..
Avevo i biglietti dell’aereo gratis per le migliaia di miglia volate per lavoro, spendemmo tutto per l’albergo, uno dei migliori, a Ipanema .
Rio è tutta affacciata sul mare , un doppio golfo diviso da un piccolo promontorio .
Dando le spalle alle colline, quelle dove si arrampicano le favelas, si percorre il golfo e lungomare di Copacabana sulla sinistra e poi, dopo il promontorio, si continua sul lungomare di Ipanema.
Quindi c’è una prima linea , fronte mare, turistica .
Una seconda linea con le abitazioni più lussuose, residenziale .
La terza linea è costituita dal  fronte della collina dove si arrampicano le favelas che “incombono” su tutta la città.
Copacabana è la parte “vecchia” e più pericolosa, Ipanema quella “nuova” e meno rischiosa.
La prima con edifici d’epoca, la seconda con grattacieli bruttissimi .
Io alloggiavo in un grattacielo di Ipanema
Dico “incombono” perché dalla terrazza dell’albergo dove si faceva colazione all’aperto era facile vedere le favelas e anche per i loro abitanti era facile vedere noi.
Facevamo colazione all’aperto ma a ridosso del muro perché pochi giorni prima dalle favales, con fucili di precisione, c’era stata una caccia al piccione.
Avevano puntato e ucciso parecchi turisti, così , come fosse un tiro a segno.
Sotto l’albergo avevamo la spiaggia riservata e controllata da poliziotti in tenuta di guerra.
Lasciavano la camionetta agli angoli del lungomare, ogni incrocio era arredato con una piccola autoblindo.
Nessuna spiaggia è recintata e si sa che arrivano nugoli di ragazzini che corrono all’impazzata e fanno razzia di tutto.
La vita di spiaggia era normalissima , a parte due eccezioni molto significative.
Naturalmente volevo fare il bagnetto a Rio e non avevo considerato che nell’Oceano l’acqua è spesso agitata. Poco male non avrei potuto nuotare.
L’acqua agitata fa spuma, è notorio, ma quella spuma non mi convinceva , aveva qualcosa…
Chiesi. Quel qualcosa dipendeva dal fatto che le favelas hanno fogne a cielo aperto che scaricano direttamente nel mare. Feci uno ed un solo bagnetto, in effetti eravamo pochi a farlo e c’era un motivo.
L’altra eccezione era costituita dalle conversazioni che sentivo sulla spiaggia.
C’erano italiani , tre uomini di una certà età, diciamo dai 55 in su.
Non potei fare a meno di sentire la cronaca della notte precedente e i programmi delle successive, tutte con bambine.
Il gergo non lo sto a dire .
Quello che trovai difficile fu non intervenire con il repertorio di insulti che ben conosco e che finora non ho mai teatralizzato.
Non ricordo altra situazione in tutta la vita di rabbia così contenuta .
 
 
Comunque non ero a Rio per fare vita da spiaggia, anche perché non l’ho mai fatta in vita mia.
Volevo conoscere, capire ,vedere.
Così prendemmo un taxi e ci facemmo portare all’inizio di Copacabana, di mattina.
Pretesi di tornare a piedi per tutto il lungomare fino all’albergo, avrei almeno visto per bene la spiaggia. Faceva caldo, naturalmente, e i chilometri non sono pochi.
La passeggiata mi piacque molto , finalmente potevo vedere le scene tipiche da cartolina, sederi perfetti compresi. Sono una donna donna normale ma quello che è bello è bello, a prescindere.
Il latte di cocco che si beve sui banchettini era ottimo, la noce spaccata con un sol colpo al momento. L’ampio marciapiede era pieno di bucce accatastate che però non potevano competere con le montagne di lattine vuote. Mai viste tante lattine di ogni tipo, vuote.
I ragazzi fantasiosi le schiacciano e ci fanno piccole opere d’arte.
Una di queste la vidi anni dopo a Venezia durante la Biennale d’architettura.
La facciata intera di un palazzo ricoperta da una coperta fatta di lattine schiacciate e ridotte a piccolo triangoli uniti l’un l’altro.
Morbida, da vedere e da ascoltare al soffio del vento.
Comunque la passeggiata sul lungomare fu completa e mi costò parecchio, in molti sensi.
La sera stavo male e non sapevo perché . Andammo a vedere Plataforma One, uno spettacolo famoso dove si svolge un piccolo carnevale al chiuso.
Musiche, piume, colori , tutto molto bello.
Ma io stavo male e non sapevo perché.
Alle tre di notte venne chiamato un medico in albergo.
In poche parole la passeggiata sotto il sole mi era costata il precipitare dei sali nel corpo e si era formato un calcolo. Lo recuperai, e lo feci analizzate a Roma. Era un vero, piccolo, stupido sercio.che mi costò lire 500.000 di visita, tariffe brasiliane per gente che chiama il medico di notte.
Il giorno dopo ero convalescente, mi viene da ridere, l’unico calcolo della mia vita a Rio.
Così pensai di mangiare leggero, un pescetto . Lo mangia nel locale dove fu scritta la famosa ragazza di Ipanema e scelsi un piatto che aveva scelto anche Hug Grant il giorno prima, disse il tipo in portoghese. A posto, i divi si trattano bene, pensai e mangiai tutto, anche gli sfriccioli saporiti e abbrustoliti che coprivano il pescetto. Erano più buoni del pescetto.
Poi scoprii che era aglio ed anche perché i nord africani e i cinesi puzzano d’aglio.
Ci vollero due giorni per finire di sudare aglio e più mi agitavo pensando di puzzare e più sudavo.
Credo però che l’aglio faccia bene ai calcoli perché , forse schifati anche loro, non si presentarono più.
Nel frattempo avevo comprato un vestitino colorato per sembrare brasiliana e non essere riconosciuta come turista . E non era eccessiva cautela. A un mio amico, pochi mesi prima, avevano tolto le scarpe, a un altro gli occhiali da sole dal naso.
Tutto questo in zone tranquille, altre erano vietatissime.
Una sera andammo in un ottimo locale a mangiare carne. Era una churrascheria, ora ce ne sono anche qui, all’epoca era per me una novità.
Per tornare in albergo erano solo 5 minuti a piedi ma di sera non si poteva e occorreva prendere un taxi. Fuori dal locale mi sporsi dal marciapiede per fermarne uno.
Fui riacchiappata per un braccio da un tizio in livrea del ristorante e spinta indietro.
Solo sporgersi dal marciapiede a quell’ora e in quel quartiere di ricchi poteva essere pericoloso.
Cominciavo ad averne le scatole piene ma il bello doveva ancora arrivare.
Quella città proponeva opposti in modo così evidente da lasciare perplessi.
Si sentiva la prepotenza della natura che arrivava dalle foreste poco lontane e la potenza del mare.
Se per magia tutti i palazzi grigi del lungomare fossero stati abbattuti sarebbe stato naturale vedere la gente vivere in quelle case destrutturate in una sorta di “selvaggio” rispettoso dell’ambiente.
Sensazioni strane che forse provai per colpa di una recente delusione che mi portavo dietro dall’Italia e che doveva essere affrontata con  una svolta mentale.
Sensazioni accentuate dal libro comprato casualmente in aeroporto, “La profezia di Celestino”, che sembrava confermare la casualità positiva di essere letto in Sud America, dove è ambientato .
Non avevo voglia di arrendermi alle sensazioni negative, l’esplorazione non poteva finire nella paura di andare in giro a piedi.
C’erano ancora cose da vedere e avevo voglia di farlo in libertà.
Noleggiamo una macchina per tre giorni.
Il primo pioveva acqua calda e fina , da sentirla asciugarsi sulla pelle come fosse una crema rigenerante. Nessun ombrello aperto, da pensare che nonne usino mai.
 Non era giornata da panorami e la gita al Corcovado venne rimandata al secondo giorno di pioggerella intermittente.
Seguendo le indicazioni stradali cominciò la salita verso il Cristo.
Al secondo incrocio ci eravamo persi.
Vidi un cancello elettrico che si apriva e ne usciva una macchina . Dietro il cancello un comprensorio immerso nella foresta di case di lusso.
Un guardiano era vicino al casotto .
Entrai a piedi , vestitino brasiliano e sandaletti, mani vuote.
La domanda era facile, la risposta fu sorprendente.
Il guardiano tirò fuori una pistola che teneva infilata nella cinta dei pantaloni , nascosta dalla maglietta. La faccia era nera come il calcio della pistola.
Non ci capii nulla , a parte che era meglio uscire di corsa dal cancello, come feci.
In qualche modo arrivammo a questo benedetto Cristo che non era velato come quello di Napoli ma che aveva intorno un velo di nuvole.
Panorama zero, nervi a più 1000.
Ed io, imperterrita, a cercare di recuperare qualcosa di buono da ricordare e da portarmi dietro.
Volevo almeno mangiare qualcosa di tipico, in un locale brasiliano, autentico.
La guida forniva le informazioni cercate.
Il piatto era la Feijoada, il ristorante era consigliato come il migliore di Rio .
Nel ristorante migliore di Rio c’eravamo solo noi e pochi locali che sarebbero andati bene in un film del porto di Marsiglia ma mancava Belmondo a sistemare le cose.
A quel punto i nervi li aveva il mio compagno di viaggio che se non capisce quello che mangia si astiene. Oltretutto il locale era anche in penombra. Io mangiai tutto, di una pesantezza inaudita, alla faccia del recente calcolo.
Bella vacanza, non c’è che dire! E comunque non mi pento perché non mi pento di carattere, al limite archivio.
Bisogna ammettere che di cachaça, caipirinha e Caprioska ho un ottimo ricordo .
Il futuro delle favelas?
Una ipotesi la si può trovare su l’Espresso di questa settimana.
Riporto testualmente.
L’architetto Juaregoui si chiede: “ Cos’è in fondo una favela? E’ la pura espressione di uno spazio dove ogni centimetro è usato per esigenze primarie: mangiare, dormire, fare sesso, evacuare. Non c’è posto per piazze o strade, non ci sono luoghi comuni, non c’è vita sociale, ma al tempo stesso non siamo solo di fronte a una anti-città”
La favela è più simile ad un organismo che vive di risonanze e improvvisazione a cui si può e si deve restituire un sistema linfatico. Ed è così che lui opera: ricucendo, ricollegando,costruendo strade-passerella che si insinuano tra le baracche come i ponti di Peter Pan, individuando miracolosamente spazi liberi persino sui tetti dove fondare piazze –zattera con alberi…..
Ed è vero, dico io.
Ovunque si creano spazi di aggregazione si limita la disperazione.
In fondo le altane sono già state create a Venezia secoli fà.

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